C’È UN’ARTE SILENZIOSA CHE RIPOSA NEGLI ALBI PER L’INFANZIA. UNA BREVE LISTA DEI MIEI PREFERITI

Leggo gli albi per l’infanzia non tanto per rimaner bambino, piuttosto perché l’arte che si cela e allo stesso tempo si rivela all’interno di essi mi soddisfa molto meglio che certa contemporay art, o presunta tale, che viene propagandata dalle riviste di settore odierne.

Negli albi è presente una mirabile armonia tra design, letteratura, illustrazione, fantasia, richiami alla storia dell’arte e al contempo alla vita attuale; con un linguaggio semplice e estremamente immediato, i migliori autori del genere ci presentano – illuminandoci – concetti complessissimi, dai quali filosofi e professoroni hanno riempito volumi interi senza cavarne un ragno dal buco.

“Come una scatola nera, il libro dell’infanzia si impregna di memoria olfattiva, visiva e tattile ma soprattutto relazionale, di atmosfera, nel segreto incontro solitario o più spesso condiviso, appagante o sfuggente ma raramente poco significativo” – scrive Marcella Terrusi, in un libro fondamentale per gli amanti e gli studiosi dell’argomento (Albi illustrati, Carocci editore, 2012).

Gli albi per l’infanzia servono, tra le altre cose, per educare allo sguardo i più piccoli, e a fargli scoprire un passo alla volta il mondo in cui vivono attraverso metafore. È una continua sorpresa, pagina dopo pagina, albo dopo albo. Scrive la stessa Terrusi: “nello stupore e nella meraviglia per ogni scintilla creativa che spinge a seguire il desiderio della scoperta, nascono da questo territorio nuove narrazioni del mondo, ipotesi conoscitive, strade e immagini per il nostro esercizio di senso […].”

Gli albi sono un luogo incantato dove si celebra la libertà espressiva, aperti a ogni possibile interpretazione, e – non per ultimo – spazio per “la sperimentazione dell’‘ideale estetico’ volto a smascherare le diverse forme di abbruttimento della nostra società e le sue degenerazioni, tra cui la reificazione della fantasia e i sottili meccanismi di alienazione collettiva.”

Gli autori degli albi sono artisti di talento, geni adulti che hanno saputo conservare la gioia infantile, lucidi analisti che trasformano la realtà in immaginazione con un tocco, comunicandola, anzi trasportandola attraverso simboli ai bambini. “Comunicare per simboli non è meno importante che comunicare per parole. Qualche volta è il solo modo di comunicare con il bambino”, ha scritto anni fa Gianni Rodari (Grammatica della fantasia, 1973).

In sostanza è un tripudio di bellezza e di estetica, da cui io non sono esente. Tra i numerosi albi che mi hanno colpito (ne ho letti molti) mi limito di seguito a elencarne solo qualcuno, non necessariamente dei più significativi.

Iela ed Enzo Mari, La mela e la farfalla, Emme edizioni

Enzo Mari è stato uno dei più formidabili designer italiani del secondo Novecento; e questo libricino, scritto insieme alla moglie Iela, ne è la prova. Grande essenzialità, pulizia e immediatezza: qualche sagoma netta e dai colori squillanti, pieni e monocromi (pare acheropiti, ossia non toccati di mano d’uomo) composti in una sequenza narrativa breve quanto intensa, bastano a raccontare la storia di un piccolo bruco che diventa farfalla. Il luogo in cui è ambientata la storia è un albero di mela, l’accenno di qualche ramo e il profilo di una mela sono sufficienti a aprire nella mente un mondo intero. Tale è il design; e tale la maestria dei Mari che con il niente trasmettono il tutto.

Leo Lionni, Piccolo blu e piccolo giallo, Babalibri

Se la genialità la si riconosce dai gesti estremamente piccoli, Leo Lionni è sicuramente una delle persone più intelligenti del Novecento insieme a Duchamp e Piero Manzoni. In questo libro, pervaso da una grazia mirabile, composto da poche macchie di colore si succede la storia di due amici (blu e giallo). Dapprima tristi perché lasciati soli in casa dai genitori, si trovano poi a giocare di nascosto. Le felicità e il coinvolgimento è tale che i due si fondono (trasformandosi in verde!). Il divertimento infantile è il tema dell’albo di Lionni, insieme a una prima educazione al mondo dei colori.

Eric Carle, Il piccolo Bruco Maisazio, Mondadori

Eric Carle è una leggenda dell’illustrazione per l’infanzia. Morto a 91 anni nel maggio del 2021, ha lasciato al mondo una numerosa serie di capolavori, di cui segnalo la sua opera forse più famosa, Il piccolo Bruco Maisazio. È la vicenda di un piccolo bruco che mangia in continuazione, inconsapevole che quella fame impossibile da soddisfare rappresenta i prodromi della trasformazione in farfalla. Una chiara metafora della trasformazione dell’infante in adolescente.

Anna Llenas, I colori delle emozioni, Gribaudo

Un albo che è una sorpresa dopo l’altra; stupisce di continuo e continuamente attrae per la bellezza delle immagini. Anna llenas è una artista che nelle sue illustrazioni unisce più tecniche e più materiali, in un armonioso equilibrio. E colore, tanto colore, utilizzato in modo mirabile. Ogni pagina è dedicata a un colore, o meglio alle infinite sfumature di un determinato colore, e associato a una emozione. Un albo che si continuerebbe a sfogliare e risfogliare.

S. Donnia e D. de Monfreid, Mangerei volentieri un bambino, Babalibri

Un libro simpatico e divertente, ambientato in un luogo esotico. Un piccolo coccodrillo, icona del bambino viziato, si fissa di voler mangiare un bambino vero e proprio; i genitori lo invitano prima a crescere e mangiare cose più adatte alla sua età, ma il piccolo non ne vuole sapere. Così quando si trova di fronte a una bambina vera e propria, lui ancora troppo piccolo, finisce per essere trattato come un pupazzo. Dopo la figura ridicola fatta torna vergognandosi dalla famiglia, deciso a ascoltare i genitori per crescere e diventare grande come loro.

Eric Battut, La piccola nuvola bianca, Bohem

Questo libro di Eric Battut è un capolavoro dell’illustrazione. Ambientata in un cielo infuocato, dall’atmosfera vibrante e agitata, fatta di grandi e mosse pennellate di colori caldi (rossi, arancioni, e gialli) è la storia di una piccola nuvoletta bianca che cerca, inseguendolo, di rasserenare l’animo di un grande nuvolone nero inferocito (il temporale), e far tornare il sereno. L’animo semplice e gioioso del bambino placa il nervosismo dell’adulto.

Alessandra Cimatoribus, Quasi farfalle, Fatatrac

Sono atmosfere magiche quelle rappresentate a pastelli da Alessandra Cimatoribus in questo albo. Si susseguono una serie di figure femminili, diversissime tra loro eppure tutte distinte e tutte fatate, circondate da un’aurea incantata. Sono madri, balie, maghe, sorelle,… Un sottile simbolismo permette di entrare in simbiosi con le protagoniste, ascoltare le loro carezzevoli voci e le evocative melodie dei loro nidi.

Chiara Carrer, Il grande ploff, Fabbri editori

Con questo albo sono seriamente in imbarazzo: è meglio l’illustrazione o la storia rappresentata? Tecniche di vario genere, colori, matite, ritagli di giornale, sfumature, schizzi, abbozzi, e altri espedienti artistici si uniscono per narrare una vicenda che di base ha un concetto molto semplice: la paura spesso è frutto di una cosa che non si conosce, e nella maggior parte dei casi si scopre sia una sciocchezza. Un libro da leggere, ma al contempo e soprattutto un albo illustrato da ammirare.                                                                                                          

Maurice Sendak, Nel paese dei mostri selvaggi, Babalibri

Un altro capolavoro internazionale. Maurice Sendak è mondialmente riconosciuto nell’ambiente degli albi illustrati e non solo. Mi limito a segnalare questo libro (che non a caso è stato editato anche da Adelphi) e a far notare, tra le altre cose, il delicato surrealismo che lo attraverso, il tema del sogno e dell’inconscio, e la bellezza della fantasia.

Nicoletta Costa, Autunno con la nuvola Olga, Emme edizioni

Chiudo questo elenco con una eccellenza tutta italiana. Nicoletta Costa è conosciuta dagli adulti, e ancora di più amata dai bambini. Per le sue storie facili e chiare, semplici e immediate, caratterizzate da un disegno molto netto, dai contorni marcati e dalle forme piene, insomma, grazie a un linguaggio artistico appetibilissimo dai più piccoli e da storie molto comprensibili Costa è apprezzata, anzi apprezzatissima. E la nuvola Olga orami una icona dell’illustrazione dell’infanzia di casa nostra.

DP

SGUARDI MAGNETICI DALLE PROFONDITÀ MARINE. LA MOSTRA PERSONALE DI MARTA SESANA ALLA GALLERIA MILANESE DIMORA ARTICA

Passeggio tranquillamente per le vie di un quartiere appena fuori dal centro di Milano, e d’improvviso mi ritrovo assalito da un ammasso di sguardi, pare allucinati, folli; e comunque intensi, penetranti, taglienti. Stavo cercando Dimora Artica, piccola galleria che quel giorno inaugurava la mostra personale di Marta Sesana, Bassa marea, curata dalla galleria stessa e Deborah Maggiolo (dal 25 ottobre e visitabile fino al 21 novembre 2021), e senza accorgermene ne sono inghiottito.

Quegli sguardi magnetici e difformi che mi hanno richiamato all’interno della piccola stanza (tant’è la galleria) non sono quelli delle numerose persone arrivate anch’esse per l’inaugurazione, ma provengono dalle opere di Sesana, dai suoi soggetti incastonati l’uno nell’altro che affollano le tele, dall’atmosfera claustrofobica, in una sorta di horror vacui oceanico, abissale. Del resto, il mondo marino è solo un «pretesto», come fa notare la curatrice Maggiolo.

Quelli di Sesana sono luoghi immaginifici, mondi, anzi universi oscuri in cui all’interno si muovono strani esseri antropomorfi, dalle sembianze marine ma dalle espressioni anche sin troppo umane; da queste si scorgono tristezza, rabbia, inquietudine, solitudine, vaghezza, sorpresa, spavento, sgomento. Tutto raccolto in un clima sospeso e atemporale, di una immobilità metafisica.

Sono visioni chiare, limpide; rappresentate con grande lucidità mediante un linguaggio pittorico sapiente e personale, immediatamente riconoscibile. Una pittura caratterizzata dalla plasticità delle forme, chiaroscuri netti e luce vibrante.

Ero a conoscenza del talento di Marta Sesana, brianzola e classe 1981. Sapevo della sua arte, già definita da Camillo Langone «liquida» (Eccellenti  Pittori, Marsilio, 2013), del «dono della profondità di campo», della caparbietà nell’utilizzo di olio e tempera; tutte cose che le permettono di guadagnarsi la definizione di «Maga della Tridimensione» dallo stesso Langone.

Ma ancora di più trovandosele di fronte, queste tele di Sesana appaiono di una profondità disarmante, tangibile mi spingo a dire. Figure che sembrano di pongo (le stesse dei suoi modellini in das da cui parte) si staccano con forza dalla superficie e a loro modo comunicano. La terza dimensione – ottenuta non direi per prospettiva albertiana ma grazie alla luce alla maniera fiamminga – è un’illusione che si ripete di opera in opera.

Sono tele dai colori accesi, la cui tavolozza, osa Langone, «non ha nulla da invidiare a quella del Tintoretto»; anche se, per la levigatezza e la nitidezza di certe figura rispetto allo sfondo, mi viene da associarla più a Lorenzo Lotto.

La mostra è una visione frammentaria, spezzettata, di uno stesso luogo: è come essere immersi metaforicamente negli abissi di qualche oceano immaginario e fantastico e i quadri rappresentano gli oblò da cui si scorge questa gamma di terrificanti e al contempo buffi esseri; e, allo stesso modo del professor Aronnax a bordo del Nautilus, restarne estasiati.

E forse non sarei stato in grado di allestirla meglio, l’esposizione. Semplice e immediata: quadri appesi su superfici bianchissime, senza cartellini, spiegazioni o altre inutili ninnoli deconcentranti. La luce poi, fredda tendente al blu – artica, appunto –, che normalmente mi infastidisce, in questo contesto valorizza esaltandone il contenuto; e, per questa volta, mi è pure piaciuta.

Damiano Perini

AMINA PEDRINOLLA ARTISTA-FANCIULLA. STRATI DI CARTA E DI MEMORIA PER UN RITORNO ALL’IO BAMBINO

Conosco Amina Pedrinolla in modo del tutto fortuito, grazie alla mostra collettiva Origini, segni, percorsi curata da Roberta Bonazza e svoltasi al Forte superiore di Nago (TN) dall’ 11 settembre al 3 ottobre. Una mostra molto essenziale, concentrata e nel complesso semplice ma, ammetto, dotata di una grande forza espressiva, in grado di attrarre persino una persona pigra e distratta come me.

Uno dei motivi che mi portano a visitare questa mostra è il Forte di Nago, un edificio austero, rigoroso e massiccio; ma al contempo uno dei luoghi più strategici e suggestivi dell’Alto Garda perché costruito su uno sperone di roccia a un altitudine di circa 200 metri, che permette una vista sbalorditiva sul lago.  

L’altro è la scelta eclettica delle opere esposte dei quattro artisti (di origine locale) che mi permette di guardare in una volta sola e tutte assieme forme espressive diverse, in sale gravi, severe (dal tono militare, appunto) ma che ben si addicono a un’esposizione artistica; anzi, è come se fossero capaci  di intensificare le facoltà contemplative.

La mia attenzione cade subito sull’allestimento, squisitamente chiaro, pulito, incoraggiante. Le prime opere che incontro sono gli oggetti di Maria Grazia Staffieri,  posti di fronte come in una sorta di dialettica a quelli di Nicola Manfrini. Le forme sinuose e ireniche della prima combattono scherzosamente con quelle più nervose e aguzze del secondo, inquietanti aculei e minacciosi spuntoni.

Sono rapito poi dalla sala più estrema per via delle sculture lignee di Maurizio Lutterotti, pure illusioni pareidolitiche per le quali, in luogo di informi pezzi di ulivo vedo San Giuseppe, Cristi crocifissi e, soprattutto, una incredibile Maria Maddalena straziata dal dolore, che mi riporta a Bologna, davanti al Compianto di Nicolò dell’Arca.

Tra tutte queste opere, in uno spazio poco più ampio, respirano e si mostrano in pacata libertà i quadri di Amina Pedrinolla. Appoggiati a terra piuttosto che stesi su tavolini o appesi al muro, queste opere esprimono due stati d’animo opposti allo stesso tempo. Da una parte mi rasserenano e in un certo modo rassicurano, vedo gioia e armonia; dall’altra mi inquietano. Perché?

Mentre guardo più da vicino uno di quei quadretti mi si avvicina una signora che piano piano, quasi timidamente, prima si presenta e poi, incalzando, con una voce così soave e un linguaggio così fluido che non smetteresti di ascoltarla, si racconta. Lei è l’artista in questione, è lei Amina che leggo sul cartellino.

Mi parla dei suoi studi di architettura, del suo passato lavorativo nei circuiti museali, tutte cose ritrovo nei lavori che ho di fronte, e della recente professione di artista a tempo pieno. Col tempo, in particolare negli ultimi due anni, è riuscita a convalidare una particolare tecnica espressiva che unisce il collage al pennello, il ritaglio all’illustrazione, il disegno con squadra e riga alle sfumature indefinite del colore; il figurativo al materico.

Il progetto di Amina Pedrinolla per la libreria Piccoloblu di Rovereto (fonte: @libreria.piccoloblu)

Mi parla di “strati della memoria”, alludendo a quelle forme bidimensionali create grazie alla sovrapposizione di diversi ritagli di carta, ognuna delle quali possiede un ricordo, ossia rappresentano memorie di persone, date, luoghi, affetti. In altri termini sono pezzetti di vita passata fissati insieme per vivere continuamente nel presente.

È una ricerca continua a ritroso verso la fanciullezza, verso un Io-Bambino con il tempo dimenticato ma non demolito; verso colori e immagini di tanti anni fa, offuscati e ingrigiti, ma non dimenticati né perduti completamente.

Due sono i temi che l’artista propone in mostra. L’uno ha a che fare con l’intimità della casa, intesa come luogo abitativo (guardo i quadri di Pedrinolla e mi sembra di leggere Emanuele Coccia: “Una casa è un’intensità che cambia il nostro modo d’essere e quello di tutto ciò che fa parte del suo cerchio magico”, Filosofia della Casa, Einaudi, 2021), sia come pretesto, simbolo di convenzioni recepite solo dall’uomo adulto (la progettazione, lo schema, il blocco, il limite), concepite con la rigidità della riga perfetta; da far esplodere in colori e sfumature, creatività e immaginazione, illimitate per definizione.

Scatto dall’esposizione di Nago (fonte: @amina.memoriamateria)

L’altro soggetto, trattato con maggior attenzione e serietà, pur conservando una straordinaria tecnica artistica ludica e creativa, gioiosa e armonica (qui il contrasto, lo stesso effetto di spaesamento che provoca il David Lynch più inquietante, e penso a Rabbits, e a quell’atmosfera opprimente accompagnata da risate forzate da talk televisivi) è quella della donna indifesa, “violata” come mi dice l’artista stessa. Infatti i soggetti rappresentati sono ragazze (o bambine, o donne, non saprei, ma non credo cambi, quella rappresentata è la natura femminile) disegnate con tratto nervoso; e che non sono le modelle di Balthus né le ballerine di Degas, piuttosto la Marcella di Kirchner o che so, i ritratti di Tracey Emin o, in altra ottica, di Vanessa Beecroft.

Fotogramma da Rabbits di David Lynch

Ma questi corpi non hanno volto, sono rappresentati di schiena, oppure, se anche ci guardano, sono coperti da una maschera. Una maschera che l’artista mi dice di lupo, la cui ispirazione è dovuta a una vera e propria maschera simile a lei appartenuta; ma che mi ricordano con molto più disagio quelle dei personaggi di Lynch.

È solo un attimo, un piccolo istante di spaesamento; un gioco sottile che è tipico dell’arte, di tutte le arti, che solo l’artista compiuto riesce a evocare. Vedo poi una bella serie di puttini dipinti con tratto veloce e dalla sprezzatura notevole, e che mi riportano in un mondo più semplice, festoso, gaudioso.

DP

KIM DUPOND HOLDT AL PHOTOFESTIVAL 2021: BENE IL FOTOGRAFO DANESE, DA RIVEDERE LA CURATELA DI ROBERTO MUTTI

Palazzo Castiglioni a Milano è l’edificio che, dopo aver attraversato per il lungo quel angosciante Corso Venezia, mi distende l’animo. Ci voleva una facciata più ridente, morbida e creativa dopo quella lunga serie di finestroni asettici e austeri, timpani, colonnine e altri ninnoli lugubri in stile neoclassico. Sarà per quel simpaticissimo basamento fatto di pietra grezza che imita quasi una falesia rocciosa, per quegli oblò che lì son stati concepiti, quelle grate in ferro battuto sinuose che paiono mosse dal vento. Palazzo Castiglioni è un eccellente esempio di architettura Liberty a Milano, addirittura il “manifesto” di questa (leggo su qualche sito), e ideato dall’architetto Giuseppe Sommaruga agli inizi del Novecento.

Raggiungo questo edificio per la mostra del fotografo Kim Dupond Holdt, curata dal noto critico Roberto Mutti in occasione della sedicesima edizioni di Photofestival. La prima impressione è inquietante: l’edificio è sede di Confcommercio, e quel clima kafkiano di burocrati mi opprime, quel grigiore di stanze e di luci smunte mi spegne l’amor di poiesi, i portinai incravattati salutandomi con un perentorio “cosa cerca?” mi scoraggiano. Però ho fatto tanta strada quindi devo farmi forza.

Palazzo Castiglioni ospita diverse mostre di altri notevoli artisti; tra questi mi ispira parecchio Gabriele Tano e la sua personale Street Work: scatti strappati a azioni umane, tutte svolte su strada. Successivo a questo artista ritrovo, con brutta e strozzata sorpresa, Kim Dupond Holdt.

Dico brutta e strozzata certo non per i suoi lavori. Il fotografo danese infatti presenta una serie di sette dittici, quattordici lavori in tutto, in cui offre al pubblico milanese una epitome mirabile della sua ampia, anche se recente, produzione. Una coppia è dedicata ai tessuti, un sensuale zoom tra le linee fluttuanti di un panno grigio, dove la luce interagisce e crea un effetto conturbante. Due coppie di lavori sono pura geometria, linee rette e spigolose prese direttamente dall’architettura. I restanti otto lavori sono dedicati alla luce e al cromatismo, spesso acceso e folgorante, contrasti plastici che acquietano per un momento il mio fastidio. Molto bene, in sintesi, Dupond Holdt.

Ma queste opere perdono tutta la loro bellezza, tutto il loro significato se il contesto non è adatto. E la mostra di KDH, intitolata La sorpresa della luce e curata da Roberto Mutti, è collocata in un luogo completamente fuorviante.

Le quattordici riproduzioni sono disposte lungo un piccolo corridoio che sta nel mezzo di due scaloni; questi conducono al piano sotterraneo dell’edifico, dove c’è il bar per i dipendenti. Spazio piccolo, aperto e basso, che sa molto di ospedale. Mentre cerco di entrare in simbiosi con le opere, ossia con l’artista, mi giunge in continuazione il vocio degli impiegati incravattati, un sottofondo sonoro irritante in cui ogni tanto traspaiono frasi come “condizione inflazionistica” e altre formule a me incomprensibili.

Condizioni auditive pessime, quindi; e non solo per questo fatico a concentrarmi. Anche le altre regole museografiche/museologiche vengono meno: la luce è collocata al centro della coppia di quadri, ovvero nel punto distaccato delle fotografie, con un effetto distorto su queste. I cartellini con le informazioni sono appese troppo in basso, devo piegarmi eccessivamente facendo di conseguenza molta fatica a leggerle. Volendo, anche i quadri sono posizionati troppo in basso, ma questo dipende dall’altezza limitata dei pannelli (ricoperti con una moquette rosso-sporco non totalmente azzeccata).

Una sedia e un tavolino in ferro battuto (e dal sapore squisitamente Liberty) collocati all’inizio del percorso espositivo, dopo tutto, mi confortano; lì seduto osservo la mostra con sguardo mite, e penso a dove andrò a fare aperitivo.

Luciano Cardo

ELOGIO AL CASU MARTZU, BALUARDO DI RESISTENZA AL CONFORMISMO CULINARIO (E NON SOLO)

Mangiare il Casu Martzu è un’esperienza purtroppo che pochi hanno l’opportunità di provare, e che dovrebbe diventare consuetudine, una “merenda” (come mi fanno sognare), se non fosse per la sua persecuzione ingiusta e ingiustificata.

Prodotto desueto e rarissimo, difficilissimo da reperire ma non impossibile, il Casu Martzu (ossia “formaggio marcio” in sardo)  è forse tra gli ultimi baluardi di resistenza al conformismo culinario (e non solo) che sta uniformando e appiattendo il gusto delle nuove generazioni.

Non è cosa per chi è avvezzo a verdurine e hamburger di soia; ma non si addice nemmeno a chi mangia pollo e cotolette inscatolate del supermercato. È un cibo estremo e per i pochi che ancora apprezzano la gastronomia vera e diversificata delle varie regioni, soprattutto italiane, dotata di così tante sfumature che nemmeno si può averne una idea.

Il profumo è acre, pungente e dilagante e potrebbe allontanare una buona parte di persone; se tra queste poi qualcuno resistesse, si lascerebbe impressionare facilmente da tutte quelle mosche e larve incastonate come pois sulla superficie della forma.

Questo straordinario formaggio, infatti, normalmente pecorino, è il risultato dell’azione della cosiddetta piophila casei, ossia la mosca casearia: questa nel periodo favorevole della primavera e dell’estate depone le uova all’interno della forma; le larve che da esse fuoriescono trasformano, tramite enzimi particolari, la pasta casearia in morbidissima crema.

Il cibo a me non schifa mai, soprattutto se è così raro, soprattutto se rappresenta la secolare storia di un popolo (quello dei sardi) e di un Paese (il mio, l’Italia). Qui si incrociano la cultura all’aspetto sociale, l’antropologia alla gastronomia, la Bibbia (si legga il secondo libro di Samuele 17,29) al costume. Solo lo stolto può storcere il naso (e chiudere la bocca).

Mangio il Casu Martzu in modo a me non consueto, ovvero con parsimonia perché voglio godermi al palato ognuna delle mille sensazioni che mi esplodono in bocca a ogni imboccata. È una strana estasi quella che provo; poi subentra l’orgoglio patriottico, e poi la sazietà (è cibo piuttosto pesante).

Infine sono appagato: ho mangiato la storia e, insieme, la resistenza in forma culinaria all’uniformazione massificata del gusto.

DP

L’IDILLIO GARDESANO IN FORME PURE CHE MI RASSERENA . IL NEOSINTETISMO DI TIM CURTIN

Scopro per caso passeggiando – flâneur provinciale incorreggibile quale sono – una mostra ignota e nascosta, della durata di soli tre giorni, grazie a una locandina appesa maldestramente su un muro imbruttito. Un misero foglio A4 richiama la mia attenzione grazie all’immagine (si veda David Freedberg), in particolare ai suoi colori e alle sue forme che scorgo, con grande distrazione, nella parte alta della paginetta. Nel basso leggo la scritta “Lago di Garda: linee e luce/ Dipinti di Tim Curtin/ 3-6 agosto 2021/ Chiostro di San Francesco Via Roma 47 Gargnano (BS)”.

Il titolo è bruttissimo e capisco che la mostra non è curata da nessuno: il pittore ha scelto in fretta due parole di circostanza, giusto per dare un titolo. Il quadro che vedo rappresentato però mi incuriosisce, anzi mi rapisce, e questa mostra non posso assolutamente perdermela.

Quindi accolgo l’invito; il chiostro medievale in cui l’esposizione è organizzata è il luogo ideale, per la sua pace idilliaca, la frescura nonostante le alte temperature estive, la chiusura ai passanti fastidiosi esterni. Passeggio attorno al quadrato costeggiando colonnine e archi da una parte e graziosissimi quadretti dall’altra. Li passo in rassegna uno per uno, senza fretta; con gustosa passione mi lascio trasportare dal senso di benessere che questi mi donano.

Di base antinaturalistico , simbolista e lievemente neoplastico questo pittore – che parla un italiano sincopato misto a inglese che, presumo, sia sua lingua madre – riporta su piccole tavole o carta una visione filtrata e astratta del Lago di Garda. Queste sono “Viste”, come ricorre spesso nei titoli, panorami osservati da un ideale punto (impossibile da identificare), dove si notato in pure forme essenziali e geometriche: barchette a vela, montagne, casette, cipressi; e questi elementi sono sospesi come per magia tra un infinito quieto lago e un immobile cielo.

Queste opere sono ireniche, ossia ispirano pace, serenità, tranquillità. La luce endogena è calda e ferma; il mondo gardesano è come sotto qualche incantesimo. Aiutano i colori, che sono nitidi e puri anch’essi, lasciati con tocco anonimo (sono, esse, campiture monocrome, come tasselli a cloisonné).

Li passo in rassegna tutti, dicevo, questi quadri e quadretti, e vedo il Garda senza folle di turisti in preda all’ansia e alla frenesia di correre chissà dove, questo mi rincuora ancor di più. Siamo in agosto: attendo settembre.

Una sezione è dedicata a delle signorine, molto graziose: rivedo certi quadri del primo Gauguin: l’esotico, il primitivista. Pose di scorcio, sagome che allo stesso tempo dicono e non dicono, queste ragazze sono avvenenti e ammiccano.  Lo spazio in cui sono rappresentate è appena citato, il linguaggio è bidimensionale, il simbolo è di fondo.

Pensando a Emile Bernard, il grande, grandissimo Emile Bernard, e sulla scorta di quei inimitabili pittori della scuola di Pont-Aven, senza dubbi dichiaro questo artista Tim Curtin un “neo-sintetista”. Mi cullo e sogno con queste piccoli ma illimitate visioni del mio Garda, con la speranza di approfondire meglio un giorno questo pittore dall’origine per me, ancora, ignota.

Damiano Perini

ALLA BORIA (E AL FINTO PAUPERISMO) DEGLI ARTISTI GIOVANI PREFERISCO L’UMILTÀ (E LA SCHIETTA VENALITÀ) DI SEVERO SCALVINI

Non sono mai andati così d’accordo, l’umiltà e la venalità, come nella figura artistica di Severo Scalvini. Troppi ne vedo e fortunatamente pochi ne conosco di artisti giovani, cosiddetti emergenti, che al primo passo buono, alla prima mostra buona, alle prime tre righe su qualche megazine online o catalogo-mattone buone perdono la testa e si trastullano in un Olimpo (tutto loro, chiaro).

Non mi era mai balzata così nitida l’immagine di questi nuovi giovani (magari anche simpatici) che spavaldi si pavoneggiano con falsa modestia, con sprezzatura scimmiottata, che pitturano o creano arte solo seguendo il loro “sentire interiore” e altre balle simili (e vendendo poi quadri a prezzi spropositati); non mi era mai balzata così nitida quest’immagine, fino all’incontro con Severo Scalvini, pittore esimio e di lunga data, caratterizzato da un linguaggio provinciale e notevolmente identificabile.

Lo incontro in una pizzetta desolata di un borgo gardesano, in un pieno pomeriggio estivo, con un calore tremendo (l’ora di Pan direbbe il classicista). Classe 1939, Scalvini è nato a Sabbio Chiese in Valsabbia (provincia di Brescia), e residente oggi a Bovezzo con sua moglie, dove ha pure il laboratorio. Ottantaduenne gagliardo, dai pantaloni lunghi e la camicia a mezze maniche a quadretti, ricambia il mio ossequio sorridendomi e allo stesso tempo asciugandosi con un fazzoletto il sudore dalla fronte; uguale la sua signora, distinta e seduta al suo fianco.

Modi di fare molto umili e alla mano, si capisce che non viene da Milano ma da qualche paesino periferico; e ciò non lo nasconde, e nemmeno lo enfatizza: semplicemente se ne frega. Comincia a dipingere a 13 anni, formazione autodidatta e carriera da venditore in ogni o quasi mercatino o esposizione (anche di località sconosciute e dimenticate) del Nord Italia. È il pittore meno snob che abbia conosciuto sinora: dà attenzione a tutto e a tutti. È, altresì, il pittore meno retorico che abbia mai conosciuto: pratico, schietto, diretto; le sue opere sono quelle, cambiano di forma magari (orizzontali piuttosto che verticali o quadrate), ma hanno da decenni lo stesso identico soggetto.

Lavora tantissimo nonostante l’età, produce al mese un numero esagerato di quadri, probabilmente in serie, ricordandomi una cosa fondamentale: l’artista fa arte anche per vendere. Non  si nasconde dietro un dito, Scalvini, non ha bisogno di cazzate pauperiste per dare di sé l’immagine dell’artista illuminato da chissà quale divinità. Di quadri ne fa tanti, alcuni magari anche freddi e frettolosi; ma la richiesta è alta, si vende molto, e questa è l’unica soluzione. Severo Scalvini è discreto e mirabilmente modesto; epperò allo stesso tempo è dotato di una sana e aggraziata venalità, direi molto realista.

Per una semplice chiacchierata sono omaggiato di un suo quadretto. Il soggetto, il carattere e lo stile sono inequivocabili. Ci sono casette affastellate in un luogo ideale, immaginario e immaginifico, che viene dalla fiaba, dai sogni. Un luogo isolato dal mondo, anzi questo è il mondo stesso; una luna irraggia una fievole luce, due paesani – vestiti da montanari o contadini – tornano verso casa. Il tutto è avvolto da un silenzio attutito dalla neve, da una quiete armonica che solo i paesini di provincia possono raggiungere. Pare un presepe, un locus amoenus in versione bresciana; s’intuisce il freddo dell’inverno e dalla luce calda che esce dalle finestrelle il bisogno d’intimità domestica.

Il linguaggio artistico è semplice e riconoscibile: grandi linee spesse e nere delimitano le figure, così che mi ricordano Ottorino Garosio, eccellente pittore, anche lui originario della Valsabbia. E di Garosio vedo anche certi temi. Mentre invece l’atmosfera e la cromia – con quella capacità di evocare un mondo magico, surreale e sospeso –  mi fanno venire in mente il grande illustratore Guillermo Mordillo.

Non mi sentirò più a disagio nei soleggiati e caldi pomeriggi estivi; mi basterò dare un’occhiata al quadretto che Scalvini mi ha gentilmente offerto per ritrovarmi di fianco al fuoco a bere vino, mentre il cotechino  cuoce in padella e fuori la neve cade.

Damiano Perini

LA CAMERIERA LEZIOSAMENTE PROFUMATA NUOCE AL COMMENSALE

Sarà per un’eccessiva sensibilità di chi scrive: ma se al ristorante sono servito (il termine è gergo, pace per i politicamente corretti) da una cameriera mirabilmente e soavemente profumata, la mia cena è rovinata. E si pensi se la cameriera è pure avvenente e imbevuta del miglior profumo che a una ragazza si possa regalare!

Scrive Lorenzo Villanesi, il grande profumiere demiurgo, che “una fragranza… è un mondo fatto di visioni, emozioni, immagini e ricordi altrimenti difficilmente definibili, mai veramente traducibili, indecifrabili”. Il profumo crea “mondi e visioni sempre nuove, accompagnate da una profonda carica emozionale e di sensualità” (G. Squillace, Il profumo nel mondo antico, Olschki eidtore, 2020).

Io sono facilmente vulnerabile, e così, se sono al tavolo e per giunta di un notevole ristorante e la cameriera è avvolta da un aroma lezioso e provocante, la mia attenzione è confusa, ridotta, deviata dal sublime profumo prima (e, eventualmente, dalle seducenti forme poi). Non riesco a apprezzare appieno le prelibatezze che ho nel piatto; il vino “respira” (rubo il termine a Luigi Moio), provo a inalare e non sento nulla, assuefatto da chi mi ha servito.

Tanto valeva un panino d’asporto: meno carica emozionale, ma più libidine per il palato.

Luciano Cardo

Nella foto: Shelly Johnson (Mädchen Amick ) nella serie televisiva I segreti di Twin Peaks, David Lynch

DI NATURA, DIO E AMORE. DAMIANO PERINI INTERVISTA MARCO ANDREIS

Giornata tranquilla e soleggiata nel verde della campagna gardesana. Il dolce tepore tipico del luogo, nonostante l’estate, rasserena e favorisce il dialogo. Damiano Perini e Marco Andreis, pascendosi con tabacco e vino Rosa Valtenesi – il vino edonistico per eccellenza – chiacchierano del più e del meno durante un normale aperitivo mattutino. Tra i tanti argomenti si tocca quello della poesia. Si riporta di seguito un estratto di quanto discusso.

Damiano. Sono cresciuto con Marco Andreis; lo conoscevo appassionato di fumo lento, amante dell’arte e artista. Scoprirlo anche poeta è stata una sorpresa.  Marco, la tua prima pubblicazione di poesie è avvenuta molto recentemente (2020); come e quando nasce questa tua vena lirica?

Marco. Devo dire che, come per quanto riguarda la pittura, il fare poesia nasce in me in modo spontaneo: non sono stato io a cercare la poesia ma mi piace pensare che sia stata lei a trovarmi, soprattutto a trovarmi pronto per accoglierla. Credo che la poesia sia – almeno per quanto mi riguarda – più complessa in termini d’esecuzione della pittura e quindi mi serviva forse una maggiore consapevolezza di me stesso, una maggiore maturazione per mettere in atto la composizione poetica. Nel 2016 ho scritto la mia prima poesia.

D. Nelle tue due raccolte molte immagini si ricollegano alla natura: si parla di fiori, campagna, fronde e alberi, nubi, con uno sguardo accorto verso la maestosità celeste e in particolare del sole. Piace la natura in quanto se stessa, oppure è un modo di manifestare meraviglie nei confronti del Creato? C’è un rimando allegorico oppure è la Bellezza in sé a colpirti?

M. Il rimando allegorico è molto presente nelle mie poesie ma non in tutti i componimenti; mi capita spesso di cogliere aspetti della natura che mi deviano il pensiero su concetti più universali, domande alle quali non è possibile dare una risposta in modo razionale. Di fronte a questi pensieri non mi resta che estrarre penna e taccuino e ricamare una composizione. Credo che sia logico pensare che Bellezza e Creazione vadano di pari passo.

D. Nonostante molte poesie trasmettano luce, lo stato d’animo nell’insieme operistico è piuttosto malinconico. Corrisponde effettivamente al carattere del poeta? L’amore per le stagioni fredde, autunno e inverno, rappresentano il bisogno di intimità e solitudine in un mondo frenetico e confuso?

M. Le mie poesie tendono a trasmettere ciò che sono e ciò che provo nel momento in cui vengono scritte. Per fortuna – o almeno io la ritengo tale – il mio carattere è in continuo mutamento e è proprio per questo che tendo a cercare momenti di solitudine e di riflessione, attimi nei quali trovo il poetare più fluido e armonioso. La solitudine è da sempre stata compagna fedele dei pensatori, dei filosofi e dei poeti, quindi ritengo necessario che ci si debba regalare alcuni attimi di isolamento dal mondo – diventato decisamente troppo caotico.

D. Come nascono le tue poesie? Dalla tranquillità solitaria o dal turbinio quotidiano cittadino? Noto che termini come “lentezza”, “attesa”, oppure “pensare”, “meditare”, etc. si collegano tra una composizione e l’altra.

M. La meditazione e la riflessione, anche sulle situazioni più scontate, sono necessarie per riuscire a creare qualcosa che abbia in sé un significato profondo. Riuscire a isolarsi e innalzarsi al di sopra della realtà è fondamentale per creare una sorta di pensiero filosofico e quindi riuscire a vedere al di là della pura e semplice materialità delle cose – mi viene in mente Fontana con i suoi squarci nelle tele.

D. Alla base delle tue composizioni c’è la religione. Quanto conta per te Dio nella tua arte?

M. Per quanto mi riguarda credo che la Bellezza non possa esistere se non ci fosse stato un Creatore a donarla al mondo. Dio è presente nella mia vita e forse, a mio modo, penso che fare arte sia una sorta di ringraziamento per rendere onore alla magnificenza delle sue creazioni. Molti artisti – contemporanei e non – ritengono che l’essere legati a una religione possa essere d’intralcio alla libertà del loro pensiero: io personalmente credo che Dio non sia una restrizione di vedute, anzi, credo che sia un punto all’infinito raggiungibile solo mediante la Bellezza.

D. Un tema che affronti in modo magistrale e in modo cristiano è la morte; perché? Sembra quasi tu voglia cercare di convincere il tuo pubblico a accettare questa inevitabile meta. Un pubblico che ogni giorno combatte invece con la chimera dell’immortalità.

M. In effetti la morte è un argomento che mi affascina particolarmente e che mi fa capire che ciò che siamo è una condizione precaria e fragile. La società di oggi non fa più caso alla morte e vive alla giornata, schiava di una frenesia malsana che toglie il tempo per riflettere sulla propria vita. Essendo cattolico, la morte, la vedo più come un punto di ripartenza, una rampa di lancio per l’anima e non come il superficiale degrado del corpo.

D. Nel tuo ultimo libro, edito da Eretica, conto 19 volto la parola “anima” su un totale di 32 poesie. In un Occidente sempre più materialista è raro riscontrare persone, per lo più giovani, pascersi con questo termine ineffabile e carico di significati come pochi. Cosa rappresenta l’anima per te?

M. L’anima. Bella domanda! Credo che l’anima sia quella luce che in noi va alimentata affinché la nostra vita non diventi un lascivo sopravvivere. Un modo che ho di alimentare questa luce è lo scrivere poesia, il comporre attraverso le parole dei veri e propri quadri. Penso anch’io che le persone, in questa società, attente alla cura della propria anima siano rimaste ben poche ed è per questo che provo un forte senso di inappartenenza a questo mondo.

D. L’amore, e in particolare Vera, è uno dei temi più approfonditi dalla tua poesia. Cosa rappresenta lei nella tua vita di artista e poeta? Si può dire che tua moglie sia la tua musa?

M. Assolutamente sì, Vera si può considerare mia musa, come lo erano Laura per Petrarca e Beatrice per Dante, ma anche Drusilla Tanzi per Montale. Vera è per me sia una musa reale, in carne e ossa, sia una musa eterea, sublime, la Poesia stessa, infatti nei miei componimenti si intuisce che lei è la mia compagna di vita, la mano alla quale si stringe la mia, ma allo stesso tempo è anche la mia ancora di salvezza e il mio conforto. Se posso concludere con una citazione, leggo una quartina dell’Alfieri tratta da Rime varie e la dedico a mia moglie:

“O di gentil costume unico esempio,

d’ogni alto mio pensier cagione e donna,

del lasso viver mio sola colonna;

di celestial virtude in terra tempio:

[…]”

POESIA COME ATTO TEURGICO: LA NUOVA RACCOLTA DI MARCO ANDREIS È UN INNO ALL’ANIMA E UN’INVOCAZIONE A DIO

Ho letto la prima raccolta di poesie di Marco Andreis, e quindi so che la sua seconda pubblicazione ha bisogno di un posto adeguato per la lettura. Il primo libro edito da Marco Serra Tarantola (Poesie. Raccolta di Versi alla Natura, all’Amore e agl’Intimi Pensieri, Brescia, 2020) è un libro dallo sfondo edonistico, dove si parla di natura, di bellezza e di amore, e in cui i sentimenti dell’autore si aprono per la prima volta pubblicamente.

Devo aspettarmi un degno prosieguo, anzi me lo aspetto proprio: allora voglia pace, natura, godimento e idillio attorno a me; non voglio schiamazzi, caos, cicalecci, o altre futilità. Il nome del nuovo editore mi spaventa, ma Andreis è mio amico e devo farmi forza; così una mattina trovo il tempo di dedicarmi al pregevole libricino, questa volta edito, appunto, da Eretica (Tra la luce e gli abissi. Alla ricerca dei frammenti dell’anima, Salerno, 2021), che smentisce i miei timori già a partire dalla copertina: di cartoncino, colore rosso carminio vibrante, e dalla grafica pulitissima. La carta delle pagine è confortante già al tatto e l’impaginazione (cioè font e gabbia di stampa) invoglia la lettura.

L’ambiente che ho scelto è perfetto. Sono immerso nel verde di un parco gardesano,  il fiume scorre poco più in basso di me, il sole splende, il vento soffia a colpi, rinfresca me e smuove le foglie. È tutto un fruscio, un concerto naturale che ritrovo, scorrendo – e con mia grande sorpresa – , nell’Andreis che non conoscevo. Sono versi molto più profondi rispetto ai precedenti, l’autore si dimostra più maturo, completo; la lingua è più scorrevole, precisa, addomesticata. Allo stesso tempo il contenuto è più profondo, enigmatico, spirituale. Mi aspettavo di godere, e mi ritrovo invece a meditare.

Eppure avrei dovuto capirlo subito dal sottotitolo, ma sono accidioso spesso e volentieri, e questo è uno dei tanti casi. Poco male: lo stupore stimola la concentrazione, cosa di cui ho bisogno.  

Il libro si apre con elogi alla Creazione: citando la primula, la surfinia, l’ edera, si ringrazia il sole per il suo calore e il tepore che elargisce in primavera. Gli sguardi dell’autore sono rivolti continuamente all’alto e al basso, al cielo e alla terra, e rappresentano un contrasto, quasi dualismo tra luce e ombra, chiaro e scuro. Sono bucoliche alcune visioni, come quella dei Colli Senesi, in cui Andreis (che qui dimostra a parole anche l’altra sua inclinazione artistica, ossia la pittura) rende gloria al lavoro di contadini, con dei versi che sono pennellate nitide e ben stese.

Lo stato d’animo è però dolcemente e felicemente decadente e malinconico, come di una strana accettazione del tempo in cui vive (= isterico e frenetico). Marco ama l’autunno e l’inverno, non tanto per il clima in sé, ma per l’atmosfera che da esso consegue. In queste stagioni i “ritmi calano”: urge lentezza, silenzio, docilità; c’è bisogno di attese, di sospensione, di latenza: per pensare e ripensare, amare e godere. In M’illumino di speranza scrive: “è necessario il silenzio nella mia vita rumorosa”, e questo per “rimanere assorto”, “rimanere sul ciglio”, e approfittarsi di quella “inutilità che lo circonda” (p. 21). Un suggerimento, forse, o un bisogno imprescindibile.

Un altro grande tema, affrontato con mirabile schiettezza, è quella della morte, e in particolare della necessità di accettarla. “Sembra che in questo luogo… non sappiamo che altro esiste dopo una fine”; e ancora “rimaniamo avvolti dal gelido grido della morte, ma felici d’esser stati…” La poesia continua ma è tutto in più. La frase è perentoria e bastino queste due parole: esser-stati ( e si legga San Paolo).

Nei versi di Anima Pellegrina (p. 28) è Baudelaire redivivo che scrive: passeggia, non per le strade di Parigi ma di Brescia; non è un cigno ma un gatto randagio; non invoca le muse (qualora ne avesse avute) ma Dio.  E sempre a Dio Andreis porge la mano (L’immensità, p. 29) “abbagliato da celesti lumi” nonostante il buio tremendo della notte. In questa raccolta il poeta e artista si dichiara apertamente: cattolico coraggioso e orgoglioso. In un mondo ormai pagano e confuso, in cui si crede in niente e in tutto, lui, Andreis, ha le idee chiare, anzi chiarissime: il suo Dio è uno solo e a lui è rivolta l’invocazione che come un filo d’Arianna attraversa, poesia dopo poesia, verso dopo verso, parola dopo parola, tutta l’opera. Un’opera che ha tutta l’aria di un mero atto teurgico, in cui la magia però, qui, è limpida poesia.

Non trovo quindi strano che la parola più utilizzata in assoluto (conto il termine 19 volte su 32 poesie) sia “anima”. L’anima è la sua “Compagna” (p. 43), “anima mia” la sua invocazione prediletta: scruta se stesso Marco Andreis e vede una realtà altra, la conosce e la comprende. Per questo è autore appagato e appagante, per questo ci trasmette serenità e conforto. Ma anche, con tutte quelle parole, silenzio.  

Rüdiger Schildknapp