QUEL CONDIZIONALE ALLA FINE… “FIESTA” DI HEMINGWAY È UN ROMANZO D’AMORE. Le bevute e le mangiate, le risse e il sangue sono solo una cornice ben lavorata. Qualche considerazione

E sì che mi aveva lasciato subito perplesso quel sottotitolo tra parentesi, The sun also rises, Il sole sorgerà ancora, che di seguito al Fiesta del titolo mi suonava quasi come un’invocazione incoraggiante, un po’ come a dire ‘dài! su col morale, ché la ruota gira per tutti, vedrai che domani andrà meglio’. Sì, ma quando arriva quel domani, e sempre se arriva? Solo alla fine, solo quando tutto sembra volgersi verso una conclusione accondiscendente ci si vede chiaro, c’ho visto chiaro, una possibilità, come dire, altra. Ma vado con ordine.

Fiesta, il primo romanzo di Hemingway pubblicato nel 1926, parla delle avventure di un gruppo di americani, scrittori giornalisti artisti (veri o sedicenti che essi siano) sognatori di un’Europa mitologica centro del mondo, che vivono come viveur nella Parigi del Dopoguerra. Tra questi spiccano Jake, il narratore e alter ego di Hemingway (il paciere del gruppo, il saggio, l’imperturbabile, quello a cui tutti chiedono conforto e confidenza), Robert Cohn (ebreo di famiglia ricca, ex pugile, scrittore senza successo, sornione e farisaico), Bill (giornalista e amico leale di Jake), Mike (spendaccione inguaribile e sempre in debito con chiunque, alcolizzato e fallito consapevole, irascibile e impulsivo).

E poi Brett, l’irraggiungibile e imprendibile Brett Ashley, la protagonista vera del libro. Una ragazza di trentaquattro anni, capelli corti (non lo dice Hemingway, figurarsi: magistrale nel non-detto, l’autore ce lo fa supporre, “mi voleva coi capelli lunghi…”, le parole che le mette in bocca nel finale), sagace e intelligente seppur per niente colta, dalla bellezza accesa e dal fascino ancora luminoso dato dal suo essere emancipato, indipendente e intraprendente. Istintiva e piuttosto aperta al mondo, sincera sempre, nonostante tutto. Carattere irrequieto però, che le costa e le costerà molto (e molte, troppe sbronze).

Le vicende si svolgono in sostanza a Parigi come una sorta di prologo, a Burguete, paese nei Pirenei al confine con la Francia dove Jake va a pescare (grande passione di Hemingway) nel fiume Irati, a Pamplona – le cui vicende rappresentano il cuore del romanzo – e infine Madrid, epilogo commovente (mi si perdoni il parziale spoiler).

A Pamplona, dicevo, apparentemente accade tutto, apparentemente – ripeto – si svolge la vicenda del libro. Qui infatti il gruppetto si è radunato per la fiesta, ossia la festa di San Firmino. Una festa di origine medievale e della durata di una settimana in cui si alternano (o sovrappongono) giorno e notte danze e balli, bevute e mangiate, fuochi d’artificio e razzi, messe e corse di tori (encierro) e corrida nella Plaza de toros.

Goya, Tauromachia

Troppo bravo a raccontare Hemingway, in primo luogo per la sua prosa. Dalla scrittura essenziale, senza fronzoli, “asciutta”, frutto della “semplicità sintattica del parlato, della scelta di un vocabolario quotidiano, di un’aggettivazione ridotta al minimo e di un enorme pudore nel controllare le effusioni emotive e la vaghezza del simbolismo” (Ettore Capriolo, di cui leggo la traduzione per Mondadori). Frasi secche, insomma. Che fonda con l’immediatezza della prosa giornalistica, a una forma breve e incisiva del racconto. Scrive Palumbo Mosca (Domenica del Sole 24 Ore, 23 giugno 2024, recensendo un libro di Matteo Nucci su Hemingway): “è l’onestà di uno stile che si vuole semplice e serio, che evita – frivolezza e vanità dello scrittore – l’inutile preziosismo per mostrare le cose della sua tonalità emotiva e senza tempo. La prosa – il motto hemingwayano è memorabile – è ‘architettura, non decorazione di interni’”.

Edizione Mondadori

Troppo bravo  a raccontare, Hemingway, in secondo luogo per la sua personalissima capacità di mescolare l’autobiografia ai racconti. “Lo scrittore e l’uomo finiscono inevitabilmente per confondersi con la mitologia di sé” (sempre Capriolo). E quanto Hemingway in Fiesta! C’è quasi tutto. Per l’appunto: l’appassionato di toreri e corride: “Non c’è nessuno che viva la propria vita fino in fondo, a parte i toreri”; il credente dubbioso: “Mi inginocchiai e mi misi a pregare per quelli che mi vennero in mente… e me stesso, e per tutti i toreri, separatamente per quelli che mi piacevano e genericamente per gli altri, poi pregai di nuovo per me”;  il moderato edonista: “Godersi la vita significava imparare a spendere bene i propri soldi e sapere quando ci si era riusciti”; il filosofo stoico e mite: “Non m’importava che cosa fosse il mondo. Volevo soltanto sapere come viverci. Forse, se scoprivi come viverci, imparavi anche che cos’era”, e ancora: “Tutti si comportano male, basta dargli un’occasione”; L’amante della caccia (legge Memorie di un cacciatore di Turgenev da ubriaco, per evitare che tutto gli giri intorno!); l’esperto bevitore: “Il mondo aveva smesso di ruotare. Era solo assai limpido e luminoso, con una certa tendenza ad appannarsi sui margini”.

Pamplona, Festa di San Firmino

Grazie a questi elementi tu ci sei dentro in quella Fiesta, li senti vivi quei rumori, le vedi quelle danze, quel caos quella confusione latente e inarrestabile e tutto gira va all’impazzata non si ferma, è come se una serie di fotogrammi si susseguissero senza fermarsi, flash di immagini ripetute a metronomo di vino, carne, risse, abbracci, incornate. Hemingway te lo fa vivere il dolore dei tori mentre le spade gli trafiggono il collo, ti fa sentire la fatica dei toreri e l’euforia della folla, l’esaltazione, l’esagitazione dei tanti partecipanti. Ti fa sentire uno di quelli. Viva è l’inimicizia tra il furbesco Cohn, innamorato illuso di Brett, e Mike, suo futuro ipotetico sposo. E la disperazione crescente di Brett per l’amore verso il torero più forte, Pedro Romero, una caduta nel baratro autoindotta, consapevole, prefigurata.

Pamplona, Festa di San Firmino

Grazie a questi elementi certo, la prosa e l’autobiografia. Sì, a parte che la lingua (inglese) lo aiuta molto per come è fatta. E poi le cose migliori comunque ce le nasconde, ce le fa intendere senza doverle scrivere, ci fa arrivare per intuizione; anzi nemmeno, ce le stampa proprio in faccia, a essere un po’ accorti. Come nel caso che ho ricordato dei capelli di Brett.

È quella tecnica che Capriolo chiama “tecnica dell’iceberg”, per cui “alla parte visibile del testo corrisponde un’enorme base che resta sommersa e che sta al lettore scoprire”. Concluso il libro, ho compreso. Nell’epilogo infatti, mi puzzava qualcosa. Troppa falso l’abbandono di Jake; troppo insofferente nel suo fervore, Brett. E pensare che gli indizi c’erano già dall’inizio, “Mi guardava negli occhi con quel suo modo di guardare che ti induceva a chiederti se davvero vedeva qualcosa con quegli occhi”, osservava a Parigi Jake.

Pamplona, Festa di San Firmino
Pamplona, Festa di San Firmino

Poi nell’apparente (ancora) confort zone di qualche albergo di lusso, un fulmine a ciel sereno: “Il punto era questo. Spedire via una ragazza con un uomo. Presentarla a un altro uomo perché partisse con lui. E adesso andare a riprenderla. E concludere il telegramma con un affettuosamente”, e conclude, “Ma andava benissimo così”.

Ecco che allora la storia si fa più chiara: ordito dentro un racconto di sangue e violenza, virilità, pesca, mangiate pantagrueliche, bevute orgiastiche, vaneggiamenti da ubriachi, pugni e parolacce, introduzione alla tauromachia, si cela un perfetto romanzo non-romanzo d’amore. Un amore appassionato, cercato e al contempo respinto da entrambi, in cui uomo e donna si cercano quando sono distanti e si allontano non appena si toccano, e così in un moto perpetuo. Un amore impossibile, ucronico, di un mondo parallelo, quello tra Brett e Jake. Fatto di bacetti strappati, nervosi, di malinconia e apprensione, di addii ripensamenti e pentimenti, aspettando un domani, quel domani che chissà.

Zeffirelli – Timothée Chalamet – e Juliette – Lyna Khoudri – in The French Dispatch, di Wes Anderson, 2021

Ma poi si può esserne certi? In fondo Hemingway non dice nulla. Eppure, quel condizionale alla fine…

Luciano Cardo

(Immagine di copertina: Zeffirelli – Timothée Chalamet – e Juliette – Lyna Khoudri – in The French Dispatch, di Wes Anderson, 2021. Chi si chieda il perché vada a vedersi il film, subito)

C’È UN’ARTE SILENZIOSA CHE RIPOSA NEGLI ALBI PER L’INFANZIA. UNA BREVE LISTA DEI MIEI PREFERITI

Leggo gli albi per l’infanzia non tanto per rimaner bambino, piuttosto perché l’arte che si cela e allo stesso tempo si rivela all’interno di essi mi soddisfa molto meglio che certa contemporay art, o presunta tale, che viene propagandata dalle riviste di settore odierne.

Negli albi è presente una mirabile armonia tra design, letteratura, illustrazione, fantasia, richiami alla storia dell’arte e al contempo alla vita attuale; con un linguaggio semplice e estremamente immediato, i migliori autori del genere ci presentano – illuminandoci – concetti complessissimi, dai quali filosofi e professoroni hanno riempito volumi interi senza cavarne un ragno dal buco.

“Come una scatola nera, il libro dell’infanzia si impregna di memoria olfattiva, visiva e tattile ma soprattutto relazionale, di atmosfera, nel segreto incontro solitario o più spesso condiviso, appagante o sfuggente ma raramente poco significativo” – scrive Marcella Terrusi, in un libro fondamentale per gli amanti e gli studiosi dell’argomento (Albi illustrati, Carocci editore, 2012).

Gli albi per l’infanzia servono, tra le altre cose, per educare allo sguardo i più piccoli, e a fargli scoprire un passo alla volta il mondo in cui vivono attraverso metafore. È una continua sorpresa, pagina dopo pagina, albo dopo albo. Scrive la stessa Terrusi: “nello stupore e nella meraviglia per ogni scintilla creativa che spinge a seguire il desiderio della scoperta, nascono da questo territorio nuove narrazioni del mondo, ipotesi conoscitive, strade e immagini per il nostro esercizio di senso […].”

Gli albi sono un luogo incantato dove si celebra la libertà espressiva, aperti a ogni possibile interpretazione, e – non per ultimo – spazio per “la sperimentazione dell’‘ideale estetico’ volto a smascherare le diverse forme di abbruttimento della nostra società e le sue degenerazioni, tra cui la reificazione della fantasia e i sottili meccanismi di alienazione collettiva.”

Gli autori degli albi sono artisti di talento, geni adulti che hanno saputo conservare la gioia infantile, lucidi analisti che trasformano la realtà in immaginazione con un tocco, comunicandola, anzi trasportandola attraverso simboli ai bambini. “Comunicare per simboli non è meno importante che comunicare per parole. Qualche volta è il solo modo di comunicare con il bambino”, ha scritto anni fa Gianni Rodari (Grammatica della fantasia, 1973).

In sostanza è un tripudio di bellezza e di estetica, da cui io non sono esente. Tra i numerosi albi che mi hanno colpito (ne ho letti molti) mi limito di seguito a elencarne solo qualcuno, non necessariamente dei più significativi.

Iela ed Enzo Mari, La mela e la farfalla, Emme edizioni

Enzo Mari è stato uno dei più formidabili designer italiani del secondo Novecento; e questo libricino, scritto insieme alla moglie Iela, ne è la prova. Grande essenzialità, pulizia e immediatezza: qualche sagoma netta e dai colori squillanti, pieni e monocromi (pare acheropiti, ossia non toccati di mano d’uomo) composti in una sequenza narrativa breve quanto intensa, bastano a raccontare la storia di un piccolo bruco che diventa farfalla. Il luogo in cui è ambientata la storia è un albero di mela, l’accenno di qualche ramo e il profilo di una mela sono sufficienti a aprire nella mente un mondo intero. Tale è il design; e tale la maestria dei Mari che con il niente trasmettono il tutto.

Leo Lionni, Piccolo blu e piccolo giallo, Babalibri

Se la genialità la si riconosce dai gesti estremamente piccoli, Leo Lionni è sicuramente una delle persone più intelligenti del Novecento insieme a Duchamp e Piero Manzoni. In questo libro, pervaso da una grazia mirabile, composto da poche macchie di colore si succede la storia di due amici (blu e giallo). Dapprima tristi perché lasciati soli in casa dai genitori, si trovano poi a giocare di nascosto. Le felicità e il coinvolgimento è tale che i due si fondono (trasformandosi in verde!). Il divertimento infantile è il tema dell’albo di Lionni, insieme a una prima educazione al mondo dei colori.

Eric Carle, Il piccolo Bruco Maisazio, Mondadori

Eric Carle è una leggenda dell’illustrazione per l’infanzia. Morto a 91 anni nel maggio del 2021, ha lasciato al mondo una numerosa serie di capolavori, di cui segnalo la sua opera forse più famosa, Il piccolo Bruco Maisazio. È la vicenda di un piccolo bruco che mangia in continuazione, inconsapevole che quella fame impossibile da soddisfare rappresenta i prodromi della trasformazione in farfalla. Una chiara metafora della trasformazione dell’infante in adolescente.

Anna Llenas, I colori delle emozioni, Gribaudo

Un albo che è una sorpresa dopo l’altra; stupisce di continuo e continuamente attrae per la bellezza delle immagini. Anna llenas è una artista che nelle sue illustrazioni unisce più tecniche e più materiali, in un armonioso equilibrio. E colore, tanto colore, utilizzato in modo mirabile. Ogni pagina è dedicata a un colore, o meglio alle infinite sfumature di un determinato colore, e associato a una emozione. Un albo che si continuerebbe a sfogliare e risfogliare.

S. Donnia e D. de Monfreid, Mangerei volentieri un bambino, Babalibri

Un libro simpatico e divertente, ambientato in un luogo esotico. Un piccolo coccodrillo, icona del bambino viziato, si fissa di voler mangiare un bambino vero e proprio; i genitori lo invitano prima a crescere e mangiare cose più adatte alla sua età, ma il piccolo non ne vuole sapere. Così quando si trova di fronte a una bambina vera e propria, lui ancora troppo piccolo, finisce per essere trattato come un pupazzo. Dopo la figura ridicola fatta torna vergognandosi dalla famiglia, deciso a ascoltare i genitori per crescere e diventare grande come loro.

Eric Battut, La piccola nuvola bianca, Bohem

Questo libro di Eric Battut è un capolavoro dell’illustrazione. Ambientata in un cielo infuocato, dall’atmosfera vibrante e agitata, fatta di grandi e mosse pennellate di colori caldi (rossi, arancioni, e gialli) è la storia di una piccola nuvoletta bianca che cerca, inseguendolo, di rasserenare l’animo di un grande nuvolone nero inferocito (il temporale), e far tornare il sereno. L’animo semplice e gioioso del bambino placa il nervosismo dell’adulto.

Alessandra Cimatoribus, Quasi farfalle, Fatatrac

Sono atmosfere magiche quelle rappresentate a pastelli da Alessandra Cimatoribus in questo albo. Si susseguono una serie di figure femminili, diversissime tra loro eppure tutte distinte e tutte fatate, circondate da un’aurea incantata. Sono madri, balie, maghe, sorelle,… Un sottile simbolismo permette di entrare in simbiosi con le protagoniste, ascoltare le loro carezzevoli voci e le evocative melodie dei loro nidi.

Chiara Carrer, Il grande ploff, Fabbri editori

Con questo albo sono seriamente in imbarazzo: è meglio l’illustrazione o la storia rappresentata? Tecniche di vario genere, colori, matite, ritagli di giornale, sfumature, schizzi, abbozzi, e altri espedienti artistici si uniscono per narrare una vicenda che di base ha un concetto molto semplice: la paura spesso è frutto di una cosa che non si conosce, e nella maggior parte dei casi si scopre sia una sciocchezza. Un libro da leggere, ma al contempo e soprattutto un albo illustrato da ammirare.                                                                                                          

Maurice Sendak, Nel paese dei mostri selvaggi, Babalibri

Un altro capolavoro internazionale. Maurice Sendak è mondialmente riconosciuto nell’ambiente degli albi illustrati e non solo. Mi limito a segnalare questo libro (che non a caso è stato editato anche da Adelphi) e a far notare, tra le altre cose, il delicato surrealismo che lo attraverso, il tema del sogno e dell’inconscio, e la bellezza della fantasia.

Nicoletta Costa, Autunno con la nuvola Olga, Emme edizioni

Chiudo questo elenco con una eccellenza tutta italiana. Nicoletta Costa è conosciuta dagli adulti, e ancora di più amata dai bambini. Per le sue storie facili e chiare, semplici e immediate, caratterizzate da un disegno molto netto, dai contorni marcati e dalle forme piene, insomma, grazie a un linguaggio artistico appetibilissimo dai più piccoli e da storie molto comprensibili Costa è apprezzata, anzi apprezzatissima. E la nuvola Olga orami una icona dell’illustrazione dell’infanzia di casa nostra.

DP