“BREVE STORIA DELLE MACCHIE SUI MURI” È UN LIBRO RIVELATORE, ESSENZIALE, BELLO. A proposito del saggio di Adolfo Tura, piccolo capolavoro di teoria dell’arte. E un mio compendio

In principio non era nulla; poi, di colpo, l’immagine.

Un giorno, compreso fra tre e due milioni e mezzo di anni fa, un australopiteco della Valle di Makapan in Sudafrica restò attratto e turbato da un ciottolo di diaspro: una conformazione vagamente simillima al volto del primate bastò a convincere l’australopiteco a portarlo con sé, e riporlo con cura nella sua grotta. Un po’ più tardi, nel Paleolitico, un uomo tracciò sulla roccia della Grotta del Pech-Merle, a Lescaux, il profilo di un corpo, lasciando che un’ondulazione della parete esprimesse il cranio e la proboscide dell’animale.

Poi arrivò l’homo sapiens sapiens. In Mesopotamia era praticata la lecanomanzia, un gesto, anzi una vera e propria pratica divinatoria per cui a seconda della forma che originava dall’olio versato in un bacile d’acqua (serpente, toro, etc.), era esposto il presagio. La pratica si diffuse in Persia e in Egitto – e non morì mai (si pensi alla lettura del fondo di caffè, nelle tazzine).

Con più cognizione di causa, Filostrato l’Ateniese, tra il II e il III secolo d.C., osservò che la “‘facoltà mimetica’ che permette di contemplare la pittura è la stessa che permette di vedere lupi e centauri in quelle figure di nuvole che ‘passano per il cielo senza alcun significato e affatto a caso’.” A Bisanzio era tradizione decorare le pareti delle chiese più importanti (e si veda restando vicini San Vitale a Ravenna) con lastroni di marmo tagliati ‘a libro’ di modo da avere le venature speculari; tale tecnica esaltava la capacità di ‘vedere’ figure durante la preghiera.

L’interno di San Vitale a Ravenna. In primo piano, ai lati, i marmi tagliati e ricomposti ‘a libro’

Poi l’Umanesimo. Leon Battista Alberti nel De statua (1462) contempla e teorizza, in una prosa chiara e netta, la pratica del completamento di immagini fortuite per renderle più leggibili. A Piero di Cosimo piaceva passare del tempo negli ospedali per scrutare gli sputi sui muri, perché in quelle macchie scorgeva battaglie. Nel Trattato della pittura (ca. 1540), Leonardo da Vinci elogia le macchie sui muri, la cenere del fuoco, le nuvole, i fanghi perché “vi troverai dentro invenzioni mirabilissime, che lo ingegno del pittore si desta a nove invenzioni”. Da parte sua, Albrecht Dürer realizzò a china una serie – ludica, ma molto meticolosa – di sei cuscini dalle cui pieghe sorgono volti grotteschi.

I sei cuscini di Albrecht Dürer

E ancora. Amleto, nella celebre tragedia shakespeariana (terzo atto, scena seconda), induce Polonio a immaginare animali guardando una nuvola. Alexander Cozens, pittore inglese del Settecento, formulò un metodo per la composizione di paesaggi a partire da macchie, da lui chiamate “artificial blots”. Tale L. M. Budgen, autore o autrice completamente ignoto, nel 1867 pubblicò un libro singolarissimo e misterioso il quale parla di immagini che si formano nei caminetti quando vi arde il fuoco, ossia nella vampe, nel fumo e nei carboni.

Un esempio di artificial blots di Alexander Cozens

Il Novecento impazzisce. Max Ernst era ossessionato: il tema del completamento di immagini fortuite lo perseguitò per tutta la sua vita artistica, e se ne ha un ragguaglio nei Frottages. Paul Klee si divertiva, e giocava realizzando opere insieme astratte e figurative. Pierre Bonnard, geniale pittore autodidatta della prima metà del secolo, dissolveva le figure nei sui quadri quasi a farle assorbire allo sfondo e agli oggetti circostanti. Il suo modo di pitturare – visionario, profetico – poneva (e pone tutt’ora) il problema di stabilire se queste sagome appartenessero alla figurazione o all’astrazione. Ossia: non distinguiamo il limite di quelle figure perché evanescenti; oppure da quella pittura in disgregazione creiamo noi mentalmente le figure?

E poi, Jean Dubuffet.

Dubuffet è la chiave di lettura, il punto cruciale attorno a cui si sviluppa il rivelatorio libro di Adolfo Tura, Breve storia delle macchie sui muri. Veggenza e anti-veggenza in Jean Dubuffet e altro Novecento (Johan & Levi, 2020). Un libro che aspettavo, di cui sentivo il bisogno, e che finalmente ho letto; un libro conciso, essenziale, e bello. Sia per la qualità dell’oggetto (ma questo è merito della casa editrice Johan & Levi), sia per la qualità della scrittura, semplice e pulita; sia per la qualità del contenuto, i cui richiami sono vastissimi e mirabilmente collegati. L’esposizione è ottima, convincente. Insomma: un piccolo capolavoro di teoria dell’arte, come raramente se ne possono trovare.

Jean Dubuffet

Jean Dubuffet, dicevo. Certo, perché questo autore, che qui è analizzato in tutte le sue diverse sfumature (è stato un artista che ha sperimentato praticamente ogni campo, attorno agli anni Cinquanta del XX secolo), permette a Tura di condensare la sua teoria, brillante e, almeno mi pare, del tutto nuova: nella storia possiamo raggruppare in due filoni il modo di approcciare a quelle immagini indeterminate che chiamiamo ‘non  figurative’ o ‘deformi’ (come le venature del legno, le pieghe dei vesti, o appunto le macchie).

Da una parte il principio della “veggenza”, ovvero la capacità di formare nella nostra mente, sulla base della nostra conoscenza e della nostra cultura, una immagine definita a partire da una non-definita per “eccesso di senso” (e si parla di paranoia). Dall’altra parte, viceversa, per “privazione di senso” (e si parla di schizofrenia) partiamo da una immagine figurativa e delineata e la dissolviamo col circostante facendo della porzione di mondo che stiamo guardando un infinito indeterminato. Quest’ultimo è il principio dell’“anti-veggenza”.

Non mi dilungherò a spiegare i motivi per cui Dubuffet rappresenta il cardine (o il giro di boa) di questa strepitosa visione, che può essere letta altrimenti come una piccola, particolarissima storia dell’arte. L’autore lo fa già bene, non ha bisogno di parafrasi. Adolfo Tura non è professore, è un libero professionista che sguazza nella ricerca e nella divulgazione artistica. Ciò spiega molto: la prosa è non è volutamente difficile e gli interventi che potrebbero farmelo pensare un accademico sono rari. Paiono leggeri pure termini quali “fissità distratta”, “realismo iconico”, “fraintendimento percettivo”, “facoltà paranoica”.

Il libro però, ammeto non senza un certo sconforto, non è completo. Ma, credo, appositamente: lascia al lettore ordinare le sue conoscenze e inserire appositamente i suoi autori. Tura infatti tralascia molti nomi; e allora li aggiungo io. Di seguito il mio compendio aggiuntivo.

La filosofia. Lucrezio nel De rerum natura (I secolo a.C.), per provare a spiegare le somiglianze con il mondo figurato che talvolta si incontrano in natura, sostiene una “teoria delle immagini che si staccano dalle cose come pellicine”; le nuvole, ad esempio, sono immagini in continuo divenire “e non smettono di mutare aspetto sciogliendosi/ e di trasformarsi in profili di figure d’ogni tipo”. Le immagini esistono già, bisogna solo prelevarle dal deforme naturale. Oltre alle nuvole Lucrezio parla di minerali e pietre.

Agata blu

Le pietre. Roger Caillois in La scrittura delle pietre, saggio del 1970, analizza da critico d’arte “l’immagine” che si forma all’interno della sezione di diaspri, ametiste, agate, septarie, calcari, di provenienza varia, dalla Cina, al Messico, all’Italia; si sofferma anche su quelle che chiama “paesine” in Toscana e “pietre di sogno” in Cina, ovvero quei particolari dipinti su pietra che prendono spunto dalle varie venature o maculature per trasformarsi in personaggi e ambienti, come pastori, madonne, alberi, monti, etc.

Jurgis Baltrušaitis dal canto suo, in Aberrazioni. Saggio sulla leggenda delle forme (1996), tra il fantastico e l’onirico, con estrema erudizione, considera le pietre come una fonte inesauribile di iconografie. Sta tutto nell’aggettivo del titolo, “aberrante”: le possibilità di creazione della natura sono illimitate, perché sempre strane, anomale, diverse.

Umanesimo, ancora. Leon Battista Alberti nel De pictura (1435) afferma che già di suo “la natura si diverte a fare la pittrice”. Botticelli invece ha un metodo pratico per raccapezzare le idee: lanciare una spugna impregnata di colori su una parete, e dalle chiazze che si formano casualmente prendere ispirazione. In questo modo, il grande pittore delle veneri e delle ninfe, “è riuscito a cogliervi interi universi di teste umanoidi, di animali, di battaglie, scogliere, mari, nubi e boschi” (Bredekamp, 2010).

Georges Didi-Huberman, in un saggio ormai celebre del 1991, ci dice che il Beato Angelico dipingendo il famoso affresco nel convento di San Marco a Firenze (tra il 1438 e il 1459), ha adoperato un sistema intenzionalmente non figurativo, ovvero delle “macchie multicolori”, per creare alcuni dettagli di personaggi e ambientazioni.

Test di Rorschach, Tavola 1

Devo poi parlare delle ultime Ninfee di Monet? Del Test di Rorschach? E esempi ce ne sarebbero ancora moltissimi. Del resto, come dice Tura, “la propensione a scorgere figure e volti nelle nuvole, nelle radici degli alberi, nelle conformazioni rocciose”, etc., è una “attitudine che ha sempre accompagnato l’uomo e che a ognuno è capitato di sperimentare qualche volta”. E allora, la situazione è terribile e esaltante allo stesso tempo: i casi sono infiniti, come infinite sono le immagini che l’essere umano dall’irriconoscibile può riconoscere.

Damiano Perini

DI NATURA, DIO E AMORE. DAMIANO PERINI INTERVISTA MARCO ANDREIS

Giornata tranquilla e soleggiata nel verde della campagna gardesana. Il dolce tepore tipico del luogo, nonostante l’estate, rasserena e favorisce il dialogo. Damiano Perini e Marco Andreis, pascendosi con tabacco e vino Rosa Valtenesi – il vino edonistico per eccellenza – chiacchierano del più e del meno durante un normale aperitivo mattutino. Tra i tanti argomenti si tocca quello della poesia. Si riporta di seguito un estratto di quanto discusso.

Damiano. Sono cresciuto con Marco Andreis; lo conoscevo appassionato di fumo lento, amante dell’arte e artista. Scoprirlo anche poeta è stata una sorpresa.  Marco, la tua prima pubblicazione di poesie è avvenuta molto recentemente (2020); come e quando nasce questa tua vena lirica?

Marco. Devo dire che, come per quanto riguarda la pittura, il fare poesia nasce in me in modo spontaneo: non sono stato io a cercare la poesia ma mi piace pensare che sia stata lei a trovarmi, soprattutto a trovarmi pronto per accoglierla. Credo che la poesia sia – almeno per quanto mi riguarda – più complessa in termini d’esecuzione della pittura e quindi mi serviva forse una maggiore consapevolezza di me stesso, una maggiore maturazione per mettere in atto la composizione poetica. Nel 2016 ho scritto la mia prima poesia.

D. Nelle tue due raccolte molte immagini si ricollegano alla natura: si parla di fiori, campagna, fronde e alberi, nubi, con uno sguardo accorto verso la maestosità celeste e in particolare del sole. Piace la natura in quanto se stessa, oppure è un modo di manifestare meraviglie nei confronti del Creato? C’è un rimando allegorico oppure è la Bellezza in sé a colpirti?

M. Il rimando allegorico è molto presente nelle mie poesie ma non in tutti i componimenti; mi capita spesso di cogliere aspetti della natura che mi deviano il pensiero su concetti più universali, domande alle quali non è possibile dare una risposta in modo razionale. Di fronte a questi pensieri non mi resta che estrarre penna e taccuino e ricamare una composizione. Credo che sia logico pensare che Bellezza e Creazione vadano di pari passo.

D. Nonostante molte poesie trasmettano luce, lo stato d’animo nell’insieme operistico è piuttosto malinconico. Corrisponde effettivamente al carattere del poeta? L’amore per le stagioni fredde, autunno e inverno, rappresentano il bisogno di intimità e solitudine in un mondo frenetico e confuso?

M. Le mie poesie tendono a trasmettere ciò che sono e ciò che provo nel momento in cui vengono scritte. Per fortuna – o almeno io la ritengo tale – il mio carattere è in continuo mutamento e è proprio per questo che tendo a cercare momenti di solitudine e di riflessione, attimi nei quali trovo il poetare più fluido e armonioso. La solitudine è da sempre stata compagna fedele dei pensatori, dei filosofi e dei poeti, quindi ritengo necessario che ci si debba regalare alcuni attimi di isolamento dal mondo – diventato decisamente troppo caotico.

D. Come nascono le tue poesie? Dalla tranquillità solitaria o dal turbinio quotidiano cittadino? Noto che termini come “lentezza”, “attesa”, oppure “pensare”, “meditare”, etc. si collegano tra una composizione e l’altra.

M. La meditazione e la riflessione, anche sulle situazioni più scontate, sono necessarie per riuscire a creare qualcosa che abbia in sé un significato profondo. Riuscire a isolarsi e innalzarsi al di sopra della realtà è fondamentale per creare una sorta di pensiero filosofico e quindi riuscire a vedere al di là della pura e semplice materialità delle cose – mi viene in mente Fontana con i suoi squarci nelle tele.

D. Alla base delle tue composizioni c’è la religione. Quanto conta per te Dio nella tua arte?

M. Per quanto mi riguarda credo che la Bellezza non possa esistere se non ci fosse stato un Creatore a donarla al mondo. Dio è presente nella mia vita e forse, a mio modo, penso che fare arte sia una sorta di ringraziamento per rendere onore alla magnificenza delle sue creazioni. Molti artisti – contemporanei e non – ritengono che l’essere legati a una religione possa essere d’intralcio alla libertà del loro pensiero: io personalmente credo che Dio non sia una restrizione di vedute, anzi, credo che sia un punto all’infinito raggiungibile solo mediante la Bellezza.

D. Un tema che affronti in modo magistrale e in modo cristiano è la morte; perché? Sembra quasi tu voglia cercare di convincere il tuo pubblico a accettare questa inevitabile meta. Un pubblico che ogni giorno combatte invece con la chimera dell’immortalità.

M. In effetti la morte è un argomento che mi affascina particolarmente e che mi fa capire che ciò che siamo è una condizione precaria e fragile. La società di oggi non fa più caso alla morte e vive alla giornata, schiava di una frenesia malsana che toglie il tempo per riflettere sulla propria vita. Essendo cattolico, la morte, la vedo più come un punto di ripartenza, una rampa di lancio per l’anima e non come il superficiale degrado del corpo.

D. Nel tuo ultimo libro, edito da Eretica, conto 19 volto la parola “anima” su un totale di 32 poesie. In un Occidente sempre più materialista è raro riscontrare persone, per lo più giovani, pascersi con questo termine ineffabile e carico di significati come pochi. Cosa rappresenta l’anima per te?

M. L’anima. Bella domanda! Credo che l’anima sia quella luce che in noi va alimentata affinché la nostra vita non diventi un lascivo sopravvivere. Un modo che ho di alimentare questa luce è lo scrivere poesia, il comporre attraverso le parole dei veri e propri quadri. Penso anch’io che le persone, in questa società, attente alla cura della propria anima siano rimaste ben poche ed è per questo che provo un forte senso di inappartenenza a questo mondo.

D. L’amore, e in particolare Vera, è uno dei temi più approfonditi dalla tua poesia. Cosa rappresenta lei nella tua vita di artista e poeta? Si può dire che tua moglie sia la tua musa?

M. Assolutamente sì, Vera si può considerare mia musa, come lo erano Laura per Petrarca e Beatrice per Dante, ma anche Drusilla Tanzi per Montale. Vera è per me sia una musa reale, in carne e ossa, sia una musa eterea, sublime, la Poesia stessa, infatti nei miei componimenti si intuisce che lei è la mia compagna di vita, la mano alla quale si stringe la mia, ma allo stesso tempo è anche la mia ancora di salvezza e il mio conforto. Se posso concludere con una citazione, leggo una quartina dell’Alfieri tratta da Rime varie e la dedico a mia moglie:

“O di gentil costume unico esempio,

d’ogni alto mio pensier cagione e donna,

del lasso viver mio sola colonna;

di celestial virtude in terra tempio:

[…]”