APRE LA MOSTRA DI ENRICO BAJ A PALAZZO REALE: RILEGGERE “AUTOMITOBIOGRAFIA”. Per tuffarsi in quel cosmo poliedrico, tra assemblage, ambientalismo avanti tempo, donne e super vip dell’arte. La scrittura come estensione dell’opera

“Le annotazioni stanno là con funzione evocatrice
più che per essere sfogliate”

 “Ho ripudiato i numeri e il calcolo delle costruzioni per l’arte,
per fare quadri e altre fantasie”

“D’altronde a scuola non ho mai imparato niente,
se non a prendere diplomi…
A Brera invece seguivo le lezioni,
ma non presi mai il diploma”

 

Non so se sia una coincidenza, o una profezia, o se invece mi sono perso qualcosa, ma trovarmi tra le mani Automitobiografia di Enrico Baj edito da Johan & Levi nel 2018, dove in copertina compare un giovane Baj ritratto da Ugo Mulas, nella settimana in cui vengono inaugurate insieme a Palazzo Reale di Milano due mostre distinte a loro dedicate (rispettivamente l’8 e il 10 ottobre) è qualcosa di molto curioso.

Comunque ho pensato di rileggere questo libro proprio in vista della personale milanese, a cura di Chiara Gatti e Roberta Cerini Baj, innanzitutto per ritrovarmi a tu per tu con l’artista patafisico, con le sue idee e i suoi lavori e il suo ambiente e le sue conoscenze (che rappresentano il meglio che il Novecento artistico, e non solo, ha conosciuto). E poi perché, soprattutto, e lo ha detto lui, la scrittura per Baj è “estensione e completamento della pittura”. Insomma: rileggere per conoscere di più e meglio godere.

Enrico Baj, Automitobiografia, Johan & Levi, 2018

Automitobiografia è una personalissima, irriverente e colta autobiografia a ritroso, scritta da Enrico Baj a partire dall’anno di pubblicazione, nel 1983, andando giù giù fino all’anno di nascita, nel 1924. Profetico, quel 1924; un anno che sa di prolessi. In quello stesso anno infatti venne pubblicato il Manifesto del Surrealismo da André Breton (che conoscerà di persona), e il Surrealismo insieme al Dada saranno i due poli entro cui si muoverà tutta l’opera di Baj, a partire dall’adesione alla Patafisica, la “scienza delle soluzioni immaginarie”, e – scrive Angela Sanna in prefazione –“ potente baluardo dell’ironia, da lui considerata un’arma infallibile contro le nevrosi, le follie e le aberrazioni del sistema e della società”.

La sua è una mente brillante, ci si accorge leggendolo, si sa perché si laurea sbrigativamente in giurisprudenza pur non frequentando ma dando solo esami per far felice la famiglia, mentre seguiva le lezioni all’Accademia di Brera, quelle sì seguite con passione. Papà e mamma, ingegneri entrambi, lo volevano architetto, ma una strana, dice lui, “rivolta genetica… interpretata come un naturale processo immunologico sviluppatosi in me per rendermi immune di fronte alla pericolosità della ingegneria e della politecnica”, lo rende dubbioso. Poi, sarà stato quell’influsso provvidenziale di Breton, “avendo subìto una overdose di quella droga meccanicistica… non mi restò via di scampo se non nella scienza delle soluzioni immaginarie”. E certo che la creatività, la fantasia, l’immaginazione siano la strada giusta, nel 1963 “approda” alla Patafisica “che è la vera scienza”.

“Il periodo dei mobili ebbe inizio nel 1961, quando cominciai su delle tele e con le mie solite tappezzerie e ovatte a rappresentare dei mobili, per lo più dei cassettoni” p. 175

Che cos’è, in sostanza? La Patafisica nasce in Francia con Alfred Jarry, paladino e mentore di Baj seppur mai conosciuto in vita (muore nel 1907 a 34 anni), e il suo Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico, praticamente un manifesto. Viene istituita, e in un certo senso fatta rinascere a Milano nel 1964, il cui Enrico è assiduo adepto, nonché uno dei principali divulgatori. Ne dà lui stesso una definizione a pagina 68-69. Patafisica, in breve, che è un oltre la metafisica che è oltre la fisica, una scienza oltre la scienza: un po’ come l’umami, il gusto oltre al gusto.

“Il mio studio andò riempiendosi di cordoni, frange, fiocchi, nastri e passamani, insomma tutta la vecchia mercanzia… accumulazioni di passamanerie con il loro senso di caduta… hanno sempre avuto ai miei occhi un fascino e un profumo di decadenza o cadenza di un mondo e di un modo, di un gusto, di una cultura” p. 88

Queste memorie rappresentano un’autobiografia che, come tante opere di Baj, è frutto di un assemblage, dell’uso di una cosiddetta macchina del tempo ad hoc(da Alfred Jarry, sempre lui), fatta di annotazioni e scartoffie confuse, “dotate di grandi capacità evocative se appena ripensate, nel rimuginio dei ricordi”; si salta di palo in frasca, e è molto divertente seguirlo così. Automitobiografia  ci narra di una personalità che è un assemblage lui stesso. Scopriamo via via di avere a che fare con un maniaco dell’ordine, un grande eclettico, un anticipatore della denatalità, della sessuofobia e della paura del tatto, della mania dell’igiene (si vedano alcune recenti Preghiere di Langone), dell’ipocondria odierna; Baj l’ambientalista ante lettera, il devoto marito e il donnaiolo seduttore irrefrenabile, l’indefesso paterno e l’erotomane (“Avevo trentotto anni, ero un pittore di successo e mi diedi da fare con le donne. Ne frequentai di tutti i generi”, e più donne nella stessa giornata) e l’edonista d’annunziano (“mi capitò di provare con un’automobile… più di una volta, una potente erezione: e per un’auto giunsi a spandere sperma”).

Serie di Erotica, acquaforte – da Emporiumart.com

Roberto Pasini, mio professore e primo iniziatore all’arte contemporanea, in un catalogo edito nel 1988 per una mostra da lui curata a Viadana – non ho idea di come faccia a avere questo libro, né sapevo di averlo fino a qualche giorno fa, e Viadana ho dovuto cercarla su Google Maps per sapere dove si trovasse – Pasini, dicevo, parla in prefazione di una “infantilizzazione dell’universo”, di un “trasformista dell’arte”, di una “sindrome boschiana”; ma ciò che più conta e più concordo quando inquadra Baj nei termini di “infanzia” e “gioco”. Ci divertiamo noi a guardare le sue opere, e credo che si sia divertito lui a crearle.

Baj Bisegni 1978 – 1988, a cura di Roberto Pasini, Edizioni Novecento, MIlano 1988

In Automitobiografia l’artista racconta molto delle sue opere, o meglio della loro genesi, quali l’Apocalisse, I Funerali dell’Anarchico Pinelli, o le dame, i mobili, i generali (nati da pareidolie), o le scenografie e i costumi per il teatro (e quanto conta la teatralità per Baj, un po’ novello Beniamino Simoni, e un po’ novello Gaudenzio Ferrari), l’illustrazione per Buzzati. Inoltre il libro è bene documentato da tantissime foto d’epoca, che aiutano noi lettori-curiosi non poco.

Automitobiografia è anche un libro colto, ricco di divagazioni, definizioni, motti e confessioni (alcuni dei quali messi qui in esergo), storie, aneddoti. E tantissime amicizie e conoscenze, e che conoscenze! Le più importanti figure artistiche del Novecento praticamente. Alcuni nomi: Yves Klein, che “si credeva un mistico”,  e la sua devozione per Santa Rita da Cascia; Raymond Queneau e la loro collaborazione per un libro-opera d’arte meraviglioso, introvabile, Meccano, o l’analisi matriciale del linguaggio; André Breton, come già detto, il “genio principe di questo secolo”.

“Il sistema combinatoria adottato da Queneau per indagare morfemi e semantemi si prestava molto bene a essere illustrato con un altro sistema combinatorio, il Meccano, ovvero, quel gioco ora desueto che un tempo affascinava i ragazzi e consistente appunto nella possibilità di montare insieme un assemblage di pezzi decisamente meccanici… Svitati i pezzi di Meccano dalla loro ragione di essere primitiva, essi assumono una valenza grafica e formale sfruttabile in mille altri modi ed io pensai di usarli per l’illustrazione di questa analisi linguistica e combinatoria” pp. 123-124

E ancora: Giacometti, Spoerri, Arman, Rotella, Duchamp, Fontana, Castellani, Bruno Munari, Sanguineti, Balestrini, Eco, Gillo Dorfles… che fervore, la vita di Baj! Eppoi Dubuffet, affine in alcune ricerche e opere (e qui un’altra coincidenza, se di questa si tratta: la mostra, in questo stesso periodo, del pittore informale francese al Mudec, sempre Milano). E ovviamente Piero Manzoni: “era vivo, mobilissimo e fantasioso… la fantasia di Piero era irrequita, ne inventava sempre di nuove”. E con lui inaugura un “anti-stile” (si legga la bella definizione a pagina 202); e figuriamoci: non sorprende, da due anticonformisti, antiaccademici e artisticamente anarchici come loro.

“Questi vennero fuori dalle mie montagne iniziate qualche anno prima, per un processo di identificazione antropomorfica sovente riscontrabile nel mio lavoro. Queste montagne, congerie di pigmenti allo stato informe richiamante rocce e morene, dimostravano una tendenza a personificarsi, assumendo l’aspetto stesso della brutalità e della prepotenza” p. 191

Artista completo di un’arte totale, “Io tendo a spostare la mia grafia dal quadro alla pagina scritta”, scrive Baj, risulta talvolta profetico – come del resto ogni artista degno di esserlo – e lui lo sa. Sempre secondo le sue parole: “i pittori sono dei veggenti e hanno spesso un’angolazione visuale verso la vita e verso le scienze e le speculazioni di tipo filosofico o letterario”. Artisti on the top, dunque. Enrico Baj, insomma, era un po’ tutto e il contrario di tutto, l’artista che innalzava a soprannaturale il quotidiano (vedi Meccano, passamanerie) e rendeva grottesco e divertente l’alto (vedi Eros, dame, generali). Tutto un mondo di gioco, un gioco sacro però che a rileggere Automitobiografia appare più nitido; non del tutto, ci mancherebbe: ma quel poco da renderlo più appetibile, curioso, affascinante. Pronti per la mostra.

Damiano Perini

QUEL CONDIZIONALE ALLA FINE… “FIESTA” DI HEMINGWAY È UN ROMANZO D’AMORE. Le bevute e le mangiate, le risse e il sangue sono solo una cornice ben lavorata. Qualche considerazione

E sì che mi aveva lasciato subito perplesso quel sottotitolo tra parentesi, The sun also rises, Il sole sorgerà ancora, che di seguito al Fiesta del titolo mi suonava quasi come un’invocazione incoraggiante, un po’ come a dire ‘dài! su col morale, ché la ruota gira per tutti, vedrai che domani andrà meglio’. Sì, ma quando arriva quel domani, e sempre se arriva? Solo alla fine, solo quando tutto sembra volgersi verso una conclusione accondiscendente ci si vede chiaro, c’ho visto chiaro, una possibilità, come dire, altra. Ma vado con ordine.

Fiesta, il primo romanzo di Hemingway pubblicato nel 1926, parla delle avventure di un gruppo di americani, scrittori giornalisti artisti (veri o sedicenti che essi siano) sognatori di un’Europa mitologica centro del mondo, che vivono come viveur nella Parigi del Dopoguerra. Tra questi spiccano Jake, il narratore e alter ego di Hemingway (il paciere del gruppo, il saggio, l’imperturbabile, quello a cui tutti chiedono conforto e confidenza), Robert Cohn (ebreo di famiglia ricca, ex pugile, scrittore senza successo, sornione e farisaico), Bill (giornalista e amico leale di Jake), Mike (spendaccione inguaribile e sempre in debito con chiunque, alcolizzato e fallito consapevole, irascibile e impulsivo).

E poi Brett, l’irraggiungibile e imprendibile Brett Ashley, la protagonista vera del libro. Una ragazza di trentaquattro anni, capelli corti (non lo dice Hemingway, figurarsi: magistrale nel non-detto, l’autore ce lo fa supporre, “mi voleva coi capelli lunghi…”, le parole che le mette in bocca nel finale), sagace e intelligente seppur per niente colta, dalla bellezza accesa e dal fascino ancora luminoso dato dal suo essere emancipato, indipendente e intraprendente. Istintiva e piuttosto aperta al mondo, sincera sempre, nonostante tutto. Carattere irrequieto però, che le costa e le costerà molto (e molte, troppe sbronze).

Le vicende si svolgono in sostanza a Parigi come una sorta di prologo, a Burguete, paese nei Pirenei al confine con la Francia dove Jake va a pescare (grande passione di Hemingway) nel fiume Irati, a Pamplona – le cui vicende rappresentano il cuore del romanzo – e infine Madrid, epilogo commovente (mi si perdoni il parziale spoiler).

A Pamplona, dicevo, apparentemente accade tutto, apparentemente – ripeto – si svolge la vicenda del libro. Qui infatti il gruppetto si è radunato per la fiesta, ossia la festa di San Firmino. Una festa di origine medievale e della durata di una settimana in cui si alternano (o sovrappongono) giorno e notte danze e balli, bevute e mangiate, fuochi d’artificio e razzi, messe e corse di tori (encierro) e corrida nella Plaza de toros.

Goya, Tauromachia

Troppo bravo a raccontare Hemingway, in primo luogo per la sua prosa. Dalla scrittura essenziale, senza fronzoli, “asciutta”, frutto della “semplicità sintattica del parlato, della scelta di un vocabolario quotidiano, di un’aggettivazione ridotta al minimo e di un enorme pudore nel controllare le effusioni emotive e la vaghezza del simbolismo” (Ettore Capriolo, di cui leggo la traduzione per Mondadori). Frasi secche, insomma. Che fonda con l’immediatezza della prosa giornalistica, a una forma breve e incisiva del racconto. Scrive Palumbo Mosca (Domenica del Sole 24 Ore, 23 giugno 2024, recensendo un libro di Matteo Nucci su Hemingway): “è l’onestà di uno stile che si vuole semplice e serio, che evita – frivolezza e vanità dello scrittore – l’inutile preziosismo per mostrare le cose della sua tonalità emotiva e senza tempo. La prosa – il motto hemingwayano è memorabile – è ‘architettura, non decorazione di interni’”.

Edizione Mondadori

Troppo bravo  a raccontare, Hemingway, in secondo luogo per la sua personalissima capacità di mescolare l’autobiografia ai racconti. “Lo scrittore e l’uomo finiscono inevitabilmente per confondersi con la mitologia di sé” (sempre Capriolo). E quanto Hemingway in Fiesta! C’è quasi tutto. Per l’appunto: l’appassionato di toreri e corride: “Non c’è nessuno che viva la propria vita fino in fondo, a parte i toreri”; il credente dubbioso: “Mi inginocchiai e mi misi a pregare per quelli che mi vennero in mente… e me stesso, e per tutti i toreri, separatamente per quelli che mi piacevano e genericamente per gli altri, poi pregai di nuovo per me”;  il moderato edonista: “Godersi la vita significava imparare a spendere bene i propri soldi e sapere quando ci si era riusciti”; il filosofo stoico e mite: “Non m’importava che cosa fosse il mondo. Volevo soltanto sapere come viverci. Forse, se scoprivi come viverci, imparavi anche che cos’era”, e ancora: “Tutti si comportano male, basta dargli un’occasione”; L’amante della caccia (legge Memorie di un cacciatore di Turgenev da ubriaco, per evitare che tutto gli giri intorno!); l’esperto bevitore: “Il mondo aveva smesso di ruotare. Era solo assai limpido e luminoso, con una certa tendenza ad appannarsi sui margini”.

Pamplona, Festa di San Firmino

Grazie a questi elementi tu ci sei dentro in quella Fiesta, li senti vivi quei rumori, le vedi quelle danze, quel caos quella confusione latente e inarrestabile e tutto gira va all’impazzata non si ferma, è come se una serie di fotogrammi si susseguissero senza fermarsi, flash di immagini ripetute a metronomo di vino, carne, risse, abbracci, incornate. Hemingway te lo fa vivere il dolore dei tori mentre le spade gli trafiggono il collo, ti fa sentire la fatica dei toreri e l’euforia della folla, l’esaltazione, l’esagitazione dei tanti partecipanti. Ti fa sentire uno di quelli. Viva è l’inimicizia tra il furbesco Cohn, innamorato illuso di Brett, e Mike, suo futuro ipotetico sposo. E la disperazione crescente di Brett per l’amore verso il torero più forte, Pedro Romero, una caduta nel baratro autoindotta, consapevole, prefigurata.

Pamplona, Festa di San Firmino

Grazie a questi elementi certo, la prosa e l’autobiografia. Sì, a parte che la lingua (inglese) lo aiuta molto per come è fatta. E poi le cose migliori comunque ce le nasconde, ce le fa intendere senza doverle scrivere, ci fa arrivare per intuizione; anzi nemmeno, ce le stampa proprio in faccia, a essere un po’ accorti. Come nel caso che ho ricordato dei capelli di Brett.

È quella tecnica che Capriolo chiama “tecnica dell’iceberg”, per cui “alla parte visibile del testo corrisponde un’enorme base che resta sommersa e che sta al lettore scoprire”. Concluso il libro, ho compreso. Nell’epilogo infatti, mi puzzava qualcosa. Troppa falso l’abbandono di Jake; troppo insofferente nel suo fervore, Brett. E pensare che gli indizi c’erano già dall’inizio, “Mi guardava negli occhi con quel suo modo di guardare che ti induceva a chiederti se davvero vedeva qualcosa con quegli occhi”, osservava a Parigi Jake.

Pamplona, Festa di San Firmino
Pamplona, Festa di San Firmino

Poi nell’apparente (ancora) confort zone di qualche albergo di lusso, un fulmine a ciel sereno: “Il punto era questo. Spedire via una ragazza con un uomo. Presentarla a un altro uomo perché partisse con lui. E adesso andare a riprenderla. E concludere il telegramma con un affettuosamente”, e conclude, “Ma andava benissimo così”.

Ecco che allora la storia si fa più chiara: ordito dentro un racconto di sangue e violenza, virilità, pesca, mangiate pantagrueliche, bevute orgiastiche, vaneggiamenti da ubriachi, pugni e parolacce, introduzione alla tauromachia, si cela un perfetto romanzo non-romanzo d’amore. Un amore appassionato, cercato e al contempo respinto da entrambi, in cui uomo e donna si cercano quando sono distanti e si allontano non appena si toccano, e così in un moto perpetuo. Un amore impossibile, ucronico, di un mondo parallelo, quello tra Brett e Jake. Fatto di bacetti strappati, nervosi, di malinconia e apprensione, di addii ripensamenti e pentimenti, aspettando un domani, quel domani che chissà.

Zeffirelli – Timothée Chalamet – e Juliette – Lyna Khoudri – in The French Dispatch, di Wes Anderson, 2021

Ma poi si può esserne certi? In fondo Hemingway non dice nulla. Eppure, quel condizionale alla fine…

Luciano Cardo

(Immagine di copertina: Zeffirelli – Timothée Chalamet – e Juliette – Lyna Khoudri – in The French Dispatch, di Wes Anderson, 2021. Chi si chieda il perché vada a vedersi il film, subito)

LA NUOVA MONOGRAFIA DI DAMIANO PERINI È UN CAPOLAVORO DI PROSA D’ARTE. Il volume raccoglie la vita artistica di Anastasia Rainelli con un linguaggio che è insieme critica e narrazione

È stata pubblicata (formato cartaceo, chiaro: a colori, cm 26×20, carta patinata) la nuova monografia di Damiano Perini, Anastasia Rainelli. Vitale ossessione materica (2022, pp. 96), dedicata alla prolifica e combattuta artista tremosinese.

Il catalogo gentilmente donatomi – che sfoglio con un piacere tattile e puerile; che osservo con voracità pagina dopo pagina – è una sorta di biografia per immagini della pittrice Anastasia Rainelli, in arte Aray. Un susseguirsi di opere – divise per capitoli, tanti quanto le fasi artistiche dell’artista, così come le ha concepite il curatore – permette di comprendere la vastità e la continua sperimentazione negli anni di Rainelli: mai ferma, mai sazia del proprio lavoro, e sempre alla ricerca di suggestioni dal vissuto quotidiano che la possano stimolare e ispirare nuovo opere.

Così pagina dopo pagina passo in rassegna i lavori fotografici (“Diario”), quelli della prima fase accademica (“Carne”), la ricerca tonale e strutturale (“Forme e colori”), sino alla fase più recente, materica e fisica (“Gesto e materia”). E scopro una vita, quella artistica di Rainelli, dalla sua formazione alla consapevolezza degli ultimi anni.

Ma a fare la differenza – per noi poveri lettori, avulsi o quasi dal mondo dell’arte – è il testo, brillante, di Perini. L’avevo intuito dalla splendida introduzione che il catalogo poteva essere inteso come opera a sé stante: in poche e chiare parole è racchiuso tutto quel mondo di immagini (misteriose a chi non conosce l’artista; incomprensibili a chi non mangia, per così dire, pane e arte tutti i giorni). Damiano Perini, con uno sforzo comprensibile, ci regala una grande emozione.

Nel saggio della postfazione, poi, il critico supera sé stesso. Con un linguaggio chiarissimo, limpido, scorrevole, piacevolissimo da leggere e, soprattutto, coinvolgente, Perini ci racconta delle opere e della vita artistica dell’artista mischiando in modo magistrale la metrica artistica a quella narrativa. Il gergo diventa accessibile a tutti, operatori del settore o semplici appassionati. Una scrittura appassionata e passionale che descrive raccontando le opere e l’artista; non senza tralasciare sapide considerazioni sulla storia dell’arte e aneddotica varia.

Ci si fidi del sottoscritto: Il catalogo dedicato a Anastasia Rainelli è un delizioso e interessantissimo testo da leggere e rileggere, con piacere: piacere per l’arte, per la cultura, per la Bellezza. Ci si fidi, insomma, del sottoscritto: si legga la nuova monografia di Damiano Perini, sicuramente tra i migliori prosatori d’arte degli ultimi anni.

Ruggero Scudieri

“BREVE STORIA DELLE MACCHIE SUI MURI” È UN LIBRO RIVELATORE, ESSENZIALE, BELLO. A proposito del saggio di Adolfo Tura, piccolo capolavoro di teoria dell’arte. E un mio compendio

In principio non era nulla; poi, di colpo, l’immagine.

Un giorno, compreso fra tre e due milioni e mezzo di anni fa, un australopiteco della Valle di Makapan in Sudafrica restò attratto e turbato da un ciottolo di diaspro: una conformazione vagamente simillima al volto del primate bastò a convincere l’australopiteco a portarlo con sé, e riporlo con cura nella sua grotta. Un po’ più tardi, nel Paleolitico, un uomo tracciò sulla roccia della Grotta del Pech-Merle, a Lescaux, il profilo di un corpo, lasciando che un’ondulazione della parete esprimesse il cranio e la proboscide dell’animale.

Poi arrivò l’homo sapiens sapiens. In Mesopotamia era praticata la lecanomanzia, un gesto, anzi una vera e propria pratica divinatoria per cui a seconda della forma che originava dall’olio versato in un bacile d’acqua (serpente, toro, etc.), era esposto il presagio. La pratica si diffuse in Persia e in Egitto – e non morì mai (si pensi alla lettura del fondo di caffè, nelle tazzine).

Con più cognizione di causa, Filostrato l’Ateniese, tra il II e il III secolo d.C., osservò che la “‘facoltà mimetica’ che permette di contemplare la pittura è la stessa che permette di vedere lupi e centauri in quelle figure di nuvole che ‘passano per il cielo senza alcun significato e affatto a caso’.” A Bisanzio era tradizione decorare le pareti delle chiese più importanti (e si veda restando vicini San Vitale a Ravenna) con lastroni di marmo tagliati ‘a libro’ di modo da avere le venature speculari; tale tecnica esaltava la capacità di ‘vedere’ figure durante la preghiera.

L’interno di San Vitale a Ravenna. In primo piano, ai lati, i marmi tagliati e ricomposti ‘a libro’

Poi l’Umanesimo. Leon Battista Alberti nel De statua (1462) contempla e teorizza, in una prosa chiara e netta, la pratica del completamento di immagini fortuite per renderle più leggibili. A Piero di Cosimo piaceva passare del tempo negli ospedali per scrutare gli sputi sui muri, perché in quelle macchie scorgeva battaglie. Nel Trattato della pittura (ca. 1540), Leonardo da Vinci elogia le macchie sui muri, la cenere del fuoco, le nuvole, i fanghi perché “vi troverai dentro invenzioni mirabilissime, che lo ingegno del pittore si desta a nove invenzioni”. Da parte sua, Albrecht Dürer realizzò a china una serie – ludica, ma molto meticolosa – di sei cuscini dalle cui pieghe sorgono volti grotteschi.

I sei cuscini di Albrecht Dürer

E ancora. Amleto, nella celebre tragedia shakespeariana (terzo atto, scena seconda), induce Polonio a immaginare animali guardando una nuvola. Alexander Cozens, pittore inglese del Settecento, formulò un metodo per la composizione di paesaggi a partire da macchie, da lui chiamate “artificial blots”. Tale L. M. Budgen, autore o autrice completamente ignoto, nel 1867 pubblicò un libro singolarissimo e misterioso il quale parla di immagini che si formano nei caminetti quando vi arde il fuoco, ossia nella vampe, nel fumo e nei carboni.

Un esempio di artificial blots di Alexander Cozens

Il Novecento impazzisce. Max Ernst era ossessionato: il tema del completamento di immagini fortuite lo perseguitò per tutta la sua vita artistica, e se ne ha un ragguaglio nei Frottages. Paul Klee si divertiva, e giocava realizzando opere insieme astratte e figurative. Pierre Bonnard, geniale pittore autodidatta della prima metà del secolo, dissolveva le figure nei sui quadri quasi a farle assorbire allo sfondo e agli oggetti circostanti. Il suo modo di pitturare – visionario, profetico – poneva (e pone tutt’ora) il problema di stabilire se queste sagome appartenessero alla figurazione o all’astrazione. Ossia: non distinguiamo il limite di quelle figure perché evanescenti; oppure da quella pittura in disgregazione creiamo noi mentalmente le figure?

E poi, Jean Dubuffet.

Dubuffet è la chiave di lettura, il punto cruciale attorno a cui si sviluppa il rivelatorio libro di Adolfo Tura, Breve storia delle macchie sui muri. Veggenza e anti-veggenza in Jean Dubuffet e altro Novecento (Johan & Levi, 2020). Un libro che aspettavo, di cui sentivo il bisogno, e che finalmente ho letto; un libro conciso, essenziale, e bello. Sia per la qualità dell’oggetto (ma questo è merito della casa editrice Johan & Levi), sia per la qualità della scrittura, semplice e pulita; sia per la qualità del contenuto, i cui richiami sono vastissimi e mirabilmente collegati. L’esposizione è ottima, convincente. Insomma: un piccolo capolavoro di teoria dell’arte, come raramente se ne possono trovare.

Jean Dubuffet

Jean Dubuffet, dicevo. Certo, perché questo autore, che qui è analizzato in tutte le sue diverse sfumature (è stato un artista che ha sperimentato praticamente ogni campo, attorno agli anni Cinquanta del XX secolo), permette a Tura di condensare la sua teoria, brillante e, almeno mi pare, del tutto nuova: nella storia possiamo raggruppare in due filoni il modo di approcciare a quelle immagini indeterminate che chiamiamo ‘non  figurative’ o ‘deformi’ (come le venature del legno, le pieghe dei vesti, o appunto le macchie).

Da una parte il principio della “veggenza”, ovvero la capacità di formare nella nostra mente, sulla base della nostra conoscenza e della nostra cultura, una immagine definita a partire da una non-definita per “eccesso di senso” (e si parla di paranoia). Dall’altra parte, viceversa, per “privazione di senso” (e si parla di schizofrenia) partiamo da una immagine figurativa e delineata e la dissolviamo col circostante facendo della porzione di mondo che stiamo guardando un infinito indeterminato. Quest’ultimo è il principio dell’“anti-veggenza”.

Non mi dilungherò a spiegare i motivi per cui Dubuffet rappresenta il cardine (o il giro di boa) di questa strepitosa visione, che può essere letta altrimenti come una piccola, particolarissima storia dell’arte. L’autore lo fa già bene, non ha bisogno di parafrasi. Adolfo Tura non è professore, è un libero professionista che sguazza nella ricerca e nella divulgazione artistica. Ciò spiega molto: la prosa è non è volutamente difficile e gli interventi che potrebbero farmelo pensare un accademico sono rari. Paiono leggeri pure termini quali “fissità distratta”, “realismo iconico”, “fraintendimento percettivo”, “facoltà paranoica”.

Il libro però, ammeto non senza un certo sconforto, non è completo. Ma, credo, appositamente: lascia al lettore ordinare le sue conoscenze e inserire appositamente i suoi autori. Tura infatti tralascia molti nomi; e allora li aggiungo io. Di seguito il mio compendio aggiuntivo.

La filosofia. Lucrezio nel De rerum natura (I secolo a.C.), per provare a spiegare le somiglianze con il mondo figurato che talvolta si incontrano in natura, sostiene una “teoria delle immagini che si staccano dalle cose come pellicine”; le nuvole, ad esempio, sono immagini in continuo divenire “e non smettono di mutare aspetto sciogliendosi/ e di trasformarsi in profili di figure d’ogni tipo”. Le immagini esistono già, bisogna solo prelevarle dal deforme naturale. Oltre alle nuvole Lucrezio parla di minerali e pietre.

Agata blu

Le pietre. Roger Caillois in La scrittura delle pietre, saggio del 1970, analizza da critico d’arte “l’immagine” che si forma all’interno della sezione di diaspri, ametiste, agate, septarie, calcari, di provenienza varia, dalla Cina, al Messico, all’Italia; si sofferma anche su quelle che chiama “paesine” in Toscana e “pietre di sogno” in Cina, ovvero quei particolari dipinti su pietra che prendono spunto dalle varie venature o maculature per trasformarsi in personaggi e ambienti, come pastori, madonne, alberi, monti, etc.

Jurgis Baltrušaitis dal canto suo, in Aberrazioni. Saggio sulla leggenda delle forme (1996), tra il fantastico e l’onirico, con estrema erudizione, considera le pietre come una fonte inesauribile di iconografie. Sta tutto nell’aggettivo del titolo, “aberrante”: le possibilità di creazione della natura sono illimitate, perché sempre strane, anomale, diverse.

Umanesimo, ancora. Leon Battista Alberti nel De pictura (1435) afferma che già di suo “la natura si diverte a fare la pittrice”. Botticelli invece ha un metodo pratico per raccapezzare le idee: lanciare una spugna impregnata di colori su una parete, e dalle chiazze che si formano casualmente prendere ispirazione. In questo modo, il grande pittore delle veneri e delle ninfe, “è riuscito a cogliervi interi universi di teste umanoidi, di animali, di battaglie, scogliere, mari, nubi e boschi” (Bredekamp, 2010).

Georges Didi-Huberman, in un saggio ormai celebre del 1991, ci dice che il Beato Angelico dipingendo il famoso affresco nel convento di San Marco a Firenze (tra il 1438 e il 1459), ha adoperato un sistema intenzionalmente non figurativo, ovvero delle “macchie multicolori”, per creare alcuni dettagli di personaggi e ambientazioni.

Test di Rorschach, Tavola 1

Devo poi parlare delle ultime Ninfee di Monet? Del Test di Rorschach? E esempi ce ne sarebbero ancora moltissimi. Del resto, come dice Tura, “la propensione a scorgere figure e volti nelle nuvole, nelle radici degli alberi, nelle conformazioni rocciose”, etc., è una “attitudine che ha sempre accompagnato l’uomo e che a ognuno è capitato di sperimentare qualche volta”. E allora, la situazione è terribile e esaltante allo stesso tempo: i casi sono infiniti, come infinite sono le immagini che l’essere umano dall’irriconoscibile può riconoscere.

Damiano Perini

DI NATURA, DIO E AMORE. DAMIANO PERINI INTERVISTA MARCO ANDREIS

Giornata tranquilla e soleggiata nel verde della campagna gardesana. Il dolce tepore tipico del luogo, nonostante l’estate, rasserena e favorisce il dialogo. Damiano Perini e Marco Andreis, pascendosi con tabacco e vino Rosa Valtenesi – il vino edonistico per eccellenza – chiacchierano del più e del meno durante un normale aperitivo mattutino. Tra i tanti argomenti si tocca quello della poesia. Si riporta di seguito un estratto di quanto discusso.

Damiano. Sono cresciuto con Marco Andreis; lo conoscevo appassionato di fumo lento, amante dell’arte e artista. Scoprirlo anche poeta è stata una sorpresa.  Marco, la tua prima pubblicazione di poesie è avvenuta molto recentemente (2020); come e quando nasce questa tua vena lirica?

Marco. Devo dire che, come per quanto riguarda la pittura, il fare poesia nasce in me in modo spontaneo: non sono stato io a cercare la poesia ma mi piace pensare che sia stata lei a trovarmi, soprattutto a trovarmi pronto per accoglierla. Credo che la poesia sia – almeno per quanto mi riguarda – più complessa in termini d’esecuzione della pittura e quindi mi serviva forse una maggiore consapevolezza di me stesso, una maggiore maturazione per mettere in atto la composizione poetica. Nel 2016 ho scritto la mia prima poesia.

D. Nelle tue due raccolte molte immagini si ricollegano alla natura: si parla di fiori, campagna, fronde e alberi, nubi, con uno sguardo accorto verso la maestosità celeste e in particolare del sole. Piace la natura in quanto se stessa, oppure è un modo di manifestare meraviglie nei confronti del Creato? C’è un rimando allegorico oppure è la Bellezza in sé a colpirti?

M. Il rimando allegorico è molto presente nelle mie poesie ma non in tutti i componimenti; mi capita spesso di cogliere aspetti della natura che mi deviano il pensiero su concetti più universali, domande alle quali non è possibile dare una risposta in modo razionale. Di fronte a questi pensieri non mi resta che estrarre penna e taccuino e ricamare una composizione. Credo che sia logico pensare che Bellezza e Creazione vadano di pari passo.

D. Nonostante molte poesie trasmettano luce, lo stato d’animo nell’insieme operistico è piuttosto malinconico. Corrisponde effettivamente al carattere del poeta? L’amore per le stagioni fredde, autunno e inverno, rappresentano il bisogno di intimità e solitudine in un mondo frenetico e confuso?

M. Le mie poesie tendono a trasmettere ciò che sono e ciò che provo nel momento in cui vengono scritte. Per fortuna – o almeno io la ritengo tale – il mio carattere è in continuo mutamento e è proprio per questo che tendo a cercare momenti di solitudine e di riflessione, attimi nei quali trovo il poetare più fluido e armonioso. La solitudine è da sempre stata compagna fedele dei pensatori, dei filosofi e dei poeti, quindi ritengo necessario che ci si debba regalare alcuni attimi di isolamento dal mondo – diventato decisamente troppo caotico.

D. Come nascono le tue poesie? Dalla tranquillità solitaria o dal turbinio quotidiano cittadino? Noto che termini come “lentezza”, “attesa”, oppure “pensare”, “meditare”, etc. si collegano tra una composizione e l’altra.

M. La meditazione e la riflessione, anche sulle situazioni più scontate, sono necessarie per riuscire a creare qualcosa che abbia in sé un significato profondo. Riuscire a isolarsi e innalzarsi al di sopra della realtà è fondamentale per creare una sorta di pensiero filosofico e quindi riuscire a vedere al di là della pura e semplice materialità delle cose – mi viene in mente Fontana con i suoi squarci nelle tele.

D. Alla base delle tue composizioni c’è la religione. Quanto conta per te Dio nella tua arte?

M. Per quanto mi riguarda credo che la Bellezza non possa esistere se non ci fosse stato un Creatore a donarla al mondo. Dio è presente nella mia vita e forse, a mio modo, penso che fare arte sia una sorta di ringraziamento per rendere onore alla magnificenza delle sue creazioni. Molti artisti – contemporanei e non – ritengono che l’essere legati a una religione possa essere d’intralcio alla libertà del loro pensiero: io personalmente credo che Dio non sia una restrizione di vedute, anzi, credo che sia un punto all’infinito raggiungibile solo mediante la Bellezza.

D. Un tema che affronti in modo magistrale e in modo cristiano è la morte; perché? Sembra quasi tu voglia cercare di convincere il tuo pubblico a accettare questa inevitabile meta. Un pubblico che ogni giorno combatte invece con la chimera dell’immortalità.

M. In effetti la morte è un argomento che mi affascina particolarmente e che mi fa capire che ciò che siamo è una condizione precaria e fragile. La società di oggi non fa più caso alla morte e vive alla giornata, schiava di una frenesia malsana che toglie il tempo per riflettere sulla propria vita. Essendo cattolico, la morte, la vedo più come un punto di ripartenza, una rampa di lancio per l’anima e non come il superficiale degrado del corpo.

D. Nel tuo ultimo libro, edito da Eretica, conto 19 volto la parola “anima” su un totale di 32 poesie. In un Occidente sempre più materialista è raro riscontrare persone, per lo più giovani, pascersi con questo termine ineffabile e carico di significati come pochi. Cosa rappresenta l’anima per te?

M. L’anima. Bella domanda! Credo che l’anima sia quella luce che in noi va alimentata affinché la nostra vita non diventi un lascivo sopravvivere. Un modo che ho di alimentare questa luce è lo scrivere poesia, il comporre attraverso le parole dei veri e propri quadri. Penso anch’io che le persone, in questa società, attente alla cura della propria anima siano rimaste ben poche ed è per questo che provo un forte senso di inappartenenza a questo mondo.

D. L’amore, e in particolare Vera, è uno dei temi più approfonditi dalla tua poesia. Cosa rappresenta lei nella tua vita di artista e poeta? Si può dire che tua moglie sia la tua musa?

M. Assolutamente sì, Vera si può considerare mia musa, come lo erano Laura per Petrarca e Beatrice per Dante, ma anche Drusilla Tanzi per Montale. Vera è per me sia una musa reale, in carne e ossa, sia una musa eterea, sublime, la Poesia stessa, infatti nei miei componimenti si intuisce che lei è la mia compagna di vita, la mano alla quale si stringe la mia, ma allo stesso tempo è anche la mia ancora di salvezza e il mio conforto. Se posso concludere con una citazione, leggo una quartina dell’Alfieri tratta da Rime varie e la dedico a mia moglie:

“O di gentil costume unico esempio,

d’ogni alto mio pensier cagione e donna,

del lasso viver mio sola colonna;

di celestial virtude in terra tempio:

[…]”