TUTTO IL SANGUE CHE SGORGA DALL’ULTIMO LIBRO DI CALASSO. Breve commento a “Sotto gli occhi dell’Agnello” e paragone con il “Grünewald” di Huysmans

L’ultimo scritto di Roberto Calasso, postumo e appena uscito, Sotto gli occhi dell’Agnello (Adelphi, 2022), è una tempesta di fulmini lanciati a ciel sereno, saette dirompenti in un’atmosfera apparentemente soffusa e quieta, e proprio per questo sconcertante. L’inquietante ora appena prossima alla Rivelazione pare sia arrivata, e sospesa in attesa di farsi luce vivida. Il libro di Calasso è un insieme di apoftegmi che vanno dalla lunghezza di qualche riga a non più di metà pagina, e sono lame affilatissime, spesso criptiche e dai rimandi lontanissimi, e remoti; sentenze oracolari riprese dai Vangeli; frasi lapidarie e secche come colpi d’ascia disseminate qua e là, una dietro l’altra.

Fratelli Van Eyck, Polittico di Gand, 1432, part.

Il tema è uno: l’Agnus Dei, l’Agnello di Dio (e nella controparte quindi Giovanni Battista), l’agnello che si è sacrificato per i peccati del mondo terreno, per la salvezza celeste. O meglio, oserei dire, che il tema è più specifico, non tanto l’Agnello: ma il sangue che da esso sgorga, o addirittura scorre come una sorgente limpida e cristallina e continua. Quale arma trafigge l’agnello? Si chiede l’autore. Il pretesto è l’agnello enigmatico del polittico di Gand, di Jan Van Eyck (1432). Quel sangue, quella ferita, quello sguardo indifferente dell’animale sacrificale (“trionfante e ucciso”) sono così fuori dalla realtà che nascondo qualcosa – qualche rimando, visione, estasi, a noi ignote.

Fratelli Van Eyck, Polittico di Gand, 1432.

Un’ecfrasi, una disamina acuta: “L’Agnello non ha soltanto una ferita circolare, ma un’altra, vicina, da cui il sangue si riversa nella coppa. Molte gocce schizzano dalla coppa. Alcune scivolano sul ventre dell’Agnello e ricadono in una piccola pozza sul panno bianco”. Sangue che schizza, e su superficie bianchissima, candida, pura, ineffabile. E poi ancora il sangue “sgorga” (p. 29), “continua a sgorgare e schizzare il sangue” (p. 33), “l’Agnello di Dio continuava a sanguinare” (p. 50), e ancora “continuava a sgorgare sangue in una coppa, da cui schizzavano gocce” (p. 51).

L’episodio apocalittico dell’Agnello era stato per secoli solo letto, “nessuno aveva osato raffiguralo”, scrive Calasso, “era come fosse legato nel testo”. Poi arrivò Van Eyck e realizzò un’opera sconvolgente: “apparve qualcosa di abbagliante, unico”.

L’iconografia della pala di Gand del pittore fiammingo non era mai stata presa in considerazione così intensamente nemmeno dallo studioso di arte fiamminga più acuto e zelante, ossia Friedländer. Roberto Calasso, ne parla in qualche modo, cioè il suo, e dunque non parlandone o parlandone per rimando. I significati spesso sono sfuggenti, dotti, ermetici; insomma, calassiani. Il modo di affrontare il rapporto testo/immagine però mi ha fatto pensare a un altro piccolo capolavoro dell’iconologia e iconografia cristiana: il Grünewald di J. K. Huysmans.

Un libricino intenso e concentrato che avevo letto nell’edizione Abscondita (a cura di Roberto Rossi Testa); un libro doloroso quanto bello, piacevole quanto toccante, stridente, acuto. Del resto Huysmans è un mago della prosa artistica, e inoltre gode di una spiccata sensibilità estetica. È un testo infatti che si caratterizza per essere un insieme armonioso di ecfrasi lunghissime, invettive e paragoni inter-artistici e religiosi. Il pretesto qua è la Crocifissione all’interno del dittico di Tauberbischofsheim (1523-1525) di Mathis Grünewald, pittore tedesco tra Quinto e Sesto secolo, secondo Huysmans “un pittore locale, un artista di campanile che lavorò solo per i borghi e i monasteri dei suoi dintorni”.

Nei due libri si respira lo stesso estenuante stress per la ricerca di una verità teologica attorno a un’iconografia unica, difficilissima, mai vista prima. Un’indagine sofisticata, croce e delizia per i due eruditi. Nessuna risposta definitiva; almeno, apparentemente. Solo angustie intellettuali. E ancora, nel mentre, “continua a sgorgare sangue” (p. 60).

Damiano Perini

TEODORO LO STUDITA HA DIFESO (TRIONFANDO) L’IMMAGINE SACRA. Vittorio Sgarbi oggi, con la stessa forza, sta combattendo per non rendere vana la sua impresa

Può essere considerato Vittorio Sgarbi il nuovo Teodoro Studita? Appena letto il primo incipit di Contro gli avversari delle icone (Jaca Book, 2022) sono trasalito: quale potenza!, ma sto leggendo un santo, mi sono chiesto, oppure un imperituro e impetuoso e infaticabile politico che è anche storico d’arte e legato (perché lì è la sua origine) alla cultura cristiana?

In effetti, Teodoro lo Studita è stata una delle menti più sofisticate di quei territori bizantinissimi attorno a Costantinopoli tra l’VIII e il IX  secolo. Nasce nel 759, da famiglia nobile e di un certo rilievo culturale, il cui padre occupava il ruolo di amministratore del fisco imperiale. Un po’ come Aby Warburg rifiuta la carriera del padre, elargendo la propria vita a ciò che più sentiva: l’immagine, e a soli 22 anni, per vocazione, sceglie la via monastica: Teodoro è  accolto così nel monastero di Saccudion in Bitinia. Fu vittima tuttavia, per tutto l’arco della sua vita di diverse disavventure, o meglio, persecuzioni; ma Teodoro non perse mai la forza. Non appena Leone V Armeno ricomincia la disputa (accanita) sull’iconoclastia, Teodoro Studita assume il comando della resistenza iconofila. Seguono però repressioni su chi sosteneva quest’ultima; al Santo Teodoro, inoltre, prigionia e esilio. Viene riconvocato a Costantinopoli nel 820 alla morte di Leone V, ma pochi anni più tardi si ritira nell’arcipelago dei Principi, a Prinkipo, dove muore nel 826. Gli scritti di Teodoro variano dalle polemiche (accesissime), alle opere ascetiche, alle epistole, e addirittura alle composizioni poetiche.

Le argomentazioni di Contro gli avversari delle icone (a cura di Antonio Calisi, a cui dobbiamo anche la prima traduzione italiana) sono una pugnalata eruditissima che affonda completamente l’eresia iconoclastica. È grazie soprattutto a Teodoro lo Studita, venerato non a caso come santo nella Chiesa cristiana, la legittimazione delle immagini sacre in oriente; dopo più di un secolo di battaglie dialettiche, scomuniche, persecuzioni, incomprensioni (ufficialmente a seguito del Concilio di Nicea II, nel 787, grazie alle tesi di Giovanni Damasceno).

Teodoro non ha paura di mostrare le sue opinioni; anzi, le grida con tutta l’energia che possiede, in modo puntuale, preciso, documentato, erudito. E convincendo; o meglio, trionfando. “Tempo è di parlare e non di tacere, per chi può farlo in qualsiasi modo, poiché sorge un’eresia che abbaia contro la verità e pone turbamento nelle anime deboli con un vano vociare”, esordisce il santo tuonando, citando l’Ecclesiaste (3,7); è tempo che chi sa e chi ha gli strumenti per comunicare lo faccia, lo faccia in fretta e con veemenza: sta richiamando a sé le forza, chiaro.

Da qui seguono tre confutazioni, le prime due sotto forma di dialogo con (contro) un eretico iconoclasta, mentre l’ultima in forma di sillogismi. Nelle prima confutazione preme segnalare e spiegare la differenza tra icone e idoli. “E (cosa hanno in comune) le sacre immagini e gli idoli dei demoni?” chiede l’Ortodosso all’Eretico; e via di spiegazioni: lineari, scandite e dirompenti. E Teodoro non è certo avido di bonarietà (buonismo, diremmo oggi); quando può lo punzecchia (l’eretico infatti “vaneggia in eccesso”, ci riferisce), e temporeggia prima di affondarlo completamente: “Sembra che non riusciate ad evitare di ripetervi come un uomo cieco che va in cerchio, mentre continuate malignamente a spostarvi da un discorso ad un altro”.

A tratti è un testo ricolmo di bizantinismi, libidine pura per gli Azzeccagarbugli. E pare proprio che a Teodoro piaccia in maniera appassionata confutare l’avversario, da tanto ardore che ci mette. E cita spesso pure i Padri della Chiesa, come Atanasio, Cirillo, ma soprattutto Basilio: “l’onore tributato all’immagine passa al prototipo”. La tesi della seconda confutazione infatti è atta a legittimare la venerazione della copia (raffigurazione) dell’immagine (raffigurato). Chiede l’Eretico: “dov’è scritto nel Nuovo o Vecchio Testamento che dobbiamo venerare l’immagine?”, al che l’Ortodosso risponde: “Dovunque sia scritto che dobbiamo venerare il prototipo dell’immagine”. L’immagine di Cristo, in altre parole, è l’essenza di Cristo stesso; e in quanto tale passibile di adorazione.

Teodoro accompagna, per così dire, tramite questo botta-risposta, l’Eretico portandolo piano piano e con astuzia al torto. E noi assistiamo a questa disfatta, ci convinciamo di una verità unica, e godiamo pure. È una mazzata dietro l’altra per l’Eretico: “se tu avessi dato retta a questi padri [Basilio, etc.]”, assurge l’Ortodosso, “avresti potuto capire che quando Cristo è adorato, è pure venerata la Sua immagine, perché essa è in Cristo”. Ossia, gli sta dicendo che è pure ignorante; una capra, direbbe qualcuno.

***

L’iconoclastia, sia storica che religiosa, ai giorni nostri si chiama cancel culture. E che, come ben spiega Marcello Veneziani nel suo illuminante libro (La Cappa, Marsilio, 2022), non è da intendersi come “cultura della cancellazione” come da traduzione, bensì proprio come “cancellazione della cultura”. Ma di questo ne parla già lui e meglio di tutti (in particolare rinvio alle pp. 67-82) nel suo saggio. (E non menziono le tristi cronache di Giulio Meotti sul Foglio).

Tra i pochissimi che hanno il coraggio di parlare, anzi gridare, come intendeva Teodoro sia perché hanno la conoscenza che gli strumenti per farlo, c’è Vittorio Sgarbi. Di iconoclastie contemporanea e antireligiose in particolare ne ha scritto lungamente in un suo recente libro, scritto con Giulio Giorello (Il bene e il male. Dio, Arte, Scienza, La nave di Teseo, 2020). Sgarbi è dichiaratamente ateo, ma allo stesso tempo ammette di essere culturalmente cristiano, perché questa è la nostra storia. Da duemila anni. Pretende, a esempio, il crocifisso nei luoghi pubblici, simbolo di pace (Gesù infatti ha voluto la pace: chi non vuole il crocifisso vuole la guerra, favoreggia per l’odio). Nel capitolo iniziale, il cui titolo è già esplicito (“L’arte è la prova dell’esistenza di Dio”), scrive:

“Cristo è stato un uomo, un grande uomo. Io non toglierei mai da qualunque luogo il ritratto di Giambattista Vico, di Galileo; e considero Gesù Cristo grande come il più grande filosofo. Quindi sta lì, in croce. Un posto un po’ scomodo. Perché mai dovrei toglierlo? In nome di che cosa? Di quale tolleranza, se un’altra religione che non crede in lui come Dio ritiene di non poter credere in lui nemmeno come uomo?”

E ancora:

“La chiesa non la vedo, ma vedo le chiese, i monumenti, e ringrazio il Dio cristiano per aver espresso tanta bellezza, bellezza del pensiero. Quale altra religione ha fatto tanto? Dov’è il Bach dell’islam? Dov’è il Giotto dell’islam? Io sono felice di essere cristiano.”

Sgarbi scrive talvolta tuonante, a volte edulcorato, a volte tecnico, a volte poetico; ma sempre bene, chiaro, capibile. Per la sua conoscenza storico-artistica (e critica) ha scritto per FMR, ha curato migliaia e migliaia di cataloghi, centinaia di artisti, conosce bene il massimo artista trentino Franco Chiarani, ha scritto saggi più accademici e altri più divulgativi; ha scritto del Romanino di Pisogne e di Beniamino Simoni, in particolare sulle Capèle di Cerveno (bellissimo libro: L’Italia delle meraviglie, Bompiani, p. 31). Sgarbi è stato l’unico che mi abbia fatto capire Carpaccio (la prosa di Longhi è meravigliosa, ma proprio per questo dopo tre parole finisco con l’adagiarmi sulla superficie melodica, lasciandomi cullare dalla prosa, dal suono di nomi e aggettivi intarsiati con leziosità e maestria – e inevitabilmente finisco per non capirci un cazzo).

E in quanto a veemenza non è da meno di Teodoro. Ha sbiadito molti avversari in conferenze, come Bonami o Abo; e ha scritto incipit come questi: “Se voleste cercare una Venezia salva dai turisti, impervia al loro provocare danni non tanto fisici quanto psicologici, etc.” (Piene di grazie, Bombiani, p. 27). E potrei continuare a lungo.

Scrive Teodoro: “Il Signore darà la parola agli evangelizzatori con grande forza”. Speriamo (preghiamo) si facciano avanti numerosi; e sia grande la resistenza iconofila, come lo è stata dodici secoli fa.

Luciano Cardo

DELL’IMPOSSIBILITÀ DI ORDINARE UNA BIBLIOTECA. E di altre nozioni dal pianeta Calasso

Devo ringraziare ancora una volta Roberto Calasso, perché dopo la lettura di Come ordinare una biblioteca (Adelphi, 2020) ho capito di essere un bibliomane nella norma. Certo non possiedo lo stesso numero di libri, e men che meno così preziosi. Ma indipendentemente da numero e qualità la verità – legge assoluta –  rimane la medesima: non esiste una regola per ordinare una biblioteca. Ci si può avvicinare caso mai con la cosiddetta “regola del buon vicino” che, come spiega Calasso, è stata “formulata e applicata da Aby Warburg”, secondo la quale “nella biblioteca perfetta, quando si cerca un certo libro, si finisce per prendere quello che gli sta accanto e che si rivelerà essere ancora più utile” di quello che si cercava (p. 12).

Questo per un motivo specifico, intrinseco alla biblioteca in senso assoluto. L’ordinamento di questa, infatti, dice più avanti Calasso, “non troverà mai – anzi non dovrebbe trovare mai – una soluzione. Semplicemente perché una biblioteca è un organismo in perenne movimento” (p. 59). Proprio così sta scritto: organismo; un essere vivente, capace di interagire con il mondo esterno. Ne deriva che questo organismo è formato tante piccole cellule che lo formano, i libri, dalla “presenza incombente”; il libro: elemento immortale che, “come il cucchiaio, appartiene a quegli oggetti che vengono inventati una volta per tutte […]. Passibili di innumerevoli variazioni, ma all’interno di un solo gesto”, ossia leggere un testo tenendolo fra le mani, accarezzandolo, sfogliandolo languidamente, o nervosamente.

È una lettura piacevolissima quella di Come ordinare una biblioteca; è la raccolta di quattro scritti pubblicati a distanza anche di parecchio tempo tra loro, in cui l’erudizione si mescola a un piacere libidinoso per le personalità alto-culturali del passato, a una prosa sciolta e disinteressata, a una ricerca delle fonti minuziosa; il tutto miscelato alle memorie dell’autore, culturalmente sapidissime e intriganti (chi riuscirebbe mai a costruire un racconto tanto documentato e insieme tanto vivido attorno a delle riviste di inizio Novecento?).

Mi sento libero inoltre da quel peso irrefrenabile e indescrivibile (che il bibliomane ben conosce) di possedere libri che mi osservano dal dorso, in stato di perenne attesa a mo’ di Deserto dei tartari, come a chiedermi: “quando mi leggerai?”.  Il grande erudito mi rassicura perché “essenziale è comprare molti libri che non si leggono subito. Poi, a distanza di un anno, o di due anni, o di cinque, o di dieci, venti, trenta, quaranta, potrà venire il momento in cui si penserà di aver bisogno esattamente di quel libro” (p. 31). Comprare un libro, in altre parole, solamente per il suo uso “ipotetico”. Del resto, è proprio il caso di dirlo: habent sua fata libelli.

Naturalmente, come in ogni libro di Calasso gli aneddoti sono svariati, e coltissimi. Ho scoperto curiosità interessanti, e tra quelli che mi sento di segnalare, uno merita più di altri. Si parla dell’impossibilità di accorpare le biblioteche (p. 58); della prima recensione della storia (p. 107: no, non vi dico qual è); dell’importanza del catalogo bibliografico (p. 30); delle chiose a margine (“non aggiungere a un libro tracce della lettura è una prova di indifferenza”, p. 38); dello scrivere a matita sui libri (p. 41); delle prime edizioni (p. 26). Ma come dicevo, quella che mi ha colpito più di tutte le informazioni lette è una sola, orgogliosamente italiana: “nell’Europa della prima metà del Seicento c’erano solo tre biblioteche aperte al pubblico: l’Ambrosiana di Milano (dal 1608), la Bodleian a Oxford (dal 1612) e la Angelica a Roma (dal 1620)”. Le biblioteche le abbiam sempre avute quindi; ma i lettori?

D.P.

DIVERSI È BELLO, DIVERSI È MEGLIO. Un albo per l’infanzia di Irene Guglielmi elogia le differenze. Contro l’appiattimento e l’omologazione

È da tempo che ho una bizzarra convinzione: il linguaggio utilizzato dai silent book, e in genere dagli albi per l’infanzia, è il più efficace di tutte le espressioni comunemente usate per la comunicazione. In primo luogo arriva a tutte le età, e con la stessa intensità; secondo, non ha bisogno di parole se non minime, e questo lo rende di veicolo dotato di grande immediatezza e semplicità. Terzo: è un linguaggio bello, bellissimo, anzi meraviglioso. L’arte del segno, dello schizzo, del colore, dell’evocativo, del non-detto, del rimando, dell’allusione, s’incontrano in una armonia sintetizzata dall’illustrazione; che pure racconta e narra, e senza nulla dire, dice tutto. Non esaurendosi mai.

Così mi capita di prendere in mano il silent book di Irene Guglielmi, Io sono Blu (Carthusia, 2022), sfogliarlo più e più volte, più e più momenti della giornata, in più giorni. E ogni volta è come se fosse la prima. In base al momento scopro nuovi dettagli, immagino nuovi sentimenti, rinvio a diversi episodi della mia vita; insomma, mi immedesimo un po’ nel protagonista, un po’ analizzo le illustrazioni, un po’ vago in quel mondo leggero e indefinito immaginato e realizzato da Guglielmi. E mi rallegro: in fondo è lo stesso per i bambini.

Io sono Blu narra la storia, che si sviluppa in 15 tavole a piena pagina (di cui l’ultima affissa in terza di copertina), di una piccola ape diversa dalle altre: non gialla, bensì, appunto blu. La si nota da subito girando la primissima pagina, in mezzo a una nube gialla che si staglia su un cielo (è cielo?) bianchissimo, remoto, onirico, e sopra delle margherite afflosciate. Lo si nota questo puntino blu, timoroso, e come allontanato dalle altre api dello sciame. Ci si domanda il perché; e nella tavola successiva si ha la conferma di ciò che prima era intuizione: l’apetta blu è derisa e o malvista dalle sue compagne. C’è chi è perplesso, chi sbalordito, chi spaventato, chi schifato, chi impaurito, chi arrabbiato, chi disgustato… insomma un florilegio di espressioni tutt’altro che amichevoli.

Blu, intesa la sua natura, per così dire, diversa, farà di tutto per essere uguale, alle altre api. Si farà costruire addirittura un abito giallo che, una volta indossato, la farà apparire come le altre sue compagne. Uno stratagemma assurdo che dura poco, fin tanto cioè che il vestitino non si sarà usurato, e quindi inutile a nascondere la sua vera natura.

Depressa, scoraggiata e avvilita, Blu si mette a volare per i campi. E ecco, di colpo, la sorpresa: un numero indefinito di altri insetti dalle forme e dai colori diversissimi tra loro è in fila a attendere qualcosa, un qualcosa di cui Blu non sa, ma quella diversità tra esseri simili è come se la attraesse, è come se la facesse sentire parte integrante, è come se la rassicurasse. E basta scoprire la pagina successiva per vedere Blu  felice, in un luogo che forse aveva sperato, desiderato sin dal momento in cui si era messa in fila, un giardino incantato e ridente in cui regna la diversità – che è ora rappresentata come spensieratezza, gioco, colori, vivacità, serenità, sorrisi.

Della cupezza, sterilità e freddezza delle pagine precedenti poco è rimasto, se non un dettaglio, sapientemente inserito dall’illustratrice: un’ape gialla, piccolissima, come una reminiscenza lontana, che guarda Blu da lontano con un’aria di malcelata sorpresa. Blu, al contrario, guarda noi lettori con un sorriso implacabile, vittorioso: contro l’appiattimento e l’omologazione.

Damiano Perini

ETERNO BAUDELAIRE. Leggo Calasso e non ho più dubbi sull’immortalità del pensiero critico del grande dandy

Di Baudelaire sapevo poche, meravigliose e fulminati cose. Innanzitutto il grande dandy parigino è, soprattutto – sopra-t-u-t-t-o –  il padre dei critici moderni, il precursore della critica contemporanea, antiromantica e soggettiva, e appassionata. Lo sapevo perché ho letto lungamente i suoi Salon, perché ho letto con penetrazione il saggio su Costantin Guys (il saggio fondamentale, la Bibbia della critica d’arte contemporanea), e assimilato concetti di tal genere:  “perché abbia la sua ragion d’essere, la critica deve essere parziale, appassionata, politica, vale a dire condotta da un punto di vista esclusivo, ma tale da aprire il più ampio degli orizzonti” (Salon 1846).

Ma il libricino postumo di Roberto Calsasso Ciò che si trova solo in Baudelaire, appena uscita da Adelphi, che fa da supporto, più segalino e tagliente, a La folie Baudelaire di qualche anno fa (ben più massiccio e profuso di nozioni), è illuminante. Per il motivo che dirò.

Sapevo, a esempio, che in Delacroix cercava quella “sovranatura” in grado di staccare dalla pittura di secoli prima, in particolare romantica (p. 19); intuivo, ma senza dubbi, che “fu il solitario, impavido sostenitore del diritto irrinunciabile di contraddirsi” (p. 24). Leggendolo, questo visionario dagli gli incipit “folgoranti”, percepivo la sensazione di avere a che fare con un “insofferente di ogni sistematicità, poco incline al ragionamento prolungato consequenziale” (p. 28) – rispecchiandomi, per altro, totalmente; e quindi comprendendolo a fondo.

Baudelaire ritratto dal fotografo Nadar (Wikipedia)

Di Baudelaire, sapevo ancora, e anzi benissimo, che sempre al centro del suo interesse fu l’immagine. Un linguaggio visivo, un ragionamento per icone nitide, colorate, chiarissime; un metodo particolarissimo, il suo, di “trattare le immagini come se parlassero, come se i loro significati non fossero meno evidenti di quelli trasmessi dalle parole” (p. 32). Quello di Baudelaire è un vero e proprio “culto” delle immagini: in lui, scrive Calasso, “cade ogni divisione fra la poesia, la critica, la prosa”; per questo, sostiene sempre Calasso, “volle dedicare il suo saggio più importante e articolato non a un pittore, ma a un illustratore” (p. 34).

Sapevo altresì del poeta misterico cose molto più frivole, ma non meno importanti: con lui “la moda viene messa sullo stesso piano della religione arcaica”, e non per sminuire la religione, ma per innalzare la moda, fondamentale per arrivare alla “bellezza eterna” (p. 40); che la noia – fu uno splenetico incorreggibile – era suo grande amore (p. 42); che il rosa e il verde, meglio se accostati, erano i suoi colori prediletti (p. 118). Addirittura lo avvertivo, da cattolico, che pregasse pure lui in qualche misura, “molto spesso, e nelle sue forme più elementari” (p. 48).

Di Baudelaire, solo una cosa, la più importante, non mi era chiara: l’immortalità del suo pensiero.

Ecco perché è così attuale, penetrante sempre e comunque. Devo ringraziare la mente brillante, colta e raramente speculativa di Roberto Calasso se ora Baudelaire è per me un mistero meno misterioso. “Due secoli sono finiti senza riuscire a distanziarsi da Baudelaire. Forse nulla di essenziale si è aggiunto. O forse quel certo modo di giudicare, che si diparte dall’estetico e dai nervi e fa breccia fino a una metafisica clandestina, ha una resistenza al tempo simile a quella delle equazioni e dei teoremi.”

Eterno Baudelaire: sia eterna anche la critica!

DP

UN LIBRO DIVERTENTE PER TUTTE LE ETÀ. “IL TRATTAMENTO RIDARELLI” È UN CAPOLAVORO DI IRONIA, INVENZIONE E STILE

Il Trattamento Ridarelli di Roddy Doyle (Salani, Milano, 2001, pp. 112) è un libro avvincente e originalissimo, che seduce il lettore sia per la sua trama strampalata, sia per i toni umoristici con i quali la vicenda si svolge, capitolo dopo capitolo.

La storia ruota attorno al protagonista, il signor Mack, un impiegato di una fabbrica molto particolare: in questo edificio infatti si producono 365 tipi di biscotti, un tipo diverso per ogni giorno dell’anno; il compito del signor Mack è quello di assaggiarli per verificarne la qualità.  Il suo giorno di lavoro preferito è quando deve assaggiare i biscotti con la marmellata di fichi (“intelligenti e bravi” a sua detta perché non hanno bisogno del cioccolato per essere buoni), mentre quello più brutto è quando deve provare i Cracker, secondo lui noiosi e monotoni.

Il signor Mack (Brian Ajhar)
Il signor Mack (Brian Ajhar)

Proprio in una giornata di quelle, i suoi due figli Jimmy e Robbie rompono, per la settima volta in sette giorni, la finestra della cucina. Il sig. Mack, già spossato e innervosito da tutti i Cracker mangiati, a questo incidente si inalbera del tutto, e caccia i due bambini in camera da letto.

Lo spiacevole evento, però, non passa inosservato: delle creature in grado di mimetizzarsi molto bene sono nascoste all’interno della casa e osservano come i due bimbi vengono trattati dal padre. Queste strane creature sono chiamate Ridarelli, esseri non definiti, sconosciuti e misteriosi, si dice piccoli e pelosi, anche se in pochissimi sono stati in grado di vederli. Esistono da sempre, e il loro compito è quello di assicurarsi che gli adulti trattino bene i bambini.

Al contrario, se queste piccole creature scoprono che i bimbi sono stati vittima di punizioni ingiuste da parte genitori, maestri, dottori o bottegai, scatta immediatamente per questi il cosiddetto Trattamento Ridarelli, un metodo temibile quanto terrificante: far calpestare all’adulto una grande, enorme e grossissima cacca di cane.

Il cane Rover (Brian Ajhar)
Il cane Rover (Brian Ajhar)

Il signor Mack, dopo aver spedito i bambini in camera da letto, è stato segnalato e deve essere punito per il Trattamento. Come se la caverà?

La vicenda, che si svolge in 36 bizzarrissimi capitoli e raggiunge il suo culmine in un malinteso, è ricca di colpi di scena, di soprese e non lascia scampo alla noia. Nemmeno nel finale, che si propone come una serie di morali come nelle fiabe.

Insomma, lo si poteva intuire dal titolo che la storia ideata dallo scrittore irlandese, classe 1958 e molto noto nell’ambiente della letteratura adolescenziale (di lui parla bene per esempio la scrittrice di Harry Potter, J. K. Rowling, che lo definisce “un genio assoluto!”) fosse una storia divertentissima. Il termine “Ridarelli”, infatti, deriva da “Gligger”, ossia “risatina” (dal verbo To Giggle, ridacchiare) del titolo originale inglese.

 

La copertina dell'edizione Salani
La copertina dell’edizione Salani

Il linguaggio dello scrittore è pulito, essenziale e scorrevole; grazie a un’alternanza marcata di immagini molto sgradite (la cacca, la punizione) e molto piacevoli (i biscotti, il perdono), Roddy Doyle ottiene come risultato una trama continuativa e vivace. Lo scrittore, inoltre, assumendo la parte di un narratore anonimo esterno, dialoga direttamente con il lettore; a lui si rivolge in modo confidenziale, creando complicità e gioco (che le illustrazioni graffianti di Brian Ajhar enfatizzano).

Il tocco di genialità dello scrittore è rappresentato dallo sfasamento di tempo creato per narrare le due vicende parallele, quella del signor Mack (accompagnato da un insolito gabbiano a cui non piace il pesce) e quella dei personaggi secondari, ossia i figli Jimmy e Robbie, la figlia Kayla, la moglie Billie Jean e il cane Rover. I Ridarelli fanno da collegamento tra le due vicende. Queste due pare che si svolgano in due universi diversi, tanta è la diversità di tempo e spazio: la storia del signor Mack avviene in pochi secondi e in pochi  metri; mentre quell’altra non si capisce se in settimane, mesi, anni… e per di più avviene attorno al mondo!

In conclusione, il libro di Roddy Doyle è un testo che mette allegria e, grazie alla genialità della vicenda  e alla singolare ironia dell’autore, diverte il lettore invogliandolo a leggere una pagina dopo l’altra.

Brucco Maissazio

C’È UN’ARTE SILENZIOSA CHE RIPOSA NEGLI ALBI PER L’INFANZIA. UNA BREVE LISTA DEI MIEI PREFERITI

Leggo gli albi per l’infanzia non tanto per rimaner bambino, piuttosto perché l’arte che si cela e allo stesso tempo si rivela all’interno di essi mi soddisfa molto meglio che certa contemporay art, o presunta tale, che viene propagandata dalle riviste di settore odierne.

Negli albi è presente una mirabile armonia tra design, letteratura, illustrazione, fantasia, richiami alla storia dell’arte e al contempo alla vita attuale; con un linguaggio semplice e estremamente immediato, i migliori autori del genere ci presentano – illuminandoci – concetti complessissimi, dai quali filosofi e professoroni hanno riempito volumi interi senza cavarne un ragno dal buco.

“Come una scatola nera, il libro dell’infanzia si impregna di memoria olfattiva, visiva e tattile ma soprattutto relazionale, di atmosfera, nel segreto incontro solitario o più spesso condiviso, appagante o sfuggente ma raramente poco significativo” – scrive Marcella Terrusi, in un libro fondamentale per gli amanti e gli studiosi dell’argomento (Albi illustrati, Carocci editore, 2012).

Gli albi per l’infanzia servono, tra le altre cose, per educare allo sguardo i più piccoli, e a fargli scoprire un passo alla volta il mondo in cui vivono attraverso metafore. È una continua sorpresa, pagina dopo pagina, albo dopo albo. Scrive la stessa Terrusi: “nello stupore e nella meraviglia per ogni scintilla creativa che spinge a seguire il desiderio della scoperta, nascono da questo territorio nuove narrazioni del mondo, ipotesi conoscitive, strade e immagini per il nostro esercizio di senso […].”

Gli albi sono un luogo incantato dove si celebra la libertà espressiva, aperti a ogni possibile interpretazione, e – non per ultimo – spazio per “la sperimentazione dell’‘ideale estetico’ volto a smascherare le diverse forme di abbruttimento della nostra società e le sue degenerazioni, tra cui la reificazione della fantasia e i sottili meccanismi di alienazione collettiva.”

Gli autori degli albi sono artisti di talento, geni adulti che hanno saputo conservare la gioia infantile, lucidi analisti che trasformano la realtà in immaginazione con un tocco, comunicandola, anzi trasportandola attraverso simboli ai bambini. “Comunicare per simboli non è meno importante che comunicare per parole. Qualche volta è il solo modo di comunicare con il bambino”, ha scritto anni fa Gianni Rodari (Grammatica della fantasia, 1973).

In sostanza è un tripudio di bellezza e di estetica, da cui io non sono esente. Tra i numerosi albi che mi hanno colpito (ne ho letti molti) mi limito di seguito a elencarne solo qualcuno, non necessariamente dei più significativi.

Iela ed Enzo Mari, La mela e la farfalla, Emme edizioni

Enzo Mari è stato uno dei più formidabili designer italiani del secondo Novecento; e questo libricino, scritto insieme alla moglie Iela, ne è la prova. Grande essenzialità, pulizia e immediatezza: qualche sagoma netta e dai colori squillanti, pieni e monocromi (pare acheropiti, ossia non toccati di mano d’uomo) composti in una sequenza narrativa breve quanto intensa, bastano a raccontare la storia di un piccolo bruco che diventa farfalla. Il luogo in cui è ambientata la storia è un albero di mela, l’accenno di qualche ramo e il profilo di una mela sono sufficienti a aprire nella mente un mondo intero. Tale è il design; e tale la maestria dei Mari che con il niente trasmettono il tutto.

Leo Lionni, Piccolo blu e piccolo giallo, Babalibri

Se la genialità la si riconosce dai gesti estremamente piccoli, Leo Lionni è sicuramente una delle persone più intelligenti del Novecento insieme a Duchamp e Piero Manzoni. In questo libro, pervaso da una grazia mirabile, composto da poche macchie di colore si succede la storia di due amici (blu e giallo). Dapprima tristi perché lasciati soli in casa dai genitori, si trovano poi a giocare di nascosto. Le felicità e il coinvolgimento è tale che i due si fondono (trasformandosi in verde!). Il divertimento infantile è il tema dell’albo di Lionni, insieme a una prima educazione al mondo dei colori.

Eric Carle, Il piccolo Bruco Maisazio, Mondadori

Eric Carle è una leggenda dell’illustrazione per l’infanzia. Morto a 91 anni nel maggio del 2021, ha lasciato al mondo una numerosa serie di capolavori, di cui segnalo la sua opera forse più famosa, Il piccolo Bruco Maisazio. È la vicenda di un piccolo bruco che mangia in continuazione, inconsapevole che quella fame impossibile da soddisfare rappresenta i prodromi della trasformazione in farfalla. Una chiara metafora della trasformazione dell’infante in adolescente.

Anna Llenas, I colori delle emozioni, Gribaudo

Un albo che è una sorpresa dopo l’altra; stupisce di continuo e continuamente attrae per la bellezza delle immagini. Anna llenas è una artista che nelle sue illustrazioni unisce più tecniche e più materiali, in un armonioso equilibrio. E colore, tanto colore, utilizzato in modo mirabile. Ogni pagina è dedicata a un colore, o meglio alle infinite sfumature di un determinato colore, e associato a una emozione. Un albo che si continuerebbe a sfogliare e risfogliare.

S. Donnia e D. de Monfreid, Mangerei volentieri un bambino, Babalibri

Un libro simpatico e divertente, ambientato in un luogo esotico. Un piccolo coccodrillo, icona del bambino viziato, si fissa di voler mangiare un bambino vero e proprio; i genitori lo invitano prima a crescere e mangiare cose più adatte alla sua età, ma il piccolo non ne vuole sapere. Così quando si trova di fronte a una bambina vera e propria, lui ancora troppo piccolo, finisce per essere trattato come un pupazzo. Dopo la figura ridicola fatta torna vergognandosi dalla famiglia, deciso a ascoltare i genitori per crescere e diventare grande come loro.

Eric Battut, La piccola nuvola bianca, Bohem

Questo libro di Eric Battut è un capolavoro dell’illustrazione. Ambientata in un cielo infuocato, dall’atmosfera vibrante e agitata, fatta di grandi e mosse pennellate di colori caldi (rossi, arancioni, e gialli) è la storia di una piccola nuvoletta bianca che cerca, inseguendolo, di rasserenare l’animo di un grande nuvolone nero inferocito (il temporale), e far tornare il sereno. L’animo semplice e gioioso del bambino placa il nervosismo dell’adulto.

Alessandra Cimatoribus, Quasi farfalle, Fatatrac

Sono atmosfere magiche quelle rappresentate a pastelli da Alessandra Cimatoribus in questo albo. Si susseguono una serie di figure femminili, diversissime tra loro eppure tutte distinte e tutte fatate, circondate da un’aurea incantata. Sono madri, balie, maghe, sorelle,… Un sottile simbolismo permette di entrare in simbiosi con le protagoniste, ascoltare le loro carezzevoli voci e le evocative melodie dei loro nidi.

Chiara Carrer, Il grande ploff, Fabbri editori

Con questo albo sono seriamente in imbarazzo: è meglio l’illustrazione o la storia rappresentata? Tecniche di vario genere, colori, matite, ritagli di giornale, sfumature, schizzi, abbozzi, e altri espedienti artistici si uniscono per narrare una vicenda che di base ha un concetto molto semplice: la paura spesso è frutto di una cosa che non si conosce, e nella maggior parte dei casi si scopre sia una sciocchezza. Un libro da leggere, ma al contempo e soprattutto un albo illustrato da ammirare.                                                                                                          

Maurice Sendak, Nel paese dei mostri selvaggi, Babalibri

Un altro capolavoro internazionale. Maurice Sendak è mondialmente riconosciuto nell’ambiente degli albi illustrati e non solo. Mi limito a segnalare questo libro (che non a caso è stato editato anche da Adelphi) e a far notare, tra le altre cose, il delicato surrealismo che lo attraverso, il tema del sogno e dell’inconscio, e la bellezza della fantasia.

Nicoletta Costa, Autunno con la nuvola Olga, Emme edizioni

Chiudo questo elenco con una eccellenza tutta italiana. Nicoletta Costa è conosciuta dagli adulti, e ancora di più amata dai bambini. Per le sue storie facili e chiare, semplici e immediate, caratterizzate da un disegno molto netto, dai contorni marcati e dalle forme piene, insomma, grazie a un linguaggio artistico appetibilissimo dai più piccoli e da storie molto comprensibili Costa è apprezzata, anzi apprezzatissima. E la nuvola Olga orami una icona dell’illustrazione dell’infanzia di casa nostra.

DP

DI NATURA, DIO E AMORE. DAMIANO PERINI INTERVISTA MARCO ANDREIS

Giornata tranquilla e soleggiata nel verde della campagna gardesana. Il dolce tepore tipico del luogo, nonostante l’estate, rasserena e favorisce il dialogo. Damiano Perini e Marco Andreis, pascendosi con tabacco e vino Rosa Valtenesi – il vino edonistico per eccellenza – chiacchierano del più e del meno durante un normale aperitivo mattutino. Tra i tanti argomenti si tocca quello della poesia. Si riporta di seguito un estratto di quanto discusso.

Damiano. Sono cresciuto con Marco Andreis; lo conoscevo appassionato di fumo lento, amante dell’arte e artista. Scoprirlo anche poeta è stata una sorpresa.  Marco, la tua prima pubblicazione di poesie è avvenuta molto recentemente (2020); come e quando nasce questa tua vena lirica?

Marco. Devo dire che, come per quanto riguarda la pittura, il fare poesia nasce in me in modo spontaneo: non sono stato io a cercare la poesia ma mi piace pensare che sia stata lei a trovarmi, soprattutto a trovarmi pronto per accoglierla. Credo che la poesia sia – almeno per quanto mi riguarda – più complessa in termini d’esecuzione della pittura e quindi mi serviva forse una maggiore consapevolezza di me stesso, una maggiore maturazione per mettere in atto la composizione poetica. Nel 2016 ho scritto la mia prima poesia.

D. Nelle tue due raccolte molte immagini si ricollegano alla natura: si parla di fiori, campagna, fronde e alberi, nubi, con uno sguardo accorto verso la maestosità celeste e in particolare del sole. Piace la natura in quanto se stessa, oppure è un modo di manifestare meraviglie nei confronti del Creato? C’è un rimando allegorico oppure è la Bellezza in sé a colpirti?

M. Il rimando allegorico è molto presente nelle mie poesie ma non in tutti i componimenti; mi capita spesso di cogliere aspetti della natura che mi deviano il pensiero su concetti più universali, domande alle quali non è possibile dare una risposta in modo razionale. Di fronte a questi pensieri non mi resta che estrarre penna e taccuino e ricamare una composizione. Credo che sia logico pensare che Bellezza e Creazione vadano di pari passo.

D. Nonostante molte poesie trasmettano luce, lo stato d’animo nell’insieme operistico è piuttosto malinconico. Corrisponde effettivamente al carattere del poeta? L’amore per le stagioni fredde, autunno e inverno, rappresentano il bisogno di intimità e solitudine in un mondo frenetico e confuso?

M. Le mie poesie tendono a trasmettere ciò che sono e ciò che provo nel momento in cui vengono scritte. Per fortuna – o almeno io la ritengo tale – il mio carattere è in continuo mutamento e è proprio per questo che tendo a cercare momenti di solitudine e di riflessione, attimi nei quali trovo il poetare più fluido e armonioso. La solitudine è da sempre stata compagna fedele dei pensatori, dei filosofi e dei poeti, quindi ritengo necessario che ci si debba regalare alcuni attimi di isolamento dal mondo – diventato decisamente troppo caotico.

D. Come nascono le tue poesie? Dalla tranquillità solitaria o dal turbinio quotidiano cittadino? Noto che termini come “lentezza”, “attesa”, oppure “pensare”, “meditare”, etc. si collegano tra una composizione e l’altra.

M. La meditazione e la riflessione, anche sulle situazioni più scontate, sono necessarie per riuscire a creare qualcosa che abbia in sé un significato profondo. Riuscire a isolarsi e innalzarsi al di sopra della realtà è fondamentale per creare una sorta di pensiero filosofico e quindi riuscire a vedere al di là della pura e semplice materialità delle cose – mi viene in mente Fontana con i suoi squarci nelle tele.

D. Alla base delle tue composizioni c’è la religione. Quanto conta per te Dio nella tua arte?

M. Per quanto mi riguarda credo che la Bellezza non possa esistere se non ci fosse stato un Creatore a donarla al mondo. Dio è presente nella mia vita e forse, a mio modo, penso che fare arte sia una sorta di ringraziamento per rendere onore alla magnificenza delle sue creazioni. Molti artisti – contemporanei e non – ritengono che l’essere legati a una religione possa essere d’intralcio alla libertà del loro pensiero: io personalmente credo che Dio non sia una restrizione di vedute, anzi, credo che sia un punto all’infinito raggiungibile solo mediante la Bellezza.

D. Un tema che affronti in modo magistrale e in modo cristiano è la morte; perché? Sembra quasi tu voglia cercare di convincere il tuo pubblico a accettare questa inevitabile meta. Un pubblico che ogni giorno combatte invece con la chimera dell’immortalità.

M. In effetti la morte è un argomento che mi affascina particolarmente e che mi fa capire che ciò che siamo è una condizione precaria e fragile. La società di oggi non fa più caso alla morte e vive alla giornata, schiava di una frenesia malsana che toglie il tempo per riflettere sulla propria vita. Essendo cattolico, la morte, la vedo più come un punto di ripartenza, una rampa di lancio per l’anima e non come il superficiale degrado del corpo.

D. Nel tuo ultimo libro, edito da Eretica, conto 19 volto la parola “anima” su un totale di 32 poesie. In un Occidente sempre più materialista è raro riscontrare persone, per lo più giovani, pascersi con questo termine ineffabile e carico di significati come pochi. Cosa rappresenta l’anima per te?

M. L’anima. Bella domanda! Credo che l’anima sia quella luce che in noi va alimentata affinché la nostra vita non diventi un lascivo sopravvivere. Un modo che ho di alimentare questa luce è lo scrivere poesia, il comporre attraverso le parole dei veri e propri quadri. Penso anch’io che le persone, in questa società, attente alla cura della propria anima siano rimaste ben poche ed è per questo che provo un forte senso di inappartenenza a questo mondo.

D. L’amore, e in particolare Vera, è uno dei temi più approfonditi dalla tua poesia. Cosa rappresenta lei nella tua vita di artista e poeta? Si può dire che tua moglie sia la tua musa?

M. Assolutamente sì, Vera si può considerare mia musa, come lo erano Laura per Petrarca e Beatrice per Dante, ma anche Drusilla Tanzi per Montale. Vera è per me sia una musa reale, in carne e ossa, sia una musa eterea, sublime, la Poesia stessa, infatti nei miei componimenti si intuisce che lei è la mia compagna di vita, la mano alla quale si stringe la mia, ma allo stesso tempo è anche la mia ancora di salvezza e il mio conforto. Se posso concludere con una citazione, leggo una quartina dell’Alfieri tratta da Rime varie e la dedico a mia moglie:

“O di gentil costume unico esempio,

d’ogni alto mio pensier cagione e donna,

del lasso viver mio sola colonna;

di celestial virtude in terra tempio:

[…]”

POESIA COME ATTO TEURGICO: LA NUOVA RACCOLTA DI MARCO ANDREIS È UN INNO ALL’ANIMA E UN’INVOCAZIONE A DIO

Ho letto la prima raccolta di poesie di Marco Andreis, e quindi so che la sua seconda pubblicazione ha bisogno di un posto adeguato per la lettura. Il primo libro edito da Marco Serra Tarantola (Poesie. Raccolta di Versi alla Natura, all’Amore e agl’Intimi Pensieri, Brescia, 2020) è un libro dallo sfondo edonistico, dove si parla di natura, di bellezza e di amore, e in cui i sentimenti dell’autore si aprono per la prima volta pubblicamente.

Devo aspettarmi un degno prosieguo, anzi me lo aspetto proprio: allora voglia pace, natura, godimento e idillio attorno a me; non voglio schiamazzi, caos, cicalecci, o altre futilità. Il nome del nuovo editore mi spaventa, ma Andreis è mio amico e devo farmi forza; così una mattina trovo il tempo di dedicarmi al pregevole libricino, questa volta edito, appunto, da Eretica (Tra la luce e gli abissi. Alla ricerca dei frammenti dell’anima, Salerno, 2021), che smentisce i miei timori già a partire dalla copertina: di cartoncino, colore rosso carminio vibrante, e dalla grafica pulitissima. La carta delle pagine è confortante già al tatto e l’impaginazione (cioè font e gabbia di stampa) invoglia la lettura.

L’ambiente che ho scelto è perfetto. Sono immerso nel verde di un parco gardesano,  il fiume scorre poco più in basso di me, il sole splende, il vento soffia a colpi, rinfresca me e smuove le foglie. È tutto un fruscio, un concerto naturale che ritrovo, scorrendo – e con mia grande sorpresa – , nell’Andreis che non conoscevo. Sono versi molto più profondi rispetto ai precedenti, l’autore si dimostra più maturo, completo; la lingua è più scorrevole, precisa, addomesticata. Allo stesso tempo il contenuto è più profondo, enigmatico, spirituale. Mi aspettavo di godere, e mi ritrovo invece a meditare.

Eppure avrei dovuto capirlo subito dal sottotitolo, ma sono accidioso spesso e volentieri, e questo è uno dei tanti casi. Poco male: lo stupore stimola la concentrazione, cosa di cui ho bisogno.  

Il libro si apre con elogi alla Creazione: citando la primula, la surfinia, l’ edera, si ringrazia il sole per il suo calore e il tepore che elargisce in primavera. Gli sguardi dell’autore sono rivolti continuamente all’alto e al basso, al cielo e alla terra, e rappresentano un contrasto, quasi dualismo tra luce e ombra, chiaro e scuro. Sono bucoliche alcune visioni, come quella dei Colli Senesi, in cui Andreis (che qui dimostra a parole anche l’altra sua inclinazione artistica, ossia la pittura) rende gloria al lavoro di contadini, con dei versi che sono pennellate nitide e ben stese.

Lo stato d’animo è però dolcemente e felicemente decadente e malinconico, come di una strana accettazione del tempo in cui vive (= isterico e frenetico). Marco ama l’autunno e l’inverno, non tanto per il clima in sé, ma per l’atmosfera che da esso consegue. In queste stagioni i “ritmi calano”: urge lentezza, silenzio, docilità; c’è bisogno di attese, di sospensione, di latenza: per pensare e ripensare, amare e godere. In M’illumino di speranza scrive: “è necessario il silenzio nella mia vita rumorosa”, e questo per “rimanere assorto”, “rimanere sul ciglio”, e approfittarsi di quella “inutilità che lo circonda” (p. 21). Un suggerimento, forse, o un bisogno imprescindibile.

Un altro grande tema, affrontato con mirabile schiettezza, è quella della morte, e in particolare della necessità di accettarla. “Sembra che in questo luogo… non sappiamo che altro esiste dopo una fine”; e ancora “rimaniamo avvolti dal gelido grido della morte, ma felici d’esser stati…” La poesia continua ma è tutto in più. La frase è perentoria e bastino queste due parole: esser-stati ( e si legga San Paolo).

Nei versi di Anima Pellegrina (p. 28) è Baudelaire redivivo che scrive: passeggia, non per le strade di Parigi ma di Brescia; non è un cigno ma un gatto randagio; non invoca le muse (qualora ne avesse avute) ma Dio.  E sempre a Dio Andreis porge la mano (L’immensità, p. 29) “abbagliato da celesti lumi” nonostante il buio tremendo della notte. In questa raccolta il poeta e artista si dichiara apertamente: cattolico coraggioso e orgoglioso. In un mondo ormai pagano e confuso, in cui si crede in niente e in tutto, lui, Andreis, ha le idee chiare, anzi chiarissime: il suo Dio è uno solo e a lui è rivolta l’invocazione che come un filo d’Arianna attraversa, poesia dopo poesia, verso dopo verso, parola dopo parola, tutta l’opera. Un’opera che ha tutta l’aria di un mero atto teurgico, in cui la magia però, qui, è limpida poesia.

Non trovo quindi strano che la parola più utilizzata in assoluto (conto il termine 19 volte su 32 poesie) sia “anima”. L’anima è la sua “Compagna” (p. 43), “anima mia” la sua invocazione prediletta: scruta se stesso Marco Andreis e vede una realtà altra, la conosce e la comprende. Per questo è autore appagato e appagante, per questo ci trasmette serenità e conforto. Ma anche, con tutte quelle parole, silenzio.  

Rüdiger Schildknapp

TRAMA BANALE, STEREOTIPI A PROFUSIONE, SUPERFICIALITÀ DALLA PRIMA ALL’ULTIMA PAGINA: IL LIBRO DI MARCO MISSIROLI È PERFETTO PER UNA SERIE NETFLIX

Eppure, nel leggere l’epigrafe a inizio libro citata dalla Pastorale Americana di Philip Roth, mi ero entusiasmato parecchio; aspettative altissime, si parte benissimo ho pensato. Ma purtroppo non sono stato ricambiato, e la lettura di Fedeltà di Marco Missiroli (Einaudi, 2019), tanto elogiato e grandemente premiato (Premio Strega Giovani 2019), mi ha fatto solo perdere tempo.

Missiroli è romagnolo, nato a Rimini, e quindi potenzialmente godereccio, ma il testo risulta ahimé tutt’altro  che edonistico, anzi! Dalle molte note malinconiche che si susseguono si direbbe che l’autore si sia fatto inghiottire dalla nebbia (o quel che ne è rimasto) di Milano, dove ora vive e lavora. “Milano la complicata”, per usare le sue parole.

In un continuo andirivieni temporale (rimandi tra presente e passato) e spaziale (tra le “sue” Milano e Rimini) si incrociano via via le vite dei quattro protagonisti, in una sorta di revival di Affinità Elettive goethiane post litteram (“le era affine in modo strano”, p. 21), con una incidenza non casuale del Doppio Sogno di Arthur Schnitzler (magistralmente, questo sì, reinterpretato da Stanley Kubrick in Eyes Wide Shut, con Tom Cruise e Nicole Kidman).

Personaggi comunissimi, normodotati, in cui l’autore tiene a sottolinearne più i difetti e le debolezze che altro; uomini inetti e non eroi o eroine, perdenti, sfigati e rinunciatari, uomini e donne i cui pregi si intuiscono solamente per contrasto. Persone poco felici, ma che alla fine si accontentano sempre e comunque.

Carlo è un professore raccomandato che all’età di quarant’anni punta ancora sull’aiuto della sua famiglia, appartenente alla borghesia milanese medio alta. Proprio a Milano insegna a un corso per la durata di sei ore a settimana e redige occasionalmente cataloghi di viaggio. Un “insospettabilmente capace” che vorrebbe scrivere romanzi ma, incapace, non hai mai scritto una riga, cullandosi in una serie di possibilità impossibili. Un uomo con “indole alla rinuncia”, che non riesce a farcela: nel lavoro, nell’amore, nella vita. È uno sconfitto o una persona che non si accetta per quello che è? “Lui era questo, fermarsi l’attimo prima, questo, godere delle immaginazioni” (p. 117), “lui che finalmente” (p. 135), ormai abituato a “sostare nel limbo delle possibilità” (p. 137). O ancora: “un professore fallito, un marito discutibile, un figlio di papà che fa finta di no” (p. 189).

Margherita è sua moglie, una donna accondiscendente dalla apparente invisibilità, arrendevole, scialba, indecisa, ma che Missiroli ci presenta con un’immagine terribilmente carina. Una giovane donna ormai abituata, anzi stagna al matrimonio, e che però nasconde in sé un’immaginifica bramosia di tornare a un amore primordiale, ossia essere desiderata sessualmente ancora in modo brutale, animalesco.  

Ci sono poi le due figure-ombra della coppia sposata. Il primo dei due è il capolavoro dello stereotipo contemporaneo. Andrea è un giovane fisioterapista, animalista sopra le righe (parla coi cani e li ama più degli uomini), un eterosessuale rinnegato che guarda Game of Thrones, un bravo figlio che accudisce i genitori; ma che più avanti si scopre essere una persona spaventosamente crudele e cattiva, ama la violenza, la brutalità, il pestaggio (si veda p. 147). Una personaggio insomma nauseante, che in qualche modo accende le passioni sopite di Margherita.

La controparte di Andrea è Sofia, una studentessa di Rimini (a cui l’autore lascia un riferimento forse autobiografico: “una ventiduenne legata alla provincia di cui faceva cose che si pentiva”) dalle “movenze gentili, la voce pacata, la bravura nello stare al proprio posto” (p. 39), di cui Carlo, che ne è professore al master milanese, si innamorerà fortemente. Sofia è una brava ragazza ma anche lei una sconfitta; da poco orfana di madre, rinuncerà agli studi e ai suoi sogni per tornare a Rimini dal padre anziano, e portare avanti il negozio di ferramenta familiare.

La storia annoia e è poco originale: Carlo si invaghisce di Sofia e Margherita se ne accorge; Margherita si invaghisce di Andrea e Carlo se ne accorge. I due si trastullano in una specie di complicità, in cui – ci fa credere l’autore con un luogo comune facile – l’andare con altri in un matrimonio è giusto per riaccendere la passione, e anzi è solo in virtù del tradimento che esso sopravvive. “L’infedeltà poteva significare fedeltà verso se stessa” (p. 141), basterebbe questa frasuccia insulsa da liceale di sedici anni per lasciar perdere il libro. Una giustificazione, una frase a effetto, un gioco di parole?

Ci sono però anche alcune note positive: scorrevolezza del testo, sintassi morbida, dosata e talvolta leggera. Missiroli scrive in modo sciolto, e le parole in certi casi paiono vaporizzarsi, si fanno velo, foschia: avvolgente come quella che ricopre Milano a inizio romanzo. Inoltre il ritmo narrativo è altalenante: da un sincopato dialogo di frasi secche a lunghissimi periodi epperò fluidissimi (come la parte in cui racconta l’invaghimento progressivo del professore per la studentessa).

A mio avviso però non basta. E quello che ho sotto gli occhi è un libro dalla trama banale, profuso di stereotipi che si susseguono, e superficialità dalla prima all’ultima pagina. Perfetto, quindi, per una serie Netflix.

Rüdiger Schildknapp