IL PAESAGGIO, IL PROFUMO E IL CORSIVO. Riccardo Falcinelli e l’estetica degli appunti (e qualche richiamo a Boetti e Baj)

Quanto si diverte con le immagini, e quanto fa divertire noi, Riccardo Falcinelli. E soprattutto, quanto coinvolge, quanto stimola, e quanto insegna su quel mondo difficilissimo e profondo, solo apparentemente superficiale, che è quello dell’immagine.

I suoi libri, strepitosi, che con invidiabile bravura rendono accessibilissima la materia misterica che si chiama semiotica dell’arte, ti mandano in tilt la mente, ossia: li leggi e capisci che tutto è ciò che abbiamo di fronte agli occhi è un bellissimo quadro, una bellissima opera, caoticamente e involontariamente e disordinatamente ordinata. Tutto è immagine, dunque tutto può essere estetica. E in virtù di ciò, guardato con un’ottica analitica.

Il muro che ho di fronte mentre scrivo a esempio: una schedina giocata in attesa dei risultati delle partite, scaramanticamente attaccata alla parete con un nastro nero; e un foglio A4 con appiccicate riproduzioni di carte da gioco, in attesa di essere memorizzate (sono un giocatore se non si fosse capito). Oppure il ripiano su cui poggiano i miei gomiti in questo momento, cosparso di libri, quaderni, biro, matite, evidenziatori, insomma… appunti.

Appunti disordinati e frenetici (non disciplinati come quelli di Falcinelli) dove un brutto corsivo buttato alla svelta si unisce a schizzi e ghirigori senza logica. Aiutano il pensiero, o viceversa è la mano che vagabonda mentre ci si lascia andare a esso. Se n’era accorto già Alighiero Boetti, che della distrazione e del vagare spensierato aveva realizzato opere esemplari (si pensi a Cimento dell’armonia e dell’invenzione). Scrive Boetti: “La distrazione è lo stato di tensione estrema delle fibre che si allungano prima di disgiungersi. La distrazione può raggiungere un punto perfetto di estensione, di pienezza. Ma al di là incontra il dolore, la dislocazione. L’espressione creativa è una dilatazione dello spirito e del corpo, espansione, e tentazione dello squarto”.

Adesso, non che voglia giustificare i miei quaderni pieni di stramberie simili citando i geni del Novecento. Però! Ricordo che anche Enrico Baj scrive un elogio molto passionale del ghirigoro: “Leggete – scrive in Automitobiografia – leggete, voglio dire seguite con l’occhio pezzetto per pezzetto, la linea ghirigorata: lei che vi darà il senso della lunghezza, dell’infinito, dell’eterno, che l’uomo vanamente insegue”.

Alighiero Boetti, Cimento dell’armonia e dell’invenzione. Si legga l’articolo ottimo dell’ottimo Bartezzaghi su Doppiozero, https://www.doppiozero.com/le-mani-di-boetti

Poetico, senza dubbio. E pensare che proprio il grande Baj fu uno dei fan più famosi degli appunti; e anzi, anche questi rientravano a far parte di quella tecnica mnemonica a lui cara e diventata il suo segno distintivo, chiamata per l’appunto “macchina del tempo”. Il tempo, sostiene Baj, non è altro che la successione infinita di punti e appunti. “Alle scartoffie – scrive sempre in Automitobiografia – corrispondenze, ricordi, cataloghi e riproduzioni, si aggiungono delle piccole agende tascabili che da anni mi seguono giorno per giorno, ora per ora, sulle quali sono rintracciabili annotazioni varie. Spesso incoerenti e insignificanti a prima vista, queste annotazioni sono dotate di grandi capacità evocative se appena ripensate, nel rimuginio dei ricordi”.

Riccardo Falcinelli, anche questo può essere Visus

Proprio del concetto di evocazione ci parla Riccardo Falcinelli, a proposito di appunti presi su un cartoncino da profumeria (anche qui geniale) dove normalmente si spruzza del profumo per prova, in uno dei suoi reel su Instagram, e da cui ho estratto le foto. “Il modo in cui prendiamo appunti è una parte fondamentale del processo creativo”, ci spiega. E ragiona sul modo in cui funziona il paesaggio, alla sua immagine, su una boccetta di profumo stilizzata: evidenziatore e scrittura corsiva (ci si ricordi che il corsivo, oltre a essere esteticamente bello – bella o cattiva scrittura che sia, e penso a quella di Sgarbi, se non la si conosce si cerchi sull’internet – come si dice, “lega i pensieri” (sul corsivo, sui benefici cognitivi, psicomotori, etc., e su quanto stiano perdendo le generazioni nuove per via della scrittura visiva si potrebbe parlare tantissimo), e tanti appunti.

“Prendere appunti su materiali strani… fa sì che diventi più divertente il processo di selezione degli appunti stessi”. “Il senso degli appunti – conclude – soprattutto quelli creativi, è aiutarci a memorizzare, a farci ragionare… il fatto di avere degli appunti che ci hanno costretto a usare la fantasia è un ausilio formidabile per la memorizzazione. Oltre al fatto che abbiamo dei quadernetti belli”. Certo: più bello, più divertente, più stimolante. Prossimo libro: estetica degli appunti, grazie.

damiano perini

PS: se qualcuno vuole approfondire l’estetica del volto su cui ho fatto screenshot: R. Falcinelli, Visus, Einaudi, uscito da pochissimo)

APRE LA MOSTRA DI ENRICO BAJ A PALAZZO REALE: RILEGGERE “AUTOMITOBIOGRAFIA”. Per tuffarsi in quel cosmo poliedrico, tra assemblage, ambientalismo avanti tempo, donne e super vip dell’arte. La scrittura come estensione dell’opera

“Le annotazioni stanno là con funzione evocatrice
più che per essere sfogliate”

 “Ho ripudiato i numeri e il calcolo delle costruzioni per l’arte,
per fare quadri e altre fantasie”

“D’altronde a scuola non ho mai imparato niente,
se non a prendere diplomi…
A Brera invece seguivo le lezioni,
ma non presi mai il diploma”

 

Non so se sia una coincidenza, o una profezia, o se invece mi sono perso qualcosa, ma trovarmi tra le mani Automitobiografia di Enrico Baj edito da Johan & Levi nel 2018, dove in copertina compare un giovane Baj ritratto da Ugo Mulas, nella settimana in cui vengono inaugurate insieme a Palazzo Reale di Milano due mostre distinte a loro dedicate (rispettivamente l’8 e il 10 ottobre) è qualcosa di molto curioso.

Comunque ho pensato di rileggere questo libro proprio in vista della personale milanese, a cura di Chiara Gatti e Roberta Cerini Baj, innanzitutto per ritrovarmi a tu per tu con l’artista patafisico, con le sue idee e i suoi lavori e il suo ambiente e le sue conoscenze (che rappresentano il meglio che il Novecento artistico, e non solo, ha conosciuto). E poi perché, soprattutto, e lo ha detto lui, la scrittura per Baj è “estensione e completamento della pittura”. Insomma: rileggere per conoscere di più e meglio godere.

Enrico Baj, Automitobiografia, Johan & Levi, 2018

Automitobiografia è una personalissima, irriverente e colta autobiografia a ritroso, scritta da Enrico Baj a partire dall’anno di pubblicazione, nel 1983, andando giù giù fino all’anno di nascita, nel 1924. Profetico, quel 1924; un anno che sa di prolessi. In quello stesso anno infatti venne pubblicato il Manifesto del Surrealismo da André Breton (che conoscerà di persona), e il Surrealismo insieme al Dada saranno i due poli entro cui si muoverà tutta l’opera di Baj, a partire dall’adesione alla Patafisica, la “scienza delle soluzioni immaginarie”, e – scrive Angela Sanna in prefazione –“ potente baluardo dell’ironia, da lui considerata un’arma infallibile contro le nevrosi, le follie e le aberrazioni del sistema e della società”.

La sua è una mente brillante, ci si accorge leggendolo, si sa perché si laurea sbrigativamente in giurisprudenza pur non frequentando ma dando solo esami per far felice la famiglia, mentre seguiva le lezioni all’Accademia di Brera, quelle sì seguite con passione. Papà e mamma, ingegneri entrambi, lo volevano architetto, ma una strana, dice lui, “rivolta genetica… interpretata come un naturale processo immunologico sviluppatosi in me per rendermi immune di fronte alla pericolosità della ingegneria e della politecnica”, lo rende dubbioso. Poi, sarà stato quell’influsso provvidenziale di Breton, “avendo subìto una overdose di quella droga meccanicistica… non mi restò via di scampo se non nella scienza delle soluzioni immaginarie”. E certo che la creatività, la fantasia, l’immaginazione siano la strada giusta, nel 1963 “approda” alla Patafisica “che è la vera scienza”.

“Il periodo dei mobili ebbe inizio nel 1961, quando cominciai su delle tele e con le mie solite tappezzerie e ovatte a rappresentare dei mobili, per lo più dei cassettoni” p. 175

Che cos’è, in sostanza? La Patafisica nasce in Francia con Alfred Jarry, paladino e mentore di Baj seppur mai conosciuto in vita (muore nel 1907 a 34 anni), e il suo Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico, praticamente un manifesto. Viene istituita, e in un certo senso fatta rinascere a Milano nel 1964, il cui Enrico è assiduo adepto, nonché uno dei principali divulgatori. Ne dà lui stesso una definizione a pagina 68-69. Patafisica, in breve, che è un oltre la metafisica che è oltre la fisica, una scienza oltre la scienza: un po’ come l’umami, il gusto oltre al gusto.

“Il mio studio andò riempiendosi di cordoni, frange, fiocchi, nastri e passamani, insomma tutta la vecchia mercanzia… accumulazioni di passamanerie con il loro senso di caduta… hanno sempre avuto ai miei occhi un fascino e un profumo di decadenza o cadenza di un mondo e di un modo, di un gusto, di una cultura” p. 88

Queste memorie rappresentano un’autobiografia che, come tante opere di Baj, è frutto di un assemblage, dell’uso di una cosiddetta macchina del tempo ad hoc(da Alfred Jarry, sempre lui), fatta di annotazioni e scartoffie confuse, “dotate di grandi capacità evocative se appena ripensate, nel rimuginio dei ricordi”; si salta di palo in frasca, e è molto divertente seguirlo così. Automitobiografia  ci narra di una personalità che è un assemblage lui stesso. Scopriamo via via di avere a che fare con un maniaco dell’ordine, un grande eclettico, un anticipatore della denatalità, della sessuofobia e della paura del tatto, della mania dell’igiene (si vedano alcune recenti Preghiere di Langone), dell’ipocondria odierna; Baj l’ambientalista ante lettera, il devoto marito e il donnaiolo seduttore irrefrenabile, l’indefesso paterno e l’erotomane (“Avevo trentotto anni, ero un pittore di successo e mi diedi da fare con le donne. Ne frequentai di tutti i generi”, e più donne nella stessa giornata) e l’edonista d’annunziano (“mi capitò di provare con un’automobile… più di una volta, una potente erezione: e per un’auto giunsi a spandere sperma”).

Serie di Erotica, acquaforte – da Emporiumart.com

Roberto Pasini, mio professore e primo iniziatore all’arte contemporanea, in un catalogo edito nel 1988 per una mostra da lui curata a Viadana – non ho idea di come faccia a avere questo libro, né sapevo di averlo fino a qualche giorno fa, e Viadana ho dovuto cercarla su Google Maps per sapere dove si trovasse – Pasini, dicevo, parla in prefazione di una “infantilizzazione dell’universo”, di un “trasformista dell’arte”, di una “sindrome boschiana”; ma ciò che più conta e più concordo quando inquadra Baj nei termini di “infanzia” e “gioco”. Ci divertiamo noi a guardare le sue opere, e credo che si sia divertito lui a crearle.

Baj Bisegni 1978 – 1988, a cura di Roberto Pasini, Edizioni Novecento, MIlano 1988

In Automitobiografia l’artista racconta molto delle sue opere, o meglio della loro genesi, quali l’Apocalisse, I Funerali dell’Anarchico Pinelli, o le dame, i mobili, i generali (nati da pareidolie), o le scenografie e i costumi per il teatro (e quanto conta la teatralità per Baj, un po’ novello Beniamino Simoni, e un po’ novello Gaudenzio Ferrari), l’illustrazione per Buzzati. Inoltre il libro è bene documentato da tantissime foto d’epoca, che aiutano noi lettori-curiosi non poco.

Automitobiografia è anche un libro colto, ricco di divagazioni, definizioni, motti e confessioni (alcuni dei quali messi qui in esergo), storie, aneddoti. E tantissime amicizie e conoscenze, e che conoscenze! Le più importanti figure artistiche del Novecento praticamente. Alcuni nomi: Yves Klein, che “si credeva un mistico”,  e la sua devozione per Santa Rita da Cascia; Raymond Queneau e la loro collaborazione per un libro-opera d’arte meraviglioso, introvabile, Meccano, o l’analisi matriciale del linguaggio; André Breton, come già detto, il “genio principe di questo secolo”.

“Il sistema combinatoria adottato da Queneau per indagare morfemi e semantemi si prestava molto bene a essere illustrato con un altro sistema combinatorio, il Meccano, ovvero, quel gioco ora desueto che un tempo affascinava i ragazzi e consistente appunto nella possibilità di montare insieme un assemblage di pezzi decisamente meccanici… Svitati i pezzi di Meccano dalla loro ragione di essere primitiva, essi assumono una valenza grafica e formale sfruttabile in mille altri modi ed io pensai di usarli per l’illustrazione di questa analisi linguistica e combinatoria” pp. 123-124

E ancora: Giacometti, Spoerri, Arman, Rotella, Duchamp, Fontana, Castellani, Bruno Munari, Sanguineti, Balestrini, Eco, Gillo Dorfles… che fervore, la vita di Baj! Eppoi Dubuffet, affine in alcune ricerche e opere (e qui un’altra coincidenza, se di questa si tratta: la mostra, in questo stesso periodo, del pittore informale francese al Mudec, sempre Milano). E ovviamente Piero Manzoni: “era vivo, mobilissimo e fantasioso… la fantasia di Piero era irrequita, ne inventava sempre di nuove”. E con lui inaugura un “anti-stile” (si legga la bella definizione a pagina 202); e figuriamoci: non sorprende, da due anticonformisti, antiaccademici e artisticamente anarchici come loro.

“Questi vennero fuori dalle mie montagne iniziate qualche anno prima, per un processo di identificazione antropomorfica sovente riscontrabile nel mio lavoro. Queste montagne, congerie di pigmenti allo stato informe richiamante rocce e morene, dimostravano una tendenza a personificarsi, assumendo l’aspetto stesso della brutalità e della prepotenza” p. 191

Artista completo di un’arte totale, “Io tendo a spostare la mia grafia dal quadro alla pagina scritta”, scrive Baj, risulta talvolta profetico – come del resto ogni artista degno di esserlo – e lui lo sa. Sempre secondo le sue parole: “i pittori sono dei veggenti e hanno spesso un’angolazione visuale verso la vita e verso le scienze e le speculazioni di tipo filosofico o letterario”. Artisti on the top, dunque. Enrico Baj, insomma, era un po’ tutto e il contrario di tutto, l’artista che innalzava a soprannaturale il quotidiano (vedi Meccano, passamanerie) e rendeva grottesco e divertente l’alto (vedi Eros, dame, generali). Tutto un mondo di gioco, un gioco sacro però che a rileggere Automitobiografia appare più nitido; non del tutto, ci mancherebbe: ma quel poco da renderlo più appetibile, curioso, affascinante. Pronti per la mostra.

Damiano Perini