TUTTO IL SANGUE CHE SGORGA DALL’ULTIMO LIBRO DI CALASSO. Breve commento a “Sotto gli occhi dell’Agnello” e paragone con il “Grünewald” di Huysmans

L’ultimo scritto di Roberto Calasso, postumo e appena uscito, Sotto gli occhi dell’Agnello (Adelphi, 2022), è una tempesta di fulmini lanciati a ciel sereno, saette dirompenti in un’atmosfera apparentemente soffusa e quieta, e proprio per questo sconcertante. L’inquietante ora appena prossima alla Rivelazione pare sia arrivata, e sospesa in attesa di farsi luce vivida. Il libro di Calasso è un insieme di apoftegmi che vanno dalla lunghezza di qualche riga a non più di metà pagina, e sono lame affilatissime, spesso criptiche e dai rimandi lontanissimi, e remoti; sentenze oracolari riprese dai Vangeli; frasi lapidarie e secche come colpi d’ascia disseminate qua e là, una dietro l’altra.

Fratelli Van Eyck, Polittico di Gand, 1432, part.

Il tema è uno: l’Agnus Dei, l’Agnello di Dio (e nella controparte quindi Giovanni Battista), l’agnello che si è sacrificato per i peccati del mondo terreno, per la salvezza celeste. O meglio, oserei dire, che il tema è più specifico, non tanto l’Agnello: ma il sangue che da esso sgorga, o addirittura scorre come una sorgente limpida e cristallina e continua. Quale arma trafigge l’agnello? Si chiede l’autore. Il pretesto è l’agnello enigmatico del polittico di Gand, di Jan Van Eyck (1432). Quel sangue, quella ferita, quello sguardo indifferente dell’animale sacrificale (“trionfante e ucciso”) sono così fuori dalla realtà che nascondo qualcosa – qualche rimando, visione, estasi, a noi ignote.

Fratelli Van Eyck, Polittico di Gand, 1432.

Un’ecfrasi, una disamina acuta: “L’Agnello non ha soltanto una ferita circolare, ma un’altra, vicina, da cui il sangue si riversa nella coppa. Molte gocce schizzano dalla coppa. Alcune scivolano sul ventre dell’Agnello e ricadono in una piccola pozza sul panno bianco”. Sangue che schizza, e su superficie bianchissima, candida, pura, ineffabile. E poi ancora il sangue “sgorga” (p. 29), “continua a sgorgare e schizzare il sangue” (p. 33), “l’Agnello di Dio continuava a sanguinare” (p. 50), e ancora “continuava a sgorgare sangue in una coppa, da cui schizzavano gocce” (p. 51).

L’episodio apocalittico dell’Agnello era stato per secoli solo letto, “nessuno aveva osato raffiguralo”, scrive Calasso, “era come fosse legato nel testo”. Poi arrivò Van Eyck e realizzò un’opera sconvolgente: “apparve qualcosa di abbagliante, unico”.

L’iconografia della pala di Gand del pittore fiammingo non era mai stata presa in considerazione così intensamente nemmeno dallo studioso di arte fiamminga più acuto e zelante, ossia Friedländer. Roberto Calasso, ne parla in qualche modo, cioè il suo, e dunque non parlandone o parlandone per rimando. I significati spesso sono sfuggenti, dotti, ermetici; insomma, calassiani. Il modo di affrontare il rapporto testo/immagine però mi ha fatto pensare a un altro piccolo capolavoro dell’iconologia e iconografia cristiana: il Grünewald di J. K. Huysmans.

Un libricino intenso e concentrato che avevo letto nell’edizione Abscondita (a cura di Roberto Rossi Testa); un libro doloroso quanto bello, piacevole quanto toccante, stridente, acuto. Del resto Huysmans è un mago della prosa artistica, e inoltre gode di una spiccata sensibilità estetica. È un testo infatti che si caratterizza per essere un insieme armonioso di ecfrasi lunghissime, invettive e paragoni inter-artistici e religiosi. Il pretesto qua è la Crocifissione all’interno del dittico di Tauberbischofsheim (1523-1525) di Mathis Grünewald, pittore tedesco tra Quinto e Sesto secolo, secondo Huysmans “un pittore locale, un artista di campanile che lavorò solo per i borghi e i monasteri dei suoi dintorni”.

Nei due libri si respira lo stesso estenuante stress per la ricerca di una verità teologica attorno a un’iconografia unica, difficilissima, mai vista prima. Un’indagine sofisticata, croce e delizia per i due eruditi. Nessuna risposta definitiva; almeno, apparentemente. Solo angustie intellettuali. E ancora, nel mentre, “continua a sgorgare sangue” (p. 60).

Damiano Perini

DELL’IMPOSSIBILITÀ DI ORDINARE UNA BIBLIOTECA. E di altre nozioni dal pianeta Calasso

Devo ringraziare ancora una volta Roberto Calasso, perché dopo la lettura di Come ordinare una biblioteca (Adelphi, 2020) ho capito di essere un bibliomane nella norma. Certo non possiedo lo stesso numero di libri, e men che meno così preziosi. Ma indipendentemente da numero e qualità la verità – legge assoluta –  rimane la medesima: non esiste una regola per ordinare una biblioteca. Ci si può avvicinare caso mai con la cosiddetta “regola del buon vicino” che, come spiega Calasso, è stata “formulata e applicata da Aby Warburg”, secondo la quale “nella biblioteca perfetta, quando si cerca un certo libro, si finisce per prendere quello che gli sta accanto e che si rivelerà essere ancora più utile” di quello che si cercava (p. 12).

Questo per un motivo specifico, intrinseco alla biblioteca in senso assoluto. L’ordinamento di questa, infatti, dice più avanti Calasso, “non troverà mai – anzi non dovrebbe trovare mai – una soluzione. Semplicemente perché una biblioteca è un organismo in perenne movimento” (p. 59). Proprio così sta scritto: organismo; un essere vivente, capace di interagire con il mondo esterno. Ne deriva che questo organismo è formato tante piccole cellule che lo formano, i libri, dalla “presenza incombente”; il libro: elemento immortale che, “come il cucchiaio, appartiene a quegli oggetti che vengono inventati una volta per tutte […]. Passibili di innumerevoli variazioni, ma all’interno di un solo gesto”, ossia leggere un testo tenendolo fra le mani, accarezzandolo, sfogliandolo languidamente, o nervosamente.

È una lettura piacevolissima quella di Come ordinare una biblioteca; è la raccolta di quattro scritti pubblicati a distanza anche di parecchio tempo tra loro, in cui l’erudizione si mescola a un piacere libidinoso per le personalità alto-culturali del passato, a una prosa sciolta e disinteressata, a una ricerca delle fonti minuziosa; il tutto miscelato alle memorie dell’autore, culturalmente sapidissime e intriganti (chi riuscirebbe mai a costruire un racconto tanto documentato e insieme tanto vivido attorno a delle riviste di inizio Novecento?).

Mi sento libero inoltre da quel peso irrefrenabile e indescrivibile (che il bibliomane ben conosce) di possedere libri che mi osservano dal dorso, in stato di perenne attesa a mo’ di Deserto dei tartari, come a chiedermi: “quando mi leggerai?”.  Il grande erudito mi rassicura perché “essenziale è comprare molti libri che non si leggono subito. Poi, a distanza di un anno, o di due anni, o di cinque, o di dieci, venti, trenta, quaranta, potrà venire il momento in cui si penserà di aver bisogno esattamente di quel libro” (p. 31). Comprare un libro, in altre parole, solamente per il suo uso “ipotetico”. Del resto, è proprio il caso di dirlo: habent sua fata libelli.

Naturalmente, come in ogni libro di Calasso gli aneddoti sono svariati, e coltissimi. Ho scoperto curiosità interessanti, e tra quelli che mi sento di segnalare, uno merita più di altri. Si parla dell’impossibilità di accorpare le biblioteche (p. 58); della prima recensione della storia (p. 107: no, non vi dico qual è); dell’importanza del catalogo bibliografico (p. 30); delle chiose a margine (“non aggiungere a un libro tracce della lettura è una prova di indifferenza”, p. 38); dello scrivere a matita sui libri (p. 41); delle prime edizioni (p. 26). Ma come dicevo, quella che mi ha colpito più di tutte le informazioni lette è una sola, orgogliosamente italiana: “nell’Europa della prima metà del Seicento c’erano solo tre biblioteche aperte al pubblico: l’Ambrosiana di Milano (dal 1608), la Bodleian a Oxford (dal 1612) e la Angelica a Roma (dal 1620)”. Le biblioteche le abbiam sempre avute quindi; ma i lettori?

D.P.

ETERNO BAUDELAIRE. Leggo Calasso e non ho più dubbi sull’immortalità del pensiero critico del grande dandy

Di Baudelaire sapevo poche, meravigliose e fulminati cose. Innanzitutto il grande dandy parigino è, soprattutto – sopra-t-u-t-t-o –  il padre dei critici moderni, il precursore della critica contemporanea, antiromantica e soggettiva, e appassionata. Lo sapevo perché ho letto lungamente i suoi Salon, perché ho letto con penetrazione il saggio su Costantin Guys (il saggio fondamentale, la Bibbia della critica d’arte contemporanea), e assimilato concetti di tal genere:  “perché abbia la sua ragion d’essere, la critica deve essere parziale, appassionata, politica, vale a dire condotta da un punto di vista esclusivo, ma tale da aprire il più ampio degli orizzonti” (Salon 1846).

Ma il libricino postumo di Roberto Calsasso Ciò che si trova solo in Baudelaire, appena uscita da Adelphi, che fa da supporto, più segalino e tagliente, a La folie Baudelaire di qualche anno fa (ben più massiccio e profuso di nozioni), è illuminante. Per il motivo che dirò.

Sapevo, a esempio, che in Delacroix cercava quella “sovranatura” in grado di staccare dalla pittura di secoli prima, in particolare romantica (p. 19); intuivo, ma senza dubbi, che “fu il solitario, impavido sostenitore del diritto irrinunciabile di contraddirsi” (p. 24). Leggendolo, questo visionario dagli gli incipit “folgoranti”, percepivo la sensazione di avere a che fare con un “insofferente di ogni sistematicità, poco incline al ragionamento prolungato consequenziale” (p. 28) – rispecchiandomi, per altro, totalmente; e quindi comprendendolo a fondo.

Baudelaire ritratto dal fotografo Nadar (Wikipedia)

Di Baudelaire, sapevo ancora, e anzi benissimo, che sempre al centro del suo interesse fu l’immagine. Un linguaggio visivo, un ragionamento per icone nitide, colorate, chiarissime; un metodo particolarissimo, il suo, di “trattare le immagini come se parlassero, come se i loro significati non fossero meno evidenti di quelli trasmessi dalle parole” (p. 32). Quello di Baudelaire è un vero e proprio “culto” delle immagini: in lui, scrive Calasso, “cade ogni divisione fra la poesia, la critica, la prosa”; per questo, sostiene sempre Calasso, “volle dedicare il suo saggio più importante e articolato non a un pittore, ma a un illustratore” (p. 34).

Sapevo altresì del poeta misterico cose molto più frivole, ma non meno importanti: con lui “la moda viene messa sullo stesso piano della religione arcaica”, e non per sminuire la religione, ma per innalzare la moda, fondamentale per arrivare alla “bellezza eterna” (p. 40); che la noia – fu uno splenetico incorreggibile – era suo grande amore (p. 42); che il rosa e il verde, meglio se accostati, erano i suoi colori prediletti (p. 118). Addirittura lo avvertivo, da cattolico, che pregasse pure lui in qualche misura, “molto spesso, e nelle sue forme più elementari” (p. 48).

Di Baudelaire, solo una cosa, la più importante, non mi era chiara: l’immortalità del suo pensiero.

Ecco perché è così attuale, penetrante sempre e comunque. Devo ringraziare la mente brillante, colta e raramente speculativa di Roberto Calasso se ora Baudelaire è per me un mistero meno misterioso. “Due secoli sono finiti senza riuscire a distanziarsi da Baudelaire. Forse nulla di essenziale si è aggiunto. O forse quel certo modo di giudicare, che si diparte dall’estetico e dai nervi e fa breccia fino a una metafisica clandestina, ha una resistenza al tempo simile a quella delle equazioni e dei teoremi.”

Eterno Baudelaire: sia eterna anche la critica!

DP