DI VINI, VIGNE E VIGNAIOLI TRENTINI (PARTE 1). Appunti sopra le visite a Alessandro Fanti e Redondèl di Paolo Zanini

In un giorno caldo di un mese caldissimo di un’estate afosa i tanti qualcuno auspicherebbe il mare, oppure l’alta montagna. Io invece continuo a preferire la campagna, specialmente se invasa da vigne, filari  e cantine. In un giorno anonimo di fine luglio quindi sono nella Piana Rotaliana, nel cuore della viticoltura trentina, con il termometro che alle ore 9.30 del mattino mi segnala già 30°C, e un’umidità che fa respirare a fatica. Un’altra giornata pazza di un’estate ancora più pazza.

La Pianura Rotaliana è una sorta di triangolo ‘inserito’ tra le pareti rocciose del Brenta, la chiusa di Salorno e una fascia collinare che sale verso la confinante Val di Cembra; è tagliata in due dal fiume Adige e si trova tra Trento e Bolzano: un croce via strategico (tra l’area mediterranea e quella germanica) che ha storicamente caratterizzato il commercio locale. Viticoltura compresa.

Navigare per la prima volta in una realtà con più di venti aziende medie, piccole e piccolissime non è cosa semplice né immediata. Mi affido così alla guida di un amico rotaliano doc, dunque autoctono, come me incorreggibile appassionato del mondo del vino (winelover per gli amici più giovani), titolare di un’enoteca locale, e connoisseur di piccole realtà vinicole: non omologate, indipendenti, tenaci e soprattutto produttrici di vini dalla forte personalità – e di notevole qualità.

Qui le cooperative sociali hanno il monopolio o quasi, o così capisco, e per i piccoli produttori è difficile cavarsela e districarsi in un teatro i cui grandi attori occupano una parte considerevole del palco, i quali in qualche modo hanno condizionato e condizionano la viticoltura; e meglio sarebbe dire che è ancora più difficile, dato che per fare vino, del buon vino, è già dura.

 

Alessandro Fanti.

Sono informazioni che si accavallano, frastagliate, nel racconto politematico di Alessandro Fanti, vignaiolo dai modi semplicissimi, che mi parla con un eloquio educato e pacato. Mi trovo a Pressano, frazione di Lavis, territorio che si sviluppa su una fascia collinare molto interessante per il vino; qui, sotto una volta a botte spartana che fa da entrata alla cantina, mi accoglie il vignaiolo Fanti, in un outfit francescano fatto di sandali, braghette corte e maglietta più che informale. E pauperistico è il modo con cui mi conduce nella piacevole degustazione dei suoi vini.

Pochi vignaioli si sono tirati fuori dal sistema delle sociali e hanno cercato di cambiare rotta, e lui è uno di quelli, mi dice come per presentarsi: e in effetti dicendo poco ha detto molto. Il vignaiolo è in preda ai lavori, in vigna e in cantina (si sta, fievolmente, allargando).  L’Ora, il vento, spinge forte qua, e da parziale giovamento al caldo umido e pressante del mattino.

Bevo bianchi, Alessandro è un bianchista eccellente, e quindi bevo bene, anzi benissimo. La sua prima vendemmia data 1991; il suo primo vino la Nosiola (in purezza, ovviamente). Un vino dalla lunga storia, tortuosa come ho capito, che Fanti mi snocciola con cura. La nosiola è un vino che risponde bene all’affinamento, mi confida, e quello che beviamo rimane a lungo sui lieviti (anche per 8 mesi), in acciaio e legno (mesi) dove affina, e in bottiglia (anni) dove evolve.

Fanti mi piace perché è franco, e perché non snobba lo chardonnay relegandolo a vitigno internazionale. Vero che la nosiola è l’autoctono trentino, mi spiega, ma lo chardonnay qua cresce bene, e è coltivato in Trentino da più di un secolo (si consideri Giulio Ferrari). Continua  a versare vino, e più ancora parla e parla molto; è praticamente una lectio sul territorio, la storia e la produzione di Pressano.

Quelli prodotti in questa zona, mi spiega, non sono mai vini ‘seduti’, seppur zona calda, e questo per i suoli marnosi-calcarei (diversi da quelli della vicina Sorni, gessosi). L’aspetto agronomico è quello che più preme a Fanti (ma in genere ai vignaioli), e infatti si dilunga molto. Il vino è fatto (soprattutto) in vigna, lo sapevo perché me lo aveva detto Lino Maga, e ora lo so (repetita juvant) perché Alessandro Fanti me lo conferma: con le sue nozioni e con i suoi vini. Fanti lavora, praticamente da solo, su 4 ettari circa (su una collina, quella di Pressano, che di ettari ne conta 280) per una produzione vicina alle 17.000 bottiglie.

Bottiglie che Fanti mi presenta nella saletta degustazione, praticamente una taverna, molto ospitale. Uno Chardonnay slanciato, un Manzoni bianco brillante (letteralmente e metaforicamente), e un bianco grandioso, sempre base Manzoni, ma stavolta un cru: Isidor è il nome (cioè “dono di Iside”, la dea della fertilità e della terra), uva coltivata in un vigneto a 600 m s.l.m.; uve più mature ma – scandisce bene le parole –  ‘non più dolci, ma più mature’, il che è molto diverso. Risultato: sapidità pazzesca, carattere e incisività, acidità vibrante per un vino che più vivo non si può. L’idea, mi confida, (e lo potevo intuire dalla forma renana della bottiglia) è quella di realizzare un vino dal taglio nordico.

Intanto che assaggiamo parla senza freni del suo lavoro, toccando temi tra l’agronomico e l’alchemico. Parla molto, tantissimo anzi solo di terreno e terra; meno e anzi nulla di vinificazione. Naturalmente ci capisco poco, ma mi interessa molto, e allora continua a chiedere, e più chiedo e più si dilunga. Alessandro mi dice che preferisce partire con vini ‘arretrati’, ossia in riduzione, completamente avulsi dall’ossigeno. In ambienti chiusi (botti) sulle fecce, molte fecce e quindi battonage, anche due volte al giorno. Nelle botti il mosto è torbidissimo. Questo metodo sarebbe favorito a sua detta dal tappo a vite, che piacerebbe a Fanti ma che il mercato (purtroppo) ancora lo trattiene.

Chiedo allora sue considerazioni. Per lui i tappi a sughero sono addirittura un ‘dramma’, mi confessa, “bevendo vini a distanza di anni ho capito che dallo stesso imbottigliamento il contenuto è diverso bottiglia per bottiglia…, si può dire che un vino è più buono di un altro”. Un po’ quanto già detto da Franz Haas, Walter Massa, Graziano Prà, e che in  Alessandro Fanti trova una nuova dimostrazione, esaltata anche dalla sua faccia sconsolata. Ma lo conforto, il futuro del tappo a vite non è poi così lontano, sicuramente se di vino bianco si parla.

Almeno un breve commento sull’etichetta dell’Isidor lo devo fare, perché ne vale l’attenzione. Di primo acchito, quella macchia cangiante – al contempo disarticolata e perfetta, spigolosa e caotica quanto sinuosa e armonica, una forma impeccabilmente informe – ,  mi sembrava una di quelle immagini tratte dai dipinti tantrici, uno di quelli, per capirci,  esposti da Massimiliano Gioni nel suo straordinario Palazzo Enciclopedico per la Biennale del 2013. Poi ho pensato a una stella di qualche stravagante cosmogonia; e ancora: al biomorfismo di Redon, addirittura all’arte infantile. Niente di tutto questo (come mi capita spesso penso troppo, e come spesso capita pensare troppo non è la soluzione migliore).

Si tratta, più semplicemente, dell’esito su carta della cromatografia del terreno dove maturano le uve dell’Isidor. Un’analisi visiva, qualitativa e non quantitativa, per tradurre visivamente la vitalità del terreno. “Un omaggio alla terra”, mi dice. La terra dunque, ancora una volta.

 

Redondèl, ovvero Paolo Zanini.

“Prima de parlàr de teroldego bevém en bicér”. Dovrei esser piuttosto sorpreso per il luogo in cui mi trovo, ma in realtà sono perfettamente a mio agio: sono a Mezzolombardo, nella cantina di Pietro Zanini, in una stanza che è insieme sala ricevimento, sala degustazione, sala vendite, living room, magazzino, cucina, studio, ufficio. L’accoglienza è delle migliori, quelle calde e insieme umili, senza vezzi né fronzoli; si capisce immediatamente la semplicità autentica e genuina del contadino.

Siamo seduti attorno a un tavolo di legno massiccio, il tavolo vecchio del nonno mi dice Paolo; tutt’attorno cartoni di vino, scartafacci, carte, cartoline, bicchieri. Sul tavolo – che in quella moltitudine di oggetti e mobili domina assiso in centro alla stanza – gioia per i miei occhi e per la mia gola c’è un salame pronto al taglio, e le bottiglie di vino che andremo a assaggiare (si legga: bere). Piuttosto schivo (o almeno così mi è parso inizialmente) chiedo qualcosa per rompere il ghiaccio: “prima de parlàr de teroldego bevém en bicér”, mi risponde Paolo Zanini con un tono tra il serioso e la sentenza oracolare. “Bisogna savér de col che s’è drio a parlar”, mi dice, e così giù il primo bicchiere.

Paolo Zanini ha 52 anni, e come mi confida è vicino alla sua 38esima vendemmia. Redondèl è il nome della sua azienda agricola, piccola, anzi piccolissima (se si paragona alla realtà delle sociali, dominatrici nella zona) epperò grandissima (se si paragona la qualità delle uve prodotte a quelle delle sociali stesse), portata avanti dopo generazioni (prosegue dal padre, e dal padre del padre). Vanta tra i 3 e i 4 ettari di terreno coltivato e il nome dato all’azienda – Redondèl – , deriva da quello di una vigna storica fatta di 9 filari (e questo è il motivo per cui i cartoni di vino in vendita sono composti, in modo del tutto originale, da 9 bottiglie). Sono circa 20.000 le bottiglie annue, e 4 le etichette: rigorosamente teroldego, chiaro.

Mi parla della storia della sua azienda, del teroldego, e intanto il vino scorre dalla bottiglia nei bicchieri. E Paolo Zanini parla, e più parla (tanta è la passione) più è incalzato. Redondèl è tra le prime aziende a proporre al mercato teroldego da lungo affinamento. Io che fino a ieri ero convinto che il teroldego non esistesse, o meglio, lo snobbavo tanto lo ritenevo un vino cattivo (poca e mala era la mia esperienza ‘teroldeghiana’), rimango sbalordito.  Sarà il lungo affinamento, saranno le botti, sarà la mano di Paolo, o forse tutte queste cose, ma i vini che bevo sono straordinariamente equilibrati, succosi, pieni; l’acidità (che normalmente nel teroldego è la bestia nera) qui è ben amalgamata, è piacevole e ben si inserisce in una trama sensibilmente tannica (tannino che nel teroldego comune è inesistente).

Gli acini del teroldego hanno la buccia fine, “è un vino molto difficile, sia da lavorare che da bere” ammette Zanini. Col tempo sarà sempre più particolare, più vicino ai gusti comuni, ma non sarà mai allineato completamente”. Mi fa notare che i vini prodotti sono un vino rosa (l’Assolto), e 3 rossi (l’Indulgente, il Dannato e il Beatome).  “Il vino rosso mi permette di lavorare di pancia, e prima o poi esce il mio carattere nel vino che produco, il mio essere , la mia mano, quello che voglio trasmettere”. Io bevo e ascolto Zanini, e più ascolto e più bevo e più identifico l’uno nell’altro.

Da quella persona che pensavo schiva e restia, burbera e rude, riconosco via via un qualcosa di profondo fatto di una spiccata sensibilità e lungimiranza; persona schietta eppure bonaria, s’infervora facilmente (non chiedetegli di disciplinari o di cantine sociali). Proprio come il teroldego, quello buono che scopro oggi, apparentemente ruvido in realtà mansueto, e – “scarpa grossa, cervello fino”, dice il proverbio – persona lucida e di ampia conoscenza. Tant’è che mi ricorda il Domenico Scandella detto Menocchio, il mugnaio friulano bruciato sul rogo nel 1601, reso celebre grazie al best-seller di Carlo Ginzburg (C. Ginzburg, Il formaggio e i vermi, 1976).

“Non ho mai praticato con alcuno che fusse heretico”, dichiara all’Inquisizione Menocchio, “ma io ho il cervel sutil, et ho voluto cercar le cose alte et che non sapeva”. Scrive Gianpaolo Carbonetto in una illuminante prefazione al libro (2003): “Menocchio è uno di quegli uomini liberi che si alzarono – e si alzano ancora oggi, consapevoli del prezzo che dovranno pagare – davanti all’ortodossia del momento, affermando il loro diritto all’identità, e di conseguenza alla diversità mettendo in atto coraggiose scelte di libertà”.

Le scelte di libertà di Paolo Zanini si chiamano: Assolto, un vino rosa dai sapori fragranti di fragola; Dannato, un Teroldego prodotto con uve molto mature, un vino che nonostante il lungo affinamento di 5 anni in botti da 25 ettolitri (sto bevendo un 2015!) preserva il frutto caratteristico. Zanini ne parla come di un vino che “trova il proprio destino nel disegno astrale… tentato nella via naturale”, e altre formule inquietanti. Beatome, un vino creato per essere longevo, qua si parla di 8 (!) o 10 (!!) anni di evoluzione in botti (barriques e tonneaux); un vino pazzesco. E l’Indulgente, un “vino lento” a sua detta, dedicato al padre, il cui affinamento (lunghissimo, chiaro) questa volta è in acciaio. “Il teroldego è fatto di 3 T: Terra, Tempo, Tradizione”, mi confessa il vignaiolo in estasi, come a sintetizzare i concetti lungamente discussi.

Ho bevuto abbastanza, le ore sono volate, e è ora purtroppo di abbandonare il campo. Ma Paolo mi ferma sull’uscio sorprendendomi con una osservazione: ruota un calice di vino con la propria mano, poi porge un calice a me, con all’interno lo stesso vino, chiedendomi di fare altrettanto; mi invita a annusare prima l’uno e poi l’altro e mi stupisce: “lo senti il profumo diverso, nonostante sia lo stesso vino della stessa bottiglia?”. Alla mia, ovvia non-risposta, Zanini continua: “questione di energie diverse”.

Non ho voluto approfondire, perché sapevo che il pomeriggio sarebbe stato molto più lungo. Ma la risposta è ancora in sospeso; e sarà la prima domanda alla prossima visita. Certo, dopo aver bevuto un bicchiere di teroldego, ovvio.

Damiano Perini

COLAZIONE LUCULLIANA ALL’HOTEL LUISE DI RIVA DEL GARDA

Di Lucullo Plutarco parla lungamente, e lungamente ne parla riferendosi ai sontuosi banchetti che organizzava, spesso in compagnia ma anche solo (“Lucullo cena da Lucullo”, si dice che intimò allo schiavo che, sapendolo solo, non preparò il solito banchetto); scorrono numerose, negli scritti antichi, le pietanze ricercate che faceva preparare, sia di acqua (frutti di mare, pasticci d’ostrica, storioni…) che di terra (uccellini “di nido” (!), anatre, lepri, pavoni, pernici,…). Lucullo era brillante, la sua figura è mito, e il suo nome ha dato origine a un aggettivo.

Goloso e arguto e dotato di sottile intelligenza era pure Venanzio Fortunato. La tavola del poeta tardo antico, religioso (e oggi santo) era spesso grandemente allestita anche se, al contrario di Lucullo (sontuoso, esorbitante), “dimostra spesso di avere gusti semplici” (G.D. Mazzocato, Il vino e il miele. A tavola con Venanzio Fortunato, 2011). Sicuramente il miglior discepolo di Apicio, il cattolico edonista mangia bene (e beve pure bene: fu il primo a parlare dei vini della Mosella (!), nel VI secolo (!!); carm. X, 9), e mangiando scrive poetando squisitamente dei piatti che gli passano in rassegna: “un vassoio di marmo presenta ciò che nasce negli orti: da lì giunge alla mia bocca una fragranza di miele. Il vitreo alveo di una scodella è ricolmo di carne di pollo… Moltissimi frutti si protendono da cestelli variopinti,…” (carm. 11, 10).

Io non sono né aristocratico né poeta né tanto meno santo epperò ci provo tutte le volte che posso a non essere da meno dei miei maestri, e allora in una mattina qualunque, spinto dal consiglio di conoscenze sicure, prenoto una colazione all’Hotel Luise di Riva del Garda.

L’entrata è di per sé una sfida, un passaggio sensoriale che non ti aspetti dalla confusionaria e trafficata e rumorosa strada di Viale Rovereto (dove si trova l’edificio) che tramite una scala conduce in un giardinetto verde e fresco, in cui regna la quiete e il vocio leggero dei vacanzieri. Qui, sotto una veranda grande e floreggiante ho allestito, ossia riempito con una sorta di horror vacui la mia tavola con quello che lo spazio (e il tempo) mi permetteva.

La scelta di prodotti e piatti è tantissima, la qualità nel complesso è alta. Lo intuivo perché me l’hanno consigliato; me lo aspettavo perché ho letto che è la “migliore colazione d’Italia”(“Best Breakfast Award” nell’ambito degli Hospitality Days che precedono la Fiera di Rimini; lo immaginavo perché il sito internet dell’hotel non spreca paroloni, ma illustra con foto nitide e chiare come una sorta di iconostasi gastronomica. Ma il dubbio restava e in generale resta sempre perché i veri giudici sono il mio palato e la mia pancia.

Il buffet è un ampio mosaico policromo i cui tasselli sono coloratissime cibarie di ogni genere. Dal dolce al salato, dai prodotti sfornati a quelli cotti in padella a quelli freschi. Dal pane, fresco di pasta madre in (quasi) tutte le sue forme, bianco, integrale, con farina di mais, ai semi di zucca, di patate, con le olive, le noci; ma anche pizza e focaccia: e solo questa merita la colazione all’Hotel Luise, sicuramente tra i migliori impasti mangiati in zona. Io ne ho mangiate di diversi tipi, in cui si combinava la stracciata alla prugna, la stracciata al pistacchio: libidine pura.

E ancora, formaggi (ricotta, caprino alle erbe, pecorino,…), affettati, e tantissima frutta di ogni tipo (pure una lussureggiante maracuja al cucchiaio con punta di lampone); e naturalmente pasticceria di tutti i tipi (mangio croissant, krapfen e donuts; vedo crostate, cheesecake, strudel, torta alla carota, sbrisolona, biscotti). E poi uova: strapazzate, sode, all’occhio di bue, in camicia, à la coque, omelette.

Il servizio è fatto da tantissime ragazze giovani, anzi giovanissime, che però talvolta risulta affrettato e nervoso e cozza con l’insieme (non faccio in tempo a girarmi che mi sparisce il cucchiaio). E purtroppo, nota per me dolente, non sono vestite come mi aspettavo, ovvero con una divisa aggraziata e meglio adatta (come bene e largamente ho elogiato in Andreoletti a Brescia e Marchesi a Milano), ma con un stile casual semi-sportivo-troppo-formale e presumo abbastanza libero, il cui unico segno di riconoscimento è una tshirt scura e anonima. E poi il caffè: ma l’ho bevuto veramente lì quel caffè? così acre, scorbutico, dal retrogusto di gomma bruciata?

Convintomi che quel caffè non l’ho mai bevuto, soddisfatto del mio pranzo (eh sì, perché “il dîner/dinner/pranzo” – come mi insegna un altro grande maestro – è “il pasto principale della giornata” (A. Barbero, A che ora si mangia?, 2017); e oggi questo è sicuramente è il mio pasto principale), esco, pasciuto e pervaso dal torpore, da quell’oasi di pace riadattandomi piano piano alla realtà.

DP

QUANTE COSE PUÒ DIRCI IL VINO? TANTE, FORSE INFINITE. Appunti sopra “Il linguaggio del vino” di Francesco Annibali

Preso atto che il vino ha un suo animato e piacevolissimo sospiro (L. Moio, Il respiro del vino), è ora di aggiungere una nozione in più: il vino parla. E a quanto pare è un gran chiacchierone, e pure dalla spiccata dote oratoria. Lo dimostra il libro di Francesco Annibali, Il linguaggio del vino (2021) edito dalla piccola casa editrice Ampelos (una super nicchia), della provincia di Lecce.

La formazione di Annibali è bolognese: studia filosofia, e con Umberto Eco. E infatti è un libro, o meglio, un testo (devo stare attento) che usa gli strumenti della semiotica per “interpretare” il linguaggio – particolarissimo –  del vino. Perché questo continua a parlare, anche se non abbiamo ancora stappato la bottiglia; ma di più, anche la bottiglia di quel determinato vino è vuota perché bevuta, questa continua comunicare. E chiunque (bevitore, degustatore, conoscitore), con un po’ di attenzione, può essere il lettore di quel vino.

Perché un bicchiere di vino è un “testo”, e un testo “alla pari di un cartellone pubblicitario, di un libro, di una poesia”, di un quadro o insomma di qualsiasi espressione o linguaggio con cui l’uomo comunica. “Il vino parla un linguaggio portatore di valori simbolici, emotivi, politici, ideologici”. E non solo il vino in sé al momento della degustazione ci parla: perché anche la forma delle bottiglie, i bicchieri, le etichette, le retroetichette, pubblicità aziendali e il contesto in cui questo è bevuto, degustato, assaggiato possiedono un loro modo tutto personale di comunicare.

È un libro che declina la semiotica al vino, ho detto, quindi non immediato; ma c’è da avere paura perché, grazie alle sue accortezze, l’autore – che con inusitata delicatezza, rara tra gli accademici – ci scrive un linguaggio appetibile, avvicinandoci a questo mondo (che è la dote del divulgatore). In che modo? Annibali si muove con uno stile che alterna agilmente il tecnico alla sprezzante, e questo permette una soddisfacente e insieme goduriosa lettura. In questo modo lo può leggere l’esperto di semiotica; lo può leggere l’appassionato che non ha mai aperto un libro nemmeno di Umberto Eco; oppure semplicemente i pigri come il sottoscritto che, seppur conoscendo abbastanza bene la materia, anzi proprio perché conosciuta, hanno scelto la leggerezza e quindi piacevolezza).

Grazie al piccolo vocabolario inserito alla fine del libro, risulteranno meno pesanti e terribili espressioni quali “segni”, “significazione”, “espressione significante”, “contenuto significato”, “dai fenomeni ai significati”, “semiosi”, “attante”, “wittgensteinianamente”, “antropomorfizzante”, “datità”, “problematizzato”, e altri termini e locuzioni e sintagmi difficilissimi.

Strutturalmente il libro è organizzato, con metodo, in tre parti: linguaggio della degustazione, linguaggio del contesto, analisi dei testi e del linguaggio attorno al mondo del vino.

Cosa ci dice il vino. Dietro al vino sta tutta una serie innumerevole e impensabile di “eventi” come li chiama l’autore, si genera ossia a partire da questo una serie di considerazioni, opinioni, idee; quante cose può dire il vino? E in che modo ci parla? Tante, forse infinite; e il libro di Annibali lo dimostra. Il pensiero e le speculazioni (mi si faccia passare il termine) di Annibali sono chiarissime, nette. In più spiegate bene, distese con metodo cristallino. Convincenti. E considerano veramente tutto.

“La nostra esperienza del vino e con il vino è sempre immersa – che ne siamo consapevoli o meno – in una rete labirintica di significazioni stratificate, di segni che rimandano infinitamente ad altri segni. […]la nostra esperienza del vino, dunque, non è altro […] che una intricatissima storia entro la quale trovano senso le nostre conoscenze, aspettativa, passioni e le nostre azioni.”

Il vino è una “opera aperta” per dirla con Umberto Eco, in cui convogliano e riaffiorano la nostra cultura, i nostri ricordi, le nostre conoscenze, i nostri piaceri. E questo continua a parlarci. “Come tutti i testi”, scrive Annibali, “il vino sollecita e richiede, a causa della propria struttura interna, una collaborazione indispensabile del destinatario”, ossia del lettore che è il bevitore/degustatore/assaggiatore. Il quale, quest’ultimo, ha un importante ruolo di interpretazione. Si può dire che il vino esiste in virtù di tale interpretazione? Presumo proprio di sì. Un lettore che è attivo, partecipativo, che lo voglia o no.

“Il vino è un testo che esplicita pochissimo, che di suo parla poco insomma, ma che contiene una miriade di informazioni anche nelle versioni meno impegnative”. Il vino continua a parlarci, ripeto, impariamo quindi a ascoltarlo.

La semiotica smonta la realtà, la complica rendendola difficile. Siamo nel campo della semiotica del vino, o meglio semiotica della degustazione. Eppure qui le cose si capiscono. Annibali sradica e spezzetta e ricompone le basi della critica enoica. Nel testo/vino “si intrecciano piani estetici, enologici, geografici, eccetera: è il discorso della critica.”

Cosa dice il contesto. Il vino “Biblioteca di Babele di borgesiana memoria”: un’immagine a cui non avevo mai pensato; e vera, e bellissima.

Che il bicchiere conti è risaputo; e basta bere in un contenitori diversi per capire la differenza. Ma se ancora non vi convince l’idea, o la pensato come una stravaganza da fighetti, si pensi alla seguente “analogia cinematografica: così come vedere lo stesso film su un tablet e al cinema dà effetti molto differenti, lo stesso dicasi per il vino”. Convincente no?

Inoltre, è bene che sia evidenziato nel capitolo il “legame sinestetico” tra le caratteristiche cromatiche e olfattive del vino, e quanto questo conti nel attribuire “frutta rossa” a vini rossi e “frutta bianca” o “gialla” a vini bianchi; legame infranto da un bicchiere nero, come nel caso delle degustazioni alla cieca.

Ma ancora meglio che si dia valore al bordo e al peso del bicchiere, attraverso la semiotica. “Il bicchiere ha dunque una sorta di funzione analitica, le cui componenti si svolgono in una successione che ha una sua sintassi piuttosto rigida”. E ancora, “il bicchiere permette al contempo di scomporre e successivamente ricomporre”, una macchina “indispensabile alla costruzione del senso del vino”.

Benissimo, soprattutto, che venga esaminata la sensuosità con cui approcciamo al vino: “la degustazione coinvolge tutti i sensi”, e sì, anche l’udito; dal vino, come nell’amore, pretendiamo un coinvolgimento di tutti i sensi. E il “bicchiere si presenta come una macchina sinestetica, ossia come il luogo in cui tutti i cinque sensi vengono coinvolti e reciprocamente implicati”.

Annibali passa poi in rassegna con una sorta di “breve storia del lessico” il linguaggio per la descrizione dei vini, che utilizza innumerevoli forme, termini dalle caratteristiche antropomorfe, inorganioche e organiche, “come se il vino riuscisse a raccontare tutto l’universo”. “La lingua del vino è una sorta di esperanto”. La terminologia della degustazione è dunque caratterizzata da un lessico “basato sulla rideterminazione semantica di aggettivi di uso comune”.

Interessantissima la parte dedicata alla “Confezione”: contenitore, etichetta, contro-etichetta (un “enogramma” che racconta una porzione di mondo, sfrutta una logica comunicativa al contempo informativa e persuasiva). Enogrammi in cui il vino si racconta in prima persona, la propria identità, la propria vita. E rilevo che il vino possiede anche la “capacità squisitamente politica di delineare, e a volte addirittura creare, forme di vita sociali”.

Si dilunga con parole saggia e ben distese sulla retorica del biologico, sulllo storytelling con cui viene propagata (dimostrandosi comunque a favore di questa visione  – semmai va contro il modo con cui viene comunicato). “Un alibi che crea false coscienze, un sistema di buone intenzioni – produco bio, e se dunque i ghiacciai si estinguono non è responsabilità mia – che paradossalmente può legittimare discorsi di potere”

Attorno al mondo del vino: l’“enosfera”. La terza parte è più discorsiva, di opinione, e meno tecnica (quindi più rilassante). E dove si ripassano alcune chicche, tipo questa: il Bordeaux diventa Bordeaux grazie al commercio iniziato nel Medioevo con l’Inghilterra, e grazie a un sistema “dei négociants” ideato dagli olandesi successivamente, nel Seicento. Chiaramente io semplifico, ma non voglio rubarvi il piacere delle lettura, che si scopre a poco a poco.

Qui Annibali poi analizza in modo chiaro il nuovo modo di bere e di ricercare nel bere dei millennials, più improntato sul desueto e sulla nicchia: “dietro alla ricerca del bianco in anfora georgiano senza importatore, o del rosso della Valcamonica prodotto in 300 esemplari, c’è dunque non tanto un bisogno di autoaffermazione sociale, come verrebbe da pensare automaticamente (quel bisogno fu soddisfatto dal Masseto, in quelli che vent’anni fa furono i nuovi consumatori), ma una necessità, ben più profonda, di autenticità fuori dalla rappresentazione tecnologica.”

Altri argomenti interessanti nello stesso capitolo: vino e tradizione (tradizioni che “appaiono in realtà il prodotto di logiche meticce, più che di un’autentica continuità con il passato”); una versione tutta enoica di “Apocalittici e Integrati”; il Vinitaly, una “fiera alimentata da una bruciante componente emotiva, identificativa e aggregante, dall’indole ostinatamente e squisitamente nazionalpopolare”; del populismo che non ha lasciato scampo nemmeno al mondo del vino, trovando “terreno fertile” nella “componente emotiva della nostra bevanda preferita”, e che sostituisce le conoscenze con le credenze.

Si esprime poi, tagliente come una lama, sulla “delegittimazione della figura del giornalista” – ma questo si può riscontrare anche in altri campi, su tutti quello dell’arte e della letteratura – , visto “nel migliore dei casi come orpello” tra produttori e consumatori, quando in realtà questa figura di mediazione è fondamentale per l’opinione pubblica, e per l’appassionato in particolare. “Un buon giornalista del vino serve a fare in modo che il lettore/assaggiatore” possa farsi la propria opinione sul mondo del vino”.

E ancora: definizione di “terroirs”; analisi dettagliata del termine “minerale” nel vino (“la mineralità come espressione diretta del suolo” è la “teoria più fantasiosa – e non vera”, e una cosa certa: “la mineralità non è ricollegabile alla chimica del terreno”); non manca nemmeno una brevissima storia del consumo del vino, da Alcibiade, ai romani, a Paolo apostolo (vino come rito).

In conclusione, non si dimentichi: il vino è cultura, intesa come “effetto di manipolazione della natura”, è “sempre atto comunicativo”; il vino ha la capacità di far dire il “non-detto, finanche l’indicibile”, dandone un significato concreto. Rileggere in chiave semiotica la degustazione del vino è un’idea conturbante, che provoca grande attrazione quanto terrore. E tuttavia Annibali ce la fa passare come un’esperienza piacevole.

Damiano Perini

LEGGANO “MAZZON E IL SUO PINOT NERO” I CULTORI DEL PREGEVOLE VITIGNO. Un libro di Michela Carlotto e Peter Dipoli per raccontare al contempo una zona e un vitigno, legati come due amanti

Lassù in Alto Adige, attorno al 46° parallelo, esiste un piccolo luogo, bucolico e collinare, quasi completamente coltivato a vite; si trova tra la Piana Rotaliana e Bolzano, sulla sinistra orografica del fiume Adige, a una altitudine compresa tra i 300 e i 450 m s.l.m. Un altipiano dolcemente inclinato, che s’innalza orgogliosamente e dirimpetto agli attigui comuni di Termeno e Caldaro.

Questo luogo, esposto a ovest e con andamento nord-sud, è “protetto” a est da un possente catena montuosa: sta infatti ai piedi delle montagne del Parco Naturale del Monte Corno, i cui rilievi ombreggiano l’intera zona per tutta la mattina.

Si aggiunga che questo gradevole paesino, composto da dodici singoli masi di origine medievale e germanica (“hof”, appunto, “maso”), e dotato di una propria chiesetta dedicata a San Michele Arcangelo, è caratterizzato da un singolarissimo suolo, composto ossia da un “pacchetto” di rocce calcaree in cui dominano le arenarie, le siltiti rosse e gialle e in calcari, insieme a marne e dolomia.

Questo luogo è Mazzon, piccola frazione di Egna, dove si producono i più complessi e fini Pinot nero d’Italia.

Mazzon e la vista sulla Valle (fonte: Suedtirolerland.it)

So che i Pinot nero alto atesini sono buoni, e ancora meglio quelli della bassa atesina. Non sapevo però che Mazzon fosse la zona più vocata della Penisola. Lo scopro solo grazie a Mazzon e il suo Pinot nero, un libro molto interessante e ben documentato di Peter Dipoli e Michela Carlotto, uscito nel 2017.

Si tratta di un libricino molto pregevole, dalla copertina elegantemente “vestita”, ben rilegato, dalla carta patinata; un libro direi di notevole qualità, edito dalla piccola casa editrice Retina (Raetia) di Bolzano. In questo libro due ottimi vignaioli, nonché bravissimi studiosi, racchiudono in una serie di capitoli la storia, il territorio e la produzione  di Mazzon; il che significa storia di cantine, di etichette e, soprattutto, di persone.

Dicevo: Mazzon è il territorio più vocato d’Italia per la produzione di Pinot nero. Certo; questo perché il delicato quanto prezioso vitigno ha bisogno di essere cullato, prima  dalla terra e dal clima, poi dal vignaiolo. È una varietà molto sensibile, e ha bisogno – per così dire – di attenzioni particolari.

Così spiegano i due vignaioli-studiosi che le catene montuose  a nord proteggono la zona “dall’arrivo di masse d’aria fredda”, e la valle facilita l’azione delle miti correnti dell’Ora del Garda (un vento che soffia da aprile a settembre nelle prime ore del pomeriggio, e non permette l’eventuale formazione di muffe).

Fondamentale poi per il Pinot nero è, insieme al suolo, l’esposizione a ovest: le montagne del Monte Corno svolgono un’azione di “protezione” dal sole mattutino e “consentono ai raggi solari di raggiungere i vigneti in ritardo [durando fino a tarda sera], e permettendo a questi inoltre di beneficiare della frescura notturna.” Lo sbalzo termico che ne deriva è notevole e rapido, e ne rappresenta una manna per la maturazione dell’uva.

Naturalmente il lavoro della natura sarebbe vano se non ci fosse un’eguale attenzione nella vinificazione. Questa, da anni, la portano avanti produttori medio-piccoli capaci e meticolosi. E di esperienza.

Si parla di Pinot nero in Alto Adige da almeno due secoli, grazie all’Arciduca Giovanni d’Asburgo (1782-1859), grande sostenitore e promulgatore dell’agricoltura durante l’Impero Austriaco. La presenza di Pinot nero in questa regione è documentata inoltre da Edmund Mach, il fondatore della scuola di San Michele all’Adige, in un libro del 1894.

Mazzo, un avista a ‘volo d’uccello’ (fonte Peer.tv)

Dal libro di Carlotto e Dipoli, molto documentato con tabelle e statistiche percentuali, noto come questo vitigno da sempre è coltivato per fare vini di qualità – poche bottiglie ma buone: infatti è nominato “vino da bottiglia” a inizio del Novecento, quando dominava il mercato verso la Germania la Schiava, vinificata per vini da tavola in grosse quantità. Due esempi: nel 1951 le barbatelle innestate di Pinot nero rappresentano l’1,9% (Schiava: 51%); nel 1972 il Pinot nero sale a 3,6% (Schiava 51,8%).

Nel solo contesto di Mazzon, è stata quantificata una superficie di 20,6 ettari nel 1975, cresciuti a 51,6 nel 2015. Ma se l’aumento della coltivazione di questa varietà è un fenomeno relativamente recente, la sua produzione è molto più antica. “I primi Pinot nero etichettati ‘Mazzon’ risalgono all’ultimo decennio del 1800, quando il titolare dell’azienda Gottardi, Emil Vogl von Fernheim prese […] il diploma d’onore alla mostra di Vienna, nel 1898”.

A oggi le aziende che producono vini da Pinot nero Mazzon sono: Gottardi, Brunnenhof, Kuckuckshof, e Kollerhof, che vinificano in loco; e  J. Hofstaetter, Ferruccio Carlotto, Franz Haas, Tramin, Kurtatsch, e Girlan, che hanno sede nei comuni limitrofi.

Oltre a una gustosissima serie di schede analitiche sulle aziende, nel libro sono inserite delle puntuali cartine divise in zone e sottozone, che permettono una visione immediata delle geografica del territorio, oltre ai dati annessi (p. es. l’indice di maturazione dell’uva per sottozone). Inoltre, il ricco apparato iconografico fa cornice a un testo non impegnativo epperò esaustivo.

Faccio in tempo a rileggerlo una seconda volta e, intanto che lo sfoglio mi permetto pure uno, anzi due calici di vino. Di Pinot nero, di Mazzon, ovvio. Perché qui come difficilmente da altre parti il territorio e il vitigno sono tra loro legati, indissolubilmente, come due amanti.

Damiano Perini

L’ETICHETTA EVOCATIVA DEL VINO “A” DI L’ANTICA QUERCIA. Elogio e paragone inter-artistico

Le etichette, quel giorno, erano innumerevoli. L’occasione era la presentazione a Parma del catalogo 2022 di Proposta Vini, nello spazio fieristico; il numero di produttori esorbitante, più di 200, e i vini che presentavano molti, molti di più. Ma in mezzo a questo tripudio felice di colori, forme, lettere, caratteri, linee, macchie, scarabocchi che accarezzava (vestendole) quelle bottiglie altrimenti spoglie e tutte uguali, ho riconosciuto l’etichetta più bella: quella impressa sul vino chiamato “A” di L’Antica Quercia, un Prosecco Brut Nature Sui lieviti.

Le etichetthe di L’Antica Quercia

Dell’azienda L’Antica Quercia, di Scomigo presso Conegliano (Treviso), e dei vini di Claudio Francavilla ne scrive bene, anzi benissimo Massimo Zanichelli (Effervescenze. Storie e interpreti di vini vivi, 2017, pp. 104-106), il quale ne parla come una “tenuta dal passato illustre, che prende il nome da una quercia secolare”, che già Mario Soldati (Vino al vino) aveva segnalato.

Il vino è ottimo: carbonica delicata con i suoi 5 bar (3 in più rispetto al Colfondo “Su Alto”, rustico eppure gradevolissimo, dalla sapidità pietrosa e una acidità accomodante; non ha né residuo né solfiti aggiunti. Di gran beva come si direbbe in confidenza.

L’etichetta di “A”

Ma ciò che mi ha colpito, come ho introdotto, è l’etichetta: un’etichetta essenziale, pulita, ariosa, liberatoria, leggera. Silenziosa. Di più: è poetica, evocativa, irenica. Se fosse letteratura sarebbe Il piccolo principe, o qualche componimento Haiku; se fosse musica l’album Branduardi canta Yeats del grande compositore milanese; se fosse pittura sicuramente  Osvaldo Licini.

L’etichetta, di carta grossolana e tangibilmente materica (qui la bellezza) è completamente bianca: un ampio, immenso spazio bianco, in cui nulla si intravede ma tutto si può immaginare. In questo ritaglio, tuttavia, alcuni esseri volatili, piccolissimi ma altamente definiti, appena percepibili, svolazzano in completa libertà verso chissà dove. Sono gli aironi della località dell’azienda, impressi nero su bianco su un pezzettino di carta bianca. Basta poco, a volte per esprimere e evocare qualcosa, un dettaglio.

Germano Zullo – Gli uccelli – Topipittori editore milano

Mi torna in mente allora un piccolo grande capolavoro, un albo per l’infanzia firmato da Germano Zullo, Gli uccelli (Topipittori, 2010). Un albo muto, o meglio, così vuol essere: pochissime parole ne fanno da cornice evocativa e esaltante. L’albo narra la storia di un signore molto affabile che accompagna con un furgone, in un luogo impossibile, probabilmente dei sogni, un gruppo di uccelli eterogenei eppure tra loro armoniosi alle soglie di un precipizio, al confine ossia tra terra e cielo: qui voleranno, raggiungendo la libertà.

Due immagini tuttavia sono folgoranti, e del tutto affini all’etichetta di “A” de L’Antica Quercia. Stessa è la direzione – verso l’infinito – , medesima l’attitudine – la spensierata leggerezza.

“Un solo piccolo dettaglio può cambiare il mondo” – Germano Zullo – Gli Uccelli

Scrive Zullo, e non  importa in quale pagina, che “un dettaglio non è fatto per essere notato. Ma per essere scoperto […]. Un dettaglio è un tesoro. Un vero tesoro. Non c’è tesoro più grande di un piccolo dettaglio. Un solo, minuscolo dettaglio può illuminare una giornata. Un solo, minuscolo dettaglio può cambiare il mondo.”

Basta poco, a volte per esprimere e evocare qualcosa: un dettaglio. Basta poco, ma è un poco che vale moltissimo.

Damiano Perini

“VINI DELLE ABBAZIE”. A proposito del nuovo progetto di Proposta Vini presentato a Parma

Proposta Vini è una azienda specializzata nella selezione e commercializzazione di vini e distillati. E direi –  conoscendola ormai piuttosto bene – soprattutto nella selezione: scrupolosa, attenta, appassionata. Perché questa deriva da una ricerca (capillare) rivolta a produttori che operano nel rispetto del loro territorio e delle loro tradizioni. Promuove e valorizza, insomma, la biodiversità italiana. Questo, in pratica, si traduce proponendo alla vendita produttori che da sempre credono in vitigni dimenticati, tipologie di vino non convenzionali, luoghi ignoti.

E significa quindi tenere a catalogo mostri sacri quali Walter Massa, Marisa Cuomo, Alberto Paltrinieri, Massimo Travaglini, Damijan Podversic (ne parlo qui); ma insieme promuovere e vendere capolavori più sottaciuti come lo Sciacchetrà dei Forlini Cappellini, il Buttafuoco di Andrea Picchioni (ne parlo qui), il Vino Santo di Francesco Poli (e la sua miracolosa acquavite di genziana), la Rossara di Roberto Zeni (ne parlo qui), il Colfondo dell’Antica Quercia, i Fortana di Mirco Mariotti, il Grillo di Hibiscus, i Salina Bianco di Salvatore D’Amico. E per motivi di spazio mi tocca pure essere riduttivo.

Proposta Vini è però anche l’azienda che pubblica uno dei più bei cataloghi di vino che conosca (e non sono pochi); dalla grafica alle illustrazioni, dall’impaginazione all’organizzazione delle sezioni: tutto appare chiaro, accattivante e maledettamente buono (come non assaggiare?).

La presentazione del catalogo 2022 di Proposta Vini si è svolta per la prima volta in uno spazio fiera, a Parma

Ma è l’azienda, Proposta Vini, dei progetti forse più ambiziosi, nati “per dare spazio e visibilità a quei vini che, pur essendo presenti da secoli o da millenni nel nostro paese, lontani da ogni logica di omologazione, non sono ancora riconosciuti dal mercato.”

Cito tra i più importanti: “Vini estremi”, quelli che nascono da altitudini, pendenze, clima del tutto impervi e in cui il lavoro manuale dell’uomo è ardua fatica; “Vini dell’Angelo”, progetto storico di Proposta che ha permesso di recuperare le varietà presenti in Trentino fino alla Grande Guerra; “Vini dalle Isole Minori”, molto curioso e suggestivo, il quale progetto racchiude tutti i produttori delle microisole del Mediterraneo (come l’Isola del Giglio, Vulcano, Salina, Ustica). Non meno interessanti sono i progetti legati ai “Vini franchi” , cioè viti non innestate su vite americana (non toccate nell’Ottocento dalla fillossera quindi), e “Vini vulcanici”, per la peculiare composizione geologica del terreno dove maturano le uve.

E da pochi giorni, grazie a Christian Bauer vengo a conoscenza anche del nuovo, coraggioso e mistico (ciò mi esalta molto) progetto di Proposta Vini: “Vini delle Abbazie”, nato da un’idea del viennese Josef Schuster.

Christian Bauer mi presenta l’ampia gamma dei Vini delle Abbazie

L’occasione è la presentazione del catalogo 2022, per la prima volta in uno spazio fiera, a Parma. Qui, in uno stand (purtroppo molto claustrofobico) Christian mi accompagna in una degustazione che tocca in modo tangibile storia, cultura e religione (cristiana, si capisce) di 8 luoghi di preghiera europei. I vini raggruppati convenzionalmente in questo gruppo sono tutti prodotti da figure religiose all’interno di antichi monasteri nei quali, da secoli, si coltiva la vite. Come è capitato per le antiche fonti greche e romane (poi riscoperte dagli umanisti rinascimentali), anche la vite ci è stata tramandata attraverso il Medioevo grazie a benedetti (è proprio il caso di dirlo)monaci: benedettini, cluniacensi, cistercensi, camaldolesi, trappisti, etc.

“Se il vino non è scomparso dalle nostre tavole il merito va a quei laboriosi monaci che, anche per ragioni di rito – il vino assieme al pane è l’eucaristia – , dopo la caduta dell’Impero Romano, hanno continuato a coltivare la vite.”

Ebbene, molte abbazie sono ancora attive (si veda l’esemplare abbazia di Novacella) e praticano la viticultura producendo vino, conservando inoltre varietà d’uva storiche che altrimenti sarebbero state perse.

Queste di seguito sono le cantine-abbazie che ho preferito.

Stift Admont, Jarenina (Slovenia). Fondata dai Benedettini in Stiria, Austria, nel 1071. Nel 1130 divenne proprietaria del Maso Jarenina, che si trova a 5 chilometri dal confine con l’Austria. Attualmente i monaci lavorano 72 ettari di vigne in diverse zone della Slovenia. Hanno riscoperto il vitigno Furmint, che in sloveno si chiama Sipon. Due le etichette: il rosso fermo è un cru, Ilovci, e affina 16 mesi in botti grandi, mentre il metodo classico affina tre anni sui lieviti.

Clos de Abbayes, Losanna

Domaine Clos des Abbayes – Losanna (Svizzera). Fondato dai monaci cistercensi nel XII secolo; questi crearono i terrazzamenti per coltivare la vite ancora in uso. La vigna Clos des Abbayes è di appena 4 ettari e l’unica varietà coltivata è il Chasselas, che matura molto bene grazie alla luce del sole riflessa nel lago, e dona vino bianco di acidità spiccata e eleganza distinta.

Stift Altenburg, Limberg – Weinviertel (Austria). Fondata dai benedettini nel 1144. I vigneti di Limberg si trovano nella zona più fredda della DOC Weinviertel (zona di Gruner Veltliner straordinari) ricca di boschi. Le viti crescono su una roccia silicea sedimentaria di origine organica: sono i residui fossili di microscopiche alghe marine; questi depositi arrivano fino a 23 metri di profondità. Il suolo è eccezionale e infatti i vini che bevo, un Gruner Veltliner e uno Zweigelt sono molto fini.

Kloster Eberbach, Eltville – Rheingau (Germania). Fondato da Bernardo di Chiaravalle nel 1136, è un pozzo di storia, oltre che di vino. Mi dice il mio accompagnatore che nel Medioevo il monastero divenne il produttore di vino più importante della Germania arrivando a 252 ettari vitati (oggi ne possiede 210!). Il vino veniva esportato soprattutto verso l’Europa del Nord attraverso il Reno. Della cantina bevo uno strepitoso e vibrante Riesling, e un Pinot nero carnoso e cupo.

Monasterio de Yuso, Rioja

Monasterio de Yuso, San Millán – Rioja (Spagna). Il monastero è patrimonio dell’umanità UNESCO, conserva le reliquie di San Millan, e in questa zona è stato trovato il primo testo in aragonese occidentale (ossia il primo documento  in lingua spagnola datato 900 d.C.). Due le etichette a base di Tempranillo e Garnacha. Un Rioja Crianza molto caldo, quasi allappante, strutturato e molto intenso; e un Rioja Reserva ancora più opulente, ma nel complesso un bel vino da chiacchiera.

Monastero Panteleimon, Monte Athos (Grecia). Culla dell’ascetismo contemporaneo, e dell’iconografia (il primo manuale di iconografia proviene proprio da qua, creato per guidare i monaci nella scrittura delle sacre icone). Vengono coltivati 70 ettari con una esposizione sud-est. Mi dice il mio istruttore che qui viene ancora coltivata la varietà Limnio, “apprezzata già da Aristotele” (lo riporto, anche se ne dubito molto). Il vino rosso prodotto, Agion Oros, infatti è un assemblaggio di questo raro vitigno con cabernet sauvignon.

“Un vino mistico. E piacevole”. Cit.

Bevo un vino estremamente particolare, che cela un qualcosa di indefinito; un vino molto amarognolo, una frutta molto selvatica, di mora poco meno che matura, un’astringenza accennata, un corpo non troppo pieno eppure gradevole, un’armonia indecifrabile: un vino mistico. E piacevole.

Damiano Perini

VACANZE GIULIANE, PARTE SECONDA: IL CARSO. Zidarich, Lupinc, Kante, Skerk

Carso: una parola già di per sé pietrosa, composta di cinque pesanti, granitiche lettere: C-a-r-s-o. Quindi non avrei dovuto stupirmi appena varcata la soglia di quel sontuoso, selvaggio, animalesco e inquietante altopiano, che si innalza  veementemente a capofitto o in modo ossimorico da Trieste, e compresso alla parte opposta dal confine sloveno.

La mia meta è Prepotto, piccola località sorprendente (da non confondere con Prepotto in provincia di Udine). Restando nel confine italiano si può arrivare da nord, passando per Aurisina, quindi Sales e Sgonico; oppure da ovest, passando per Prosecco, e quindi Gabrovizza; o, infine, da sud, procedendo per Opicina, e quindi Rupinpiccolo. Ma in tutti i casi il paesaggio che si affronta è il medesimo: pietre, pietre, pietre. Muretti a secco ovunque, costeggiano strade o tratturi o sentieri abbandonati o prati incolti; muretti a secco integri o in sfacelo ovunque.

Io passo da Sales, dubbioso (in che misterico posto sono? Devo aspettarmi Sileno?)ma assetato (i vini del Carso sono straordinariamente buoni), e dunque procedo sino a arrivare in un rettilineo lunghissimo; a un certo punto mi si para davanti un’indicazione molto algida: “Prepotto”. Resto sbigottito, non è da lì che mi aspettavo provenissero i fragorosi Terrano e Vitovska. Poi mi accorgo di una stradina a lato, molto stretta e in mezzo al bosco; decido di percorrerla. E infine il tripudio.

Prepotto è un paesino leggermente rialzato dall’altopiano carsico e posto quasi sul cucuzzolo, così che di colpo ci si trova d’innanzi il maestoso golfo di Trieste, blu e scintillante. La strada per arrivarci percorre l’interno del Carso, e Prepotto ne è ‘separato’ da un fitto bosco. Per questo non potevo immaginarmi uno spettacolo simile! Il paesaggio, nel giro di poco è cambiato completamente, adesso è una collina regolare che degrada dolcemente a valle, è un susseguirsi di campagna coltivata a vigna.

Se il paesaggio è collinare, l’aria è quella marina: un dolce sentore salino, come di salsedine, pervade tutto l’ambiente. Ecco da dove deriva – o così mi dicono – quella straordinaria beva e sapidità della Vitovska, vitigno locale e vino che si trova solo in questa zona.

Scrive Mario Soldati, nel suo viaggio del 1970, dopo essere passati – come il sottoscritto – da Trieste: “ci fermiamo in alto, in Carso, tra le vigne riquadrate dai bianchi muriccioli di pietra del Carso, in vista del mare specchiante un gran sole, in vista del golfo dove la pianura padana sembra giungere estenuata e chiudere in quell’aspra dolcezza la sua ampia, lunga, sinuosa forma femminile”. E tutto è ancora immutato, garantisco.

Il paesaggio collinare, quindi, e l’aria ventilata e marina. Il terzo, pazzesco, straordinario (qui tutto è straordinario) fattore che aiuta alla formazione naturale di vini eccezionali è il seguente: il suolo. Un suolo che non si può crederci se non lo si viene a tastare con mano, un suolo che è solo roccia, e veramente solo roccia, che vuole dire mineralità, mineralità e mineralità. Lo provo, lo verifico visitando le cantine della zona, Zidarich, Lupinc, Kant, e soprattutto Skerk, le quali sono scavate all’interno della roccia, in profondità. Sono vere e proprie grotte, caverne mozzafiato. Visitarle provoca un senso di vertigine raramente riscontrabile nelle altre cantine italiane.

Il primo appuntamento è da Zidarich. La cantina è inserita al principio della discesa che corre verso Aurisina, e guarda al mare. Nasce dalla determinazione di Beniamino Zidarich attorno al 1988; cresce negli anni ’90 arrivando a essere l’azienda leader del Carso, o comunque la più conosciuta e prestigiosa. A oggi conta circa 8 ettari di proprietà più 2 in affitto, arrivando a produrre anche 30.000 bottiglia annue. Mi parlano molto del territorio, in quanto “aiuta alla formazioni di vini naturali”. Il lavoro in vigna è tutto manuale, la roccia del terreno è in grado di dare molta mineralità, la brezza che giunge dall’Adriatico mantiene le piante asciutte. “Lavoriamo in collaborazione con la natura”, mi sento dire con entusiasmo. Tutti i vini prodotti (molte le etichette) passano un periodo più o meno lungo di affinamento. Mi ha stupito della cantina il fatto di lavorare con dei tini in marmo (!), un blocco unico di pietra di Aurisina, usati sia per la macerazione che per l’affinamento. “Il vino lavora più lentamente, e quindi in modo migliore, perché la pietra rimane fredda”, mi spiega la mia guida.

Mi colpiscono in particolare i seguenti vini. Vitovska 2017, un bianco pieno, minerale, sostanzioso; ma insieme caldo e avvolgente, sapido e lungo. L’influsso del mare, che mi guarda nella sala degustazione, è evidente. Al palato è un’esplosione di salinità. La Malvasia 2018, affina in botti medie, e è molto più morbido della Vitovska. Appartiene alla famiglia delle malvasie, ma non è così aromatica, anzi! È molto secca (non così secca come quelle di Oslavia), e questo ne provoca un’armonia, un’eleganza e una piacevolezza disarmanti.

L’orizzonte è ampio dalla sala degustazione di Zidarich, che è una terrazza vista mare. Prendo un bel respiro e mi preparo a bere uno dei miei vini preferiti: il Terrano. Un rosso carnoso, polposo anche se è impossibile a dirsi essendo dotato di una acidità e una mineralità esaltanti. Il terrano altri non è che un biotipo di refosco, il cosiddetto refosco dal peduncolo verde. Ma la differenza sta nel suolo in cui alligna, la terra rossa del Carso, e questo dettaglio fondamentale permette al vino di chiamarsi in tal modo. E di essere così buono. Il Terrano 2019 che bevo da Zidarich è molto giovane, è quello appena uscito, ma dimostra già un gran potenziale.

Ringrazio, e proseguo per la mia strada. Lì vicino sta Lupinc, piccolo produttore, la cui cantina è un meraviglioso pendant con l’agriturismo di fronte; l’entrata è unica, il giardinetto è in comune, e tutto è rimodernato. Il padre del proprietario attuale è stato un pioniere della Vitovska insieme a Edi Kante, e quindi, nonostante non abbiamo prenotato provo a intrufolarmi. Il proprietario, gentilissimo, mi ospita accompagnandomi subito a guarda il panorama: anche dalla sua azienda si può osservare uno strabiliante panorama, dal mare a Duino alla Pianura Padana. Si sofferma su Duino, il cui castello appartenente alla famiglia Thurn und Taxis, è noto per aver ospitato Rilke.

Il padre dunque comincia questa avventura vitivinicola nel Carso già nel lontano 1969; il figlio la prosegue con passione con un totale di 7 ettari e 20.000 bottiglie di produzione annue. Poche le etichette, ma tutte di eguale gradevole beva. Spicca, per mio personale gusto, naturalmente, il Terrano, che bevo nella vendemmia del 2019 e successivi due anni in botti di legno per l’affinamento.

Lupinic sta in centro al piccolo paese; ora devo andare da Kante che è di poco spostato verso l’interno, ossia al limite del bosco. Anzi, nel bosco, selvaggio c’è proprio immerso.  Il luogo mi pare arcaico, non ci sono indicazioni. Fortuna scorgo due enormi botti e allora capisco che sono arrivato a destinazione. Ci credo non vedevo la cantina – un cilindro nella roccia di tre piani – è tutta interrata! E scende, scende nelle viscere cazzo! Solo la saletta degustazione e gli uffici a vetrate sono visibili.

Mi viene incontro un signore cordialissimo, che facendomi fare un giro della zona mi racconta la storia dell’azienda, illustrandomi di volta in volta gli appezzamenti. A oggi è la cantina che produce più vino di tutto il Carso, grazie ai suoi 20 ettari (divisi a macchia di Leopardo) e le conseguenti 60-70.000 bottiglie. La mia distinta guida si sofferma poi su una cosa che ormai mi è impressa nella mente: le caratteristiche favorevolissime del territorio che aiutano in modo eccellente la produzione del loro vino di qualità, ossia lo iodio, proveniente dal mare, e la Bora, il vento fortissimo che permette un numero molto ridotto di trattamenti.

Degustando i vari vini della batteria noto che questa volta il Terrano è quello che apprezzo meno. È un vino che non fanno ogni anno, ogni vendemmia viene scelto se produrlo o meno in base a come è andata la maturazione. Il Terrano, mi spiega il mio ospite, è un vino complesso da produrre, sia per la buccia delicata sia per le evoluzione non spesso controllabili. La Vitovska è molto grassa nonostante non faccia macerazione, e è molto persistente al palato. Ciò che mi stupisce più tutti in casa Kante è lo Chardonnay, sia nella versione ‘base’, molto elegante, sia nella versione selezione, chiamata appunto Bora. Questa che bevo è una selezione 2012, e fa un lungo affinamento, prima in botti di legno, in acciaio e infine in bottiglia. Uno chardonnay estremamente raffinato e equilibrato, e soprattutto che ha un suo carattere distinguibile dagli chardonnay di altre zone note.

Skerk, l’ultima cantina della giornata, è la cantina più bassa di Prepotto, e anche questa, come Zidarich, è rivolta verso il mare. Azienda relativamente recente, lavora bene, vende molto e investe altrettanto. Il vino è riconosciuto, la qualità dei prodotti non è all’oscuro. Arrivo nel momento giusto perché la cantina è appena stata ristrutturata, praticamente rifatta. La sala degustazione è all’interno di una più grande sala scavata nella roccia e divisa da lastrone enormi, monumentali, mostruose di marmo locale Aurisina. La costruzione mette soggezione; e non ho visto tutto. Il mio accompagnatore con un sorriso mi invita a osserva poco più in là dalle botti, e ecco che le vertigini mi salgono fino a ledermi la testa: in basso dopo una ringhiera di sicurezza si apre una voragine spaventosa, in cui sul fondo soffusamente illuminato stanno delle botti di grandi dimensioni. Di qui partono grotte carniche naturali, e sono l’esemplificazione massima del suolo del Carso.

Sandi Skerk, ingegnere di formazione (e qua mi spiego la struttura e la sua maestosità) comincia a produrre vino dal 2000 circa. A oggi conta 8 ettari e una produzione di circa 20-25.000. Tutti i suoi vini sostano sulle bucce per almeno 2 settimane in tini da 18 ettolitri. Al momento le etichette prodotte sono 5. Assaggio una Vitovska 2019 dai sentori evoluti, un po’ spigolosa ma molto minerale; un bel fruttato contribuisce alla gradevolezza. La Malvasia è più rotonda, morbida, calda.

L’Ograde, a mio avviso il pezzo forte della batteria, è un assemblaggio sapiente di vitovska, malvasia, sauvignon e pinot grigio. Il termine “ograde” indica un appezzamento circondato da muretti a secco, e vuole racchiudere anche il concetto di cru. È un vino macerato, uno di quelli che definiscono “orange wine”, ma al contrario di questi è straordinariamente delicato, la struttura è imponente ma allo stesso tempo limpida, cristallina. Deliziose note di pesca matura, poi, mi fanno sognare.

Assaggio per ultimo, estasiato dall’ultimo vino bevuto, il Terrano in due versioni, quella ‘base’ e la Riserva, prodotta solo nelle annate migliori. Il primo mostra un’acidità elevata, è fresco forse troppo (però penso a quanto starebbe bene con cotechino o altre carni grassissime); il frutto rosso che avverto è molto aspro. Il Terrano Riserva 2018 è un’altra cosa. “L’uva era perfetta” ammette soddisfatto il mio anfitrione. Il vino è polposo, succoso, carnale e, addirittura, ematico.

Il cielo al di fuori, immobile, è soleggiato e terso, ma non così basso pur essendo dicembre; le ombre sono lunghe, la luce pulviscolare. L’atmosfera è stringente e abbastanza conturbante. Tutto intorno è calma piatta, una calma esaltata dal sordo mormorio che proviene dal mare. Pare che tutto si sia fermato, se non fosse per il cinguettio di qualche uccellino. E per il rumore delle ruspe: Prepotto, in virtù delle sue aziende è una località in fermento; ci sono lavori in corso praticamente in ogni azienda. Ben venga per loro che fanno vino, e meglio ancora per noi che lo beviamo.

Intorpidito da così tanta roccia e ammaliato da così tanto vino, opto per fare una tappa al Santuario di Monrupino, posto in altissimo a dominare il Carso e, così mi pare, il golfo di Trieste. Così da quelle alture contemplo ancora un poco il paesaggio, prima di riprendere la strada del ritorno. A contatto diretto con quel suolo e respirando quell’aria tipicamente carsica, credo abbia ancora ragione Mario Soldati quando consiglia nel suo viaggio di non bere questi vini dal “sapore di Carso senza l’aria del Carso”.

DP

L’ARTE DEL PARLAR DEL VINO. Nicola Bonera nel suo libro “Lockwine” compendia anni di lezioni all’AIS, proseguendo la tradizione dei Veronelli

Leggo il libro da poco uscito di Nicola Bonera, Lockdown. Vini, piatti e pensieri di un sommelier confinato in casa (edito dall’Associazione Italiana Sommelier Lombardia), e ho la sensazione di sentire la sua voce, nitida e tonante, chiara, netta e dal timbro marcato, che ben ricordo dalle sue lezioni all’AIS e dalle degustazioni da lui condotte.

Chi lo ha scritto è un sommelier di professione, e dunque non avevo dubbi; ma scopro anche che l’autore è un appassionato, anzi di più, un esperto appassionato di gastronomia, se non proprio un cuoco. I modi con cui si rivolge al lettore sono gli stessi, galanti e mai superbi, con cui si rivolge a noi che lo abbiamo ascoltato e ancora lo ascoltiamo alle sue lezioni e degustazioni. “Caro lettore”, scrive nell’introduzione, “grazie per aver scelto questo libro”. Le sole primissime battute mi confermano la professionalità che già conosco, i tanti anni passati a ‘servire’ i clienti, la formazione all’istituto alberghiero.  Insomma, in questo libro Bonera ci scrive nello stesso modo con cui si rivolgerebbe al commensale in sala di un qualsiasi ristorante di medio o alto livello.

Nicola Bonera è oggi una tra le più figure più importanti e influenti dell’AIS, è il relatore degli applausi scroscianti finali, miglior sommelier d’Italia nel 2010; si dice un “inquieto che non smette mai di studiare, un curioso, un tenace”. Chiaro: senza queste facoltà nel mondo del vino, in perenne cambiamento, non si va molto lontano. È una persona dai modi tutto sommato umili, ho detto, ma non un moscio: resta comunque, come si può immaginare, un agonista, una persona competitiva che pur coprendo diversi ruoli non vuole “abbandonare ‘il mio primo amore’ per i concorsi”. Una persona sicura di sé e delle sue capacità, che ha saputo sfruttare le sue doti costruendosi, sudando, una carriera. E che si rilassa in cucina: “cucinare mi rilassa e mi aiuta a stimolare la mente, migliorare la concentrazione e, certamente, a dimenticare i problemi del quotidiano”. Ma non è un ricettario, o meglio non solo.

Lockdown è, tra le tante cose, ma soprattutto, un libro edonistico; dire, più semplicemente, che  è un libro di ricette e di vini consigliati sarebbe ingiusto, e troppo riduttivo.

Il linguaggio del testo è fluido. L’autore, come nelle spiegazioni orali, dosa e manipola le locuzioni, trova l’aggettivo esatto, azzecca il modo di inserirlo. Il taglio delle volte è secco, altre è più poetico, talvolta rasenta il lirico (e forse un pizzico il melenso: “nella scelta dei vini ho usato il cuore, oltre che i sensi”). Così il vino, che di per sé già vita ne ha a sufficienza, viene accompagnato (e – diciamolo, siamo tra critici – accresciuto).

Forbito quel che basta, asciutto di norma e eloquente sempre, Bonera è un maestro di sprezzatura. Lo sapevo perché ho seguito le sue lezioni; lo so ora che ho letto il suo libro.

E leggendo questo fruibilissimo libro di Bonera  recupero inconsciamente alcune delle sue uscite, che nel frattempo nella mia mente si erano fatti apoftegmi. Come: “il müller thurgau è il caso in cui il riesling ha fatto l’amore controvoglia”. Geniale commento detto (scherzosamente, ovvio) durante la serata dedicata ai Piwi (17 giugno 2019); parlando del Krug Vintage 2004 (serata del 2 luglio 2021) chiede, domanda retorica, “qual è il problema della 2004?”, dopo una breve pausa fintamente dubbiosa: “che finisce subito!”. Quindi divertente, ma anche evocativo. Capita con Bonera che il vino si materializzi, diventando libro (“lo trovo più leggibile”, riferito a un rosso di grande struttura); e, abituati alla sua affabulazione, certi commenti possono emergere per contrasto. In una serata dedicata al riesling tedesco del Medio Reno (esclusa la Mosella quindi), dopo aver preparato la platea a chissà quale monologo sull’“amato” riesling di P.J. Kühn, il responso è stato un lapidario: “è buono”, accompagnato da una calcolata pausa.

In aula illustra i vini e il mondo che ci sta attorno, ma insieme si dichiara, si racconta nella sue esperienze enoiche, aneddoti leggeri eppure coinvolgenti di vita da degustatore. Talvolta è affabile quando accompagna la degustazione, a volte più tagliante, ma ugualmente efficace.

NIcola Bonera, dal profilo Twitter
NIcola Bonera, dal profilo Twitter

Bonera è impeccabile, e non parlo solo del nodo alla cravatta o dei capelli o dei pantaloni sempre attentamente fino in fondo (guai che scappi un’idea di risvoltino); è preciso e pedantemente dettagliato nello sferzare dati, numeri, statistiche, cru (anche se non so se tenga testa all’altro grande dell’AIS – Invernizzi – a sciorinare territori vitigni e nomi impossibili di luoghi enologicamente misconosciuti). Tante nozioni, che forse qualche volte mi è capitato pure di imparare (per sfinimento, certo), di ettari, rese, ceppi per ettaro… Alla fin fine però credo che Bonera piaccia a tutti anche perché parla dei vini come parlare di donne (e quale combinazione migliore di donne e vino). Chiacchierando di bottiglie bevute ne evoca i ricordi, le memorie lontane, che a volte possono essere divertenti o addirittura bislacche se non assurde.

Certo Bonera viene dai Pellegrino Artusi; ma, soprattutto, prosegue con dignità la tradizione dei Veronelli, innovando il linguaggio e applicandosi perfettamente al tempo in cui vive. Per questo il libro è un libro godibile e per goderecci. La grafica di impaginazione è quella del web, i testi sono sintetici ma esaustivi, ogni ricetta e ogni vino sono affiancati da immagini ‘instagrammabili’ (e mi scuso per il termine) dei piatti, di cui le pietanza sono leziosamente impiattate (Marchesi docet). Pur essendo molto tecniche le ricette le ho letto benissimo, quando solitamente è la prima cosa che snobbo (io mangio tanto e bene, ma a cucinare non mi applico per niente).  Ho letto e riletto invece la descrizione dei vini, sia quelli più rinomati sia quelli più elusivi: in quelle poche battute c’è dentro tutto.

In Lockwine di Bonera ritrovo la stessa formula utilizzata da Luigi Veronelli in un libricino delizioso e penso ormai raro, Bere giusto. Ognuno può diventare un perfetto sommelier (Rizzoli, 1971), che trovai qualche anno fa a Bologna, in uno di quei mercatini sfigati e pittoreschi (ma ricolmi di meraviglie nascoste). Dopo una lunga presentazione dalla prosa sapida e immediata – una chiacchierata sul mondo del vino in forma scritta praticamente – Veronelli si lancia in un elenco infinito di ricette, ognuna delle quali accompagnata da un vino consigliato per l’abbinamento. Dai più sofisticati: “Codone Brillat-Savarin . Vino consigliato: rosso, maturo, di pieno corpo, asciutto”, spiegando: “piatto ‘francese’ al mille […] ci vorrei un grosso vino di Borgogna, un Romanée-Conti tanto per dirne uno. Non ancora disposto a rovinarmi (del tutto) ripiegherei – ottima ritirata tuttavia – sul Granaccia di Vado, di 4-5 anni, servito a 20°C”. Ai piatti più umili: “Tonno con piselli. Vino consigliato: bianco, secco, giovane, di buon corpo. Preferire il Trebbiano di Montorio al Vomano, di 1 anno, servito a 10°C”.

E snob non lo è neppure Bonera nel suo libro. Prima descrive una “farinata di ceci con insalata di cavolo e cappuccio” (pp. 26-27), poi con la stessa appassionata enfasi illustra la preparazione dei “paccheri farciti con ragù di pesce” (pp. 66-67). È minuzioso e completo nel descrivere vini meno citati, come il riesling di Monte Cicogna (p. 49) o l’asprinio Santa Patena de I Borboni (p. 53), quanto i baluardi dell’enologia italiana, come il Ferrari Trento Doc (p. 41) o il Bukkuram di Marco De Bartoli (p. 113).

La suddivisione del volumetto e l’impaginazione sono abbastanza istintive; l’insieme mi piace, ma ancor più i dettagli. Mi spiego. Per i cibi, almeno, i titoli non sono mai solo titoli, perché questi indicano il piatto ma grazie al commento che subito segue si fanno poesia, evocando ricordi lontani, e seducendo non poco. Faccio subito un esempio: “Gnocchi alla romana. Dentro ognuno di noi si nasconde un bambino”; seguito dal pregevole commento: “un piatto a cui non so rinunciare, che ha accompagnato la mia infanzia e mi fa tornare il sorriso a prescindere dai problemi della giornata” (p.42).

O ancora, cito da qualche pagina indietro (a caso): “Torta salata al broccolo. Verso le notti più lunghe”; a cui segue: “una base di pasta che accoglie la farcitura al broccolo, un ortaggio che ci accompagna dal tardo autunno per tutto l’inverno, quando le giornate s’accorciano e il crepuscolo invita al raccoglimento” (p. 34).

Ecco, il broccolo come pretesto per un pensiero nostalgico e, se vogliamo, ‘crepuscolare’, mi mancava.

Ma dal libro ricavo anche curiosità pazzesche, come quella che vede il cartello pubblicitario della SVIC (Società Vinicola Italiana di Casteggio, paese oggi di nemmeno settemila anime in provincia di Pavia) collocato “in maniera ben visibile” nei pressi della Statua della Libertà di New York. Da non crederci, nonostante Ballabio sia una azienda che apprezzo e trovi i suoi Farfalla ottimi (p. 32).

Lockdown è un libro edonistico ma anche fortemente estetico. Il ricettario di Bonera è fatto di ingredienti e loro preparazione e, cosa non scontata, dalle indicazioni per la “finitura del piatto”. In questi paragrafi dà spazio alla sua natura di cuoco-artista, ma anche di preciso e raffinato buongustaio, con consigli direi proprio sensuosi.

Il Bonera sommelier però, e qui l’acme del libro, lo rilevo dai paragrafini titolati “Le pillole del sommelier”. Qui, come da nessun altra parte del testo, ritrovo il Nicola Bonera delle lezioni, il relatore, il degustatore, l’istruttore. Consigli professionali (e, nemmeno a dirlo, impeccabili) su: temperature di servizio (valutarle bene in relazione a ciò che si vuol far emergere dal vino!), conservazione delle bottiglie (esempio: mai tenerle troppo nel frigo!), sequenza dei vini da servire, sboccature diverse dei metodo classico, autoctoni vs internazionali (sfatandone, finalmente, il falso mito), il prezzo dei vini… e tantissime altre chicche, da leggere (e ovviamente imparare a memoria per chi fosse del mestiere come il sottoscritto).

Applausi (scroscianti).

Damiano Perini
AIS Brescia

VACANZE GIULIANE, PARTE PRIMA. IL COLLIO (Primosic, Fiegl, La Castellada, Radikon, Damijan Podversic)

Direzione Gorizia.

Partendo dal Lago di Garda, raggiungere Gorizia significa attraversare importanti città e quindi numerose attività storico culturali. Quante possibilità ho tra le province di Verona, Vicenza, Padova e infine Gorizia? Troppe, e quindi mi limito a una sola, comoda e imponente scelta: la Rotonda del Palladio. Viaggio di domenica e la condizione è delle migliori, nessun camion e poche altre macchine oltre alla mia. 

C’è piuttosto freddo e in macchina sull’autostrada me la sto godendo con riscaldamento acceso e Tutto il calcio minuto per minuto su Radio 1 (è domenica pomeriggio), però il clima soffuso e la giornata uggiosa mi mettono voglia di visitare altro. Meta quindi a Aquileia e, di rimbalzo, a Grado. La storia della prima è come se fosse convogliata nella potenza della basilica paleocristiana, imponente, austera, dai pilastri massicci e dal pavimento coperto interamente da mosaico; dalla cripta affrescata alle decorazioni rinascimentali. Accendo un cero, faccio riverenza e ritorno alla macchina. 

Ho voglia di un caffè ma voglio cambiare aria; mi rimetto alla guida e mi trovo in poco tempo d’innanzi alle mura di Palmanova, la citta fortezza. Ne bevo uno buono vicino alla piazza. Infine arrivo Gorizia e si è fatta sera, un giro in centro però è d’uopo, soprattutto se si è sotto clima natalizio. Fatta notte viene tardi, e gli impegni del giorno dopo mi richiamano all’ordine. 

 

Primosic.

Un giorno di pioggia si è trasformato non so come, in una sola notte, nella giornata più bella e limpida che più bel regalo non si poteva farmi. Il cielo è azzurro vivo; solo una leggera foschia percettibile a fondo valle sale piano piano dai colli. Ne approfitto per visitare il luogo, di prima mattina si ha la luce migliore per osservare.

Oslavia per me è zona completamente nuova, e come sempre mi emoziono di fronte a terre nuove e vigneti mai visti. Decido per approfondire di salire a San Floriano, il paese più alto del Collio, là sopra sta una piazzetta con tanto di monumento e chiesetta parrocchiale. E da questo magico punto si ha una veduta praticamente a 360 gradi sul territorio: a nord mi saluta  innevato l’arco alpino, magnifico, bellissimo e brillantissimo (giornata limpida, le Alpi Giulie sembrano a pochi chilometri) e poco sotto si intravede Udine, di là poi la Slovenia,  quindi Nova Gorica. E tutt’attorno a me vigneti dalla pendenza notevole alternati a boschi incolti, tantissimo bosco quasi a cadenza regolare che, essendo dicembre, si traduce in un ammasso disarticolato di tronchi spogli.

Devo separarmi da questo spettacolo perché ho il primo appuntamento della giornata. Arrivo da Primosic (nomen omen) giusto in tempo; sono accolto con un  buongiorno da Chiara, una signorina gentilissima e molto cordiale, con un sorriso vivace stampato in faccia (sarà perché sono le nove e venti del mattino?); un’accoglienza non calda ma comunque confortevole. Mi racconta dapprima la storia della cantina a grandi linee, qualche nozione base, non senza informazioni generiche sulla viticoltura locale.

Il Collio – una mezzaluna collinare di poco a nord di Gorizia, posta tra i Colli orientali del Friuli e il Carso, e che confina, accarezzandola, la Slovenia – conta circa 1500 ettari vitati. Un territorio martoriato in passato dalla Prima Guerra Mondiale, ma che, come già ha scritto Mario Soldati, “chi non sappia, crederà  di trovarsi nel più idillico, nel più soave, nel più pacifico angolo d’Europa…” Le parole di Soldati sono di circa cinquant’anni fa, ma valgono ancora.

Oslavia, comune piccolissimo di 650 abitanti approssimati per eccesso, che coincide in pratica con la via che da Lucinico porta a san Floriano, rappresenta il cuore del Collio. In questo paese, che di eccezionale ha poco o nulla se non il vino e i vigneti, ci sono ben sette produttori (più uno), di differente ma eguale qualità, caparbietà e, nonostante i piccoli numeri, forza.

I Davide che tengono alto il nome rispetto ai Golia (penso senza andare troppo lontano ai Livio Felluga, ai Schioppetto, ai Venica&Venica) corrispondono al nome di: La Castellada, Fiegl, Gravner, Primosic, Prinčič, Radikon e Il Carpino (che però sulla carta è sotto San Floriano). Questi (ai quali se ne aggiungerà un altro) negl’ultimi anni sono impegnati, insieme, in campagna volta a valorizzare e promuovere la Ribolla Gialla del territorio e i suoi metodi di vinificazione (ben lontani, a esempio, dalla ribolla gialla spumantizzata in Veneto, sulla quale differenza seppur ovvia, non è scontata). L’idea è quella di una nuova apposita DOCG, che identifichi la sottozona; ma questa è materia per burocrati.

Primosic, con i suoi 30 ettari di terreno vitato (tra proprietà e affitto), appezzamenti suddivisi a macchia di leopardo, è tra le più grandi aziende del Collio. I fratelli Marko e Boris Primosic fondano l’azienda attorno al 1956, ma solo nel 1964 escono le prime ufficiali bottiglie (alcune è possibile osservarle ancora integre in azienda).

È mattina presto ma non mi spavento più di tanto, anche Soldati cominciava a bere di prima mattina nei suoi viaggi. Così Chiara mi presenta una lunga successione di etichette: sono quindici, divisi in due linee, tra classici e macerati, e di cui solamente tre rossi (un merlot, un refosco e un assemblaggio dei due). La giornata è lunga e non posso bere tutto. Faccio un selezione cercando vini che coniughino curiosità e piacere. Attacco con la Ribolla gialla ‘base’: un giusto inizio, perché leggermente acidula, leggerina, gradevole. Chiara mi parla della Ribolla come un vitigno a due facce, un vino dei contadini da un lato fatto per essere bevuto a quantità sostanziose (e mi sembra questo il caso), e dall’altro un frutto dal grande potenziale, considerando l’acidità e, essendo varietà coriacea, lo spessore della buccia (è il caso dei macerati). “Oggi macerano di tutto e di più”, mi dice, “ma non tutte le varietà si prestano a macerazione”. Sacrosanto: dato che ho bevuto vini macerati dei più disparati e molte volte con esito sgradevole non posso che concordare.

Poi sale di grado e mi versa uno Chardonnay riserva, con alle spalle due anni in barrique, un 2017 appena uscito in commercio e quindi freschissimo. Un vino grasso e burroso, “in stile borgogna”, in cui avverto molta frutta secca come di arachidi. Mi pare ottimo per colazione, figuriamoci a pranzo; anche se con un periodo più o meno lungo in bottiglia me lo aspetto ancora meglio.

Prima di arrivare ai macerati bevo un bianco ‘selezione’ che è una vibrante e alternata armonia di tre timbri e sonorità diverse: sauvignon, friulano e chardonnay. Questo vino, che si chiama Klin dal nome del vigneto, è il risultato di un sapiente uvaggio (e non assemblaggio: la differenza è notevole, e Chiara me lo ribadisce): le uve delle tre varietà provengono da vigne piantate nello stesso appezzamento a forma di cuneo (di qui il nome di ‘klin’, dallo sloveno) che si inserisce con la punta al confine con la Slovenia; queste maturano insieme e insieme vengono vendemmiate e fatte fermentare, e successivamente fatte affinare in caratelli di legno. È un’orchestra (talvolta disordinata) di profumi e sapori che ho nel bicchiere, talvolta più erbacei oppure più fruttati, note che si scambiano e si incrociano continuamente. Purtroppo il tempo è poco e non ho la possibilità di verificarne l’evoluzione nel bicchiere in un tempo abbastanza prolungato. Vino di notevole complessità. E eleganza.

Se si bevono i vini del Collio non ci si deve stupire se i prezzi sono più alti della media: il lavoro in vigna, per via delle pendenze e della distanza tra i filari, è tutto a mano. Si aggiunga poi i lunghi affinamenti, solitamente in caratelli o botti o tini che questi vini fanno prima di essere messi in commercio. Ma questo chi beve bene lo sa; e il mio lettore beve bene, e comunque mi propongo di scrivere per un bevitore di senso oltre che godereccio. Non c’è bisogno che mi dilunghi oltre.

Finalmente Chiara mi versa i macerati. Tutti eccezionali per la struttura e al contempo la bevibilità, non mi risultano pesanti o graffianti, anzi la loro eleganza e piacevolezza unita alla succosità e acidità richiamano un bicchiere dietro l’altro.  Il friulano ‘Skin’ fa una macerazione di due settimane, un anno di botte e due in bottiglia; le note della sospensione sulle bucce si avvertono fievolmente, unite a note floreali e frutta secca. Nella Ribolla gialla invece sono quattro le settimane di macerazione, due anni in caratelli di legno da 17 ettolitri più anno in bottiglia. Il risultato è insieme esplosivo e suadente, all’albicocca disidrata si uniscono note più tostate e marcate. Il contatto con le bucce nel Pinot grigio è molto minore, una settimana, la tannicità è meno marcata, ma – in virtù certo della varietà – il vino che ho nel calice ospita innumerevoli note e svariate tra loro: dalla frutta matura al balsamico delle erbe officinali. Un vino a due facce, materico e lunghissimo.

La curiosità mi spinge a assaggiare anche il Refosco (li assaggerei tutti, ma come ho detto la giornata è ancora lunga), che al contrario di come pensavo lo trovo molto beverino, leggermente tannico, molto fresco (l’acidità è spiccata, non dirò aspro però). Il refosco, mi spiega Chiara, è un vino di difficile produzione per via dell’alta acidità e del tannino presenti, i quali senza giusta accortezza potrebbero fare diventare il vino eccessivamente duro. Questo di Primosic mi sembra però un Refosco equilibrato, seppur cupo e abbastanza selvatico, con note predominanti (ma chiuse) di mora matura.

È una bellissima giornata, fuori tira una leggera brezza ma il sole è avvolgente, e quindi Chiara si offre di accompagnarmi a visitare qualche vigneto nei paraggi. Ci incamminiamo in un sentiero che porta verso est, scendendo a fondovalle, ossia verso la Slovenia – che è lì vicinissima, proprio di fronte. Mi porta a visitare l’appezzamento che poco fa mi ha spiegato, il Klin. Resto stupito da tale pendenza. E dalla stravagante linea di confine, spezzettata e discontinua. Chiara è un’ottima interlocutrice e il discorso passa allora alla storia del confine, storia di guerra e di sofferenze. Una linea netta sul Monte Sabotino, il monte di confine, si distingue per la sua eccessiva regolarità: è la Strada di Osimo, mi spiega Chiara, una via di comunicazione costruita a seguito dei trattati del 1975, necessaria per collegare i due stati, e per rendere più agevole il percorso di chi doveva andare da una parte all’altra del confine.

 

Fiegl.

Le nostre strade si separano rientrando; a metà della stradina infatti un bivio ci impone un saluto. Ringrazio la solare Chiara, che con un sorriso mi indica di proseguire sulla destra per la mia meta successiva. Fiegl è poco lontana da Primosic, solo che la raggiungo dal retro e non dalla strada principale. Meglio così perché passo per delle botti e non per il cancello; senza accorgermene faccio un po’come se fossi nel giardino di casa mia, poi mi avvicino alla porta e vedendola socchiusa entro. In cantina un ragazzo mi saluta con un cenno secco di contrariata sorpresa, accompagnato da uno sguardo interrogativo; è Jacopo Fiegl che sta imballando cartoni di vino pronti per esser spediti. Mi presento e mi scuso per l’irruzione, e dopo una risata e una breve visita in cantina mi accompagna nella saletta degustazione, ben riscaldata, con albero di Natale appositamente decorato, e quindi più ospitale. Una vecchia credenza che conserva una batteria di bicchieri atti alla degustazioni è pretesto – come in tante cantine di produttori che ho visitato – per adagiare bottiglie di vino di altre aziende (bevute, ovvio) di eccezionale qualità.

Jacopo è giovane se non giovanissimo ma pare conosca molto del mondo dell’enologia, ma soprattutto del suo vino e della sua terra. I Fiegl, mi dice, sono una famiglia (di origine austriaca, come il guru della zona, Josko Gravner – che qua scopro pronunciarsi anche ‘Grauner’, secondo pronuncia slovena), di viticoltori da otto generazioni, seppur i primi imbottigliamenti avvengo attorno al 1992. Con 35 ettari sono di poco più grandi di Primosic; tra i più grandi del Collio e sicuramente di Oslavia. Vigneti sparsi, non solo nel Collio ma anche nella piana isontina (Doc Friuli Isonzo). Molte etichette anche qua e quindi decisione forzata. Tra le due linee più importanti, la ‘Fiegl’ per i vini classici, o ‘base’ che dir si voglia, e la ‘Leopold’ per i vini di più lungo affinamento, più importanti.

Decido naturalmente di cominciare con una Ribolla gialla di annata, molto varietale ancora, dal profilo leggero; poi un Friulano, molto beverino ma con una accentuata sapidità, caldo (non per la temperatura di servizio che è perfetta, bensì per quel tono avvolgente, effetto tattile dato dai polialcoli), e poco più articolato del primo. Bevo poi una piacevolissima Malvasia istriana, appartenente alla famiglie delle malvasia, ma molto meno stucchevole, meno aromatica, se vogliamo più secca, e sicuramente molto, molto minerale. Per effetto dell’aria che arriva dall’Adriatico e del particolare suolo, questa Malvasia, seppure presenta caratteristiche più morbide e meno spigolose rispetto agli altri bianchi risulta, non dico salina, ma sapida e molto lunga.

Jacopo ha una bella chiacchiera, e nel suo disquisire è pure coinvolgente; quindi lo ascolto volentieri mentre mi parla del Collio e delle aspirazioni future per la Ribolla gialla locale, e soprattutto della sua azienda e dei suoi vini. “Non vogliamo fare vini stucchevoli”, mi spiega confermandomi ciò che ho intuito dagli assaggi, “non vogliamo che i nostri vini stufino; l’acidità, la freschezza, la verticalità sono un marchio di fabbrica; vini troppo pieni, materici sono un difetto”. E leggiadro e snello trovo pure il Sauvignon: un vino che è per me la sorpresa della cantina. Non trovo in questo vini l’agrumato solito; sì, forse leggermente. Non percepisco note erbacee, scorbutiche e neppure l’opulenta e saziante nota di albicocca matura. Questo Sauvignon emana un finissimo e rinfrescante sentore balsamico, che va dalla mentuccia alla melissa, al dragoncello. “Questione di vinificazione”, mi dice, e poi si spinge nel dettaglio con paroloni chimici (dalle metossipirazine ai vari tipi di lieviti) che mi suonano come formule alchemiche, e che cerco di rimuovere il prima possibile.

Passa in rassegna poi la linea ‘Leopold’, il cui nome vuole essere un omaggio a Leopold Fiegl, omonimo politico austriaco che nel Dopoguerra ha contribuito alla costruzione dell’Austria, o almeno cos’ dice lui.  Il primo vino è un assemblaggio di Ribolla gialla, Friulano e Malvasia dal nome molto semplice, ‘Cuvée Blanc’, dove prevale il frutto giallo; un vino molto intenso, e degno di interesse.

Mantiene la filosofia dell’azienda il loro macerato (per ora l’unico in commercio). Questa Ribolla Gialla di Oslavia (questo il nome) infatti, con venti giorni di macerazione, è molto delicata, ‘pettinata’; è “un orange wine d’entrata”, mi avverte Jacopo, “insolito rispetto a quelli che fanno qui intorno; è un avvicinamento al mondo dei macerati”. L’estrazione c’è e si sente, o meglio, si avverte in modo delicato. Molta frutta, soprattutto albicocca disidratata e fievole sentore come di amaretto.

Già che siamo in tema (la discussione – ma farei meglio a dire il soliloquio di Jacopo – nel frattempo si è animata), e di macerazioni si parla, mi tira fuori da non so dove una chicca, ancora senza etichetta e senza nome: un vino con più lunga macerazione, più lungo affinamento, e lunga maturazione del frutto in pianta prima di esser vendemmiata. Un vino intensissimo, strutturato e carnale, meno ‘pettinato’ del precedente e più ruspante. Un cru, mi dice, a tiratura limitata, “dalla curva evolutiva ampia, perché si porta dentro tutti i componenti; tutto quello che l’uva di buono può dare è stato preso”. Un vino con un potenziale strepitoso, con l’unico difetto di essere stato ancora poco in bottiglia.

Chiudo la degustazione (o bevuta) da Fiegl con il loro vino di punta, il Merlot. Vino elegantissimo dalla lunga maturazione e evoluzione in legno (sei anni); succoso dai toni tostati quanto bastano. Un gran bel vino.

 

La Castellada.

Se ho parlato di soliloquio per Jacopo Fiegl, per Nicolò Bensa, fondatore dell’azienda La Castellada insieme al fratello Giorgio, utilizzo il termine vero e proprio di oratio, nella mera accezione antica. Per giungere a questa destinazione anche il navigatore è stato vano. Non un’insegna, non una indicazione minima; fortuna che a Oslavia le cantine sono tutte a fianco della strada e sul ciglio del colle (per usare un’espressione di Soldati). Dopo vari avanti e indietro con l’auto trovo una persona di passaggio (cosa rara) che mi indica la retta via. L’azienda è molto esigua, direi umile, assolutamente non vistosa, per nulla eclatante, spartana e direi nascosta. La struttura mi ha ricordato quella di Walter Massa a Monleale: casa contadina standard, dove al piano nobile abita la famiglia dei vignaioli, e sotto al piano terreno, o seminterrato c’è la cantina con tanto di vasche, botti, e macchine.

Mentre dal cortiletto sono perso alla vista dei continui sali e scendi collinari, una signora intenta a stendere, della cui presenza non mi ero accorto,  mi chiede bonariamente se sto aspettando qualcuno. Replico affermativamente, ho appuntamento con Nicolò Bensa, il fondatore dell’azienda e tra i primi ‘visionari’ che hanno reso il Collio quello che è oggi.

Questi esce con pacatezza dalla cantina (è evidente che è sceso da casa passando per qualche scala interna), e dal passo intuisco subito che è lui, seppur non lo abbia mai visto prima. Si avvicina calmo e allo stesso tempo fiero, con una felicità interiore di chi dalla vita è stato ricambiato come voleva, un uomo abbastanza anziano, soddisfatto del suo lavoro; questo mi pare ovvio. Mi saluta e si presenta, i modi sono affabilissimi, educati e solenni; il che fa un certo contrasto con la divisa che penso si immutata da anni, scarponcini, camicia a quadri, cappellino pesante. Rubizzo, stampo da agricoltore e energia da vendere. Le linee del volto, seppure quelle marcate delle vecchiaia, sono tutt’altro che dure e irrigidite; gli occhi azzurri e vispi emanano un moto vivo e sono sinonimo di lucidità, oltreché rivelare una grande passione radicata da chissà quanto tempo.

Un preambolo che suppongo necessario. Perché a seguito del breve saluto il signor Bensa si apre in una parabola senza ritorno in cui la storia dell’azienda si mescola a quella del Collio, alla viticoltura italiana, alla viticoltura biologica, all’economia, alla chimica… Un’orazione vera e propria che io, seppur stretto coi tempi, ascolto quasi magnetizzato. Nicolò è un vero retore, e mentre parla quasi mi compare sul suo viso l’ombra di Renato Barilli, che ci assomiglia per loquacità, per fisionomia e per modi di gesticolare; uguale il modo di parlare (linguaggio fluido e sciolto), e simile l’arte della divagazione (il professor Barilli lo chiamano il ‘Dottor Divago’ per la dote assai rara di passare con competenza di palo in frasca durante lezioni e conferenze).

Sulla semplicissima e malposta domanda: “i vigneti qua sotto sono vostri?” i temi toccati sono stati, non in ordine e in un arco di tempi indefinito: cenere come protezione della uva in pianta; viticoltura della Mancia e vini spagnoli di un suo conoscente; le famiglie di origine austriaca di Oslavia; la rapa acida; consiglio di ristoranti e piatti tipici; conservazione del grasso del maiale; wasabi; ossidazione buona e ossidazione cattiva nei vini; Walter Massa; il Giappone il gusto dei giapponesi; evoluzione in barriques dei vini. E poi qualche passaggio credo di essermelo perso sicuramente, e tutto non sono riuscito a annotare.

Tornando alla Castellada, gestita ora dai due nipoti di Nicolò, e figli di Giorgio, conta poco meno di dieci ettari, con una produzione di circa 20.000 bottiglie l’anno. Il nome della azienda è un toponimo e non c’entra nulla con ‘castello’: si tratta di una collina lì vicino dove tengono il maggior numero di vigneti. Ciò che mi risulta lampante è l’amore per la terra e per la natura di Nicolò. Ricordandomi un po’ Barbara Avellino di Rovescala, mi dice tonante (il “tonante” perché si stava parlando di produzione vinicola massificata): “non hai 10.000 piante per ettaro, ma hai 10.000 individui diversi tra loro… Il segreto per un buon vino è conoscere ogni singolo individuo”. Una filosofia da Buon-Pastore, applicata alla viticoltura.

I vini de La Castellada affinano tutti in legno, piccole o medie botti. Il perché me lo spiega (divagando, naturalmente). In poche parole, il legno “può preservare una flora batterica, cioè dei residui di materia viva, che interferiranno positivamente negli anni seguenti”.

Avrei voluto assaggiare un vino significativo tra le etichette offertemi. Poi però, trasportato dalle sue parole, li assaggio tutti. “Prediligiamo la consistenza”, mi confessa Nicolò Bensa, “la sapidità, la corposità, anche a discapito di fattori come acidità”. Vini profondi, meditativi, che hanno da dire addirittura più di chi li fa… e spero di aver reso almeno un po’ l’idea.

 

Radikon.

Uno strano ‘tepore’ comincia a pervadermi, ma considerato che è dicembre forse tepore non è. Comunque scalpito perché il prossimo appuntamento è in Località Tre Buchi, numero 4, e l’azienda è quella di Radikon. Radikon! Pazzesco. Da anni è per me un mitologico vino che ho bevuto in modo del tutto fortuito in occasioni ancora più disparate, in annate diverse, contesti diversi, predisposizione più o meno adatta. Mai una volta che uno di quei vini mi abbia evocato anche solo lontanamente il precedente medesimo, eppure, ogni volta, a ogni bevuta o meglio assaggio, la sensazione è stata quella di bere qualcosa di mistico, contemplativo.

Il parcheggio è ampio e anche questa azienda dà sulla strada da una parte, e sui vigneti declinanti (esposti a sud) dall’altra. Al mio arrivo il sole già accenna a tramontare, e la visione che mi si presenta d’innanzi è un affresco tardo-mediovale, in una rivisitazione che si addice pienamente ai nostri giorni. L’affresco a cui penso è il mese di settembre del celebre ciclo dei mesi della Torre dell’Aquila, castello del Buonconsiglio, Trento. Discendendo dal parcheggio arrivo in un cortiletto ben tenuto, dove ho una deliziosa visione. Due ragazze, forse due cariti  in forma agricola – o forse amazzoni in tempo di pace –, lavorano attorno a un tino pieno d’uva; una terza, idem come sopra, sta manovrando un trattore. È quest’ultima che si fa incontro, con lei ho appuntamento.

È Ivana Radikon, sorella di Saša e figlia di Stanko, il visionario produttore di vini a lunga macerazione (così il Gambero Rosso: “produttore controverso, estremo e geniale, tra i papà degli orange wines del Collio friulano insieme a Josko Gravner”) mancato nel 2016.

Dopo una breve saluto e un’ancor più breve presentazione mi invita a fare un giro tra le vigne. Realizzato che quella che ho di fronte non è Demetra, né sono in un harem felliniano versione vitivinicola, la seguo e comincio a ascoltare. È giovane, ma nonostante l’approccio recente al mondo del vino è molto preparata. Mi illustra le vigne, che hanno una pendenza sorprendente; mi fa notare il particolare sistema di coltivazione ‘a candelabro’; mi spiega il metodo di potatura che è quella della scuola di Marco Simonit e Pierpaolo Sirch (“Metodo Simonit&Sirch”, appunto), una particolare potature che allunga il ciclo vitale della vite rendendone più sana la pianta. Ivana è molto pratica, asciutta ma esaustiva; direi molto laconica, e dunque chiara. Mi parla con riguardo come nessuno prima del particolare suolo che in quelle zone si può riscontrare, ossia la Ponca, un terreno in cui si alternano marna e arenaria, e a cui il Collio deve la propria identità.

Le varietà coltivate nei 23 ettari complessivi, e talvolta nello stesso appezzamento, sono quelle già viste sul Collio: ribolla gialla, friulano (anzi, tocai: orgogliosamente qua la varietà tiene il nome originario, prima che l’imposizione normativa impedisse all’Italia tale nome per la somiglianza con Tokaj, in Ungheria, e il famoso vino dolce che qui si produce), chardonnay, pinot grigio, sauvignon, merlot e una sorpresa, il pignolo, una varietà rossa locale che dà vini molto concentrati e tannici.

Dopo aver visto anche la cantina con i tini in rovere di Slavonia dove i prodigiosi vini prendono piano piano vita, sono condotto in una sala degustazione dotata di una vista estatica sul territorio: filari che scendono e salgono, scaldati da una luce calda di un sole che ormai è stanco, e scende. Cominciamo a officiare (anche questo termine lo rubo a Soldati, ma mai è stato usato meglio, credo) e, nemmeno a dirlo, i vini offerti me li bevo tutti con calcolata avidità. Tre le linee di produzione in base ai tempi di macerazione: la Linea S con una macerazione più esigua, circa dieci giorni, la Linea Blu, che arriva anche a quattro mesi e le selezioni.

Le selezioni, ossia il Merlot e il Pignolo (chiamato “Pignoli”, con “i” finale per futili questioni burocratiche) sono vini dionisiaci. Ma è con i macerati bianchi che lo spirito è appagato e una nuova forma di serenità mi si forma tutta dentro. La Ribolla prima, poi Oslavje (ossia Oslavia, in ricordo dell’origine slovena della famiglia) e infine Jakot, dal nome provocatorio (semplicemente “Tokaj” letto al contrario). Vini inebrianti, dai milleeuno profumi e milleeuno sapori. Mi riappare Demetra, iniziano le visioni. Prima che scappi un ditirambo rivolgo i miei ossequi, e, facendo attenzione a non svegliare Sileno, torno all’auto.

Damijan Podversic.

Un’ultima, importante destinazione m’impone solerzia. Devo raggiungere la nuova cantina di Damijan Podversic che dista una ventina di minuti da dove sono, per stradine di campagna. È un’altra collina rispetto a Oslavia quella che devo raggiungere; quindi torno a Lucinico e mi inoltro, salendo, o meglio arrampicando, sul Monte Calvario. Nome prolettico, esemplificativo: una serpentina strada di curve, di buche, di terra che forse una volta era asfalto conduce in un lugubre bosco, ascendendo verso una fine che non si sa dov’è. Una strada iniziatica, che solo il puro discente del vino deve percorrere – faticando  –  se vuole abbeverarsi alla fonte: questo il messaggio, penso mentre mi avvicino. A un certo punto il bosco si infittisce, si fa buio, la strada si raddrizza facendosi pianeggiante. Un istante dopo ecco la meraviglia. Sul crinale di una collina perfettamente lavorata, in cui da una parte e dall’altra filari di vite disegnano regolari prospettive verso fondo valle, una struttura sinuosa e in conciliazione con l’ambiente circostante mi dice che sono giunto da Podversic.

Anche qui una ragazza (oggi sono fortunato) mi viene incontro con un passo placido e dei modi così distesi che appacificherebbero anche la persona più irrequita. È Tamara, figlia di Damijan, unica dei tre figli come mi dice che lavora in azienda. Capelli chiari e occhi chiarissimi, dalla parlata fluida e soave, mi accompagna nella parte alta dell’edificio, l’unica parte completamente fuori dal terreno. Qui mi spiega non senza pathos la storia travagliata di Damijan e sua moglie, delle fatiche patite nei primi anni quando la vinificazione avveniva in edifici scomodi e lontani dai vigneti; fino ai primi risultati, al riconoscimento internazionale dei vini e alla nascita, recente, della nuova cantina.

Questa è un piccolo capolavoro di architettura: l’autore è Ignazio Vok, come lo definisce lo stesso Damjan, un visionario, “architetto di professione e passione sempre alla ricerca del bello, anche nei minimi dettagli”. Si tratta di una struttura essenziale e minimalista a ellisse, che a sua volta all’interno è suddivisa in tre ellissi più piccole. E questa soluzione, oltre che a una funzione estetica, è proficua anche per questioni pratiche, come mi riferisce la mia ospite.

Tamara mentre passeggiamo e guardiamo giù verso i vigneti, attraversati da un leggero riflesso arrossato, donato da un sole ormai arreso che si divide all’orizzonte, torna a parlarmi del terreno, della Ponka, che è come un “cracker friabile” mi dice. Fattosi completamente notte mi conduce in cantina, dove una serie di tini dai 20 ai 48 ettolitri perimetrano l’area.

Tamara entra nel vivo cominciando a parlare dei vini prodotti a partire dai quasi 12 ettari di vigneto di proprietà, molti dei quali appena osservati lì attorno. La sua voce si fa ancora più suadente e lenta, dal timbro sempre più basso e monocorde; il tutto acuito dall’eco della sala. L’atmosfera soffusa poi rende il colloquio ancora più cerimonioso. E allora ascolto questa Vestale di Bacco in religioso silenzio, perché le cose che dice sono puntigliose.

I vini che assaggio sono prelevati tutti direttamente dalle botti; li assaggio cioè in versione più o meno fresca, senza affinamento. Inutile dire che già si riconosce il potenziale, e altrettanto sterile sarei se dicessi che tutti i vini che ho assaggiato hanno una qualità notevole. Bevo, in ordine: Kaplja (ossia ‘goccia’ in sloveno, omaggiando l’origine slovena della famiglia), un assemblaggio di chardonnay, friulano e malvasia, un vino che fermenta in presenza delle bucce dai sessanta fino ai novanta giorni. Evolve in botti da venti o trenta ettolitri per tre anni e affina almeno un anno in bottiglia. Grande raffinatezza, grande sostanza, grande eleganza. Lunghi affinamenti anche per il Nekaj (friulano) e per la Ribolla Gialla. Eguale il risultato.

Soggiogato dalle ultime parole di saluto di Tamara, pasciuto dalla giornata sul Collio, riprendo la via del ritorno: più leggero; e forse sì, anche leggermente alterato.

[continua]

Damiano Perini

 

 

*tutte le foto sono scattate dall’autore

IL MIO “MERCATO DEI VINI” FIVI 2021. Appunti di degustazione

Dal 27 al 29 novembre 2021 si è svolto il decimo Mercato dei Vignaioli Indipendenti (Fivi), presso l’Expo della città emiliana. È una fiera, questa, diversa dalle altre (come Vinitaly o Merano Winefestival). In primo luogo perché si può comodamente noleggiare un carrello e acquistare, dopo averlo assaggiato, il vino desiderato, direttamente dal produttore. Si parla con il vignaiolo (almeno, nella maggior parte dei casi: talvolta, con le aziende più grandi, si ha a che fare con i responsabili marketing, a esempio Gianfranco Fino); e i modi sono meno formali, “terra-terra”, per così dire.

Altra differenza sostanziale (non per noi  che beviamo, ma per loro che vendono) è quella di pagare lo spazio espositivo in relazione agli ettari vitati (cosa che come capisco piace molto a tutti). Questo spazio poi è uguale per ogni azienda: 1 vale 1, e quindi ogni produttore ha a disposizione uno spazio che equivale a quello di un tavolo (circa 170×50 cm), disposti consecutivamente su più file, in un unico, enorme padiglione – diversamente dal Vinitaly quindi, dove più paghi e più lo stand è grande.

È una fiera poco “didattica” in cui però ci si diverte; non ci sono regole di disposizione (come la classica divisione per regioni), dove si può trovare uno dietro l’altro: Sagrantino umbro, incrocio manzoni trentino e gaglioppo calabro. Un esercizio per le papille gustative, diciamo così.

È un mercato dedicato al pubblico privato, per persone non del settore (ristoratori, stampa, sommelier) e lo capisco dall’attenzione che questi vignaioli dedicano ai molti, famiglie comprese, con il carrello. È, soprattutto, un evento di vignaioli per vignaioli: c’è scambio, confronto tra loro, un modo di ritrovarsi e aggiornarsi sul’annata; un reciproco rapporto di fratellanza che si ripete e si rinnova.

Nel complesso ho degustato qualcosa, appreso novità e bevuto molto, e talvolta molto bene. Di seguito qualche appunto di degustazione dei migliori vini assaggiati e dei vignaioli conosciuti (non esaustiva, chiaro).

 

Piacenza. , 27-29 novembre 2021.

Voglio iniziare andando sul sicuro, e quindi bevo il Mat della Cantina Concarena, un riesling camuno di espressività notevole e carattere (è un riesling parzialmente botritizzato); vino di punta del giovane vignaiolo Enrico Angeli. Lì vicino c’è Paolo Pasini dell’azienda omonima, direttamente dal cuore della Valtenesi; i vini già li conosco quindi bevo il suo straordinario metodo classico rosè Ceppo 326, un dosaggio zero che mi stimola l’appetito (e la sete).

Klinger, trentino. Azienda abbastanza recente, nata solo dal 2018; Lorena Pilati (è un’azienda di famiglia, di cognome fanno tutti Pilati) mi fa assaggiare le 3 etichette al momento disponibili (uscirà un Trento Doc). Tra tutte annoto un gewürztraminer interessante, molto minerale e fresco.

A seguire, lì a fianco (!) vengo a tu per tu con l’azienda agricola Il Ghizzo (Piacenza, Val Nure) e in particolare coi sui 3 tipi gutturnio: vivace, e superiore, e riserva. Molto interessante la riserva, tosta ma comunque piena e fresca.

Thomas Niedermayr. Una simpatica realtà di San Michele Appiano (vicino a Bolzano), che produce quasi tutti vini da Piwi, ossia da varietà resistenti. Mi piace subito il sauvignern gries molto rotondo e profumato eppure delicato. Tutti i vini sono sui 13-14 gradi. Non mi dice niente il solaris, che fa parziale fermentazione sulle bucce. Nel complesso sono bei bianchi, molto intensi e caldi, molto alcolici e strutturati.  Il sonnrain, parente del gewürztraminer, è molto, troppo aromatico. Notevole, invece, il pinot bianco 2017 con alle spalle un prolungato affinamento (acciaio e bottiglia). Un commento meritano pure le etichette, una grafica molto raffinata e essenziale basata su texture decorative.

Incontro poi Vosca, un’azienda relativamente piccola, al confine con la Slovenia. Bevo una ribolla gialla molto leggerina, un friulano di carattere, una malvasia delicata e lunga, e per chiudere (in bellezza) un riesling rotondo, minerale (e fresco).

Se trovo bonarda frizzante mi fermo sempre, quindi mi trattengo dall’azienda Il Molino, produttori di Rovescala (Oltrepò) e bevo una Bonarda frizzante molto vivace e una bonarda ferma, nella loro linea classica. Poi della linea più alta, i cru, bevo Olive di Levante, rosso frizzante base croatina e 8 mesi di rifermentazione; un corpo pazzesco e una bolla piacevolissima. Altro grande vino dell’azienda, che è un altro cru è Povromme, ossia “povero uomo”, riferito al contadino che lavora quel campo (i vigneti nell’Oltrepò hanno una pendenza elevata): una croatina ferma intensa ma non scorbutica,  rotonda (il tannino è levigato, pare setoso). Annoto subito con un *.

Non ho un ordine logico, se non scorrere di tavolo in tavolo. Così ritrovo Rado Kocjančič  (San Dorligo della Valle, Trieste) e mi fermo. Vitovska fresca e mineralissima. Malvasia istriana 4 giorni di macerazione e 1 anno di legno  grande, delicatamente aromatica, è idem molto mineralite. Poi Brezanka, un blend di 15 varietà e 1 anno di botte, vigne storiche: un bianco intenso, rotondo e caldo, grasso e largo che sicuramente devo mangiarci qualcosa. Ma rimando, perché mi offre Pasik, che è un suo particolarissimo passito da moscato giallo.

Lupinc (Prepotto, Trieste). Qua bevo sicuramente uno dei due rossi che più mi hanno impressionato in questi giorni (l’altro è un cru di Maccario, un rossese di Dolceacqua). Si tratta di un terrano, 2018, leggero frutto appena accennato, profondo, lunghissimo, carsico (a pensarlo lo sento ancora in fondo alla gola). Lo bevo dopo una vitovska, 14 giorni di macerazione, epperò molto delicata e per niente invasiva.

Ritorno al Gutturnio, con Barattieri (Val di nure, Albarola, Piacenza), classico taglio 60% barbera e 40% croatina (bonarda, come la chiamano loro), gustoso con acidità elevata. Bevo poi un incantevole Vin Santo, appassito da malvasia aromatica di candia: un nettare succoso e profondo, dai profumi evocativi e esotici di datteri e frutta candita. Appassimento su dei graticci per 4 mesi circa, 8 anni in caratelli 2 in bottiglia. Eccezionale.

Ci passo davanti e non posso snobbarlo, Graziano Prà. A servire c’è il figlio; mi limito a bere il Soave d’annata e il Soave 2016, cru del Colle Sant’Antonio, il quale raccolto passa 2 anni in botte grande, più affinamento in bottiglia, prima di entrare in commercio.

Zohlhof, Valle Isarco (Chiusa), Alto Adige. Piccolissima realtà di circa 3 ettari o poco meno, 10.000 bottiglie di produzione,  praticaemnte quanto bastano per il Mercato Fivi penso. Bianchi della zona (come Sylvaner), molto minerali e freschi.

Faedo (Trentino) è un paese piccolissimo poco sopra San Michele all’Adige eppure sono presenti quasi 5 aziende atte alla produzione del vino. Pojer e Sandri è quella più rinomato; oggi però scopro Graziano Fontana, una azienda familiare da circa 20.000 bottiglie l’anno. Bevo vini d’annata e diffusi nella zona, muller thurgau, sauvignon, chardonnay, pinot nero e lagrein.

È grande gioia quando vedo aziende friulane (e goriziane), soprattutto se non le conosco. La bella sorpresa è Ferlat (Cormons, provincia di Gorizia). LA sorpresa della sopresa sono i suoi due pinot grigi macerati (che non sono ramati, ma proprio arrossati). Fruttatissimi di lampone, avvolgenti, vini eleganti oltre che divertenti. Il prima, la “base” fa solo 7 giorni di macerazione, il secondo è una riserva dedicata alla figlia, il nome è infatti Rosa Carlotta, caratterizzata da un’etichetta molto bella che colpisce l’occhio immediatamente. Della stessa azienda trovo notevole il verduzzo, in versione secca (comunemente è utilizzato per vini dolci),il quale fa 7 giorni di macerazione e 1 anno di botte: molto erbaceo e grattante, ma il cui abbinamento al cibo potrebbe essere molto curioso. Anche il moscato fa 7 giorni di macerazione e, inoltre, cosa ghiotta, passa un anno in botti scolme. Una bella chicca.

Di palo in frasca come mai; dopo il Collio passo al Cilento. Luigi Maffini, Giungano, Salerno; vicino a Paestum. E infatti i nomi si richiamano tutti alla tradizione dell’antica Grecia. Kratos è un fiano molto elegante; Pietraincatenata, è sempre fiano ma che passa in barriques, il nome deriva da una leggenda di un paese vicino, Trentinara, e è interessante quanto il vino stesso. Poi bevo l’aglianico nelle 3 versioni che producono3 etichette. Kleos la “base”, Cenito, dal nome della località, che matura 10 mesi in barriques di primo passaggio, il cui risultato è un tannino sì molto marcato ma anche smussato, con una confettura di frutta rossa notevole. Per ultimo il Siopé, ossia “silenzio”, e si riferisce al silenzio presente in vigna dove nasce questo cru, località Giuliano.

Vedo Marco Comai dell’azienda agricola Comai di Riva del Garda, conosco già i prodotti e provo a resistere e so che si va sul sicuro (per altro ho assaggiato di recente le nuove annate); tuttavia, come sempre succede sono debole e ci casco, e inoltre, come si dice, repetita juvant. Bevo il suo prodotto più recente, un rosso da taglio bordolese classico, che non credo sia nemmeno in commercio, sicuramente non ha ancora nome e nemmeno etichetta: solo l’essenza: grande carattere, un imponente contenuto, un grande potenziale; il resto è ausiliario.

La psicoanalisi mi sta sulle balle, Freud non lo sopporto, ma da Gianfranco Fino mi fermo a bere lo stesso. Assaggio il Se, primitivo vigna giovane, e già mi soddisfa; Es, primitivo per gaudenti è vino per gaudenti, mi rasserena. Io è un negroamaro dalla nota fortemente balsamica. Infine, assaggio il suo Primitivo dolce naturale, dolce e tannico allo stesso tempo; molto interessante e non credo ci sia questo bisogno di abbinarlo per forza a qualcosa.

Lì di fianco sta Gabriele Furletti della Cantina Furletti, Riva del Garda. Conosco e bevo già i suoi ma non ho assaggiato le nuove annate quindi ne approfitto. Beve due strepitosi bianchi, due riserve, pinot grigio e incrocio manzoni. Bevo infine il pinot nero e lo rivaluto, avendo il ricordo di pinot nero dell’anno prima più scorbutico.

Grosjean, Val d’Aosta. Notevoli rossi tipici della zona alpina. Ma sono incazzato perché non mi hanno fatto assaggiare il pinot nero (sostenendo di averlo finito).

I fabbri, zona del Chianti Classico. Li chiamano i “montanari” perché la zona di Lamole si trova a un’altitudine di 450-680 m slm, praticamente la zona più alta dedicata alla coltivazione del sangiovese. Qua assaggio Chianti gustosi e molto fini.

A un certo punto vedo due angeli che servono vino e affabilmente lo spiegano; pensavo di avere una visione invece scopro che sono le due ragazze della cantina Mustilli, le figlie dei proprietari, preparate quanto aggraziate (una delle due sembra uscita da un quadro di Raffaello). La cantina si trova in provincia di Benevento e produce dei strepitosi vini sanniti, dai propri 15 ettari. Bevo falanghina, versione bianco fermo e poi metodo ancestrale; un greco, molto tondo. Degno di nota è il piedirosso, sia nella versione classica che in quella riserva.

Messnerhof (Bolzano), che già conosco e so che è una cantina piccolissima (2,5 ettari). Poche bottiglie ma tutte di media qualità. Il sauvignon è fragrante e succoso.

Passeggiando scorgo Cristina Inganni e dunque non posso non fermarmi a salutarla, anche i vini di Cantrina li bevo spesso; con il fascino che la contraddistingue mi serve il rosso di struttura Nepomuceno, nell’annata appena uscita in commercio (2017), che mantiene la balsamicità che già conosco e il pinot nero, polposo e intenso, che ancora non sa se far uscire (nel frattempo mi tengo pronto).

Con Pojer e Sandri sarò veloce perché non c’è dire poi chissà che; già si sa. Bevo muller 2020, Faye bianco, Faye rosso, e Essenzia (che non ricordavo, e che quindi mi ha colpito in modo estremamente positivo come la prima volta che l’ho bevuto).

Castel Juval (Naturno Val Venosta, Alto Adige), idem come sopra. Riesling forse tra i più equilibrati in Italia.

Nello spazio che ospita la Cantina del Vesuvio una ragazza incantevole mi serve Lacryma Christi in versione bianco (100% caprettone) e rosso (100% piedirosso). Vini ottimi sia nella linea classica che in quella riserva (che matura in botti di legno).

Di sfuggita passo da Picchioni (Canneto Pavese, Oltrepò), perché tutti i suoi prodotti sono di notevole qualità e quindi non si può non approfittarne. Però sono bravo e (ri)assaggio la sua selezione di Buttafuoco, Bricco Riva Bianca.

A circa 100 m di distanza riconosco un sorriso singolare che ben conosco, stampato su una faccia che non si dimentica; è sicuramente Davide Lazzari della cantina omonima di Capriano del Colle (Brescia). Sono patriottico e allora con vado a salutarlo approfittandone per bere il suo Bastian Contrario (trebbiano botritizzato) a cui segue un Fausto vendemmia 2016.

Piero Pan è tappa obbligatoria, per la freschezza e la mineralità dei suoi vini. Soave classico 2020, 85 garganega e 15 trebbiano. Calvarino cru, 70 garganega 15 mesi in cemento. Piro Pan è un’azienda piuttosto grande, 70 ettari e 650.000 bottiglie prodotte l’anno. La signora Pan è molto affascinante, elegante e distinta. Assaggio anche Valpolicella e Amarone (della cosiddetta Valpolicella “allargata”) ma non mi entusiasmano.

Torno nel bresciano e assaggio i riesling dell’Agricola Valcamonica in una mini ma preziosa verticale 2018, 2017, 2015 e infine, a sorpresa, un 2013. Bevo inoltre della stessa azienda l’incrocio manzoni, il Piwi sauvigner gries, e un opulento marzemino, che però non mi emozionano come i riesling.

Torno nella Piacenza collinare, in Val Nure, perché scorco in tralice la celebre azienda La tosa. Lo stesso Stefano Pizzamiglio, proprietario tanto modesto dai modi semplici mi fa una rassegna dei suoi prodotti. Tutti dimostrano qualità notevole; segnalo per mio gusto personale il Gutturnio frizzante Terrafiaba.

La sardegna del vino è molto varia e tutta allo stesso modo meritevole di assaggio. A Nuoro c’è una bella concentrazione di vini eccelsi. Qui al mercato vedo Berritta Dorgali e quindi faccio tappa. Bevo il panzale, un bianco autoctono dalle notevoli potenzialità di invecchiamento; senza tralasciare le loro varie interpretazioni di cannonau.

Valla Viticoltori (Piacenza, Val tidone, confinante con l’Oltrepò). Bevo un ottimo Ortrugo (“Dieci Lune”) rifermentato in bottiglia, un giorno di macerazione, da cui ne deriva una bella matericità un carattere personalissimo.  Interessante anche il Gutturnio (“Come una volta”) rifermentato, 15 giorni macerazione.

Da Cesconi sorvolo, avendo in programma una visita direttamente in cantina; però non sono un allocco e mi permetto l’assaggio del loro vermuth Lynx. Un vino (il vermuth è vino, seppur aromatizzato) da uve lagrein ecaratterizzato da infuso di artemisia. Delicato e strutturato insieme; note officinali e invitanti. Perfetto credo per qualsiasi occasione e qualsiasi momento del giorno.

Ancarani. Qui scopro una bella azienda, sita tra Faenza e Forlì. Assaggio un trebbiano rifermentato Indigeno. Bel rifermentato, con sentori di lieviti e non riduzione (zolfo). Famoso Le signore,  aromatico, molto fruttato come di albicocca, (il vitigno famoso è della famiglia delle malvasia). Poi Albana Perlagioia molto più grasso e caldo. Santa Lusa, albana che cresce sulla sabbia, con un po’ di macerazione sulle bucce che conferisce una tannicità leggera. Andataeritorno macerato, stile ossidativo, albana e famoso con piccola percentuale di trebbiano. Infine il centesimino (stessa famiglia del cannonau e della grenache in genere), un rosso appena speziato, dal tannino morbido; caldo, floreale, dotato di un leggero accenno di frutta rossa.

Da Maccario Dringenberg (San Biagio della Cima, Imperia) bevo il rosso più sorprendete della giornata (non perché sia il più buono, ma perché le aspettative della zona e del vitigno erano bassissime). Una bella signora mi serve di seguito 6 vini da sei bottiglie diverse con etichette nobilitanti, facilmente riconoscibili. Sono tutti vini rossi da uva rossese, varietà a bacca rossa tipica della Liguria. La differenza sta nei terreni. Infatti le 5 etichette (la sesta è un assemblaggio) rappresentano 5 diversi cru (il rossese è marcatore di territorio, mi spiega la signora, come può essere il nebbiolo). Bevo allora Settecammini, Posaù, Namenlos da terreni calcarei; Luvaria da un terreno argilloso (e questo è il mio preferito) e Curli da zona più minerale e ferrosa.

Della cantina Mos (Valle di Cembra,Trentino), bevo un riesling e uno chardonnay; ma segnalo le importanti e ben fatte etichette in onore di Fortunato Depero.

D.P.