PENDENZE VERTIGINOSE, SUOLI SCISTOSI, VINI PROFONDI. BREVE VIAGGIO NELLA VALLE ISARCO VITIVINICOLA

Ogni volta che supero Bolzano, direzione Brennero, mi sento confortato, anzi esaltato da tutte quelle chiesette dal tetto aguzzo come una ago, da quelle case sparse attorniate da un’isola verdeggiante e inclinata, da quegli edifici dal tetto spiovente, spioventissimo come le pendenze vertiginose di questa valle.

La Valle Isarco, infatti, o Eisacktal in tedesco, è un affascinantissimo territorio lungo circa 80 km e percorso dal fiume omonimo, fatto di rocce verticali, antri scoscesi; in cui la mano artificiale e sapiente dell’uomo la si vede dalla lavorazione estrema e estremamente abile dei vigneti: e conferma la superiorità dell’artificio umano (usato con criterio) sulla natura selvaggia. Così, almeno, per me, e per come la vedrebbe Baudelaire.

Sono nel territorio più a nord d’Italia in cui si produce vino, e non è poco. Ringrazio la mia curiosità, il mio interesse (e la mia sete), per avermi permesso di approfondire una tale regione vitivinicola.

Kuenhof.

Il primo appuntamento della giornata è previsto per la piccola azienda familiare Kuenhof, sita qualche chilometro prima di Bressanone. Mi ero preso del tempo qualora non fossi riuscito a trovare subito l’indirizzo, e si sa, passare per ritardatario è il primo dei miei problemi. La strada però per arrivare è facile, e raggiungibile velocemente dopo l’uscita dall’A22. In anticipo decido quindi di fare un giro e mi inerpico – letteralmente – tra i vigneti quasi a strapiombo nei paraggi, e arrivo a Velturno, sede del castello: paesino tipico alto-atesino, scritte in tedesco, facce spigolose e pallide, capelli biondi: che non sono più in Italia mi era chiaro da un pezzo.

L’arrivo in cantina, appuntamento ore 10.00, è confortante. La prima cosa che vedo sono i vigneti che allignano in terrazzamenti dal muro a secco; secondo un crocifisso enorme e ben fatto sulla facciata dell’edificio. Simon, figlio dei proprietari Peter e Brigitte, accogliendomi con un grande sorriso mi spiega che ci troviamo in una sede storica, sia per la Valle che per la produzione di vino. Il maso infatti storicamente era proprietà del vescovo di Bressanone, a cui apparteneva anche il grande crocifisso ereditato che vedo all’esterno.

Il tempo è uggioso e, nonostante il calendario mi dice di essere a metà aprile, il meteo annuncia neve. Non giriamo per vigneti, ma questi sono ben visibili dal cortile del maso; così Simon ci indica lì sopra, con una pendenza spropositata delle antiche vigne di gewürztraminer. Terreni scistosi soprattutto, oltre a quarzo, sono i principali protagonisti per la creazioni dei straordinari vini bianchi che assaggerò.

Simon, mentre ci accompagna per la cantina, ci spiega la storia e la filosofia di Kuenhof. “Prima di renderci produttori indipendenti conferivamo le uve all’Abbazia di Novacella, come tantissimi altri contadini della zona. Dalla fine degli anni Novanta però, prendendo consapevolezza della qualità delle nostre vigne abbiamo deciso di fare il grande passo”. Attualmente Kuenhof possiede circa 6,5 ettari di vigneti, altitudine media tra i 550 e i 680 m s.l.m.,  con una produzione in annate buone sulle 40.000 bottiglie.

Produzione essenziale, che riscontro nell’architettura dell’edificio: minimal direi, i cui materiali sono solamente legno, cemento, pietra, e ancora legno; legno ovunque. Un’essenzialità nelle varietà prodotte, solo quattro, e nella grafica, a mio parere bellissima, delle etichette. Bianchi estremamente verticali e minerali che passano parzialmente (in base all’annata) in legno d’acacia, “più delicato, non mi dà aromi eccessivi, e fa comunque evolvere il vino in maniera elegante”, mi riferisce Simon, che dal 2007, tra i primi produttori in tutta Italia, ha scelto il tappo a vite: e non uno qualunque, s’intende, ma il massimo della tipologia, ossia lo STELVIN® LUX; molto più efficiente, e decisamente più elegante.

I vini che degusto nella nuovissima sala degustazioni di alto design sono di notevole qualità, anche se ammetto le nuove annate pe me ancora troppo giovani (ma comunque ne intuisco il potenziale). Il Riesling Kaiton, ossia letteralmente “bosco” in lingua celtica, deve il suo nome alla zona di produzione, versante opposto, esposizione sud-ovest. Il Sylvaner è quello in cui sento più il varietale, un vino molto lungo e autoctono del territorio. Notevole anche il Gruner Veltliner, un bianco tipico dell’Austria ma che per le caratteristiche della Valle Isarco è in grado di produrre ottimi vini anche qua. Ultimo vino che assaggio, con sorpresa, è il Gewürztraminer: diversissimo dai suoi simili prodotti in zona Termeno, molto più lineare, speziato, fresco; meno opulento e decisamente più bevibile.

Abbazia di Novacella.

Complesso strepitoso e immenso, a nord di Bressanone, ancora attivo e fortemente vissuto. Si tratta di una abbazia agostiniana, formata da edifici religiosi e civili. La storia di questo istituto è ricca e complessa, a partire dall’anno di fondazione, il 1142, grazie al beato vescovo della diocesi di Bressanone, Hartmann. Già da allora si cominciò a produrre vino, e proprio per questo l’Abbazia è considerata tra le cantine più antiche d’Europa; esattamente la seconda, essendo la toscana Ricasoli fondata un anno prima.

Ci si perde quasi, senza cartina o indicazioni. Infatti, rapito dalla curiosità mi sono lasciato andare allo smarrimento, e ho fatto bene. Molta cultura, tanta storia, tantissima arte. C’è un cimitero curatissimo, una basilica sontuosa dove tutt’oggi si celebra la messa, il Castello dell’Angelo è un’imponente e severa cappella dedicata a San Michele; e poi un giardino storico, un museo e, a coronamento di tutti gli edifici, pendenze vitate.

Mi accoglie Elias, persona ospitale e simpatica, che dà da subito l’impressione di saperne piuttosto bene riguardo il suo lavoro. Purtroppo non c’è tempo per visite nel luogo (ci vorrebbero due giorni), ma il pomeriggio non è vano, soprattutto se lo si passa in una enorme sala degustazioni fatta di enormi vetrate, soprattutto se la temperatura esterna rasenta i 2°C, e sta cominciando a piovere misto neve.

L’Abbazia di Novacella non è una cantina sociale, bensì un vero e proprio privato che possiede sia vigneti di proprietà ma che compra molto anche da conferitori. Per questo le zone di provenienza sono varie e coprono un areale esteso: da Cornaiano e Appiano a esempio, più a sud, provengono uve di schiava, pinot nero, moscato rosa; oppure da Bolzano, zona caldissima, il lagrein. Mentre i bianchi, ovviamente, da zone della Valle.

La degustazione è gargantuesca, immensa come il complesso abbaziale in cui mi trovo; e però molto gradita e molto utile. E molto piacevole: tutti i vini dell’Abbazia di Novacella hanno una notevole eccellenza; soprattutto i bianchi, ma anche i rossi. Riportare tutte le mie impressioni su tutti i vini risulterebbe noioso a chi legge, e stancante per chi scrive. Sui circa 25 vini degustati mi limiterò a qualche segnalazione.

Tra la “linea base” notevole è il Kerner, che preferisco di gran lunga alla sua versione riserva; freschezza acidula lunghissima, succo esotico al palato e finezza entusiasmante, in virtù della grande mineralità. Tra la linea riserva Preapositus (nome dedicato agli abati, cioè “preposti”) il Riesling è un capolavoro assoluto. È una  degustazione e devo star calmo, essere serio e non fare figuracce; quindi mi trattengo. Avvolgente, limonoso il dovuto, lievemente erbaceo, sentori di idrocarburo accennati e verticalissimo. Sorprendente, vitale, elegante. Il Moscato Rosa, che andrebbe comprato e bevuto solamente per la rarità di questa uva e ancora più rara la produzione. Acidità sostenuta, tannino fievole, floreale; è nettare pregiato, degno finale di questa spettacolare degustazione.

Villscheider.

Come Kuenhof, anche Villscheider era un conferitore dell’Abbazia, ma che valutando la qualità delle sue uve ha deciso di produrre da sé i propri vini. E ha fatto la scelta giusta. Per arrivare al maso di Villscheider la strada è più complicata ma allo stesso tempo più intrigante, suggestiva, misteriosa. Si sale da fondo valle per una strada tortuosa e non proprio ottimale, ripida e serpeggiante; a un certo punto (che ancora non mi è chiaro) si sbuca in una zona aprica, meno ripida e tutta verde, coltivata.

Mi sta aspettando Florian, il proprietario dell’azienda insieme al figlio. Mi sorride con un sorriso che la dice lunga sul mio ritardo (sta volta sì,  tantillus puer et tantus peccator, beccato in flagrante), ma cerco di far finta di nulla e chiedo subito di visitare i vigneti: sono sui vigneti più belli forse della Valle Isarco, nel pieno della viticoltura eroica e lì dove nascono di “vini estremi” altoatesini, appellativo di Proposta Vini, e voglio poter dire di esserci stato.

Nel vigneto poco vicino al maso di colpo cessa il persistente vento da nord (il versante è il sud): non mi stupisco: sono in equilibrio come un funambolo su una parete che stento a crede essere coltivata; fortuna soffro di vertigini, così che mi emoziono ancora di più. Florian mi spiega, intanto che camminiamo tra i filari, la storia dell’azienda.

Ufficialmente nasce nel 2007; 4 ettari vitati in totale, ma in ampliamento continuo, e circa 30.000 le bottiglie. Altitudine delle vigne massima è di 750 m s.l.m., sorprendente. Conoscevo i vini di Villscheider per il loro equilibrio esemplare, bilanciamento quasi perfetto tra acidità e morbidezza (ovvero 7 g/l acidità totale e 7g/l zuccheri riducenti), e nella degustazione che Florian ci ha riservato per le nuove annate ritrovo questa sensazione piacevole, occhi naso e bocca.

Le etichette sono minimal e abbastanza austere: nero con una linea oro che sta a indicare la chiesetta poco distante di San Cirillo. Tutti i vini evolvono solamente in acciaio, tutti tappati a vite (STELVIN® LUX, ovvio), mentre il Riesling tappo a sughero, ma un sughero ottimale, di qualità. “Perché così ha un’evoluzione particolare, che a noi piace molto”, mi spiega Florian, notando il mio dubbio. Sono sincero: sono in questa cantina per il Riesling, che amo  molto; ma a sorprendermi è, anche qui, il Kerner. Incrocio artificiale tra riesling e schiava, il kerner è una uva particolare, che alligna bene e solamente in Valle Isarco per questioni climatiche. È molto minerale ma insieme sprigiona note molto rotonde di frutta esotica, come ananas e papaia. Per confermarmi la grande qualità del vino Florian mi fa assaggiare anche una versione del 2014; convincendomi completamente.

Villscheider produce altri due vini, il Sylvaner, territoriale, e lo Zweigelt, letteralemte “due soldi”, un rosso leggero e piacevole di origine austriaca, anche questo prodotto solo in regioni montane. Un vino di poco corpo, ma gradevole, tutt’altro che imponente e grosso; si fa largo delicatamente tra i bianchi (quelli sì, di carattere), e mi ricorda che la vita è più bella se leggera e semplice.

Damiano Perini

DA DAVIDE LAZZARI, SOSPESI SUL COLLE DI CAPRIANO

Sembra impossibile a pensarci, eppure è proprio così: lì, tra le lande infinite della pianura coltivate a frumento, tra cascine, abnormi allevamenti di maiali e capannoni industriali; proprio lì, nel mezzo della Bassa Bresciana, si innalza – seppur leggermente – una collina inimmaginabile e di non poca estensione: aprica, ridente, solare.

Sono arrivato a Capriano del Colle, un paesino di circa 4,5 mila anime, posto a metà strada tra Brescia e Barbariga, il paese del Casoncello. La sorpresa è tanta, perché qui tutto è diverso. Dove sono capitato? È sufficiente oltrepassare il fiume Mella dalla pianura e si è trasportati in un ambiente opposto alla monotonia padana: vegetazione rigogliosa, alberi in fioritura da set cinematografico (sono i primi giorni di primavera), contadini sorridenti e piuttosto anziani che mi salutano; e, soprattutto, tanti, tantissimi campi vitati.

Sono arrivato dalla parte opposta della provincia per conoscere Davide Lazzari e visitare la cantina di famiglia. Davide è un parlatore dalla capacità innata, conosce precisamente il suo mondo e ancora meglio lo esprime benissimo, con scioltezza e semplicità. Lui rappresenta l’azienda in Italia (e nel mondo), mentre il fratello, il padre e il nonno – il fondatore dell’azienda – si occupano delle parte agronomica e vinificazione. “C’è molta complicità tra di noi, mettiamo sul tavolo le singole idee e le discutiamo”, mi dice Davide, “anche se a volte ‘begóm’”, scherza.

Forse è per questo, intuisco, che l’azienda ha trovato un certo prestigio nel panorama bresciano, nonostante la poca considerazione del territorio a livello vitivinicolo (Capriano è una DOC), non solo in Italia, ma pure all’interno della provincia. C’è alle spalle un sottile lavoro di promozione, oltre che ovviamente di ricerca qualitativa del vino, che si percepiscono in Davide in maniera chiara e netta. “Capriano del Colle non è conosciuto e ne siamo consapevoli; quindi bisogna lavorare sulla identità”, dice. Che si traduce in un grande lavoro in vigna, dando al suolo il vessillo di caratterizzazione.

Concetto di terroir che si sviluppa sui terreni del Monte Netto, così lo chiamano qua, “monte”, anche se l’altitudine massima è di soli 133 m s.l.m., e “netto”  per due ragioni possibili: “perché è da sempre ‘pulito’, privo di vegetazione, oppure ‘piano’, perché appare come tagliato”, mi spiega Davide. Il suolo qua è composto prevalentemente da argilla rossa, ricco di ferro per l’accumulo derivato dal fiume Mella, che scende dalla Valtrompia.

Tre sono gli appezzamenti dell’azienda: Feniletti, Le Brede e il Brolo di San Lorenzo; quest’ultimo forse il più romantico per il suo confinamento con la Chiesa di San Michele Arcangelo, dal campanile altissimo. In totale 9 ettari vitati, per un totale di circa 45 mila bottiglie annue. “La vigna è la parte caratterizzante”, non smette di ricordarmi mentre ci camminiamo vicino, ”la cantina serve solo a trasformare quello che ci sta qua davanti”. È un giorno di foschia, peccato, perché altrimenti dal punto in cui mi trovo si vedrebbero a sud gli Appennini e a nord le Alpi: un’isola ben definita che galleggia sul mare della Pianura Padana: ecco come mi appare ora Capriano del Colle.

Poi però torno alla realtà e comincio a avere sete. Propongo a Davide di tornare in cantina e provare i suoi vini (chissà altrimenti quanto sarebbe stato lì ancora a spiegarmi il loro lavoro in campagna). Le etichette sul mercato a oggi sono 5 (più un metodo classico, Adamah, di recente produzione), i cui vitigni cardine sono marzemino per il rosso e la turbiana per i bianchi. Il Fausto è “il vino del nonno”, a lui dedicato, e è un bianco di carattere.  Berzamì, ovvero marzemino in dialetto locale, è una delle espressioni più accattivanti che abbia mai bevuto di questa uva: piacevolmente speziato, acidità giusta, e di corpo fine. Adagio è un rosso rotondo, di struttura non troppo intensa e piuttosto di beva (anche troppo). C’è poi la Riserva degli Angeli, massima espressione del rosso prodotto in azienda, il cui vino è frutto di un diradamento intenso in vigna. Il vino che preferisco però, nemmeno a dirlo, è il Bastian Contrario: un bianco intenso e penetrante, dal corpo avvolgente e al contempo dotato di una acidità tagliante. Vino prodotto da uve attaccate parzialmente da muffa nobile, e vinificato in maniera attenta. Speriamo riesca a durare anche nella mia cantina per un po’ di tempo, così da conoscerne il comportamento in evoluzione. Ma la vedo dura.

DP

CANTRINA, IL SOLE DI BEDIZZOLE

Sol tibi signa dabit, il sole ti guiderà, ti darà conoscenza, ti darà avvisaglie, sta scritto nel primo libro delle Georgiche di Virgilio. Solem quis dicere falsum audeat? Io, seppur cristiano e non pagano e più amante delle freddoline giornate di nebbia non lo metto mai in dubbio, il sole. Così fidandomi ciecamente mi inoltro nell’entroterra della Valtenesi, direzione Bedizzole, verso un’azienda agricola che scopro, solo una volta arrivato, allo stesso tempo bucolica, letteralmente, e moderna, piena di vitalità.

Vengo dal Garda e quindi sono un po’ snob, Bedizzole me lo immagino paesino brutto e chiuso; immaginavo male: bene perché la sorpresa mi entusiasma, meglio perché in un posto piacevole si beve più volentieri. La cantina si trova leggermente fuori dal comune, in una piccolo borgo omonimo che è praticamente un vicolo di case antiche bene tenute terminante con una chiesetta. Per arrivarci, dal Lago, si può decidere un giro largo attorno al borghetto su strada asfaltata, oppure attraversare la campagna su strada bianca.

L’entrata è prolettica: un grande cancello introduce a un viale di ghiaia, tutt’attorno cipressi e ciliegi, imponenti eppure tenuti minuziosamente. In fondo, lo scenario (e scenario è parola giusta) che non ti aspetti: una villa enorme e dannunziana, di una bellezza decadente, un cortiletto intimo e ombreggiato grazie a un intrigo di verzura; e tutt’attorno, nemmeno a dirlo, campi vitati. Sarà stato il sole caldo delle prime giornate primaverili, o il verde lì intorno, però penso che Virgilio aveva ragione, il sole non dice balle, e io non ho mai osato dire il contrario.

Sono accolto da Cristina, proprietaria dell’azienda a conduzione familiare insieme a Diego, padre dei suoi due figli. Mentre lui è il “braccio”, colui che segue la parte agronomica e enologica, Cristina segue più la parte di comunicazione, di rapporti coi clienti, e insieme rappresentano un binomio efficacissimo, se si pensa alla crescita della cantina in poco più di vent’anni.  Cristina Inganni, esatto riflesso del luogo in cui sono, signora elegante e allo stesso tempo grintosa, la quale riesce a mettere insieme quel fascino e quella vitalità che la rendono perfetta per il lavoro che fa, ha alle spalle una formazione artistica, decorazione in particolare. Frequenta infatti l’Accademia di Belle Arti di Brera, e ciò è ben visibile da alcune delle etichette (da lei pensate, “in maniera libera e spontanea”, senza inutili rimandi, pensieri o altre artificiosità forzate da grafici professionisti, futili e talvolta sterili) e dal simbolo della cantina, un sole solenne, che pare essere appartenuto ai sibariti. Un sole sibarita, e sibaritico, che è rappresentato sulla porta della cantina, che si trova di fianco alla villa. Mentre mi accompagna mi racconta la storia dell’azienda.

L’azienda agricola Cantrina, a oggi 8 ettari vitati per una produzione di circa 35.000 bottiglie, nasce attorno al 1998. Da subito le parole chiavi sono “pulizia e eleganza dei vini”, senza però che manchi quel lato di “creatività e sperimentazione”. In vini francesi piacciono in particolare, e così tra le prime vinificazioni il pinot nero la fa da padrone.  Solo successivamente il groppello è entrato nel cuore dei produttori. “All’inizio il groppello lo consideravamo poco niente; poi mano a mano che ci siamo resi conto delle potenzialità simili al pinot nero ce ne siamo innamorati”. E il groppello di Cantrina è veramente notevole.

Inoltre, Cantrina è una delle prime aziende in Valtenesi che utilizza con coraggio, senza pensare troppo al mercato, il tappo a vite. Altra parola chiave è la “selezione”, sia in vigna, sia in cantina: “utilizziamo vasche di piccole dimensioni per avere un maggior controllo; i nostri vini sono frutto di assemblaggi, anche tra lo stesso vitigno, vogliamo che i nostri vini siano il risultato solo del meglio della vinificazione”. La precisione in cantina la ritrovo in vigna; campi che per il periodo sono tappeti vitati, ricamati a margherite e tarassaco, con un risultato impressionista di pennellate verdi, bianche e gialle. Il sole cocente della campagna mi rincorre nella sala degustazione – che però è al fresco, su tavolo di legno massiccio e pavimento in cotto –  in una rappresentazione affrescata finto-antica, opera sempre di Cristina.

Bevo il Riné 2018, un bianco a base riesling renano (più incrocio manzoni e chardonnay che fa passaggio in legno) e sono ancora più felice. Bella acidità, leggermente avvolgente, il giusto, toni più complessi che limonosi. Faccio notare la mia fissa per i bianchi nordici e evoluti a lungo. Così mi apre un Riné del 2002. È la storia, lo spirito di quei tempi che bevo. E penso la fortuna di vivere e bere nel 2021. Nel 2002 i gusti erano grossi, grassi, piaccioni; i vini dovevano passare in barrique e lo chardonnay era onnisciente. Come in questo caso, il quale chardonnay costituisce la metà dell’assemblaggio.

I rossi di Cantrina sono tutti eccellenti. Il rebo Zerdì, seppure così normalmente piacione è lineare; uno dei pochi rebo che berrei volentieri. Il Nepomuceno (nome icastico e austero in onore del Santo ceco Giovanni Nepomuceno, vissuto nel XIV secolo, e santo patrono della piccola frazione) è un vino degno di tale nome. Tonante predicatore Nepomuceno, tonante rosso questo di Cantrina. Imponente, avvolgente, è dotato di grande struttura, e però conserva una sua eleganza che lo rende bevibile in maniera straordinaria; i 15% di titolo alcolometrico volumico non si percepiscono, tanto è l’equilibrio e la finezza di questo vino. La base è già un unicum nel panorama del territorio, con una base merlot (70%) più rebo e marzemino. I quali acini raggiungono una lieve surmaturazione in vigna, per poi essere vinificati con una leggera “disidratazione”; maturano per tre anni in tonneau, e il vino, una volta in bottiglia, potrebbe restare a evolvere non so per quanto tempo; sicuramente tanto.

Il groppello è sorprendente. Difficile da coltivare per la buccia fine, è delicato, e va trattato come il pinot nero, per Cristina “il principe dei vitigni”. “Trattiamo il groppello come il pinot nero”, mi dice, e forse questo è il segreto. Un groppello così elegante l’ho bevuto in poche occasione. L’estrazione è ammirevole, al palato piccole note di frutta rossa senza eccedere, senza rendere il tutto sgraziato, verde, allappante oppure stucchevole, grosso. Il finale leggermente speziato è ottimo. “Un piccolo pinot nero”, dice Cristina; “un grande groppello”, penso io.

Dulcis in fundo, il sole in una giornata di sole: Il Sole di Dario è un nettare uscito chissà da dove, ma che non ci penso poi troppo, perché preferisco berlo e goderne l’essenza. Dedicato a una persona cara che ormai non è più, è composto da sauvignon, semillon e una parte di riesling, appassimento e tutta una produzione estremamente curata e particolare. Il Sole, sotto il sole di Bedizzole.

DP

LA ROSSARA DI ZENI, LEGGERO E PIACEVOLISSIMO ROSSO TRENTINO

Mi verso il vino nel bicchiere, guardo con attenzione, e d’istinto recupero un vecchio libro che lessi anni fa:  Colore. Una biografia, dal sottotitolo esplicito Tra arte, storia e chimica, la bellezza e i misteri del mondo del colore, scritto dal chimico inglese Philip Ball (BUR  edizioni). A pagina 72 leggo le seguenti parole:

“Nel Medioevo la lacca rossa non era prodotta solo dalla secrezione gommosa (che divenne nota come lacca carminio) di una cocciniglia, ma anche da una resina similare chiamata lac, lak o lack, che incrosta i ramoscelli di alberi originari dell’India e del sud-est asiatico ed è essudata dall’insetto Laccifer Lacca. […] La moderna gommalacca è ottenuta dalla raffinazione di tale resina.  Questa lacca veniva importata in Europa in grandissime quantità fin dall’inizio del XIII secolo, e di conseguenza divenne un termine generico per tutti i rossi derivati da coloranti tessili, compresi quelli già in circolazione come il carminio.”

Non conoscevo fino a ieri il vitigno rossara, men che meno il vino da esso derivato. Lo verso nel bicchiere e lo guardo attentamente; il mio sguardo è rapito dal colore: un rosso che non è un rosso e non saprei però come descriverlo, dalla consistenza tenue, pastello, traslucida. È proprio il colore che più si avvicina al carminio, un’antica lacca usata in larga misura nella miniatura medievale, come sappiamo anche grazie agli scritti di Cennino Cennini.

Questa rossara, vinificata in purezza dalla famiglia Zeni, vignaioli e distillatori, di San Michele all’Adige (e non saprei quali altre aziende producano un vino con questa uva), è dotato di una leggerezza cromatica che si riscontra anche alla beva: semplice, leggermente fruttato, dai sentori di ribes, e lievemente pepato. Un vino che si beve e al contempo glorifica questo verbo, troppo bistrattato ai danni del suo fratello minore più chic, degustare: bere, e bere in gran quantità.

La rossara fa parte del progetto “Vini dell’Angelo” di Proposta Vini, azienda trentina, la più importante forse per valorizzazione e distribuzione di vini da uve autoctone. “In Trentino, fino a pochi decenni fa, era intensamente coltivata nella Piana Rotaliana. A tutt’oggi esistono alcuni piccoli appezzamenti sopravvissuti alla sostituzione varietale”, leggo scritto su un piacevole libretto distribuito dall’azienda, dedicato al progetto. Obiettivo, in poche parole, è (ri)dare dignità a varietà autoctone coltivate storicamente in un dato territorio. Varietà che ovviamente non daranno mai grandi qualità, ma che riescono comunque a esprimere identità, e soprattutto sono di piacevolissima beva. Proprio come questa rossara di Zeni.

DP

LES EMIRS, L’INTENSO ROSSO DAL MONTE LIBANO, PER GLI AMANTI DELLA BEVA MEDITATIVA

Mi capita di bere vino anche solo per curiosità: curiosità di scoprire nuovi sapori, territori, peculiarità, oppure solo per il capriccio di bere bottiglie da luoghi esotici, enologicamente desueti, cose quasi praticamente introvabili. Il vino che ho in mano e bevo questa sera arriva dalla zona pedemontana della Bekaa Valley, in Libano. Non ho mai pensato di andare in Libano, il mio carattere italianocentrico mi suggerisce più le Marche o l’Abruzzo, però Google Maps mi dà un grande aiuto: la cantina francesizzante si chiama Chateau St. Thomas, castello di San Tommaso, e appare come un netto spartiacque tra la zona est (verdeggiante, in cui si vedono solo campi coltivati) e la zona ovest, da cui si innalza il monte completamente brullo e desertico. I prodotti della cantina sono distribuiti in Italia da Proposta Vini, il quale scrive sul catalogo 2021 come presentazione parole vaghe, del tipo: “questa azienda produce vini che affondano le radici in una lunghissima tradizione enoica che risale ai tempi dei Fenici”.

Troppa storia e iperbolici antenati rischiano di farmi venire la nausea, quindi provvedo subito a smorzare la curiosità e la sete (questa più facile da assecondare) aprendo semplicemente la bottiglia. Les Emirs, questo il nome, è un rosso intenso, da uve cabernet, cinsaut (coltivato in Francia nella Valle del Rodano, mentre da noi conosciuto come ottavianello e coltivato soprattutto in Puglia), grenache (cannonau), carignan (vitigno dalle origini spagnole). Millesimo 2012, con evoluzione in barrique per 12 mesi più altro affinamento in bottiglia; e infatti è molto chiuso. Non resta che berlo piano piano, aspettando che si ossigeni: ma lentamente, in bottiglia, senza decanter, e allo stesso tempo valutandone le trasformazioni sensoriali.

***

Lo sorseggerò per oltre tre ore, riservandomi un bicchiere per il giorno dopo. Questo il riassunto delle mie percezioni in ordine cronologico.

Ore 22:08. Colore rubino intenso, profondo. La prima esalazione, già solo girandolo nel bicchiere, indica una chiusura del vino, forse data dalla sosta protesa in bottiglia. Odori sgradevoli poco nitidi, rudi, cattivi; selvatici in senso sporco. Pronunciato è la nota alcolica, molto insistente e fastidiosa a lungo andare. Il tannino è molto astringente, invasivo. Insomma: un vino non equilibrato, scoordinato, i cui singoli elementi sembrano andare ognuno per la propria strada. Ne bevo poco, e aspetto.

Ore 22:42. Meglio. Emergono fievoli (ma non ancora posate) note erbacee, come di peperone; tenui sentori di cuoio sostituiscono quello che avevo chiamato “selvatico”. Una acidità più spiccata e controbatte il tannino. Nell’insieme un vino più sciolto, aprico, solare. Il profumo comincia a liberarsi dalle briglie del contenitore. Si scopre, sul finale, un piccola percezione di amarene sotto spirito. Anche se dura una nota legnosa e abbastanza verde.

Ore 23:14. Molto meglio. Il vino che inizialmente diceva poco o niente, pareva senza anima, adesso comincia a esprimersi chiaramente. Fiori rossi carnosi, appassiti, insieme a sentori di amarene sotto spirito prendono il sopravvento. La nota alcolica sgradevole si è trasformata in soffia etereo appena confuso al resto.

Ore 00.08 – 00.57. In questo arco temporale il vino da il meglio sé. Le conseguenze della lunga macerazione delle uve adesso si avvertono in maniera prominente, con note assuefacenti, ma educate, gentili; ora il vino esala la massima complessità. In bocca è ben bilanciato, forse le note sul finale sono ancora un po’ ruvide, amarognole per l’uso del legno troppo spinto.

Il giorno dopo, ore 12.21, il vino ha perso molto, quasi scarico, permane una spinta acida. Svanite le note di polpa rossa e matura. Lieve, molto lieve, un delicato ricordo di ciliegia e note tostate.

DP

ABETE E LIMONE: LE DUE “QUINTESSENZE” DI MIELI THUN CHE FORMANO UNA DICOTOMIA PERFETTAMENTE ARMONIOSA

Mieli Thun è l’azienda che conoscevo sin da piccolo perché era quella che faceva i mieli “strani” in vasetti ben caratterizzati e accattivanti. Un packaging essenziale e assoluto, accompagnato da un prodotto straordinario, spesso ricercato, buonissimo, che mangeresti come uno yogurt, altro che “accompagnato a”. Poi ho cominciato a leggerne sulle riviste o scritti gastronomici. In particolare ricordo un capitolo dedicato sul libro “edonistico” di Camillo Langone, Bengodi. I piaceri dell’autarchia, un libro strutturato in brevissimi ma intensi capitoli (nemmeno due facciate per argomento) in cui in ognuno di essi l’autore, intellettuale e firma de Il Foglio, approfondisce minuscoli interessi (“piaceri” appunto), alcuni veramente desueti, legati alla cucina, al costume o comunque a delizie di una certa nicchia. Un capitolo di questi è dedicato proprio a Andrea Paternoster (“cognome protettivo”), al contempo mente e titolare dell’azienda nonesa, ,  il quale mostra un’arnia a Langone atta al miele di melo.

Langone torna a parlarne poco tempo fa, in una sua estrema (per sintesi, raffinatezza e esaustività) Preghiera (https://www.ilfoglio.it/preghiera/2021/03/13/news/la-quintessenza-del-miele-di-limone-che-nemmeno-goethe-pote-conoscere-2021247/): ne elogia grandemente la Quintessenza di limone, un miele “che nemmeno Goethe, pur viaggiatore nella terra dei limoni, conobbe”, e sinonimo “dell’omerica parola ‘ambrosia’.” Io non ci sto e voglio assaggiarla subito, questa ambrosia. Così la ordino sul sito (https://www.mielithun.it/), ma faccio di più: la ordine insieme alla Quintessenza di abete.

Li assaporo insieme e insieme, come mi aspettavo, raggiungono una dicotomia perfettamente armoniosa. Complementari, l’una chiara densa e cremosa, e l’altra cupissima, fluida scorrevole; l’una ti accarezza il palato mentre l’altra te lo picchietta con piccoli baci. La quintessenza di limone è prodotta a partire dalla fioritura dei limoni di Rocca Imperiale, in provincia di Cosenza, Calabria: esprime l’entusiasmo e l’epicureismo sibarita. Avvolgente e un poco acido ha toni più vanigliati che limonosi.  Il miele d’abete, invece, vezzo settentrionale è meno solare ma più profondo, penetrante, persistente; una caramella d’orzo o al caramello che pare infinita.

La Quintessenza non è miele, e più del miele, è meglio del miele. “Quintessenza è una sorta di cru al quadrato le cui funzioni sono tempo e luogo. In questa magica alchimia uomo, ape e fiore vivono l’armonia della natura” sta scritto sul sito dell’azienda.  Per produrla “serve arrivare nel momento giusto, l’istante fugace in cui il fiore dà il meglio di se stesso. Quintessenza è il racconto dell’acme di fioritura, dove il miele raggiunge il massimo dell’integrità possibile. C’è un momento magico in cui il fiore è più generoso di nettare, più intenso in profumo e gusto”. Pura sostanza libidinosa, estatica, assuefacente.

DP

UN VINO DI QUALITÀ PER TUTTI I GIORNI E TUTTE LE ORE: PIETRA DEL GALLO DI VIGNETI MASSA

È mezzogiorno di un giorno feriale qualsiasi, a pranzo la scelta vira su pasta di grano duro al ragù e casoncelli di Barbariga al burro fuso (“scelta” per dire, è chiaro che mangerò tutt’e due). Voglio bere bene senza strafare, ho voglia di un bel rosso ma non troppo importante; non troppo evoluto, complesso, ma di beva seppure al contempo incisivo (per capire: niente schiava, groppello, marzemino o giù di lì). Sono un tipo difficile ma mi piace vivere bene e tutte le volte che posso, quindi anche il vino a mezzogiorno deve soddisfarmi, facendomi vivere serenamente la restante giornata. Ho poco tempo per pensare perché i casoncelli son già serviti; devo sbrigarmi e dunque vado sul sicuro: il nome è Walter Massa, il vino Pietra del Gallo.

Conobbi personalmente Massa (e dicendo Massa intendo lui, nipoti, sorella, mamma) nel febbraio del 2020, lì nella sua casa e cantina a Monleale, sui colli tortonesi: una visita entusiasmante, dal sapore quasi metafisico, che ancora ricordo con un sorriso nostalgico. Pietra del Gallo invece lo conobbi poco dopo, già formato solo nel ristorante pedemontano nei pressi della cantina, su consiglio dello stesso Walter.

Quello che bevo oggi è un 2018, tappo a vite (si può trovare anche con tappo a corona o tappo tradizionale): ancora straordinariamente succoso, “vinoso”, scorrevolissimo; tannino accennato e accompagnato da carbonica un po’ rude ma non fastidiosa, anzi. Pietra del Gallo è un rosso da uve rosse piemontesi non dichiarate in etichetta ma prevalentemente freisa, un vitigno che si sta riscoprendo recentemente per le sue capacità di invecchiamento, ma che tradizionalmente si vinificava “vivace”, ovvero frizzante.   Un’effervescenza grintosa, perfetta per accompagnare i ritmi quotidiani, godendosela il più possibile.

DP

MAKEDON, BONARDA AGGUERRITA DI MATTEO MAGGI

«Anche riguardo al vino», scrive Plutarco nelle sue Vite parallele a proposito di Alessandro Magno, «in realtà era piuttosto misurato: sembrava che ne bevesse molto perché a tavola passava parecchio tempo, tenendo il calice davanti, ma si tratteneva a lungo non tanto per bere quanto per chiacchierare…». Non credo si riferisse proprio a questa parole Matteo Maggi, proprietario e produttore “indipendente” di Colle del Bricco, quando decide di dedicare la sua Bonarda al grande conquistatore macedone; e però così me lo immagino io, che questo vino lo bevo ora in tranquillità, ma che ho conosciuto in conviviale assemblea, proprio lì a Torre Sacchetti, frazione di Stradella (e di questa poco più in alto), sulle colline dell’Oltrepò Pavese.

Makedon infatti è il nome del vino, un rosso frizzante degno del nome del guerriero che fu Alessandro: immediato – possente sin dall’inizio – grazie a una carbonica viva e avvolgente, come un velo di spilli che si adagia alla lingua, ma non infastidisce, anzi ne vorresti ancora e ancora. Da subito è esuberante, brioso, agguerrito; il primo sorso è selvatico ma poi vira su toni di mora da rovo, frutta rossa in confettura. Il tannino è presente ma nobile, sostenuto dalle infinite bollicine.

“Bricco” nella parlata oltrepadana significa “terreno scosceso”, e infatti i vigneti coltivati dal giovane Matteo Maggi, nemmeno trentenne e a capo dell’azienda dal 2013, in totale 5 ettari, hanno una notevole pendenza. Li ho notati in loco, in sala degustazione (che è un appartamento confortevole e ammobiliato) mentre bevevo questo (o questa) Bonarda con piacevole sorpresa, 100% da uve croatina, un vitigno tardivo che amo particolarmente, e che qui nell’Oltrepò trova la sua migliore e naturale espressione. Pura polpa che si distribuisce, scorre, ma direi meglio fluisce, cola dal palato alla gola. Leggo che ha un titolo alcolometrico di 14% in volume, dapprincipio non ci faccio caso, ora però lo comincio a sentire. Devo decidere se continuare a bere o a scrivere.

Troppo tardi, ma in fondo ho già detto molto.

DP

TRA BRONI, STRADELLA E CANNETO PAVESE. UNA GIORNATA NELL’OLTREPÒ CON ANDREA PICCHIONI E LINO MAGA

Mentre torno a casa dalla Torino-Piacenza direzione Brescia, immerso nel traffico tipico di fine giornata, felicemente spossato dai copiosi assaggi, e col sapore amarognolo-dolciastro di croatina persistente in bocca, oltre a una sensazione vaga di piccole bolle vivaci attorno alla lingua, ripenso alla giornata appena passata sui colli pedemontani dell’Oltrepò pavese, tra Broni, Stradella e Canneto. Una giornata per metà non organizzata, fortunatamente, ma frutto di uno sviluppo casuale di eventi, che più o meno può esser riassunta così.

Parte prima: Andrea Picchioni

Venendo da nord, ossia dalla Pianura Padana, si sale dolcemente imboccando prima Viale Libertà e poi Viale Resistenza, che introducono alla cantina di Andrea Picchioni e mi sanno di buon auspicio: libertà dai disciplinari, più attaccati alle carte che alla vigna; resistenza a etichette e convenzioni del mercato vinicolo. Comunque sono in largo anticipo, e per non fare la figura dell’impaziente ne approfitto per farmi un giro nei paraggi. Prendo una strada a caso, scegliendo quella che più sale verso monte. Mi inoltro così in stradine di campagna, strette e arzigogolate; ma sono abituato, dunque giro a mio agio, gustando il paesaggio dall’alto delle dorsali collinari che spesso coincidono con la strada. Arrivo poco dopo a Canneto Pavese (230 metri di dislivello, circa 1350 abitanti) e proseguo verso Colombarone e Monteveneroso, poi risalgo verso Montescano, e chissà quali altre frazioncine; piccoli paesini la cui parola “agreste” è quella che meglio può rendere l’idea. Incontro trattori e Fiat Panda, il traffico, se così si può chiamare, è per lo più di contadini. Mentre guido mi guardo distrattamente, molto distrattamente in giro, a destra e a sinistra, scorgendo quasi solamente filari. E qui capisco bene Camillo Langone, quando dice che in Oltrepò ogni singola vite è una “pennellata di un paesaggio capolavoro” (Dei miei  vini estremi, 2019). In un tratto molto panoramico si può vedere tutta la valle che sottostà a Cigognola (310 metri s.l.m.), paese ben riconoscibile per il castello e la sua torre.

Qualche minuto prima delle 10.00, orario dell’appuntamento, suono il campanello della cantina Picchioni. Mi viene incontro la mamma di Andrea, persona loquace e dai modi ospitali, con indosso un grembiule sopra una pesante felpa di pile. Mi parla in dialetto ma riesco comunque a capire bene. Parliamo del tempo, che per essere febbraio è una giornata molto calda; poi mi dice che il figlio sta arrivando. Infatti, arriva poco dopo. Andrea Picchioni è una persona dalla grande corporatura, lo si direbbe un contadino per iconografia. Di lui ha scritto di recente Massimo Zanichelli, in un articolo dedicato a una verticale “sinottica” di suoi vini (acquabuona.it), che è “loquace ed estroverso in privato o nelle occasioni conviviali”, diventando però “laconico, perfino timido, quando deve parlare di se stesso e dei suoi vini, o quando si trova in pubblico”. In effetti, pur non essendo assolutamente “social” (niente Instagram, Facebook, etc., solo Whatsapp e senza immagine profilo) , è viceversa sorprendentemente socievole. Ospitale in modo sincero e semplice, senza ampollosità o artificio. Pare da subito schietto e onesto, come i suoi vini.

Andrea Picchioni fonda l’azienda nel 1988, ventenne, dopo gli studi di agraria. Attualmente coltiva 10 ettari, soprattutto croatina, in Val Solinga, vicino alla cantina. Un territorio generalmente molto caldo (e oggi lo capisco bene) le cui pendenze sono molto ripide, e quindi di difficile coltivazione. La degustazione avviene in una sala attigua alla cantina, praticamente una cantina nella cantina, in cui sta un tavolo al centro con attorno alcuni mobili, tutti completamente coperti da numerosissime bottiglie (piene e vuote, di produzione propria e non), e dove l’unico orpello – se mi è concesso chiamarlo così – è un ritratto di piccole proporzioni del padre. Ammetto che sono lì per le sue versioni di croatina, dunque mi versa il Da cima a fondo, un vino dal nome bizzarro, e dall’etichetta ben disegnata (sono molto distinguibili le etichette dei vini di Picchioni), omaggio di una sua amica, anche lei produttrice.  Si tratta di un rifermentato in bottiglia, una tipologia il cui risultato può causare un “fondo” nella bottiglia; inoltre, non potendo ricevere eventuali aggiustamenti da passaggi enologici (“le uve una volta pigiate sono messe in bottiglia, e da lì in avanti non ci si può fare più nulla”, come mi spiega), l’uva utilizzata deve essere la migliore possibile, ossia quella prodotta da viti coltivate nella zona per clima più favorevole, appunto la “cima” della collina: ecco il nome. Al palato è un vino di grande vivacità, molto equilibrato, giustamente tannico e ancor meglio fresco; una bella polpa dalla beva comunque scorrevole.

La bevuta in allegra e conviviale compagnia, altrimenti e professionalmente chiamata degustazione, prosegue – per mia colpa – in modo disordinato. Vorrei assaggiare solo due vini, ma come sempre rimane solo un bel proposito da raccontare (come a dire: “io ci ho provato!”). Assaggio goccio per goccio, per godermelo sottilmente il Rosso d’Asia, un rosso potente ma molto pulito a base croatina e dedicato alla figlia Asia (nati lo stesso anno, nel 1995). Anche l’etichetta è da lei disegnata (un autoritratto?) e è un capolavoro di sintesi, nettezza, simbolismo grafici (ci vedo i pittori vascolari attici quanto Aubrey Beardsley): sarebbe immediatamente riconoscibile in mezzo a mille bottiglie.

Poi bevo il Buttafuoco Bricco Riva Bianca, il cui nome (Buttafuoco) deriverebbe dalla zona originaria di produzione, la frazione di Monte Bruciato: nomi che rinviano al calore dell’esposizione a sud, al suolo di sassi scottanti (o così me li figuro), e più in genere al caldo opprimente che in queste regioni, complice anche l’umidità, in estate deve essere davvero terrificante. Ma io essendo avvezzo più al clima mite del lago e alla frescura dei monti prealpini preferisco glissare su etimologie e toponimi, bevendone una buona dose. Andrea mi parla come di un vino identitario del territorio, della sua complessità e soprattutto potenziale longevità, cosa che non fatico a credere. Un rosso caldo ma molto lungo, di alta qualità.

Mentre i bicchieri continuano a riempirsi e svuotarsi – perpetuo alternato ritmo di felicità – la mamma di Andrea ci rifocilla con grissini, tagliere di formaggi, taglieri di coppa e pancetta della zona che, ammetto, sono davvero ottimi. Mi versa il suo pinot nero Arfena, e scorgo in lui un po’ di soddisfazione, anche se velata. Io sono poco predisposto ai pinot nero pavesi; sono più vicino a Egna e Mazzon che non a Canneto Pavese e Solinga, ma non vorrei pensasse sia uno snob, inoltre per fortuna sono curioso, quindi accetto volentieri. Infatti lo trovo molto gradevole, ben fatto, fresco, “succoso”, avvolgente. Fa un passaggio in legno ma questo è appena percettibile, un vino delicato, un pinot elegante; così, come ha da essere.

Andrea Picchioni si esprime poco elargendo i suoi prodotti; piuttosto chiuso ne parla giusto l’essenziale e soprattutto quando interpellato. Al contrario è molto generoso e non teme di esagerare spendendo tempo e parole parlando bene degli altri produttori locali, amici, conoscenti o solo rivali. Ma non solo me ne parla, addirittura mi fa una degustazione guidata di un vino di un’altra azienda. Cosa rara, a cui pochissime volte mi è capitato di assistere bighellonando qua e là per cantine. Ma ben venga: che l’immagine enologica dell’Oltrepò possa cambiare a partire da questi gesti!

Andrea mi ha confermato inoltre quello che già da tempo intuivo, la regola che non è l’eccezione (un vignaiolo insegna molto più di un politico), ossia: o si ama l’ambiente o si è ambientalisti. Il primo caso implica un’idea vera, da portare avanti senza vessilli spiegati, un’idea in cui si crede sul serio. Il secondo caso è mera ideologia per facinorosi, poche e confuse frasi fatte, etichette da ostentare, per esaltazione o per scelte di mercato. O si è ecosostenibili o si è fan di Greta Thunberg.

Ogni singolo metro quadrato coltivato dell’azienda Picchioni è certificato biologico, ma non vedo foglioline verdi sul retro etichetta. Non è tanto la certificazione in sé a essere messa in discussione, mi dice Andrea, ma i disciplinari e le burocrazie che ci ruotano attorno; quindi il rispetto dell’ambiente è effettivo e non a parole, penso. Anche se poi non ci faccio troppo caso, preferisco bere il vino che fissarmi su loghi e stemmini apposti su etichette; e siccome è particolarmente buono la mia mente torna presto ai profumi e ai sapori di quel vino. Ma pure al territorio attorno a noi, che pare proprio vocato.

Parte seconda: Lino Maga

O meglio, Maga Lino, così si fa chiamare, col cognome sempre prima del nome, come avevo appreso prima grazie alle numerose letture. Per prepararmi meglio all’incontro infatti – che aspettavo febbrilmente con una sensazione mista tra l’attesa di un esame universitario e di una prima confessione – ho letto e studiato i minuziosi resoconti di alcuni tra i miei maestri, dedicati al grande vignaiolo. Dai classici: Luigi Veronelli, Mario Soldati, che parla bene dell’Oltrepò (“I rossi, di regola, sono densi, spessi, spumosi, quasi dolci al primo assaggio, ma poi rivelatori di un fondo gradevolmente amarognolo che, sul posto, chiamano ‘ammandorlato’”),  o Gianni Brera, amico di Lino, che del vino scrive grandemente, come se fosse un fratello. O ancora i più recenti Massimo Zanichelli o Camillo Langone, entrambi amanti dei rossi oltrepadani. Apprendo molte cose riguardo alla figura di Maga e del suo Barbacarlo; ma quando arrivo a Broni (9500 anime circa), Via Giuseppe Mazzini, e vengo accolto al civico 50, resto comunque sorpreso, pensando che in certi casi leggere non serva a nulla.

È un normalissimo vicolo di un normalissimo piccolo centro abitato. Una lunga strada di case attaccate e nessuna che dà nell’occhio per qualcosa in particolare. Solo tre grandi vetrine possono incuriosire con una insegna pendente che mi segnalano che sono arrivato. Siccome le luci son spente entro dal retro, passando per il cortiletto della cantina storica. Lino Maga è nello studio, assiso su una poltrona presidenziale, telefono in una mano e sigaretta nell’altra (che fumasse una sigaretta dietro l’altra è la cosa che dicono tutti, quindi non mi stupisco). Dopo poche parole e un breve cenno molto misurato (che traduco in benvenuto), mi accompagna nel salone per la degustazione, in pratica una vecchia bottega pervasa dall’odore di fumo stantio, e cosparsa ovunque di bottiglie (un horror vacui di Barbacarlo di svariate annate), di libri, e di fogli di differenti dimensioni, su cui per ognuno sta scritto a mano da Maga stesso un apoftegma, un monito esortativo di tipo oracolare. Un attimo per fare mente locale: non sono a Delfi ma a Broni, non al tempio di Apollo ma a quello del Barbacarlo.

Sul tavolo ci sono molto bottiglie di vendemmie diverse, sia di Barbacarlo che Montebuono, i due cru e unici vini da loro prodotti (8 mila bottiglie annue per il primo e 5 mila per il secondo, nelle annate migliori). Con gesto pacato e quasi carico di beatitudine mi versa un buon bicchiere, l’annata è la più recente;  io allora annuso, assaggio, cerco in ogni modo di sembrare un professionista serio, poi però la mente cede al gusto, la ragione al piacere, e finisco per sorseggiare con ottimo umore quel vino felicemente atipico, e ascolto senza interrompere il vegliardo. È la sua ottantatreesima vendemmia mi dice (classe 1931), e anche se non può più per questioni fisiche andare sul campo (ai ripidissimi vigneti ci pensa il figlio Giuseppe: sue le redini dell’azienda), la sua vita rimane legata alla cantina. Parla lentamente, con voce fioca; le sue sono frasi concise sono seguite da lunghe pause e (almeno così mi pare) da un sorriso carico di rimandi, ricordi, emozioni, conoscenti perduti. Ogni tanto se ne esce con Veronelli, con cui era molto amico, e il suo sguardo si fa cupo e nostalgico, trasognato. Diventa un’altra persona, invece, se si parla di disciplinari: la fronte si irrigidisce e il tono si fa bellico. “Non si fa vino coi disciplinari”, mi ammonisce, come se di colpo mi fossi trasformato in un agente doganale o roba simile; “burocrazie, carte, fanno perdere tempo… e la natura va avanti!”

E i vini di Lino Maga sono veramente naturali, legati come pochi altri al susseguirsi (positivo o negativo) delle stagioni. Le uve utilizzate sono quelle più diffuse in Oltrepò, ovvero croatina, uva rara e ughetta (ossia vespolina). Ma ciò che distingue il prodotto è la scelta di non forzare i processi di maturazione dell’uva con sistemi troppo invasivi; i vini così avranno ogni anno caratteristiche peculiari, buone se l’annata è stata buona, buonine se l’annata è così così, ma comunque sempre diverse. In modo distratto mi versa un’annata molto più indietro, e procede nella sua arringa antiburocratica e pro lavoro manuale: io bevo: vino fermo, tannino duro, terziari più in evidenza… io ci provo con sicurezza, “beh, molto più complesso, c’è qualcosa che mi ricorda la liquirizia” dico; “ah non so”, mi sento rispondere senza dar peso alle parole e spiazzandomi con un colpo netto, “è aperta da giorni quella”.  Così che la mia momentanea baldanza svanisce presto, per fortuna non come l’interesse per tutte quelle bottiglie, che piano piano conosco un bicchiere dietro l’altro.

Il sole ormai basso basso mi fa capire che purtroppo è ora di accomiatarsi; Lino Maga, sigaretta accesa in mano, mi accompagna all’uscita. E su quella via anonima, andando incontro all’auto che mi porterà a casa, colmo corpore et anima (e bocca) di un gusto pieno e spumeggiante, mi rileggo le parole di Gianni Brera, nato in queste terre, le cui foto in bianco e nero riempiono qua e là il negozio di Lino: “Il barbacarlo […] basta mescerlo per vederlo montare in superbia: e quel mussare di spume fini e veloci sembra una risata cordiale; poi è buono, altro che storie!, e sarà l’infanzia, sarà la disposizione atavica, io di vini migliori ne ho pure bevuti e ne bevo, ma non ne trovo mai che mi piacciano sempre in egual misura, che siano altrettanto leali a qualsiasi livello.” O ancora, “Barbacarlo un po’ bullo di spume e mandorlato…”

DP

LA SORPRESA DEI COLLI PIACENTINI, LA SPLENDIDA TENUTA DI TORRE FORNELLO E L’ACCOGLIENZA DI ENRICO SGORBATI, PROPRIETARIO INSIEME CICERONE E LUCULLO

Mi perdonerà il lettore per il titolo troppo lungo, che pare essere più una sintetica premessa, un riassuntino di quanto scriverò; ma questa è proprio l’intenzione. Convogliare in poche parole l’esperienza di questa mattina vorrebbe dire esclusione, e in questo caso esclusione non starebbe per scelta, bensì riduzione. Ma andiamo con ordine.

Cosa può pensare una persona se mi riferisco ai Colli Piacentini, se come me prima di oggi non c’è mai stato o nemmeno passato? Qualcuno potrebbe pensare a Piacenza, chi ha un po’ di dimestichezza con l’arte immaginarsi il duomo, il romanico; in pochissimi addurrebbero al pittore Morazzone e alla cupola dipinta, ultimata da Guercino. Per lo più il termine “colli” evocherebbe un’immagine bucolica, più soave e agreste, “green”, dunque accattivante. Ma anche questi restano pressoché anonimi, associati da qualche bevitore di vecchio stampo a vini “spuma”, amabili, ruspanti, mossi o, se va un po’ meglio, vagamente frizzanti.

In più questa zona è praticamente sfigata – il termine è d’uopo –, non tanto per la geografia, ma per le sue implicazioni politico-comunicative. Posizionati all’estrema punta nord occidentale dell’Emilia Romagna, i Colli Piacentini e i vini da questa zona prodotti non possono essere affiancati a quelli delle colline emiliane più sud, né,  men che meno, con quelli romagnoli; non è Pianura Padana, né lambrusco, né pignoletto, né sangiovese. Tant’è vero che da qui in poco tempo si è a Milano o in Piemonte; molto più tempo servirebbe invece per raggiungere Bologna. I Colli Piacentini, inoltre, confinano con l’Oltrepò pavese, ma con questi non sono associati mai (penso alle fiere), seppur le colline sono le medesime (con le debite differenze, chiaro). Ma i confini sono definiti: comune diverso, provincia diversa, regione diversa fanno intendere alla persona comune vini completamente diversi e, automaticamente, in questo caso, meno degni di attenzione.

Fortuna che sono persona curiosa, il cui piacere è solo una conseguenza della conoscenza (e non una preferenza), quindi decido di andarci; scelgo l’azienda che già conosco per certi vini (pochissimi in realtà) e a catalogo di Proposta Vini (quindi ha buone referenze).  Voglio approfondire oltre ai prodotti soprattutto la zona. Come quasi sempre accade, se si parte con aspettative basse si rimane soddisfatti e compiaciuti. Così infatti è stato.

L’azienda agricola Torre Fornello si trova nel comune di Ziano Piacentino, nella frazione omonima di Fornello, nome derivato dalle fornaci in uso in tempi oramai remoti. È il comune che confina con l’affascinante e decadente Rovescala (Oltrepò pavese), la quale sta a pochissimi chilometri, praticamente la collina a fianco. Io arrivo da Brescia, e dall’uscita autostradale bisogna inoltrarsi in paesotti che assomigliano a trasandate periferie. E lo stesso paesaggio lugubre continua fino a qualche chilometri dalla meta, e perciò mi preoccupo. Ma, fortunatamente, d’improvviso lo scenario muta: finisce il cemento e si spalanca la campagna, si scorge all’orizzonte il verde dei colli che piano piano, un po’ qua e un po’ là comincia a salire, prendere forma, sino a ergersi, in lontananza, a catena montuosa. Sono gli Appennini, là proprio dove cominciano il loro cammino, a darmi il benvenuto a Fornello.

La sede dell’azienda è del tutto inaspettata: un complesso di edifici – una volta sede come detto di fornaci, poi ampliato da una famiglia nobile toscana nel Diciassettesimo secolo per la loro residenza – splendidamente ristrutturati (sassi e mattoni a vista normalmente mi nauseano, ma qui hanno la loro ragion d’essere); si tratta sostanzialmente di locali comunicanti dalle stanze ampie e ospitali, poco ma ben arredate. Questo luogo, infatti, come sospetto ma poi ne ricevo conferma, può essere anche affittato per matrimoni, ricevimenti o cerimonie in genere.

L’appuntamento è per le 9.00 e Enrico Sgorbati è appena fuori dalla porta, cancello aperto, pronto per a accogliermi. La cordialità fa parte di lui, questo è subito evidente dai modi. Mi fa notare, bonariamente, il “ritardo”, perché sono le 9.02; sbagliato, rispondo io, facendogli notare a mia volta l’arrivo alle 8.58 (sono tendenzialmente, ovvero patologicamente, puntuale), e il successivo tempo occupato a godere del panorama: un paesaggio ammagliante, fatto di colline e filari ovunque. Il  mio sguardo che scende e sale, dolcemente come i declivi, e incontra solo vigne.

E così Enrico, titolare dal 1998, comincia a raccontare la sua storia, la storia dell’azienda e dei suoi vini. Mi accompagna per tutta la proprietà, passando per il giardino, per la vecchia stalla, le vecchie scuderie, l’ex fienile e la vinsantaia; addirittura è presente una chiesa che è pure sede parrocchiale dal 1920 (“unico caso di chiesa privata, consacrata e parrocchia”, mi spiega). Mi è evidente da subito che Enrico è un caso particolare in cui il proprietario incontra Cicerone (per la narrazione persuasiva) e Lucullo (per l’ospitalità; si vedano Le Vite di Plutarco). È un fiume di parole, che passano dai ricordi al tecnicismo vitivinicolo, dalla nonna ai lieviti indigeni.

L’obiettivo di Torre Fornello, mi dice, è dare incisività al territorio lavorando con la qualità degli autoctoni, ma al contempo lavorare con vitigni internazionali per risaltare il territorio dentro ma pure fuori dall’Italia. “Alla fiere internazionali – confessa –  mi glissano perché leggono sul cartellino ‘Emilia Romagna’ e pensano di conseguenza al lambrusco; io vorrei distinguermi per quello che faccio nella mia zona, e la Doc non aiuta. Quindi cerco di fare il massimo, per me sì, ma anche per il territorio dove lavoro”.  Gli ettari vitati, per la maggior parte coltivati a biologico, sono 61, con una produzione di 350.000 bottiglie circa. Tante le etichette (27) e i vitigni coltivati (“sono anche uno sperimentatore, molti vini li tengo a casa, in una stanza piena: mi piace giocare e capire dove e come avventurarmi in una nuova sfida”).

Io ascolto e prendo appunti, sempre curioso e volenteroso; ma siamo in giardino mentre spiega, suona la campana delle 10, e la vista delle colline vitate mi eccita le papille gustative più del normale.  Quindi alludo alla cantina, e presto ci incamminiamo per visitarla. Molto suggestiva è la barricaia, ovvero il luogo dove il vino matura nelle botti, in questo caso proprio barrique da 225 litri in legno francese, a sua detta il migliore. Essa è la cantina originale dell’edificio, al di sotto della villa patronale, e data 1400-1600. È costruita interamente in mattoni di cotto, che formano un fascinosa volta a vele.

La variegata degustazione ha luogo in una stanza finemente apparecchiata, con tanto di camino acceso. Il solito loquace Enrico ci accompagna con tanto di presentazione del vino, aneddoti e descrizioni sensoriali, in modo da creare una sorta di dialogo-confronto col sottoscritto. Spiccano, a mio avviso, i seguenti vini.

Pratobianco. Si tratta di un vino che fa dialogare insieme il territorio con il mondo (40% malvasia di Candia aromatica, 40% sauvignon, 20% chardonnay), un bianco nel complesso ben equilibrato e pulito.

Donna Luigia. Un vino sul cui nome l’aneddotica si spreca (piacevole però sentirsi raccontare la storia) e è un bianco da uve di sola malvasia di candia aromatica, però in assemblaggio, perché lavorate in quattro modi differenti: 20% passa in legno, 20 % macerato a freddo, 50% vinificato in bianco e il restante 10% botritizzato. È un vino opulento, rotondo, avvolgente e profumatissimo.

Una. Forse il più complesso dell’azienda. Prodotto da sole uve di malvasia di Candia aromatica, e tutte attaccate da muffa nobile (botrite); lunga fermentazione e lunghissima evoluzione in legno, per un vino dotato di un ventaglio ricchissimo di profumi: dalla pesca sciroppata allo zafferano a note più balsamiche, con un finale lungo e salmastro.

Latitudo 45. Vino estremo, di un tipo ormai (purtroppo) raro da trovarsi in giro; e in effetti è un vino che l’azienda ha messo fuori produzione (poche bottiglie rimanenti in azienda, sono fortunato a averne due in cantina). Si tratta di un rosso ruspante, tosto, molto marcato, a base croatina (circa il 95%), con una piccola parte di syrah, che matura dai 12 ai 18 mesi in tonneau da 500 litri.. Un gran tannino (circa il doppio rispetto a quello di un Barolo) che si fa sentire, una trama polifenolica che non si dimentica.

DP