PENDENZE VERTIGINOSE, SUOLI SCISTOSI, VINI PROFONDI. BREVE VIAGGIO NELLA VALLE ISARCO VITIVINICOLA

Ogni volta che supero Bolzano, direzione Brennero, mi sento confortato, anzi esaltato da tutte quelle chiesette dal tetto aguzzo come una ago, da quelle case sparse attorniate da un’isola verdeggiante e inclinata, da quegli edifici dal tetto spiovente, spioventissimo come le pendenze vertiginose di questa valle.

La Valle Isarco, infatti, o Eisacktal in tedesco, è un affascinantissimo territorio lungo circa 80 km e percorso dal fiume omonimo, fatto di rocce verticali, antri scoscesi; in cui la mano artificiale e sapiente dell’uomo la si vede dalla lavorazione estrema e estremamente abile dei vigneti: e conferma la superiorità dell’artificio umano (usato con criterio) sulla natura selvaggia. Così, almeno, per me, e per come la vedrebbe Baudelaire.

Sono nel territorio più a nord d’Italia in cui si produce vino, e non è poco. Ringrazio la mia curiosità, il mio interesse (e la mia sete), per avermi permesso di approfondire una tale regione vitivinicola.

Kuenhof.

Il primo appuntamento della giornata è previsto per la piccola azienda familiare Kuenhof, sita qualche chilometro prima di Bressanone. Mi ero preso del tempo qualora non fossi riuscito a trovare subito l’indirizzo, e si sa, passare per ritardatario è il primo dei miei problemi. La strada però per arrivare è facile, e raggiungibile velocemente dopo l’uscita dall’A22. In anticipo decido quindi di fare un giro e mi inerpico – letteralmente – tra i vigneti quasi a strapiombo nei paraggi, e arrivo a Velturno, sede del castello: paesino tipico alto-atesino, scritte in tedesco, facce spigolose e pallide, capelli biondi: che non sono più in Italia mi era chiaro da un pezzo.

L’arrivo in cantina, appuntamento ore 10.00, è confortante. La prima cosa che vedo sono i vigneti che allignano in terrazzamenti dal muro a secco; secondo un crocifisso enorme e ben fatto sulla facciata dell’edificio. Simon, figlio dei proprietari Peter e Brigitte, accogliendomi con un grande sorriso mi spiega che ci troviamo in una sede storica, sia per la Valle che per la produzione di vino. Il maso infatti storicamente era proprietà del vescovo di Bressanone, a cui apparteneva anche il grande crocifisso ereditato che vedo all’esterno.

Il tempo è uggioso e, nonostante il calendario mi dice di essere a metà aprile, il meteo annuncia neve. Non giriamo per vigneti, ma questi sono ben visibili dal cortile del maso; così Simon ci indica lì sopra, con una pendenza spropositata delle antiche vigne di gewürztraminer. Terreni scistosi soprattutto, oltre a quarzo, sono i principali protagonisti per la creazioni dei straordinari vini bianchi che assaggerò.

Simon, mentre ci accompagna per la cantina, ci spiega la storia e la filosofia di Kuenhof. “Prima di renderci produttori indipendenti conferivamo le uve all’Abbazia di Novacella, come tantissimi altri contadini della zona. Dalla fine degli anni Novanta però, prendendo consapevolezza della qualità delle nostre vigne abbiamo deciso di fare il grande passo”. Attualmente Kuenhof possiede circa 6,5 ettari di vigneti, altitudine media tra i 550 e i 680 m s.l.m.,  con una produzione in annate buone sulle 40.000 bottiglie.

Produzione essenziale, che riscontro nell’architettura dell’edificio: minimal direi, i cui materiali sono solamente legno, cemento, pietra, e ancora legno; legno ovunque. Un’essenzialità nelle varietà prodotte, solo quattro, e nella grafica, a mio parere bellissima, delle etichette. Bianchi estremamente verticali e minerali che passano parzialmente (in base all’annata) in legno d’acacia, “più delicato, non mi dà aromi eccessivi, e fa comunque evolvere il vino in maniera elegante”, mi riferisce Simon, che dal 2007, tra i primi produttori in tutta Italia, ha scelto il tappo a vite: e non uno qualunque, s’intende, ma il massimo della tipologia, ossia lo STELVIN® LUX; molto più efficiente, e decisamente più elegante.

I vini che degusto nella nuovissima sala degustazioni di alto design sono di notevole qualità, anche se ammetto le nuove annate pe me ancora troppo giovani (ma comunque ne intuisco il potenziale). Il Riesling Kaiton, ossia letteralmente “bosco” in lingua celtica, deve il suo nome alla zona di produzione, versante opposto, esposizione sud-ovest. Il Sylvaner è quello in cui sento più il varietale, un vino molto lungo e autoctono del territorio. Notevole anche il Gruner Veltliner, un bianco tipico dell’Austria ma che per le caratteristiche della Valle Isarco è in grado di produrre ottimi vini anche qua. Ultimo vino che assaggio, con sorpresa, è il Gewürztraminer: diversissimo dai suoi simili prodotti in zona Termeno, molto più lineare, speziato, fresco; meno opulento e decisamente più bevibile.

Abbazia di Novacella.

Complesso strepitoso e immenso, a nord di Bressanone, ancora attivo e fortemente vissuto. Si tratta di una abbazia agostiniana, formata da edifici religiosi e civili. La storia di questo istituto è ricca e complessa, a partire dall’anno di fondazione, il 1142, grazie al beato vescovo della diocesi di Bressanone, Hartmann. Già da allora si cominciò a produrre vino, e proprio per questo l’Abbazia è considerata tra le cantine più antiche d’Europa; esattamente la seconda, essendo la toscana Ricasoli fondata un anno prima.

Ci si perde quasi, senza cartina o indicazioni. Infatti, rapito dalla curiosità mi sono lasciato andare allo smarrimento, e ho fatto bene. Molta cultura, tanta storia, tantissima arte. C’è un cimitero curatissimo, una basilica sontuosa dove tutt’oggi si celebra la messa, il Castello dell’Angelo è un’imponente e severa cappella dedicata a San Michele; e poi un giardino storico, un museo e, a coronamento di tutti gli edifici, pendenze vitate.

Mi accoglie Elias, persona ospitale e simpatica, che dà da subito l’impressione di saperne piuttosto bene riguardo il suo lavoro. Purtroppo non c’è tempo per visite nel luogo (ci vorrebbero due giorni), ma il pomeriggio non è vano, soprattutto se lo si passa in una enorme sala degustazioni fatta di enormi vetrate, soprattutto se la temperatura esterna rasenta i 2°C, e sta cominciando a piovere misto neve.

L’Abbazia di Novacella non è una cantina sociale, bensì un vero e proprio privato che possiede sia vigneti di proprietà ma che compra molto anche da conferitori. Per questo le zone di provenienza sono varie e coprono un areale esteso: da Cornaiano e Appiano a esempio, più a sud, provengono uve di schiava, pinot nero, moscato rosa; oppure da Bolzano, zona caldissima, il lagrein. Mentre i bianchi, ovviamente, da zone della Valle.

La degustazione è gargantuesca, immensa come il complesso abbaziale in cui mi trovo; e però molto gradita e molto utile. E molto piacevole: tutti i vini dell’Abbazia di Novacella hanno una notevole eccellenza; soprattutto i bianchi, ma anche i rossi. Riportare tutte le mie impressioni su tutti i vini risulterebbe noioso a chi legge, e stancante per chi scrive. Sui circa 25 vini degustati mi limiterò a qualche segnalazione.

Tra la “linea base” notevole è il Kerner, che preferisco di gran lunga alla sua versione riserva; freschezza acidula lunghissima, succo esotico al palato e finezza entusiasmante, in virtù della grande mineralità. Tra la linea riserva Preapositus (nome dedicato agli abati, cioè “preposti”) il Riesling è un capolavoro assoluto. È una  degustazione e devo star calmo, essere serio e non fare figuracce; quindi mi trattengo. Avvolgente, limonoso il dovuto, lievemente erbaceo, sentori di idrocarburo accennati e verticalissimo. Sorprendente, vitale, elegante. Il Moscato Rosa, che andrebbe comprato e bevuto solamente per la rarità di questa uva e ancora più rara la produzione. Acidità sostenuta, tannino fievole, floreale; è nettare pregiato, degno finale di questa spettacolare degustazione.

Villscheider.

Come Kuenhof, anche Villscheider era un conferitore dell’Abbazia, ma che valutando la qualità delle sue uve ha deciso di produrre da sé i propri vini. E ha fatto la scelta giusta. Per arrivare al maso di Villscheider la strada è più complicata ma allo stesso tempo più intrigante, suggestiva, misteriosa. Si sale da fondo valle per una strada tortuosa e non proprio ottimale, ripida e serpeggiante; a un certo punto (che ancora non mi è chiaro) si sbuca in una zona aprica, meno ripida e tutta verde, coltivata.

Mi sta aspettando Florian, il proprietario dell’azienda insieme al figlio. Mi sorride con un sorriso che la dice lunga sul mio ritardo (sta volta sì,  tantillus puer et tantus peccator, beccato in flagrante), ma cerco di far finta di nulla e chiedo subito di visitare i vigneti: sono sui vigneti più belli forse della Valle Isarco, nel pieno della viticoltura eroica e lì dove nascono di “vini estremi” altoatesini, appellativo di Proposta Vini, e voglio poter dire di esserci stato.

Nel vigneto poco vicino al maso di colpo cessa il persistente vento da nord (il versante è il sud): non mi stupisco: sono in equilibrio come un funambolo su una parete che stento a crede essere coltivata; fortuna soffro di vertigini, così che mi emoziono ancora di più. Florian mi spiega, intanto che camminiamo tra i filari, la storia dell’azienda.

Ufficialmente nasce nel 2007; 4 ettari vitati in totale, ma in ampliamento continuo, e circa 30.000 le bottiglie. Altitudine delle vigne massima è di 750 m s.l.m., sorprendente. Conoscevo i vini di Villscheider per il loro equilibrio esemplare, bilanciamento quasi perfetto tra acidità e morbidezza (ovvero 7 g/l acidità totale e 7g/l zuccheri riducenti), e nella degustazione che Florian ci ha riservato per le nuove annate ritrovo questa sensazione piacevole, occhi naso e bocca.

Le etichette sono minimal e abbastanza austere: nero con una linea oro che sta a indicare la chiesetta poco distante di San Cirillo. Tutti i vini evolvono solamente in acciaio, tutti tappati a vite (STELVIN® LUX, ovvio), mentre il Riesling tappo a sughero, ma un sughero ottimale, di qualità. “Perché così ha un’evoluzione particolare, che a noi piace molto”, mi spiega Florian, notando il mio dubbio. Sono sincero: sono in questa cantina per il Riesling, che amo  molto; ma a sorprendermi è, anche qui, il Kerner. Incrocio artificiale tra riesling e schiava, il kerner è una uva particolare, che alligna bene e solamente in Valle Isarco per questioni climatiche. È molto minerale ma insieme sprigiona note molto rotonde di frutta esotica, come ananas e papaia. Per confermarmi la grande qualità del vino Florian mi fa assaggiare anche una versione del 2014; convincendomi completamente.

Villscheider produce altri due vini, il Sylvaner, territoriale, e lo Zweigelt, letteralemte “due soldi”, un rosso leggero e piacevole di origine austriaca, anche questo prodotto solo in regioni montane. Un vino di poco corpo, ma gradevole, tutt’altro che imponente e grosso; si fa largo delicatamente tra i bianchi (quelli sì, di carattere), e mi ricorda che la vita è più bella se leggera e semplice.

Damiano Perini

CANTRINA, IL SOLE DI BEDIZZOLE

Sol tibi signa dabit, il sole ti guiderà, ti darà conoscenza, ti darà avvisaglie, sta scritto nel primo libro delle Georgiche di Virgilio. Solem quis dicere falsum audeat? Io, seppur cristiano e non pagano e più amante delle freddoline giornate di nebbia non lo metto mai in dubbio, il sole. Così fidandomi ciecamente mi inoltro nell’entroterra della Valtenesi, direzione Bedizzole, verso un’azienda agricola che scopro, solo una volta arrivato, allo stesso tempo bucolica, letteralmente, e moderna, piena di vitalità.

Vengo dal Garda e quindi sono un po’ snob, Bedizzole me lo immagino paesino brutto e chiuso; immaginavo male: bene perché la sorpresa mi entusiasma, meglio perché in un posto piacevole si beve più volentieri. La cantina si trova leggermente fuori dal comune, in una piccolo borgo omonimo che è praticamente un vicolo di case antiche bene tenute terminante con una chiesetta. Per arrivarci, dal Lago, si può decidere un giro largo attorno al borghetto su strada asfaltata, oppure attraversare la campagna su strada bianca.

L’entrata è prolettica: un grande cancello introduce a un viale di ghiaia, tutt’attorno cipressi e ciliegi, imponenti eppure tenuti minuziosamente. In fondo, lo scenario (e scenario è parola giusta) che non ti aspetti: una villa enorme e dannunziana, di una bellezza decadente, un cortiletto intimo e ombreggiato grazie a un intrigo di verzura; e tutt’attorno, nemmeno a dirlo, campi vitati. Sarà stato il sole caldo delle prime giornate primaverili, o il verde lì intorno, però penso che Virgilio aveva ragione, il sole non dice balle, e io non ho mai osato dire il contrario.

Sono accolto da Cristina, proprietaria dell’azienda a conduzione familiare insieme a Diego, padre dei suoi due figli. Mentre lui è il “braccio”, colui che segue la parte agronomica e enologica, Cristina segue più la parte di comunicazione, di rapporti coi clienti, e insieme rappresentano un binomio efficacissimo, se si pensa alla crescita della cantina in poco più di vent’anni.  Cristina Inganni, esatto riflesso del luogo in cui sono, signora elegante e allo stesso tempo grintosa, la quale riesce a mettere insieme quel fascino e quella vitalità che la rendono perfetta per il lavoro che fa, ha alle spalle una formazione artistica, decorazione in particolare. Frequenta infatti l’Accademia di Belle Arti di Brera, e ciò è ben visibile da alcune delle etichette (da lei pensate, “in maniera libera e spontanea”, senza inutili rimandi, pensieri o altre artificiosità forzate da grafici professionisti, futili e talvolta sterili) e dal simbolo della cantina, un sole solenne, che pare essere appartenuto ai sibariti. Un sole sibarita, e sibaritico, che è rappresentato sulla porta della cantina, che si trova di fianco alla villa. Mentre mi accompagna mi racconta la storia dell’azienda.

L’azienda agricola Cantrina, a oggi 8 ettari vitati per una produzione di circa 35.000 bottiglie, nasce attorno al 1998. Da subito le parole chiavi sono “pulizia e eleganza dei vini”, senza però che manchi quel lato di “creatività e sperimentazione”. In vini francesi piacciono in particolare, e così tra le prime vinificazioni il pinot nero la fa da padrone.  Solo successivamente il groppello è entrato nel cuore dei produttori. “All’inizio il groppello lo consideravamo poco niente; poi mano a mano che ci siamo resi conto delle potenzialità simili al pinot nero ce ne siamo innamorati”. E il groppello di Cantrina è veramente notevole.

Inoltre, Cantrina è una delle prime aziende in Valtenesi che utilizza con coraggio, senza pensare troppo al mercato, il tappo a vite. Altra parola chiave è la “selezione”, sia in vigna, sia in cantina: “utilizziamo vasche di piccole dimensioni per avere un maggior controllo; i nostri vini sono frutto di assemblaggi, anche tra lo stesso vitigno, vogliamo che i nostri vini siano il risultato solo del meglio della vinificazione”. La precisione in cantina la ritrovo in vigna; campi che per il periodo sono tappeti vitati, ricamati a margherite e tarassaco, con un risultato impressionista di pennellate verdi, bianche e gialle. Il sole cocente della campagna mi rincorre nella sala degustazione – che però è al fresco, su tavolo di legno massiccio e pavimento in cotto –  in una rappresentazione affrescata finto-antica, opera sempre di Cristina.

Bevo il Riné 2018, un bianco a base riesling renano (più incrocio manzoni e chardonnay che fa passaggio in legno) e sono ancora più felice. Bella acidità, leggermente avvolgente, il giusto, toni più complessi che limonosi. Faccio notare la mia fissa per i bianchi nordici e evoluti a lungo. Così mi apre un Riné del 2002. È la storia, lo spirito di quei tempi che bevo. E penso la fortuna di vivere e bere nel 2021. Nel 2002 i gusti erano grossi, grassi, piaccioni; i vini dovevano passare in barrique e lo chardonnay era onnisciente. Come in questo caso, il quale chardonnay costituisce la metà dell’assemblaggio.

I rossi di Cantrina sono tutti eccellenti. Il rebo Zerdì, seppure così normalmente piacione è lineare; uno dei pochi rebo che berrei volentieri. Il Nepomuceno (nome icastico e austero in onore del Santo ceco Giovanni Nepomuceno, vissuto nel XIV secolo, e santo patrono della piccola frazione) è un vino degno di tale nome. Tonante predicatore Nepomuceno, tonante rosso questo di Cantrina. Imponente, avvolgente, è dotato di grande struttura, e però conserva una sua eleganza che lo rende bevibile in maniera straordinaria; i 15% di titolo alcolometrico volumico non si percepiscono, tanto è l’equilibrio e la finezza di questo vino. La base è già un unicum nel panorama del territorio, con una base merlot (70%) più rebo e marzemino. I quali acini raggiungono una lieve surmaturazione in vigna, per poi essere vinificati con una leggera “disidratazione”; maturano per tre anni in tonneau, e il vino, una volta in bottiglia, potrebbe restare a evolvere non so per quanto tempo; sicuramente tanto.

Il groppello è sorprendente. Difficile da coltivare per la buccia fine, è delicato, e va trattato come il pinot nero, per Cristina “il principe dei vitigni”. “Trattiamo il groppello come il pinot nero”, mi dice, e forse questo è il segreto. Un groppello così elegante l’ho bevuto in poche occasione. L’estrazione è ammirevole, al palato piccole note di frutta rossa senza eccedere, senza rendere il tutto sgraziato, verde, allappante oppure stucchevole, grosso. Il finale leggermente speziato è ottimo. “Un piccolo pinot nero”, dice Cristina; “un grande groppello”, penso io.

Dulcis in fundo, il sole in una giornata di sole: Il Sole di Dario è un nettare uscito chissà da dove, ma che non ci penso poi troppo, perché preferisco berlo e goderne l’essenza. Dedicato a una persona cara che ormai non è più, è composto da sauvignon, semillon e una parte di riesling, appassimento e tutta una produzione estremamente curata e particolare. Il Sole, sotto il sole di Bedizzole.

DP

LA ROSSARA DI ZENI, LEGGERO E PIACEVOLISSIMO ROSSO TRENTINO

Mi verso il vino nel bicchiere, guardo con attenzione, e d’istinto recupero un vecchio libro che lessi anni fa:  Colore. Una biografia, dal sottotitolo esplicito Tra arte, storia e chimica, la bellezza e i misteri del mondo del colore, scritto dal chimico inglese Philip Ball (BUR  edizioni). A pagina 72 leggo le seguenti parole:

“Nel Medioevo la lacca rossa non era prodotta solo dalla secrezione gommosa (che divenne nota come lacca carminio) di una cocciniglia, ma anche da una resina similare chiamata lac, lak o lack, che incrosta i ramoscelli di alberi originari dell’India e del sud-est asiatico ed è essudata dall’insetto Laccifer Lacca. […] La moderna gommalacca è ottenuta dalla raffinazione di tale resina.  Questa lacca veniva importata in Europa in grandissime quantità fin dall’inizio del XIII secolo, e di conseguenza divenne un termine generico per tutti i rossi derivati da coloranti tessili, compresi quelli già in circolazione come il carminio.”

Non conoscevo fino a ieri il vitigno rossara, men che meno il vino da esso derivato. Lo verso nel bicchiere e lo guardo attentamente; il mio sguardo è rapito dal colore: un rosso che non è un rosso e non saprei però come descriverlo, dalla consistenza tenue, pastello, traslucida. È proprio il colore che più si avvicina al carminio, un’antica lacca usata in larga misura nella miniatura medievale, come sappiamo anche grazie agli scritti di Cennino Cennini.

Questa rossara, vinificata in purezza dalla famiglia Zeni, vignaioli e distillatori, di San Michele all’Adige (e non saprei quali altre aziende producano un vino con questa uva), è dotato di una leggerezza cromatica che si riscontra anche alla beva: semplice, leggermente fruttato, dai sentori di ribes, e lievemente pepato. Un vino che si beve e al contempo glorifica questo verbo, troppo bistrattato ai danni del suo fratello minore più chic, degustare: bere, e bere in gran quantità.

La rossara fa parte del progetto “Vini dell’Angelo” di Proposta Vini, azienda trentina, la più importante forse per valorizzazione e distribuzione di vini da uve autoctone. “In Trentino, fino a pochi decenni fa, era intensamente coltivata nella Piana Rotaliana. A tutt’oggi esistono alcuni piccoli appezzamenti sopravvissuti alla sostituzione varietale”, leggo scritto su un piacevole libretto distribuito dall’azienda, dedicato al progetto. Obiettivo, in poche parole, è (ri)dare dignità a varietà autoctone coltivate storicamente in un dato territorio. Varietà che ovviamente non daranno mai grandi qualità, ma che riescono comunque a esprimere identità, e soprattutto sono di piacevolissima beva. Proprio come questa rossara di Zeni.

DP

LES EMIRS, L’INTENSO ROSSO DAL MONTE LIBANO, PER GLI AMANTI DELLA BEVA MEDITATIVA

Mi capita di bere vino anche solo per curiosità: curiosità di scoprire nuovi sapori, territori, peculiarità, oppure solo per il capriccio di bere bottiglie da luoghi esotici, enologicamente desueti, cose quasi praticamente introvabili. Il vino che ho in mano e bevo questa sera arriva dalla zona pedemontana della Bekaa Valley, in Libano. Non ho mai pensato di andare in Libano, il mio carattere italianocentrico mi suggerisce più le Marche o l’Abruzzo, però Google Maps mi dà un grande aiuto: la cantina francesizzante si chiama Chateau St. Thomas, castello di San Tommaso, e appare come un netto spartiacque tra la zona est (verdeggiante, in cui si vedono solo campi coltivati) e la zona ovest, da cui si innalza il monte completamente brullo e desertico. I prodotti della cantina sono distribuiti in Italia da Proposta Vini, il quale scrive sul catalogo 2021 come presentazione parole vaghe, del tipo: “questa azienda produce vini che affondano le radici in una lunghissima tradizione enoica che risale ai tempi dei Fenici”.

Troppa storia e iperbolici antenati rischiano di farmi venire la nausea, quindi provvedo subito a smorzare la curiosità e la sete (questa più facile da assecondare) aprendo semplicemente la bottiglia. Les Emirs, questo il nome, è un rosso intenso, da uve cabernet, cinsaut (coltivato in Francia nella Valle del Rodano, mentre da noi conosciuto come ottavianello e coltivato soprattutto in Puglia), grenache (cannonau), carignan (vitigno dalle origini spagnole). Millesimo 2012, con evoluzione in barrique per 12 mesi più altro affinamento in bottiglia; e infatti è molto chiuso. Non resta che berlo piano piano, aspettando che si ossigeni: ma lentamente, in bottiglia, senza decanter, e allo stesso tempo valutandone le trasformazioni sensoriali.

***

Lo sorseggerò per oltre tre ore, riservandomi un bicchiere per il giorno dopo. Questo il riassunto delle mie percezioni in ordine cronologico.

Ore 22:08. Colore rubino intenso, profondo. La prima esalazione, già solo girandolo nel bicchiere, indica una chiusura del vino, forse data dalla sosta protesa in bottiglia. Odori sgradevoli poco nitidi, rudi, cattivi; selvatici in senso sporco. Pronunciato è la nota alcolica, molto insistente e fastidiosa a lungo andare. Il tannino è molto astringente, invasivo. Insomma: un vino non equilibrato, scoordinato, i cui singoli elementi sembrano andare ognuno per la propria strada. Ne bevo poco, e aspetto.

Ore 22:42. Meglio. Emergono fievoli (ma non ancora posate) note erbacee, come di peperone; tenui sentori di cuoio sostituiscono quello che avevo chiamato “selvatico”. Una acidità più spiccata e controbatte il tannino. Nell’insieme un vino più sciolto, aprico, solare. Il profumo comincia a liberarsi dalle briglie del contenitore. Si scopre, sul finale, un piccola percezione di amarene sotto spirito. Anche se dura una nota legnosa e abbastanza verde.

Ore 23:14. Molto meglio. Il vino che inizialmente diceva poco o niente, pareva senza anima, adesso comincia a esprimersi chiaramente. Fiori rossi carnosi, appassiti, insieme a sentori di amarene sotto spirito prendono il sopravvento. La nota alcolica sgradevole si è trasformata in soffia etereo appena confuso al resto.

Ore 00.08 – 00.57. In questo arco temporale il vino da il meglio sé. Le conseguenze della lunga macerazione delle uve adesso si avvertono in maniera prominente, con note assuefacenti, ma educate, gentili; ora il vino esala la massima complessità. In bocca è ben bilanciato, forse le note sul finale sono ancora un po’ ruvide, amarognole per l’uso del legno troppo spinto.

Il giorno dopo, ore 12.21, il vino ha perso molto, quasi scarico, permane una spinta acida. Svanite le note di polpa rossa e matura. Lieve, molto lieve, un delicato ricordo di ciliegia e note tostate.

DP

ACCOGLIENZA E “HOSPITALITY”, VALORI FONDAMENTALI (E FONDANTI) DI CONTI THUN IN VALTENESI

È confortevole ritrovarsi in un’isola bucolica, aprica e felice, dopo un viaggio stramazzante tra il traffico e ancor peggio tra le rotonde, incommensurabili, della Valtenesi. L’azienda Conti Thun infatti ha sede in una splendida area di campagna, nel comune di Puegnago, dieci minuti circa da Salò. La cantina è un casale enorme, egregiamente ristrutturato, e tutto attorniato dalla campagna, filari vitati ovunque.

Appena entrato nella proprietà e dato uno sguardo qua e là, tutto si conferma come avevo previsto informandomi sul sito ufficiale: tutto è leziosamente ordinato ai fine dell’accoglienza, o per dire secondo i loro termini, dell’ “hospitality”. Come si può ben verificare, il sito (https://www.contithun.com/) è altamente ricercato, e non solo come grafica (immagini, font, spazi, paratesti, etc.) ma anche e soprattutto come linguaggio. Un linguaggio a me ostile e fastidioso, ma di gran moda, da “influencer”, che gioca grandemente con l’utilizzo di inglesismi (“wine experience”, “gift box”, e ovviamente non può mancare il viperino “location”).

Sarei stato immediatamente allontanato da questo tipo di comunicazione (che ovviamente oggi funziona), se non fosse che sono stato consigliato da persone di fiducia e per i prodotti che ho avuto modo di assaggiare precedentemente (distribuiti da Proposta Vini). In effetti l’edificio è proprio bello, e la stessa attenzione data alla comunicazione è data ai dettagli dell’arredamento. Il cortile è perfettamente in ordine, con tanto di tende e tavolini e sedie scelte adeguatamente (ossia ne troppo rustiche ne troppo “chic” – giusto per restare nell’esterofilia). Come sempre utilizzo la scusa di andare in bagno (una corrente di pensiero, anche abbastanza nutrita devo dire, sostiene infatti che dai bagni si capisca la cura di un locale) per curiosare, e in effetti le sale all’interno sono profumatissime, il marmo dei pavimenti riluccica e, come nel cortile, tutto è perfettamente in ordine.

Poco dopo arriva Vittorio, proprietario dell’azienda insieme a sua moglie. Mi racconta brevemente ma con chiare frasi le vicissitudine di Conti Thun e la storia, seppur breve, abbastanza intensa. Vittorio, originario di Torino, e sua moglie, invece di Bolzano, decidono di investire in Valtenesi, “credendo fortemente nel potenziale del territorio”, parole sue, e quindi nel 2017 rilevano la vecchia proprietà Masserino, che alle spalle aveva una cinquantina di anni. La direzione da seguire (ovvero, stando negli inglesisimi, che fanno sempre effetto, la “mission”) è quella di lavorare per raggiungere prodotti fatti bene, al fine di rapportarsi con una clientela medio-alta. Obiettivo sacrosanto: il Lago di Garda ne ha tutte le prerogative. La visione di Conti Thun è allargata, cosmopolita e più internazionale che non in altre aziende; epperò il tutto fa perno al territorio, che assolutamente deve essere identificato con una parola: qualità.

Il tutto è coerente con quello che vedo, e con quello che berrò. Non nasconde, Vittorio, la volontà non solo di vendere a ristoranti o enoteche, ma di lavorare direttamente col consumatore finale, tramite esperienze interattive e immersive, come tour in campagna (addirittura in elicottero mi racconta) o degustazioni guidate. È presente infatti nel casale anche una sala, accogliente e ben arredata anche questa, che funge da wine bar, anche per un semplice aperitivo in compagnia. In questa sala sono generosamente seguito con la degustazione dei loro prodotti. Cinque etichette (più una prodotta in Alto Adige, dove pure possiedono una piccola proprietà di famiglia); a oggi si conta una produzione di circa 50.000 bottiglie su un totale di 12 ettari (ma il potenziale è molto di più, circa il doppio, sulle 90.000 bottiglie).

La degustazione

Micaela. Un vino rosa base, “entry level”, dal colore tenue e pastello, un colore tipico del Rosa Valtenesi. Base groppello (80%), per un vino delicato, leggermente profumato e di grande scorrevolezza.

Rosa. Dal colore più verso l’aranciato si intuisce già la maggior complessità di questo vino rosa rispetto al primo. Più importante, acidità più spiccata, più caldo e strutturato (13 e passa gradi di titolo alcolometrico volumico effettivo). Un vino che sconsiglierei all’aperitivo, ma da godersi in un pasto anche importante. La bottiglia è scura, “così il contenuto è misterioso, una vino tutto da scoprire”, mi racconta Vittorio, in modo posato e tranquillo.

Gioia. Un bianco morbido, di spalle, molto avvolgente. Frutto dell’assemblaggio di riesling renano e incrocio manzoni, ma l’acidità non eccede, anzi è piuttosto spento il vino da questo punto di vista. Anche se rimane un bel vino pieno, caldo e soprattutto fruttato.

Contessa Lene. Questo è il vino prodotto a Bolzano, esattamente a Terlano. Un sauvignon coltivato in un appezzamento che confina con vigne di un noto prodotto della zona, mi confessa il proprietario. In effetti l’eleganza tipica dei bianchi alto atesini è riconoscibile; l’acidità, forse anche per il fatto di venire dopo il Gioia, è tagliente (bevo riesling nordici, quindi so che mi inganno, l’acidità è bellissima ma non tagliente). Un bianco molto profumato, “da manuale”, che però ha un suo carattere.

Leonardo. Un rosso molto rotondo, questa è stata la prima e più forte sensazione che ho avuto. Un assemblaggio con alla base il 50% di groppello e alle spalle 6 mesi di maturazione in barrique. Si avvertono le note tostate, ma nell’equilibrio complessivo si scorge una bella freschezza, e ne risulta un vino rosso, sì di spalle, ma molto godibile.

Michelangelo. Utilizza la tecnica dell’appassimento dell’acino prima della vinificazione, legno nuovo per la maturazione e l’uva è il marzemino.  Un vino rosso che ha tutte le premesse di un vino di struttura e importante, ma al momento dell’assaggio è ancora praticamente un nascituro (appena uscita la prima annata di produzione, la 2018), e non è possibile, a mio avviso, un giudizio. Mi ricorderò di assaggiarlo tra qualche anno.

DP