IL MIO “MERCATO DEI VINI” FIVI 2021. Appunti di degustazione

Dal 27 al 29 novembre 2021 si è svolto il decimo Mercato dei Vignaioli Indipendenti (Fivi), presso l’Expo della città emiliana. È una fiera, questa, diversa dalle altre (come Vinitaly o Merano Winefestival). In primo luogo perché si può comodamente noleggiare un carrello e acquistare, dopo averlo assaggiato, il vino desiderato, direttamente dal produttore. Si parla con il vignaiolo (almeno, nella maggior parte dei casi: talvolta, con le aziende più grandi, si ha a che fare con i responsabili marketing, a esempio Gianfranco Fino); e i modi sono meno formali, “terra-terra”, per così dire.

Altra differenza sostanziale (non per noi  che beviamo, ma per loro che vendono) è quella di pagare lo spazio espositivo in relazione agli ettari vitati (cosa che come capisco piace molto a tutti). Questo spazio poi è uguale per ogni azienda: 1 vale 1, e quindi ogni produttore ha a disposizione uno spazio che equivale a quello di un tavolo (circa 170×50 cm), disposti consecutivamente su più file, in un unico, enorme padiglione – diversamente dal Vinitaly quindi, dove più paghi e più lo stand è grande.

È una fiera poco “didattica” in cui però ci si diverte; non ci sono regole di disposizione (come la classica divisione per regioni), dove si può trovare uno dietro l’altro: Sagrantino umbro, incrocio manzoni trentino e gaglioppo calabro. Un esercizio per le papille gustative, diciamo così.

È un mercato dedicato al pubblico privato, per persone non del settore (ristoratori, stampa, sommelier) e lo capisco dall’attenzione che questi vignaioli dedicano ai molti, famiglie comprese, con il carrello. È, soprattutto, un evento di vignaioli per vignaioli: c’è scambio, confronto tra loro, un modo di ritrovarsi e aggiornarsi sul’annata; un reciproco rapporto di fratellanza che si ripete e si rinnova.

Nel complesso ho degustato qualcosa, appreso novità e bevuto molto, e talvolta molto bene. Di seguito qualche appunto di degustazione dei migliori vini assaggiati e dei vignaioli conosciuti (non esaustiva, chiaro).

 

Piacenza. , 27-29 novembre 2021.

Voglio iniziare andando sul sicuro, e quindi bevo il Mat della Cantina Concarena, un riesling camuno di espressività notevole e carattere (è un riesling parzialmente botritizzato); vino di punta del giovane vignaiolo Enrico Angeli. Lì vicino c’è Paolo Pasini dell’azienda omonima, direttamente dal cuore della Valtenesi; i vini già li conosco quindi bevo il suo straordinario metodo classico rosè Ceppo 326, un dosaggio zero che mi stimola l’appetito (e la sete).

Klinger, trentino. Azienda abbastanza recente, nata solo dal 2018; Lorena Pilati (è un’azienda di famiglia, di cognome fanno tutti Pilati) mi fa assaggiare le 3 etichette al momento disponibili (uscirà un Trento Doc). Tra tutte annoto un gewürztraminer interessante, molto minerale e fresco.

A seguire, lì a fianco (!) vengo a tu per tu con l’azienda agricola Il Ghizzo (Piacenza, Val Nure) e in particolare coi sui 3 tipi gutturnio: vivace, e superiore, e riserva. Molto interessante la riserva, tosta ma comunque piena e fresca.

Thomas Niedermayr. Una simpatica realtà di San Michele Appiano (vicino a Bolzano), che produce quasi tutti vini da Piwi, ossia da varietà resistenti. Mi piace subito il sauvignern gries molto rotondo e profumato eppure delicato. Tutti i vini sono sui 13-14 gradi. Non mi dice niente il solaris, che fa parziale fermentazione sulle bucce. Nel complesso sono bei bianchi, molto intensi e caldi, molto alcolici e strutturati.  Il sonnrain, parente del gewürztraminer, è molto, troppo aromatico. Notevole, invece, il pinot bianco 2017 con alle spalle un prolungato affinamento (acciaio e bottiglia). Un commento meritano pure le etichette, una grafica molto raffinata e essenziale basata su texture decorative.

Incontro poi Vosca, un’azienda relativamente piccola, al confine con la Slovenia. Bevo una ribolla gialla molto leggerina, un friulano di carattere, una malvasia delicata e lunga, e per chiudere (in bellezza) un riesling rotondo, minerale (e fresco).

Se trovo bonarda frizzante mi fermo sempre, quindi mi trattengo dall’azienda Il Molino, produttori di Rovescala (Oltrepò) e bevo una Bonarda frizzante molto vivace e una bonarda ferma, nella loro linea classica. Poi della linea più alta, i cru, bevo Olive di Levante, rosso frizzante base croatina e 8 mesi di rifermentazione; un corpo pazzesco e una bolla piacevolissima. Altro grande vino dell’azienda, che è un altro cru è Povromme, ossia “povero uomo”, riferito al contadino che lavora quel campo (i vigneti nell’Oltrepò hanno una pendenza elevata): una croatina ferma intensa ma non scorbutica,  rotonda (il tannino è levigato, pare setoso). Annoto subito con un *.

Non ho un ordine logico, se non scorrere di tavolo in tavolo. Così ritrovo Rado Kocjančič  (San Dorligo della Valle, Trieste) e mi fermo. Vitovska fresca e mineralissima. Malvasia istriana 4 giorni di macerazione e 1 anno di legno  grande, delicatamente aromatica, è idem molto mineralite. Poi Brezanka, un blend di 15 varietà e 1 anno di botte, vigne storiche: un bianco intenso, rotondo e caldo, grasso e largo che sicuramente devo mangiarci qualcosa. Ma rimando, perché mi offre Pasik, che è un suo particolarissimo passito da moscato giallo.

Lupinc (Prepotto, Trieste). Qua bevo sicuramente uno dei due rossi che più mi hanno impressionato in questi giorni (l’altro è un cru di Maccario, un rossese di Dolceacqua). Si tratta di un terrano, 2018, leggero frutto appena accennato, profondo, lunghissimo, carsico (a pensarlo lo sento ancora in fondo alla gola). Lo bevo dopo una vitovska, 14 giorni di macerazione, epperò molto delicata e per niente invasiva.

Ritorno al Gutturnio, con Barattieri (Val di nure, Albarola, Piacenza), classico taglio 60% barbera e 40% croatina (bonarda, come la chiamano loro), gustoso con acidità elevata. Bevo poi un incantevole Vin Santo, appassito da malvasia aromatica di candia: un nettare succoso e profondo, dai profumi evocativi e esotici di datteri e frutta candita. Appassimento su dei graticci per 4 mesi circa, 8 anni in caratelli 2 in bottiglia. Eccezionale.

Ci passo davanti e non posso snobbarlo, Graziano Prà. A servire c’è il figlio; mi limito a bere il Soave d’annata e il Soave 2016, cru del Colle Sant’Antonio, il quale raccolto passa 2 anni in botte grande, più affinamento in bottiglia, prima di entrare in commercio.

Zohlhof, Valle Isarco (Chiusa), Alto Adige. Piccolissima realtà di circa 3 ettari o poco meno, 10.000 bottiglie di produzione,  praticaemnte quanto bastano per il Mercato Fivi penso. Bianchi della zona (come Sylvaner), molto minerali e freschi.

Faedo (Trentino) è un paese piccolissimo poco sopra San Michele all’Adige eppure sono presenti quasi 5 aziende atte alla produzione del vino. Pojer e Sandri è quella più rinomato; oggi però scopro Graziano Fontana, una azienda familiare da circa 20.000 bottiglie l’anno. Bevo vini d’annata e diffusi nella zona, muller thurgau, sauvignon, chardonnay, pinot nero e lagrein.

È grande gioia quando vedo aziende friulane (e goriziane), soprattutto se non le conosco. La bella sorpresa è Ferlat (Cormons, provincia di Gorizia). LA sorpresa della sopresa sono i suoi due pinot grigi macerati (che non sono ramati, ma proprio arrossati). Fruttatissimi di lampone, avvolgenti, vini eleganti oltre che divertenti. Il prima, la “base” fa solo 7 giorni di macerazione, il secondo è una riserva dedicata alla figlia, il nome è infatti Rosa Carlotta, caratterizzata da un’etichetta molto bella che colpisce l’occhio immediatamente. Della stessa azienda trovo notevole il verduzzo, in versione secca (comunemente è utilizzato per vini dolci),il quale fa 7 giorni di macerazione e 1 anno di botte: molto erbaceo e grattante, ma il cui abbinamento al cibo potrebbe essere molto curioso. Anche il moscato fa 7 giorni di macerazione e, inoltre, cosa ghiotta, passa un anno in botti scolme. Una bella chicca.

Di palo in frasca come mai; dopo il Collio passo al Cilento. Luigi Maffini, Giungano, Salerno; vicino a Paestum. E infatti i nomi si richiamano tutti alla tradizione dell’antica Grecia. Kratos è un fiano molto elegante; Pietraincatenata, è sempre fiano ma che passa in barriques, il nome deriva da una leggenda di un paese vicino, Trentinara, e è interessante quanto il vino stesso. Poi bevo l’aglianico nelle 3 versioni che producono3 etichette. Kleos la “base”, Cenito, dal nome della località, che matura 10 mesi in barriques di primo passaggio, il cui risultato è un tannino sì molto marcato ma anche smussato, con una confettura di frutta rossa notevole. Per ultimo il Siopé, ossia “silenzio”, e si riferisce al silenzio presente in vigna dove nasce questo cru, località Giuliano.

Vedo Marco Comai dell’azienda agricola Comai di Riva del Garda, conosco già i prodotti e provo a resistere e so che si va sul sicuro (per altro ho assaggiato di recente le nuove annate); tuttavia, come sempre succede sono debole e ci casco, e inoltre, come si dice, repetita juvant. Bevo il suo prodotto più recente, un rosso da taglio bordolese classico, che non credo sia nemmeno in commercio, sicuramente non ha ancora nome e nemmeno etichetta: solo l’essenza: grande carattere, un imponente contenuto, un grande potenziale; il resto è ausiliario.

La psicoanalisi mi sta sulle balle, Freud non lo sopporto, ma da Gianfranco Fino mi fermo a bere lo stesso. Assaggio il Se, primitivo vigna giovane, e già mi soddisfa; Es, primitivo per gaudenti è vino per gaudenti, mi rasserena. Io è un negroamaro dalla nota fortemente balsamica. Infine, assaggio il suo Primitivo dolce naturale, dolce e tannico allo stesso tempo; molto interessante e non credo ci sia questo bisogno di abbinarlo per forza a qualcosa.

Lì di fianco sta Gabriele Furletti della Cantina Furletti, Riva del Garda. Conosco e bevo già i suoi ma non ho assaggiato le nuove annate quindi ne approfitto. Beve due strepitosi bianchi, due riserve, pinot grigio e incrocio manzoni. Bevo infine il pinot nero e lo rivaluto, avendo il ricordo di pinot nero dell’anno prima più scorbutico.

Grosjean, Val d’Aosta. Notevoli rossi tipici della zona alpina. Ma sono incazzato perché non mi hanno fatto assaggiare il pinot nero (sostenendo di averlo finito).

I fabbri, zona del Chianti Classico. Li chiamano i “montanari” perché la zona di Lamole si trova a un’altitudine di 450-680 m slm, praticamente la zona più alta dedicata alla coltivazione del sangiovese. Qua assaggio Chianti gustosi e molto fini.

A un certo punto vedo due angeli che servono vino e affabilmente lo spiegano; pensavo di avere una visione invece scopro che sono le due ragazze della cantina Mustilli, le figlie dei proprietari, preparate quanto aggraziate (una delle due sembra uscita da un quadro di Raffaello). La cantina si trova in provincia di Benevento e produce dei strepitosi vini sanniti, dai propri 15 ettari. Bevo falanghina, versione bianco fermo e poi metodo ancestrale; un greco, molto tondo. Degno di nota è il piedirosso, sia nella versione classica che in quella riserva.

Messnerhof (Bolzano), che già conosco e so che è una cantina piccolissima (2,5 ettari). Poche bottiglie ma tutte di media qualità. Il sauvignon è fragrante e succoso.

Passeggiando scorgo Cristina Inganni e dunque non posso non fermarmi a salutarla, anche i vini di Cantrina li bevo spesso; con il fascino che la contraddistingue mi serve il rosso di struttura Nepomuceno, nell’annata appena uscita in commercio (2017), che mantiene la balsamicità che già conosco e il pinot nero, polposo e intenso, che ancora non sa se far uscire (nel frattempo mi tengo pronto).

Con Pojer e Sandri sarò veloce perché non c’è dire poi chissà che; già si sa. Bevo muller 2020, Faye bianco, Faye rosso, e Essenzia (che non ricordavo, e che quindi mi ha colpito in modo estremamente positivo come la prima volta che l’ho bevuto).

Castel Juval (Naturno Val Venosta, Alto Adige), idem come sopra. Riesling forse tra i più equilibrati in Italia.

Nello spazio che ospita la Cantina del Vesuvio una ragazza incantevole mi serve Lacryma Christi in versione bianco (100% caprettone) e rosso (100% piedirosso). Vini ottimi sia nella linea classica che in quella riserva (che matura in botti di legno).

Di sfuggita passo da Picchioni (Canneto Pavese, Oltrepò), perché tutti i suoi prodotti sono di notevole qualità e quindi non si può non approfittarne. Però sono bravo e (ri)assaggio la sua selezione di Buttafuoco, Bricco Riva Bianca.

A circa 100 m di distanza riconosco un sorriso singolare che ben conosco, stampato su una faccia che non si dimentica; è sicuramente Davide Lazzari della cantina omonima di Capriano del Colle (Brescia). Sono patriottico e allora con vado a salutarlo approfittandone per bere il suo Bastian Contrario (trebbiano botritizzato) a cui segue un Fausto vendemmia 2016.

Piero Pan è tappa obbligatoria, per la freschezza e la mineralità dei suoi vini. Soave classico 2020, 85 garganega e 15 trebbiano. Calvarino cru, 70 garganega 15 mesi in cemento. Piro Pan è un’azienda piuttosto grande, 70 ettari e 650.000 bottiglie prodotte l’anno. La signora Pan è molto affascinante, elegante e distinta. Assaggio anche Valpolicella e Amarone (della cosiddetta Valpolicella “allargata”) ma non mi entusiasmano.

Torno nel bresciano e assaggio i riesling dell’Agricola Valcamonica in una mini ma preziosa verticale 2018, 2017, 2015 e infine, a sorpresa, un 2013. Bevo inoltre della stessa azienda l’incrocio manzoni, il Piwi sauvigner gries, e un opulento marzemino, che però non mi emozionano come i riesling.

Torno nella Piacenza collinare, in Val Nure, perché scorco in tralice la celebre azienda La tosa. Lo stesso Stefano Pizzamiglio, proprietario tanto modesto dai modi semplici mi fa una rassegna dei suoi prodotti. Tutti dimostrano qualità notevole; segnalo per mio gusto personale il Gutturnio frizzante Terrafiaba.

La sardegna del vino è molto varia e tutta allo stesso modo meritevole di assaggio. A Nuoro c’è una bella concentrazione di vini eccelsi. Qui al mercato vedo Berritta Dorgali e quindi faccio tappa. Bevo il panzale, un bianco autoctono dalle notevoli potenzialità di invecchiamento; senza tralasciare le loro varie interpretazioni di cannonau.

Valla Viticoltori (Piacenza, Val tidone, confinante con l’Oltrepò). Bevo un ottimo Ortrugo (“Dieci Lune”) rifermentato in bottiglia, un giorno di macerazione, da cui ne deriva una bella matericità un carattere personalissimo.  Interessante anche il Gutturnio (“Come una volta”) rifermentato, 15 giorni macerazione.

Da Cesconi sorvolo, avendo in programma una visita direttamente in cantina; però non sono un allocco e mi permetto l’assaggio del loro vermuth Lynx. Un vino (il vermuth è vino, seppur aromatizzato) da uve lagrein ecaratterizzato da infuso di artemisia. Delicato e strutturato insieme; note officinali e invitanti. Perfetto credo per qualsiasi occasione e qualsiasi momento del giorno.

Ancarani. Qui scopro una bella azienda, sita tra Faenza e Forlì. Assaggio un trebbiano rifermentato Indigeno. Bel rifermentato, con sentori di lieviti e non riduzione (zolfo). Famoso Le signore,  aromatico, molto fruttato come di albicocca, (il vitigno famoso è della famiglia delle malvasia). Poi Albana Perlagioia molto più grasso e caldo. Santa Lusa, albana che cresce sulla sabbia, con un po’ di macerazione sulle bucce che conferisce una tannicità leggera. Andataeritorno macerato, stile ossidativo, albana e famoso con piccola percentuale di trebbiano. Infine il centesimino (stessa famiglia del cannonau e della grenache in genere), un rosso appena speziato, dal tannino morbido; caldo, floreale, dotato di un leggero accenno di frutta rossa.

Da Maccario Dringenberg (San Biagio della Cima, Imperia) bevo il rosso più sorprendete della giornata (non perché sia il più buono, ma perché le aspettative della zona e del vitigno erano bassissime). Una bella signora mi serve di seguito 6 vini da sei bottiglie diverse con etichette nobilitanti, facilmente riconoscibili. Sono tutti vini rossi da uva rossese, varietà a bacca rossa tipica della Liguria. La differenza sta nei terreni. Infatti le 5 etichette (la sesta è un assemblaggio) rappresentano 5 diversi cru (il rossese è marcatore di territorio, mi spiega la signora, come può essere il nebbiolo). Bevo allora Settecammini, Posaù, Namenlos da terreni calcarei; Luvaria da un terreno argilloso (e questo è il mio preferito) e Curli da zona più minerale e ferrosa.

Della cantina Mos (Valle di Cembra,Trentino), bevo un riesling e uno chardonnay; ma segnalo le importanti e ben fatte etichette in onore di Fortunato Depero.

D.P.

DA DAVIDE LAZZARI, SOSPESI SUL COLLE DI CAPRIANO

Sembra impossibile a pensarci, eppure è proprio così: lì, tra le lande infinite della pianura coltivate a frumento, tra cascine, abnormi allevamenti di maiali e capannoni industriali; proprio lì, nel mezzo della Bassa Bresciana, si innalza – seppur leggermente – una collina inimmaginabile e di non poca estensione: aprica, ridente, solare.

Sono arrivato a Capriano del Colle, un paesino di circa 4,5 mila anime, posto a metà strada tra Brescia e Barbariga, il paese del Casoncello. La sorpresa è tanta, perché qui tutto è diverso. Dove sono capitato? È sufficiente oltrepassare il fiume Mella dalla pianura e si è trasportati in un ambiente opposto alla monotonia padana: vegetazione rigogliosa, alberi in fioritura da set cinematografico (sono i primi giorni di primavera), contadini sorridenti e piuttosto anziani che mi salutano; e, soprattutto, tanti, tantissimi campi vitati.

Sono arrivato dalla parte opposta della provincia per conoscere Davide Lazzari e visitare la cantina di famiglia. Davide è un parlatore dalla capacità innata, conosce precisamente il suo mondo e ancora meglio lo esprime benissimo, con scioltezza e semplicità. Lui rappresenta l’azienda in Italia (e nel mondo), mentre il fratello, il padre e il nonno – il fondatore dell’azienda – si occupano delle parte agronomica e vinificazione. “C’è molta complicità tra di noi, mettiamo sul tavolo le singole idee e le discutiamo”, mi dice Davide, “anche se a volte ‘begóm’”, scherza.

Forse è per questo, intuisco, che l’azienda ha trovato un certo prestigio nel panorama bresciano, nonostante la poca considerazione del territorio a livello vitivinicolo (Capriano è una DOC), non solo in Italia, ma pure all’interno della provincia. C’è alle spalle un sottile lavoro di promozione, oltre che ovviamente di ricerca qualitativa del vino, che si percepiscono in Davide in maniera chiara e netta. “Capriano del Colle non è conosciuto e ne siamo consapevoli; quindi bisogna lavorare sulla identità”, dice. Che si traduce in un grande lavoro in vigna, dando al suolo il vessillo di caratterizzazione.

Concetto di terroir che si sviluppa sui terreni del Monte Netto, così lo chiamano qua, “monte”, anche se l’altitudine massima è di soli 133 m s.l.m., e “netto”  per due ragioni possibili: “perché è da sempre ‘pulito’, privo di vegetazione, oppure ‘piano’, perché appare come tagliato”, mi spiega Davide. Il suolo qua è composto prevalentemente da argilla rossa, ricco di ferro per l’accumulo derivato dal fiume Mella, che scende dalla Valtrompia.

Tre sono gli appezzamenti dell’azienda: Feniletti, Le Brede e il Brolo di San Lorenzo; quest’ultimo forse il più romantico per il suo confinamento con la Chiesa di San Michele Arcangelo, dal campanile altissimo. In totale 9 ettari vitati, per un totale di circa 45 mila bottiglie annue. “La vigna è la parte caratterizzante”, non smette di ricordarmi mentre ci camminiamo vicino, ”la cantina serve solo a trasformare quello che ci sta qua davanti”. È un giorno di foschia, peccato, perché altrimenti dal punto in cui mi trovo si vedrebbero a sud gli Appennini e a nord le Alpi: un’isola ben definita che galleggia sul mare della Pianura Padana: ecco come mi appare ora Capriano del Colle.

Poi però torno alla realtà e comincio a avere sete. Propongo a Davide di tornare in cantina e provare i suoi vini (chissà altrimenti quanto sarebbe stato lì ancora a spiegarmi il loro lavoro in campagna). Le etichette sul mercato a oggi sono 5 (più un metodo classico, Adamah, di recente produzione), i cui vitigni cardine sono marzemino per il rosso e la turbiana per i bianchi. Il Fausto è “il vino del nonno”, a lui dedicato, e è un bianco di carattere.  Berzamì, ovvero marzemino in dialetto locale, è una delle espressioni più accattivanti che abbia mai bevuto di questa uva: piacevolmente speziato, acidità giusta, e di corpo fine. Adagio è un rosso rotondo, di struttura non troppo intensa e piuttosto di beva (anche troppo). C’è poi la Riserva degli Angeli, massima espressione del rosso prodotto in azienda, il cui vino è frutto di un diradamento intenso in vigna. Il vino che preferisco però, nemmeno a dirlo, è il Bastian Contrario: un bianco intenso e penetrante, dal corpo avvolgente e al contempo dotato di una acidità tagliante. Vino prodotto da uve attaccate parzialmente da muffa nobile, e vinificato in maniera attenta. Speriamo riesca a durare anche nella mia cantina per un po’ di tempo, così da conoscerne il comportamento in evoluzione. Ma la vedo dura.

DP