DA DAVIDE LAZZARI, SOSPESI SUL COLLE DI CAPRIANO

Sembra impossibile a pensarci, eppure è proprio così: lì, tra le lande infinite della pianura coltivate a frumento, tra cascine, abnormi allevamenti di maiali e capannoni industriali; proprio lì, nel mezzo della Bassa Bresciana, si innalza – seppur leggermente – una collina inimmaginabile e di non poca estensione: aprica, ridente, solare.

Sono arrivato a Capriano del Colle, un paesino di circa 4,5 mila anime, posto a metà strada tra Brescia e Barbariga, il paese del Casoncello. La sorpresa è tanta, perché qui tutto è diverso. Dove sono capitato? È sufficiente oltrepassare il fiume Mella dalla pianura e si è trasportati in un ambiente opposto alla monotonia padana: vegetazione rigogliosa, alberi in fioritura da set cinematografico (sono i primi giorni di primavera), contadini sorridenti e piuttosto anziani che mi salutano; e, soprattutto, tanti, tantissimi campi vitati.

Sono arrivato dalla parte opposta della provincia per conoscere Davide Lazzari e visitare la cantina di famiglia. Davide è un parlatore dalla capacità innata, conosce precisamente il suo mondo e ancora meglio lo esprime benissimo, con scioltezza e semplicità. Lui rappresenta l’azienda in Italia (e nel mondo), mentre il fratello, il padre e il nonno – il fondatore dell’azienda – si occupano delle parte agronomica e vinificazione. “C’è molta complicità tra di noi, mettiamo sul tavolo le singole idee e le discutiamo”, mi dice Davide, “anche se a volte ‘begóm’”, scherza.

Forse è per questo, intuisco, che l’azienda ha trovato un certo prestigio nel panorama bresciano, nonostante la poca considerazione del territorio a livello vitivinicolo (Capriano è una DOC), non solo in Italia, ma pure all’interno della provincia. C’è alle spalle un sottile lavoro di promozione, oltre che ovviamente di ricerca qualitativa del vino, che si percepiscono in Davide in maniera chiara e netta. “Capriano del Colle non è conosciuto e ne siamo consapevoli; quindi bisogna lavorare sulla identità”, dice. Che si traduce in un grande lavoro in vigna, dando al suolo il vessillo di caratterizzazione.

Concetto di terroir che si sviluppa sui terreni del Monte Netto, così lo chiamano qua, “monte”, anche se l’altitudine massima è di soli 133 m s.l.m., e “netto”  per due ragioni possibili: “perché è da sempre ‘pulito’, privo di vegetazione, oppure ‘piano’, perché appare come tagliato”, mi spiega Davide. Il suolo qua è composto prevalentemente da argilla rossa, ricco di ferro per l’accumulo derivato dal fiume Mella, che scende dalla Valtrompia.

Tre sono gli appezzamenti dell’azienda: Feniletti, Le Brede e il Brolo di San Lorenzo; quest’ultimo forse il più romantico per il suo confinamento con la Chiesa di San Michele Arcangelo, dal campanile altissimo. In totale 9 ettari vitati, per un totale di circa 45 mila bottiglie annue. “La vigna è la parte caratterizzante”, non smette di ricordarmi mentre ci camminiamo vicino, ”la cantina serve solo a trasformare quello che ci sta qua davanti”. È un giorno di foschia, peccato, perché altrimenti dal punto in cui mi trovo si vedrebbero a sud gli Appennini e a nord le Alpi: un’isola ben definita che galleggia sul mare della Pianura Padana: ecco come mi appare ora Capriano del Colle.

Poi però torno alla realtà e comincio a avere sete. Propongo a Davide di tornare in cantina e provare i suoi vini (chissà altrimenti quanto sarebbe stato lì ancora a spiegarmi il loro lavoro in campagna). Le etichette sul mercato a oggi sono 5 (più un metodo classico, Adamah, di recente produzione), i cui vitigni cardine sono marzemino per il rosso e la turbiana per i bianchi. Il Fausto è “il vino del nonno”, a lui dedicato, e è un bianco di carattere.  Berzamì, ovvero marzemino in dialetto locale, è una delle espressioni più accattivanti che abbia mai bevuto di questa uva: piacevolmente speziato, acidità giusta, e di corpo fine. Adagio è un rosso rotondo, di struttura non troppo intensa e piuttosto di beva (anche troppo). C’è poi la Riserva degli Angeli, massima espressione del rosso prodotto in azienda, il cui vino è frutto di un diradamento intenso in vigna. Il vino che preferisco però, nemmeno a dirlo, è il Bastian Contrario: un bianco intenso e penetrante, dal corpo avvolgente e al contempo dotato di una acidità tagliante. Vino prodotto da uve attaccate parzialmente da muffa nobile, e vinificato in maniera attenta. Speriamo riesca a durare anche nella mia cantina per un po’ di tempo, così da conoscerne il comportamento in evoluzione. Ma la vedo dura.

DP

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