Camillo Langone chiede, in una delle sue ultime Preghiere sul Foglio, sarcasticamente – ma forse no – i funerali della polenta. Perché? Perché non la fa più nessuno, nelle osterie, nelle trattorie, a casa; nemmeno al Nord, patria dei polentoni per antonomasia; per mancanza di tempo, così dice, che così gli han detto. E forse è vero: il turismo ormai è capillare, l’educazione al cibo è scomparsa dalle famiglie, nelle case, soprattutto lì, qui, al Nord. E i tanti ristoranti devono adattarsi se vogliono vivere, con piatti ahinoi più commerciali (amatriciana e carbonara, appunto, diventati un po’ come i vini “barricati” di qualche anno fa).
Tancredi Muchetti, il pittore contadino
La polenta, in più, necessita spesso di un accompagnamento, o meglio, la polenta accompagna quasi sempre un piatto principale (che so: lumache, uccelli in padella, coniglio al forno, cervo in umido, salmì di lepre, stracotto d’asino, cotechino, frattaglie, spiedo bresciano, pernice,… orso – se sia è in Slovenia, per il momento), almeno che non sia polenta cùsa (detta anche concia, o la taragna, o et simila). Piatti difficili, per un mondo sempre più fatto di gente dai palati appiattiti, anestetizzati, privi di curiosità. E poi per farla buona serve la farina giusta, contenitore giusto (ramino), la cottura giusta (stufa a legna). Serve passione. L’amore, come scrive Langone, e qui ha ragione. Insomma il gioco, capisco, può non valere sempre la candela (fare la polenta in un città come Milano dove la gente chiacchiera attorno alla banana di Cattelan mentre cerca poke o il ristorante etnico più strambo? Roba da matti).
Polenta nel ramino, insieme avvolti dal fuoco della stufa
Non si creda però sia finita, non si scoraggi l’amico ottimo mangiatore (che è anche ottimo bevitore). Passione ce n’è ancora: è presente, pulsa, a ritmi fievoli e alternati anche qua, beninteso, ma pulsa, la fiammella è ancora viva, nella provincia. E tra i provinciali, ovviamente. Un dato che tengo a sottolineare, dato che da alcuni anni – colpa del temibile smartworking – è consuetudine tra i cittadini (così chiamiamo gli abitanti della città) andare a abitare in villette dislocate di provincia, scegliendo – aggravante – di avere zero contatti con la comunità, restando volontariamente senza un’appartenenza chiara (una specie di apolidi interni autoindotti). Conosco molti locali che ancora non mollano, ristoranti per di più in luoghi turisticamente affollati. Si prenda però per questa volta un piccolo, intimo e caldo esempio privato, e basti e avanzi come simbolo di resistenza.
Ottorino Garosio, una natura morta in collezione privata
Metti alcuni amici attorno al tavolo, avvolti dal tepore di una stufa a legna e dalla musica di un vinile. Si fa un antipasto discreto ma grassissimo, buonissimo, dell’ottimo salame appena stagionato, formaggio di malga delle Prealpi (ci sono tante malghe nel bresciano, e tantissimi formaggi di malga); tanti vini (qua siamo un po’ fighetti, non solo vini locali ma c’è spazio pure per riesling tedeschi, rossi alto atesini, champagne). Intanto la polenta cuoce nel ramino, dentro – fisicamente – la stufa, avvolta dal fuoco come dall’intimo delle membra di una donna.
Luciano Cottini, Mucchi di Fieno (Capitolium Art)
Si discute del più e del meno, cose semplici. Si parla anche di artisti provinciali: come Tancredi Muchetti, il pittore contadino; come Bravi, astrattista bresciano; come Ottorino Garosio, il professor Luciano Cottini, profondo pittore della Bassa, il carnale e dionisiaco Ugo Aldrighi, l’ormai sconosciuto Antonio Valencia, Federico Severino – folgorante scultore ormai relegato a essere solo “il figlio di”, oscurato dal grande filosofo Emanuele, suo padre.
Una brutta foto del piatto. Polenta e lumache (invero un po’ brodose, ma che buono intingerci la polenta!)
Tutti artisti ormai dimenticati, ma non del tutto. Come non è del tutto dimenticata la polenta, che arriva ora servita su una polentiera antica, evocatrice. Arrivano le lumache, già sgusciate e cotte lungamente insieme a apposite verdure. E via con la festa. Il vino scorre. E la polenta è lì, gibbosa e piena di salute, simbolo di resistenza: perchè la polenta è viva, si mangia ancora, e ancora accompagna le serata in compagnia. Lì, qui, certo, nella quiete della provincia.
Arrivo alle porte del Vittoriale degli Italiani, Villa Adriana dei tempi nostri, in quello splendido comune di quello splendidissimo luogo del Garda che è Gardone Riviera, e un pensiero mi torna alla mente, caldo e limpido come fosse lì lì reale e concreto. Lo rileggo: “a volte, l’offerta supera a tal punto la domanda che d’Annunzio preferisce negarsi. L’affollamento al cancello del Vittoriale lo spinge al sacrificio della cernita”. Sono le parole di Giordano Bruno Guerri prese da un libro, un classico ormai indispensabile, che a prenderlo in mano ancora pulsa, scotta, di vita e bellezza, manie e vizi, amori, passioni: mai nessuno, credo, è riuscito a penetrare la vita del Vate così profondamente nel suo intimo e a restituircela – coinvolgendoci come se fossimo partecipi collaboratori, comparse della stessa pièce – come ha fatto Guerri ne La mia vita carnale. Amori e passioni di Gabriele d’Annunzio (Mondadori,2013).
Ma “affollamento”, addirittura! Si sa che d’Annunzio era grande amatore, aveva avuto tantissime amanti; ma tanta richiesta, la fila fuori da casa! Ma quanti anni ha vissuto d’Annunzio? secoli!? E quante donne ha avuto!? Eppure a rileggere Guerri la cosa – per il Vate, è chiaro – è scontata. Generoso (ricopriva di regali, costosi e raffinati, ogni amante), esteta, formidabile a letto, uomo di fama e prodigi (in tutto l’Occidente se ne parlava come grande letterato e come eroe coraggioso, si veda l’impresa di Fiume)… quale donna avrebbe rinunciato a diventare sua “badessa” e chiudersi per un “capitolo notturno” nella sontuosa Stanza della Leda, il luogo sacro e profano in cui si consumavano gli incontri amorosi?
Quanta pazienza, quanto rigore nel libro di Guerri, in cui la sprezzatura dello storico riesce a nascondere il grande lavoro di ricerca e riordino delle fonti (diari e lettere per lo più) a favore di una narrazione romanzesca (che di romanzo non ha nulla) con una visione insieme distaccata e affettuosa. La base del libro sono le memorie di Aélis, ossia Amélie Mazoyer, la sua cameriera (e amante, è ovvio) di fiducia, “la donna che più di tutte e più a lungo assistette alle sue imprese erotiche”, per usare le parole dell’autore. Di qui un’avventura, o meglio, una storia di infinite avventure – squisitamente erotiche ma per nulla pornografiche – che si dipanano lungo tutta la permanenza del Vate nella sua dimora, dal 1921, a 58 anni, fino alla morte, avvenuta di colpo (“si era sempre augurato una morte folgorante e fuori dal letto, e ottenne anche quella”) l’1 marzo 1938.
Roberto Ferri, Le tentazioni di sant’Antonio, 2023
Avventure che rivivono ora grazie a una mostra curata da Camillo Langone, I Censurati. Nudo e censura nell’arte italiana d’oggi – il motivo per cui mi trovo al Vittoriale – in cui ogni opera è accostabile, almeno secondo la mia viziosa fantasia, a ognuna delle amanti possedute dal Vate e tanto bene descritte da Guerri. Un valido memento delle imprese amorose consumate in questi locali, insomma. Una mostra in cui a prevalere sono la figura e la pittura (del resto il curatore lo ha ribadito poco tempo fa: “la pittura è la sintesi delle arti, linguaggio immediato e universale capace di concentrare il mondo in un metro quadrato di tela”, scrive a proposito del PremioEccellenti Pittori – Brazzale). E dove c’è tanta, tantissima carne, tantissime “artistiche tette”, un carnevale di capezzoli.
Immagino che anche Langone abbia dovuto effettuare una grande cernita di opere di nudo (“l’affollamento al cancello” dev’essere cospicuo). Titolo e sottotitolo sono esplicativi: la cornice tematica della mostra è in sintesi la censura da parte dei social di alcune opere di artisti viventi, il cui mezzo di comunicazione però è fondamentale per il proprio lavoro. “I pittori viventi nei musei non ci sono e per loro la vetrina di Instagram è vitale”, scrive Langone, “un quadro che non compare su internet praticamente non esiste… Bloccare il profilo di un pittore è molto vicino a impedirgli di dipingere”.
E aggiunge, sempre il curatore: “la censura è cronaca, un fenomeno che digitale e correttezza politica hanno rilanciato e oggi si rivela in espansione in ogni parte del mondo e in ogni ambito culturale. Pertanto I Censurati è mostra di urgente attualità: espone i nudi recenti, censurati o comunque censurabili, dei migliori artisti italiani viventi che si sono cimentati con tale classicissimo genere”.
Sulla rapporto tra censura e arte contemporanea, arte e politicamente corretto tanto ci sarebbe da pensare e da dire (così veloce mi vengono in mente due titoli, L’arte sotto controllo di Carole Talon-Hugon e La cultura del piagnisteo di Robert Hughes, editi qua in Italia rispettivamente da Johan&Levi e Adelphi. E qualche artista; per fare qualche nome: Woody Allen, Balthus, Schiele, Waterhouse). “Destituire il capezzolo sia destituire la donna, la maternità, la riproduzione sessuata?”, si chiede Langone. Insomma, attualità buia e distopica cronaca: questioni troppo stressanti. E poi ciò mi porterebbe a vedere la mostra con occhiali tristissimi , e io sono più avvezzo al bicchiere mezzo pieno (e sono di quelli che lo vorrebbe sempre pieno), e quindi nella mostra del Vittoriale ci vedo solo edonismo: sofisticato e dannunzianissimo edonismo.
***
I Censurati è un’esposizione chiara, pulita, essenziale – come il bianco della pareti dell’edificio, come il catalogo edito da Liberilibri, come la prosa del curatore – e il contrasto tra l’ambiente ascetico di questa con l’horror vacui della Prioria rende ancora più interessante l’impatto all’entrata di Villa Mirabella. La mostra si svolge idealmente tra due poli, tra due opere di due artisti tra i principali del panorama italiano contemporaneo, opposti tra loro, ma egualmente formidabili: Enrico Robusti – dal vorticoso e spaesante dinamismo, dalla spumeggiante e scoppiettante energia, tutto un turbinio di cose, quasi fosse un lambrusco rifermentato in bottiglia (infatti l’artista è emiliano) – e Giovanni Iudice – dall’atmosfera distesa e languida, morbida e calda, e setosa (un passito di Pantelleria?).
Proprio come il ritiro gardesano di d’Annunzio, dipanatosi tra le figure di due donne per temperamento, carattere e provenienza diametralmente opposte, ma unite dal comune affetto e dalla stessa passione per il Vate (entrambe lo accompagneranno, nonostante tutto, fino alla morte): Aélis e Luisa Baccara.
La proclamazione di Miss Vomito, 2022
Giovanni Iudice, Nudo e bottiglie , 2004
Di Aélis, l’autrice del diario sopramenzionato, la governante “amica-servitrice”, la confidente numero uno del ‘priore’, col tempo pure l’amante, la “complice, ruffiana e all’occorrenza terza di un triangolo”, si sappia che deve il suo nome a, per usare le parole di Guerri, “un’abilita non comune nella fellatio”. Il nome ‘aélis’, infatti, è un richiamo al francese hélice, elica. Tra tutte le donne del Vittoriale è l’unica che rimane sempre al centro della scena, e quella che viene trattata con un rispetto singolare, quasi di affettuosa amicizia. Una donna di origini umili, ma dal carattere autorevole, ricca di vitalità, mai ferma, briosa.
Di Luisa Baccara, detta Smikrà, la convivente veneziana, l’amante ‘ufficiale’ si potrebbe dire, pianista e di origini altolocate, l’immagine si fa più melanconica. Innamorata di un amore autodistruttivo e praticamente inutile, gelosa e rancorosa, Luisa non sarà mai capace di lasciare il Vittoriale, facendosi abbandonare a una dolce sofferenza, fatta di speranza e ricordi (d’Annunzio la paragonava nel corteggiamento alle figure di Giorgione).
Ecco perché mi compiaccio del mio personalissimo doppio accostamento: Aèlis-Robusti e Baccara-Iudice.
Daniele Galliano, Senza titolo. Collezione Adele Barbetta, Nardò, 2022
Esiste tra le amanti ‘quotidiane’, per così dire, la cameriera Emilia. L’immagine che se ne ricava non è delle più virtuose, anzi, è piuttosto viziosa la ragazza. È testarda e spesso mette il muso, di qui il nomignolo di ‘caporale’; fa uso di droga (colpa di d’Annunzio), è nostrana, gardonese “di piacevole aspetto, molto disponibile alle necessità sessuali del Comandante”. E ben si identifica con la ninfetta di Daniele Galliano, una giovanissima vicino a certi soggetti di Casorati, dallo sfogo eloquente di un amore sfrenato e passionale, il cui stile compendiario del pittore e lo sfumato dell’acquerello ne accentuano ancora più la voluttà. Morirà, poveretta, di tubercolosi.
Daniele Vezzani, Donna che scende le scale, 2020
È fatto minore che il Vate si sposò giovanissimo e ebbe figli nel fiore della gioventù e della carriera letteraria (sono gli anni de Il piacere), a Roma e di nascosto (scappando) con una ragazza di origini nobili, figlia di duca, ingenua e innamorata: Maria Hardouin, “bionda, delicata, esile, occhi celesti”. Non più ripagata dal marito e di conseguenza ai suoi comportamenti tentò il suicidio. Col tempo la prende con filosofia, capisce che avercela col marito sarebbe stato dannoso per lei e lo lascia alla sua vita. È soddisfatta comunque del successo del poeta, e non mancarono le visite al Vittoriale. Discreta e elegante abbandona la scena con leggerezza e disinvoltura, come la Donna che scende le scale di Daniele Vezzani.
Giuseppe Vassallo, Risacca , 2020
È risaputo, invece, che d’Annunzio era fissato col divismo. Il rapporto con Eleonora Duse, la “morta venerata”, è però un mistero; e tale resterà. Così come ignoto rimarrà il rapporto (rapporto?) tra la coppia di giovani di Giuseppe Vassallo.
***
Il Vittoriale ai tempi di d’Annunzio, a leggere il libro di Guerri pare un porto di mare: amanti che vanno e vengono, donne, ragazze di ogni età, nazionalità, estrazione sociale. Ci passa una Melitta, specie di Lolita popolana, una ninfa plebea di Rea ma gardonese. Già sposata varcò le soglie della Leda la prima volta a fine giornata lavorativa (in merceria a fianco del marito). Ragazza gracile e nominata ‘la piagnucolosa’, dopo un periodo focoso è presto relegata a subalterna, a soluzione di riserva. Ma non rinuncia Melitta, né ai ‘capitoli’ né ai generosi regali che ne scaturivano. E attende, come la donna distesa a terra, stralunata e impassibile del Self Portrait di Michele Moro.
Michele Moro, Self Portrait , 2019
Sempre di Michele Moro è il ritratto in poltrona di una donna matura, dal portamento distinto e dallo sguardo sicuro, penetrante. Segno di carattere forte, sicurezza di sé; lo sguardo e il portamento di una donna appagata che ancora sa cosa vuole, e sa come ottenerlo. Un po’ come Margherita Keller, sposa del conte Piero Besozzi di Castelbesozzo, amante del Vate a più riprese con il nome di Fiammadoro. “Per quanto lunga, la relazione fu saltuaria, benché la donna fosse avventurosa e nobile, bella e disinibita, come piaceva a lui”.
Michele Moro, Come spiegare la pittura ad un’anatra morta, 2018
Da grande esibizionista, a d’Annunzio piace chi sa esibirsi; fra le sue concupite spesso ci sono attrici. Maria Antonietta Bartoli Avveduti, “incarnazione della seduttrice”, è una di queste. Brava attrice, scaltra e esibizionista è capace di fingere, entrare nei ruoli via via ordinati dal Comandante. Elena Sangro – questo il nome da amante – “ha il fisico giusto per interpretare ruoli scabrosi”, annota Guerri, “donna fatale o ninfa dei boschi, fibra vegetale o bestia rapida”. Perfetta. O meglio, quasi perfetta: commette il grave errore di lucrare sui doni del Vate, e quindi oltraggiare la sua generosità. Finisce alla porta senza remore. E sì che recitava bene (appare in un film per l’ultima volta in 8 ½ di Fellini); come bene recita la nuova Ophelia “Post-Pre-Raffaellita” di Jara Marzulli.
Jara Marzulli, Poetica della liberazione, 2020
Nella Stanza della Leda si alternano nobildonne a prostitute miserande, senza distinzioni di sorta. Perciò non stupisce la presenza di Esther Pizzuti, ribattezzata Lazzarina, una prostituta di origini milanesi dotata di un’innata bellezza. Invano l’Esteta le rimprovera il cattivo gusto, l’ostinazione riottosa, la “vita volgare” passata tra “trattorie vinose”, e l’avidità. Si ammalò anche lei di tubercolosi, e il Vate si premurò di coprire tutte le spese per i due anni di sanatorio, dove soggiornò, fino alla morte.
Non mancano amanti bizzarre. Consuelo Gòmez Carillo detta la Spagnola non è bella, ma ha dalla sua un lato animalesco e perturbante. Viene appellata come “maschia”, definita come una “scimmietta con orecchie da asino”, “una giovane barbara, originaria d’una tra le più feroci tribù messicane”, si atteggia con “balzi di lupa cerviera”, beve champagne mescolato a profumo, “alterna atteggiamenti da svampita ninfomane a pentimenti pudibondi e tardivi”… insomma, un’invasata. Si sposò due anni dopo aver conosciuto d’Annunzio con l’autore del Piccolo principe, Antoine de Saint-Exupéry.
Ma le diavolette sbucano da ogni parte, e non mancano certo nella piccola Gardone. Qui infatti troviamo una giovane sartina, una ragazza di basso ceto “più voluttuosa e frenetica dell’Alba”. Si chiama Angela Panizza, ma a leggere il Vate “Angioletta è più diabolica… non ho mai visto una tale estasi e una tale adorazione languida e furiosa, di volta in volta, davanti al Principino”. Libidine.
Riccardo Mannelli, “l’artista più censurato d’Italia, il Maestro della Carne, il supremo di segnatore di nudi femminili, più anatomista perfino di Courbet” (Langone), coi sui ritratti evoca con eloquenza queste tre satanasse del sesso.
Riccardo Mannelli, Ammazzami (Sara) , 2016
Riccardo Mannelli, Ammazzami (Lara), 2018
Riccardo Mannelli, Mariangela e il piacere, 2022
Tra le infinite relazioni di Gabriele d’Annunzio si segnalano anche alcuni due di picche. Il più celebre è certamente il rapporto non-rapporto con Tamara de Lempicka. È già una pittrice famosa quando conosce il letterato, infatti si trova al Vittoriale “per sfruttare un mito, non per venerarlo”. È bella, giovane ma soprattutto ha un “fascino da capricciosa che conosce la malia della ritrosia”, una femme-fatale, benzina per il Vate. Tamara è ambigua, dice e non dice, “annunzia e poi ritratta, si propone e si ritira”, e Gabriele “finisce per cedere all’errore comune di ambire con ansia sempre maggiore a una preda che si nega, leziosa con le sue moine”. Un tira e molla per anni e anni, che lascerà a d’Annunzio l’amaro in bocca, la triste realtà di non avercela fatta a compiere l’impresa. Tamara si comporta un po’ come la protagonista di Black Box 3 di Tommaso Ottieri: lei la camicetta te l’ha aperta; ma siamo sicuri che poi te la dia?
Tommaso Ottieri, Black Box 3, 2023
Al Vittoriale tra il 1937-1938 si presenta un evento che come un uragano scuote e sovverte tutti gli ordini all’interno della “cittadella”: l’arrivo di Emy, la “tedesca”, una ragazza “bionda, evanescente come un fantasma”, una “enigmatica valchiria”, ignota e “glaciale”. Una spia? Si dice sia stata inviata al Vittoriale per uccidere a poco a poco d’Annunzio, somministrandogli a piccole dosi veleno e droga. Tale ipotesi non è mai stata confermata, e nemmeno smentita. Resta il mistero, come misteriosa è l’identità della donna a cui appartiene il latteo seno de L’isola, del gardesano Giuliano Guatta.
Giuliano Guatta, L’isola, 2023
E d’Annunzio? A giudicare con piglio da maliziosetti pare che più che il Vate il vero protagonista delle memorie gardonesi sia il suo organo sessuale. E infatti lui lo aveva ribattezzato, personificandolo, in vari modi: “Perno del mondo”, “Gonfalon selvaggio”, “Catapulta perpetua”, “Principino”, “Diavolo”, “Monachino di ferro”.
Omar Galliani, Iokanaan, 2003
E dunque eccolo rappresentato in forma monumentale dal maestro del disegno su tavola Omar Galliani in Iokanaan. Che ci sia pure una correlazione tra il san Giovanni Battista della Salomè di Oscar Wilde e d’Annunzio? E quelle mani di chi sono? L’affollamento al cancello del Vittoriale era tale…
Ho “conosciuto” – ma anzi dovrei togliere quelle virgolette, siccome basta leggerlo un autore per stabilirci un contatto immediato, reale, diretto (Machiavelli, Lettera a Francesco Vettori) – , ho conosciuto, dicevo, Camillo Langone la mattina di un remotissimo 21 marzo dell’anno di Nostro Signore 2015. Allora ero uno studente fuori sede che aveva in mente appena due cose, le ragazze e fare festa, e spesso, molto spesso l’ordine era invertito, ma cominciavo già a approcciarmi a quel mondo reale e serio che poco a poco iniziava a risultarmi interessante. E lo facevo soprattutto tramite quotidiani, che ai tempi leggevo a iosa senza distinzione di partito, taglio, non me ne fregava nulla della linea editoriale, leggevo le firme, il pensiero di una persona con nome e cognome.
Su Il Foglio di quella mattina si poteva leggere un inquietantissimo pezzo firmato da Alessandro Giuli, era il giorno dell’equinozio di primavera, un eclissi solare era imminente, o forse c’era appena stata o non lo so, e la cultura dello scrivente gli permetteva di sciorinare alcuni tra i Prodigi appuntati dell’autore tardo antico Giulio Ossequiente. Al Sole di Mezzanotte corrispondevano cani che parlavano, fiotti di sangue che fuoriuscivano dal terreno, olmi abbattuti e drizzati da sé, pioggia di latte… Un articolo carico di presagi, presentimenti, chissà.
Ma l’articolo che mi aveva colpito stava poco più sotto, la rubrica titolava con una parola insolitissima ma che comprendevo bene e che mi parve bellissima, “Preghiera”. Si parlava del Fai, dato che l’apertura dei siti del Fondo Ambiente Italiano coincide con il fine settimana dell’inizio della primavera, e con una sintesi fulminante si poteva leggere che sì, benissimo il Fai che rispolvera beni in decadimento, ma resta “il problema principale della bellezza d’Italia che non è il restauro bensì il riuso”. Le cappelle ducali avrebbero bisogno di duchi, le certose di certosini, e i castelli “che languono inerti da Avio ad Alcamo?”
Stavo leggendo queste parole e io mi trovavo appunto sul treno che da Verona, dove studiavo, e studiavo proprio quelle robe lì, porta a Trento. Andavo ‘in trasferta’ da amici, da città universitaria a città universitaria perché in ogni dove bisogna batter bandiera, non contava chi aveva bei voti ma chi reggeva più l’alcol, e noi eravamo fortissimi. Dal treno, nel mezzo della Vallagarina, il castello di Avio proprio non si può non vedere, ti appare davanti all’improvviso, e quelle parole mi fecero ragionare: vai a vedere che questo Langone c’ha ragione davvero.
*
Da quel momento la Preghiera è diventa quotidiana, procedendo di pari passo, o quasi, con la mia formazione. Del resto è godimento assoluto e soddisfazione intellettuale per un edonista cattolico inconsapevole leggere un cattolico edonista consapevolissimo; e per di più uniti da interessi comuni: l’arte, la cucina, il vino, la spiritualità, le lettere. Certo non è ammirazione, io non ammiro più nessuno, al massimo prendo in considerazione opinioni e idee. E poi a me i vestiti di pelle non piacciono, le cinture borchiate mi fanno schifo, le camice blu a tinta unita spero che mai mi salti in mente di indossarle, non sono misantropo, bevo volentieri Pol Roger Jacques Selosse e Bruno Paillard, e pace se sono “addizionati” e sanno “di funghi”; uso i treni per andare nelle grandi città perché i parcheggi e il traffico mi irritano, seguo il calcio e tifo Milan da quando ho 3 anni, e i fiocchetti e nastrini sulle ragazze mi fanno impazzire.
Però anch’io, come Langone, non sopporto i piatti quadrati o rettangolari, accendo solo candele di cera, presto attenzione al tipo di gruccia, vado matto per cotechini petti d’oca testine di vitello e lambruschi fortana e terrano, bevo vini ‘rosa’ e no ‘rosati’, Cataldi Madonna oppure Cantrina, bevo Alberto Paltrinieri e Camillo Donati, Walter Massa e Lino Maga, conosciuto, quest’ultimo, poco prima che lasciasse questo mondo; anche a me piacciono i cimiteri e ci vado spesso, commemoro i defunti, adoro le cerimonie liturgiche e le messe in latino (quelle a me più vicino, a San Zenone a Brescia), sono orgoglioso della caccia e dei cacciatori pur non avendo mai preso in mano un fucile, anch’io vorrei mangiare una murena, anche per me Vittorio Sgarbi è imprescindibile punto di riferimento, e mi piacciono gli Adelphi.
Poi del Langone opinionista, sempre sul pezzo della politica e dell’attualità, si potrebbe parlarne a lungo, non scrive solo di cose goderecce: con la sola prosa ci va giù di brutto contro gli “ismi” – islamismo, genderismo, ambientalismo, eccetera – ma questo è un blog di piaceri, e poi non ne ho voglia, e poi c’è di meglio di cui parlare. Lo scrittore, che dice di vivere a Parma ma che pare essere ubiquo in questa Italia varia variegata e avariata, scova la bellezza ovunque, dove pochi la vedono, apprezza le cose semplici, desuete e non considerate; allo stesso tempo denuncia a suo modo la bruttezza, la volgarità, l’esterofilia, il folclore da turisti lungo-lago (o lungo-mare).
Tutto questo lo so perché l’ho letto nella sua rubrica nel corso degli anni, e se qualcosa mi è restato non è perché mi sono ‘documentato’ come un liceale, no-no-no figuriamoci, occupo molto meglio il mio pochissimo tempo libero, ma ci sarà pure un motivo. Langone è pure l’uomo dei mille e taglienti motti; l’ultimo è una folgore, ricalcando il celebre concetto di Gautier (“L’arte per l’arte”) incide nero su bianco parole che suonano come un apoftegma lontano di un qualche profeta antico: Che il vino sia per il vino!, e c’ha ragione, perché abbinare per forza una cosa buonissima con del cibo? Perché poi non abbinarla a un libro?
Io di questi giochetti, di questi abbinamenti sinestetici ne avevo già fatti abbinando, a esempio, i racconti di E. A. Poe alla Tintura Stomatica della farmacia Foletto, un amaro che bevo solo io e pochi altri, essendo amaro vero, rabarbaro e genziana e mille altre cose amarissime. Però leggerlo quelle parole così lampanti eppure non scontate mi ha fatto perdere la testa. Ho aperto subito una bottiglia di Trebbiano Valentini 2018, vino mistico e estatico dalle infinite sfumature e richiami, e che del resto è inutile spiegare, e l’ho abbinato all’ultimo libro di Lina Bolzoni (Nel giardino dei libri, Mauvais Livres), grande studiosa che ho adorato ai tempi degli studi, non più veronesi, ma quelli belli, a Bologna. Un tripudio di cose, di tutto. E così l’arte della memoria si è mischiata deliziosamente all’arte di evocare memorie, vere o false che siano (questo lo sanno fare solo i vini fatti bene).
Beve bene e beve Valentini anche Langone (e sicuramente moltissimo più di me, dato che mi costano un rene), cura mostre, commissiona opera d’arte, promuove artisti, e insomma, vede anche bene, anzi benissimo Langone, perché di mostre di Marta Sesana ne ho visto anch’io, e mi è bastata una, e solo un’opera delle sue per far sì che questa pittrice brianzola mi sia ormai indimenticabile e riconoscibilissima in mezzo a millemila artisti. E poi Langone ha scritto libri, abbastanza e diversi, sempre con quella capacità di unire il cibo alla religione (“gastronomia devozionale”), il cibo all’arte, l’arte alla religione.
*
Adesso però non voglio passare per adulatore, e se ho esagerato è per eccesso di zelo. Mi si capisca, la mia è una scelta abbastanza scolastica. Ma mi sembrava necessario apporre una piccola premessa, in quanto il primo romanzo di Camillo Langone appena uscito è, tra le tante cose, una summa dell’autore. In La ragazza immortale (La Nave di Teseo) c’è dentro tutto: idee, artisti, vini. E anche lo stile, perfetto nella sua sprezzatura e sintesi, e che mi fa così incazzare perché essere così sciolti e esatti a me proprio non riesce, è ciò che meglio riepiloga anni e anni di battute per quotidiani.
Il racconto, in sé, lo si può riassumere in poche parole. Un uomo adulto e una studentessa di poco più che vent’anni – Benedetta – si innamorano, o così sembra; lui, per immortalare la bellezza inevitabilmente fuggente della ragazza (“Non voglio che muoia”) decide di farla ritrarre dai migliori pittori italiani, rendendo eterno – perché ars longa, vita brevis – il suo splendore di donna in fiore. In questo senso il libro si lega a Un amore di Buzzati e a La noia di Moravia, con un finale che ricorda Risata nel buio di Nabokov. E del resto a Nabokov l’autore regala un omaggio plateale; quando scrive “Lo degusto lentamente questo nome, me lo faccio girare in bocca come fosse un vino buono. Be-ne-det-ta”, è evidente il richiamo al celebrissimo incipit dello scrittore russo, “la punta della lingua compie un breve viaggio di tre passi sul palato per andare a bussare, al terzo, contro i denti. Lo-li-ta”.
È un libro erotico, sì, quello di Camillo Langone. Erotismo, puro e languido. Con un tocco di lirismo. Ecco, il lirismo in Langone mancava, e in questo libro se ne ha in abbondanza (“Si sa che il bacio è più intimo della penetrazione”, “Anch’io. Stesa sul divano, nel letto, penso sempre che tu mi sia accanto”). L’amore che sorge nella coppia non penso sia falso, anzi è verissimo; a essere utopica è la ragazza. Troppe idee fuori dal tempo, dal suo tempo, fuori dalla sua generazione (pazienza se per l’autore la legge generazionale non esiste), che la giovane studentessa ha in comune con il suo amante. Non porta mai i pantaloni ma solo gonne! Mangia tutto, poi!
E gli studenti leggono Cioran? Sanno chi è Cioran? Ma soprattutto, leggono ancora libri che non siano funzionali all’esamino? Però è bello sognare, e l’autore lo sa, “amo il mistero e amo il sogno”. Benedetta è la ragazza perfetta, e nella sua perfezione sta il suo limite: una ragazza così non esiste se non in letteratura, e è per questo che è così bello leggere, vagare con la mente, immaginare che l’impossibile prima o poi accada.
I dialoghi tra i due sono rari, e questi sono la conseguenza e la conferma della capacità di sintesi dell’autore. Brevi battute, efficaci. Qua è là ricorrono “filippiche” dell’uomo adulto che si confida, un borghese arricchito e “atarassico”, che vive di piaceri , piaceri essenziali e non leziosi, e piuttosto ricercati: meglio Via Galliera che Via Indipendenza a Bologna, meglio il lambrusco di Sorbara dello champagne. Jessica, Isabel, Nicole, Mary, Rosy? Nomi ridicoli, l’onomastica è importante, si privilegino nomi degni e autoctoni, e Benedetta è perfetto; i romanzi ambientati a Roma? Basta Roma, l’Italia è fatta di tantissime piccole città belle tanto come la capitale, Rovigo, Mantova, Parma. E poi è vero, l’Oscar Mondadori odierno fa veramente passare la voglia di leggere con quella “copertina tagliata di sbieco”.
Il libro è anche un elogio indiretto dell’autostrada (parole languidamente poetiche), dell’autogrill, del caffè di mezzanotte, delle guide cittadine di carta, delle sottolineature dei testi a matita, del cinema (si legga “Quanto mi piace piazzarmi sul grande divano, accavallare le gambe […] e ammirare Benedetta mentre sfila con i capi di cui stiamo ipotizzando l’acquisto” e si ripensi a LaGrande Bellezza di Sorrentino, mentre Ramona-Sabrina Ferilli sfila con gli abiti per il funerale sotto gli occhi di un annoiato Jep-Toni Servillo).
È un libro di motti, e di citazione che sono tantissime, forse esagerate; l’autore lo sa e si difende bene perché, dice, la citazione non la usa chi scarseggia di personalità, e questi che accusano non sanno di essere “schiavi del presente, mentre io sono libero di attingere da autori di ogni secolo e di ogni lingua”. È un libro filosofico volendo, Orazio è presente qua e là, in maniera diretta o indiretta, perché è bene avere talento ma meglio ancora è andarci piano: le parabole dei “talentuosi” spesso finiscono in frustrazione: “Ai piccoli convengono / cose piccole. A me Roma, regale, / non piace, bensì Tivoli tranquilla / o Taranto pacifica”, scrivevail poeta romano.
La ragazza immortale è però meglio di tutto un libro sull’arte e sui pittori italiani contemporanei. Camillo Langone nel suo romanzo ripropone in altri termini un progetto che coltiva da anni nel suo Eccellenti Pittori, non a caso auto-citato nel libro. Benedetta rappresenta la bellezza assoluta, ma questa non può durare, solo l’arte può fissare quell’attimo di splendore. Ma ogni artista ha (e deve avere: “Il valore di un artista è racchiuso nella sua peculiarità stilistica, se gliela cancelli non stai danneggiando lui, stai danneggiando te stesso che pagherai a caro prezzo un quadro mercenario e impersonale”) il suo stile, e Benedetta è come un diamante, e deve essere ritratta in ogni sua singola sfaccettatura.
Ecco allora che serve l’occhio e la mano di artisti che dipingono “con le mani” e non fotografi, guai!, anche perché questa “rappresenta e riproduce la morte, la pittura rappresenta e riproduce la vita” (V. Sgarbi): ecco allora che serve l’occhio e la mano di Riccardo Mannelli (“numero uno dei disegnatori di nudo”, “il Daumier dei due secoli, fine XX e inizio XXI”), Enrico Robusti (“il più balzachiano dei pittori viventi”), Luca De Angelis, Daniele Galliano, Giovanni Gasparro, Nicola Verlato, Daniele Vezzani…
Insomma il nostro borghesotto è un committente morboso e un collezionista vorace, e non si capisce fino alla fine se nei ritratti vive la bellezza eterna di Benedetta, o se vive l’ammirazione e il suo amore in quel dato tempo, o se vive la facoltà dell’artista che ripropone e eterna un dato assoluto, oppure se è tutte queste cose insieme: e proprio questo è il punto. Il romanzo di Langone vale oggi come Il capolavoro sconosciuto di Balzac valeva per i suoi tempi; è uno sentito elogio dell’arte (pittura) contemporanea, della committenza, del collezionismo e, soprattutto, ma forse solo quello, un meraviglioso encomio alla ritrattistica.
I cimiteri sono luoghi e al tempo stesso non-luoghi, luoghi di passaggio (fisico e simbolico) quindi sacri, ma anche parte integrante del paesaggio e pertanto, nella maggior parte dei casi, belli. Belli e affascinanti, tenuti più o meno bene, vialetti curati, natura variegata (fiori, quando non finti, e piante, tanti cipressi), e i più fortunati dotati di vista panoramica. Ospitano le tombe dei nostri cari, di conoscenti, di persone famose. E al cimitero anche la persona più insulsa in vita è degna di una preghiera, un ricordo, un pensiero.
I cimiteri rinfrescano e innalzano la memoria dei defunti, e al contempo possono giovare al sopravvissuto. Sia esso un familiare, un conoscente, o uno sconosciuto. Il camposanto è un luogo di consolazione, non solo pianto ma anche sorriso, sorriso benevolo oppure di scherno (si pensi all’ Amici Miei, Atto II di Monicelli, dove il cimitero divento scenario per uno scherzo). È comunque sempre luogo di silenzio inverosimile, un silenzio quieto, saziante, tranquillo che tranquillizza; è un luogo meditativo, quasi metafisico.
Monicelli, Amici Miei Atto II, Lo scherzo al vedovo
Ugo Foscolo forse esagerava. “Non vive ei forse anche sottoterra, quando/ gli sarà muta l’armonia del giorno,/ se può destarla con soavi cure/ nella mente de’ suoi?” scriveva, in uno dei passaggi preferiti (Dei Sepolcri, 1807). Il sepolcro foscoliano è un fatto politico, civile, sociale, patriottico; insieme elemento materiale (il marmo, la foto, i fiori) e eterno (i simboli, la memoria, la sacralità). Per Foscolo le tombe sono come altari destinati a perpetuare, insieme alla memoria dei defunti, l’emulazione delle loro virtù; ossia “i sepolcri degli uomini illustri” fomentano (o dovrebbero farlo) in noi vivi le passioni civili e portano (idem) le persone a imitare l’eroe commemorato.
Un amante dei cimiteri, un grande amante intendo, è Camillo Langone. Non manca novembre in cui non lo ricorda nella sua rubrica La Preghiera, sul Foglio; sono molti gli spunti che si ricavano dalla sua sintesi estrema. “I cimiteri sono una grande, silenziosa sacca di resistenza alla cancellazione culturale” (02 novembre 2021) scrive Langone, definendo “iconoclastia assoluta” la cremazione, pratica opposta alla sepoltura. Non commemorare i morti significa dimenticarli, e dimenticare i morti è un po’ come cancellare il passato. Chi va al cimitero (non necessariamente il 2 novembre) prolunga, perpetua la cultura, la storia, la civiltà.
Mi ricorda, lo stesso Camillo Langone, che la morte senza un monumento (in senso etimologico: ricordo) è tristezza, immensa tristezza: “la morte del Ventunesimo secolo”, dice, è “la morte raddoppiata dalla cremazione, la morte senza corpo e senza ricordo materiale, la morte davanti alla quale non si può sostare, pensare, pregare. La morte di una civiltà che spreca la morte, che non impara nulla dalla morte, e che muore” (2 novembre 2022). Meditare sul defunto allieva la vita, solleva dalle fatiche quotidiane; e tante volte mette pure umore. I cimiteri, inoltre, al contrario di certe chiese o altri edifici di culto, “non attirano i turisti” (2 novembre 2017), e sono quindi i meglio adatti alla preghiera.
Consiglia poi, Langone, una visita al cimitero a ansiosi e depressi, “insomma i vivi” (16 novembre 2019). “A differenza degli psicofarmaci”, scrive, “i cimiteri sono gratuiti, non richiedono ricetta e non hanno effetti collaterali. Ricordando la brevità della vita, le tombe ricordano la brevità del dolore e dunque dell’inutilità del preoccuparsi”. Nei cimiteri “abbondano religione, arte, storia. Che lezioni i cimiteri.”
Cimiteri di provincia.
Appassionato di cimiteri lo sono anch’io; e più che assiduo frequentatore mi definirei un flâneur cimiteriale. Io pure, nei miei viaggi o viaggetti, tendo a sostare in cimiteri sconosciuti, piccoli o piccolissimi, di paesini o borghi di provincia. Li reputo i migliori : so bene che nei monumentali cittadini l’arte e l’architettura funeraria raggiungono l’apice; ma i dettagli, le bizzarrie, la delicata decadenza, la fascinosa imperfezione dei cimiteri provinciali nascondono delle bellezze ineguagliabili.
Cimitero di Bagolino
Innanzitutto è una profusione di nomi, che alla lettura dell’uomo contemporaneo suonano arcaici e bislacchi. Non può non sfuggire un sorriso leggendo nomi, per fare qualche esempio, come Zita, Luigia, Irma, Dina, Bruna, Gelsomina, Rosmunda, Oreste, Bice, Anita, Avellino, Ersilia, Clateo, Ermenegilda, Girolamo, Ermida, Bortolo, Vittore, Lodovico (con la “o”), Egidio, Dirce, Elvira Celestino, Cesira (da un cimitero del bresciano). Leggendo poi la menzione “Primo” mi torna in mente il memorabile prologo de La spartizione di Piero Chiara.
Il racconto esordisce con un excursus di nomi stravaganti della provincia, e delle origini di questi. Si legge la storia degli “Emerenziani e Emerenziane”, un caso “come quello di alcuni di Cuvio che si chiamavano Divo perché i parenti avevano letto sulla facciata della chiesa Divo Martino Martiri Patrono”. C’era poi chi “si chiamava Ferito per colpa di una canzone del tempo: Garibaldi fu ferito…”. Oppure il caso ancora più esaltante dove, “dopo la guerra 1915-1918 altri apparvero, nel Veneto, che si chiamavano Firmato perché in fondo ai bollettini di guerra di leggeva Firmato Cadorna”. E chissà quante curiose storie ci sono dietro quei nomi bizzarri apposti sulle lapidi più vecchie.
Cimitero di Sermerio
Cimitero di Sermerio
Cimitero di Sermerio
Tra i miei cimiteri preferiti spicca sicuramente quello di Bagolino, con tutto quella rapsodia disordinata di cappelle esterne, lungo la strada che corre veloce verso il Gavia e quindi il Passo Crocedomini; sicuramente devo menzionare il cimitero di Sermerio, piccola frazione di Tremosine sul Garda, un intimo e piccolissimo camposanto, dove le anime pare proprio che stiano in beatitudine perpetua. Qui a Sermerio inoltre è degna di nota una singolare tomba, unica posta al suolo al centro e contornata da tutte le lapidi a muro, la cui ricercatezza artistica (una statua bronzea dalla forma di una ninfa, in posa pudica eppure sensualissima) si discosta completamente dal pauperismo paesano dell’ambiente.
Cavedago
Cavedago
Cavedago
Un altro cimitero cui la visita è d’obbligo è quello di Cologna di Tenno. Questo è posto sulla strada che da Riva conduce a Tenno, e la posizione strategica permette di godere di una vista strepitosa sul Lago di Garda. Da circa due mesi nel mia classifica dei dieci migliori cimiteri provinciali del Nord Italia si è aggiunto quello di Cavedago, paesino della provincia di Trento, si può dire approssimativamente tra La Paganella e la Val di Non. Mi ha colpito per tante cose, in particolare: 1) l’ordine e il rigore generale, 2) la ieratica e maestosa croce al centro, 3) la vista sulla valle, in cui la natura montana si mischia benissimo all’artificio umano di case, casette e meleti, 4) la chiesetta qui posta e 5) il muretto a secco che perimetra il camposanto, creando a tutti gli effetti un hortus conclusus.
Cavedago
Cavedago
Lapide
C’è un altro dettaglio poi che ha colpito la mia attenzione: sulla sinistra, affissa sulla parete della chiesetta, una umilissima, semplicissima lapida recita le seguenti parole: “PIETRO VIOLA ∙ OSTE ∙ ”. Ho ammirato particolarmente il fatto che il signore abbia voluto farsi ricordare insieme al suo mestiere, e ancor più mi sono esaltato perché il signore abbia voluto eternare quel mestiere. Onore, dunque, a Pietro; onore, sempre, all’oste!