C’È UN’ARTE SILENZIOSA CHE RIPOSA NEGLI ALBI PER L’INFANZIA. UNA BREVE LISTA DEI MIEI PREFERITI

Leggo gli albi per l’infanzia non tanto per rimaner bambino, piuttosto perché l’arte che si cela e allo stesso tempo si rivela all’interno di essi mi soddisfa molto meglio che certa contemporay art, o presunta tale, che viene propagandata dalle riviste di settore odierne.

Negli albi è presente una mirabile armonia tra design, letteratura, illustrazione, fantasia, richiami alla storia dell’arte e al contempo alla vita attuale; con un linguaggio semplice e estremamente immediato, i migliori autori del genere ci presentano – illuminandoci – concetti complessissimi, dai quali filosofi e professoroni hanno riempito volumi interi senza cavarne un ragno dal buco.

“Come una scatola nera, il libro dell’infanzia si impregna di memoria olfattiva, visiva e tattile ma soprattutto relazionale, di atmosfera, nel segreto incontro solitario o più spesso condiviso, appagante o sfuggente ma raramente poco significativo” – scrive Marcella Terrusi, in un libro fondamentale per gli amanti e gli studiosi dell’argomento (Albi illustrati, Carocci editore, 2012).

Gli albi per l’infanzia servono, tra le altre cose, per educare allo sguardo i più piccoli, e a fargli scoprire un passo alla volta il mondo in cui vivono attraverso metafore. È una continua sorpresa, pagina dopo pagina, albo dopo albo. Scrive la stessa Terrusi: “nello stupore e nella meraviglia per ogni scintilla creativa che spinge a seguire il desiderio della scoperta, nascono da questo territorio nuove narrazioni del mondo, ipotesi conoscitive, strade e immagini per il nostro esercizio di senso […].”

Gli albi sono un luogo incantato dove si celebra la libertà espressiva, aperti a ogni possibile interpretazione, e – non per ultimo – spazio per “la sperimentazione dell’‘ideale estetico’ volto a smascherare le diverse forme di abbruttimento della nostra società e le sue degenerazioni, tra cui la reificazione della fantasia e i sottili meccanismi di alienazione collettiva.”

Gli autori degli albi sono artisti di talento, geni adulti che hanno saputo conservare la gioia infantile, lucidi analisti che trasformano la realtà in immaginazione con un tocco, comunicandola, anzi trasportandola attraverso simboli ai bambini. “Comunicare per simboli non è meno importante che comunicare per parole. Qualche volta è il solo modo di comunicare con il bambino”, ha scritto anni fa Gianni Rodari (Grammatica della fantasia, 1973).

In sostanza è un tripudio di bellezza e di estetica, da cui io non sono esente. Tra i numerosi albi che mi hanno colpito (ne ho letti molti) mi limito di seguito a elencarne solo qualcuno, non necessariamente dei più significativi.

Iela ed Enzo Mari, La mela e la farfalla, Emme edizioni

Enzo Mari è stato uno dei più formidabili designer italiani del secondo Novecento; e questo libricino, scritto insieme alla moglie Iela, ne è la prova. Grande essenzialità, pulizia e immediatezza: qualche sagoma netta e dai colori squillanti, pieni e monocromi (pare acheropiti, ossia non toccati di mano d’uomo) composti in una sequenza narrativa breve quanto intensa, bastano a raccontare la storia di un piccolo bruco che diventa farfalla. Il luogo in cui è ambientata la storia è un albero di mela, l’accenno di qualche ramo e il profilo di una mela sono sufficienti a aprire nella mente un mondo intero. Tale è il design; e tale la maestria dei Mari che con il niente trasmettono il tutto.

Leo Lionni, Piccolo blu e piccolo giallo, Babalibri

Se la genialità la si riconosce dai gesti estremamente piccoli, Leo Lionni è sicuramente una delle persone più intelligenti del Novecento insieme a Duchamp e Piero Manzoni. In questo libro, pervaso da una grazia mirabile, composto da poche macchie di colore si succede la storia di due amici (blu e giallo). Dapprima tristi perché lasciati soli in casa dai genitori, si trovano poi a giocare di nascosto. Le felicità e il coinvolgimento è tale che i due si fondono (trasformandosi in verde!). Il divertimento infantile è il tema dell’albo di Lionni, insieme a una prima educazione al mondo dei colori.

Eric Carle, Il piccolo Bruco Maisazio, Mondadori

Eric Carle è una leggenda dell’illustrazione per l’infanzia. Morto a 91 anni nel maggio del 2021, ha lasciato al mondo una numerosa serie di capolavori, di cui segnalo la sua opera forse più famosa, Il piccolo Bruco Maisazio. È la vicenda di un piccolo bruco che mangia in continuazione, inconsapevole che quella fame impossibile da soddisfare rappresenta i prodromi della trasformazione in farfalla. Una chiara metafora della trasformazione dell’infante in adolescente.

Anna Llenas, I colori delle emozioni, Gribaudo

Un albo che è una sorpresa dopo l’altra; stupisce di continuo e continuamente attrae per la bellezza delle immagini. Anna llenas è una artista che nelle sue illustrazioni unisce più tecniche e più materiali, in un armonioso equilibrio. E colore, tanto colore, utilizzato in modo mirabile. Ogni pagina è dedicata a un colore, o meglio alle infinite sfumature di un determinato colore, e associato a una emozione. Un albo che si continuerebbe a sfogliare e risfogliare.

S. Donnia e D. de Monfreid, Mangerei volentieri un bambino, Babalibri

Un libro simpatico e divertente, ambientato in un luogo esotico. Un piccolo coccodrillo, icona del bambino viziato, si fissa di voler mangiare un bambino vero e proprio; i genitori lo invitano prima a crescere e mangiare cose più adatte alla sua età, ma il piccolo non ne vuole sapere. Così quando si trova di fronte a una bambina vera e propria, lui ancora troppo piccolo, finisce per essere trattato come un pupazzo. Dopo la figura ridicola fatta torna vergognandosi dalla famiglia, deciso a ascoltare i genitori per crescere e diventare grande come loro.

Eric Battut, La piccola nuvola bianca, Bohem

Questo libro di Eric Battut è un capolavoro dell’illustrazione. Ambientata in un cielo infuocato, dall’atmosfera vibrante e agitata, fatta di grandi e mosse pennellate di colori caldi (rossi, arancioni, e gialli) è la storia di una piccola nuvoletta bianca che cerca, inseguendolo, di rasserenare l’animo di un grande nuvolone nero inferocito (il temporale), e far tornare il sereno. L’animo semplice e gioioso del bambino placa il nervosismo dell’adulto.

Alessandra Cimatoribus, Quasi farfalle, Fatatrac

Sono atmosfere magiche quelle rappresentate a pastelli da Alessandra Cimatoribus in questo albo. Si susseguono una serie di figure femminili, diversissime tra loro eppure tutte distinte e tutte fatate, circondate da un’aurea incantata. Sono madri, balie, maghe, sorelle,… Un sottile simbolismo permette di entrare in simbiosi con le protagoniste, ascoltare le loro carezzevoli voci e le evocative melodie dei loro nidi.

Chiara Carrer, Il grande ploff, Fabbri editori

Con questo albo sono seriamente in imbarazzo: è meglio l’illustrazione o la storia rappresentata? Tecniche di vario genere, colori, matite, ritagli di giornale, sfumature, schizzi, abbozzi, e altri espedienti artistici si uniscono per narrare una vicenda che di base ha un concetto molto semplice: la paura spesso è frutto di una cosa che non si conosce, e nella maggior parte dei casi si scopre sia una sciocchezza. Un libro da leggere, ma al contempo e soprattutto un albo illustrato da ammirare.                                                                                                          

Maurice Sendak, Nel paese dei mostri selvaggi, Babalibri

Un altro capolavoro internazionale. Maurice Sendak è mondialmente riconosciuto nell’ambiente degli albi illustrati e non solo. Mi limito a segnalare questo libro (che non a caso è stato editato anche da Adelphi) e a far notare, tra le altre cose, il delicato surrealismo che lo attraverso, il tema del sogno e dell’inconscio, e la bellezza della fantasia.

Nicoletta Costa, Autunno con la nuvola Olga, Emme edizioni

Chiudo questo elenco con una eccellenza tutta italiana. Nicoletta Costa è conosciuta dagli adulti, e ancora di più amata dai bambini. Per le sue storie facili e chiare, semplici e immediate, caratterizzate da un disegno molto netto, dai contorni marcati e dalle forme piene, insomma, grazie a un linguaggio artistico appetibilissimo dai più piccoli e da storie molto comprensibili Costa è apprezzata, anzi apprezzatissima. E la nuvola Olga orami una icona dell’illustrazione dell’infanzia di casa nostra.

DP

DI NATURA, DIO E AMORE. DAMIANO PERINI INTERVISTA MARCO ANDREIS

Giornata tranquilla e soleggiata nel verde della campagna gardesana. Il dolce tepore tipico del luogo, nonostante l’estate, rasserena e favorisce il dialogo. Damiano Perini e Marco Andreis, pascendosi con tabacco e vino Rosa Valtenesi – il vino edonistico per eccellenza – chiacchierano del più e del meno durante un normale aperitivo mattutino. Tra i tanti argomenti si tocca quello della poesia. Si riporta di seguito un estratto di quanto discusso.

Damiano. Sono cresciuto con Marco Andreis; lo conoscevo appassionato di fumo lento, amante dell’arte e artista. Scoprirlo anche poeta è stata una sorpresa.  Marco, la tua prima pubblicazione di poesie è avvenuta molto recentemente (2020); come e quando nasce questa tua vena lirica?

Marco. Devo dire che, come per quanto riguarda la pittura, il fare poesia nasce in me in modo spontaneo: non sono stato io a cercare la poesia ma mi piace pensare che sia stata lei a trovarmi, soprattutto a trovarmi pronto per accoglierla. Credo che la poesia sia – almeno per quanto mi riguarda – più complessa in termini d’esecuzione della pittura e quindi mi serviva forse una maggiore consapevolezza di me stesso, una maggiore maturazione per mettere in atto la composizione poetica. Nel 2016 ho scritto la mia prima poesia.

D. Nelle tue due raccolte molte immagini si ricollegano alla natura: si parla di fiori, campagna, fronde e alberi, nubi, con uno sguardo accorto verso la maestosità celeste e in particolare del sole. Piace la natura in quanto se stessa, oppure è un modo di manifestare meraviglie nei confronti del Creato? C’è un rimando allegorico oppure è la Bellezza in sé a colpirti?

M. Il rimando allegorico è molto presente nelle mie poesie ma non in tutti i componimenti; mi capita spesso di cogliere aspetti della natura che mi deviano il pensiero su concetti più universali, domande alle quali non è possibile dare una risposta in modo razionale. Di fronte a questi pensieri non mi resta che estrarre penna e taccuino e ricamare una composizione. Credo che sia logico pensare che Bellezza e Creazione vadano di pari passo.

D. Nonostante molte poesie trasmettano luce, lo stato d’animo nell’insieme operistico è piuttosto malinconico. Corrisponde effettivamente al carattere del poeta? L’amore per le stagioni fredde, autunno e inverno, rappresentano il bisogno di intimità e solitudine in un mondo frenetico e confuso?

M. Le mie poesie tendono a trasmettere ciò che sono e ciò che provo nel momento in cui vengono scritte. Per fortuna – o almeno io la ritengo tale – il mio carattere è in continuo mutamento e è proprio per questo che tendo a cercare momenti di solitudine e di riflessione, attimi nei quali trovo il poetare più fluido e armonioso. La solitudine è da sempre stata compagna fedele dei pensatori, dei filosofi e dei poeti, quindi ritengo necessario che ci si debba regalare alcuni attimi di isolamento dal mondo – diventato decisamente troppo caotico.

D. Come nascono le tue poesie? Dalla tranquillità solitaria o dal turbinio quotidiano cittadino? Noto che termini come “lentezza”, “attesa”, oppure “pensare”, “meditare”, etc. si collegano tra una composizione e l’altra.

M. La meditazione e la riflessione, anche sulle situazioni più scontate, sono necessarie per riuscire a creare qualcosa che abbia in sé un significato profondo. Riuscire a isolarsi e innalzarsi al di sopra della realtà è fondamentale per creare una sorta di pensiero filosofico e quindi riuscire a vedere al di là della pura e semplice materialità delle cose – mi viene in mente Fontana con i suoi squarci nelle tele.

D. Alla base delle tue composizioni c’è la religione. Quanto conta per te Dio nella tua arte?

M. Per quanto mi riguarda credo che la Bellezza non possa esistere se non ci fosse stato un Creatore a donarla al mondo. Dio è presente nella mia vita e forse, a mio modo, penso che fare arte sia una sorta di ringraziamento per rendere onore alla magnificenza delle sue creazioni. Molti artisti – contemporanei e non – ritengono che l’essere legati a una religione possa essere d’intralcio alla libertà del loro pensiero: io personalmente credo che Dio non sia una restrizione di vedute, anzi, credo che sia un punto all’infinito raggiungibile solo mediante la Bellezza.

D. Un tema che affronti in modo magistrale e in modo cristiano è la morte; perché? Sembra quasi tu voglia cercare di convincere il tuo pubblico a accettare questa inevitabile meta. Un pubblico che ogni giorno combatte invece con la chimera dell’immortalità.

M. In effetti la morte è un argomento che mi affascina particolarmente e che mi fa capire che ciò che siamo è una condizione precaria e fragile. La società di oggi non fa più caso alla morte e vive alla giornata, schiava di una frenesia malsana che toglie il tempo per riflettere sulla propria vita. Essendo cattolico, la morte, la vedo più come un punto di ripartenza, una rampa di lancio per l’anima e non come il superficiale degrado del corpo.

D. Nel tuo ultimo libro, edito da Eretica, conto 19 volto la parola “anima” su un totale di 32 poesie. In un Occidente sempre più materialista è raro riscontrare persone, per lo più giovani, pascersi con questo termine ineffabile e carico di significati come pochi. Cosa rappresenta l’anima per te?

M. L’anima. Bella domanda! Credo che l’anima sia quella luce che in noi va alimentata affinché la nostra vita non diventi un lascivo sopravvivere. Un modo che ho di alimentare questa luce è lo scrivere poesia, il comporre attraverso le parole dei veri e propri quadri. Penso anch’io che le persone, in questa società, attente alla cura della propria anima siano rimaste ben poche ed è per questo che provo un forte senso di inappartenenza a questo mondo.

D. L’amore, e in particolare Vera, è uno dei temi più approfonditi dalla tua poesia. Cosa rappresenta lei nella tua vita di artista e poeta? Si può dire che tua moglie sia la tua musa?

M. Assolutamente sì, Vera si può considerare mia musa, come lo erano Laura per Petrarca e Beatrice per Dante, ma anche Drusilla Tanzi per Montale. Vera è per me sia una musa reale, in carne e ossa, sia una musa eterea, sublime, la Poesia stessa, infatti nei miei componimenti si intuisce che lei è la mia compagna di vita, la mano alla quale si stringe la mia, ma allo stesso tempo è anche la mia ancora di salvezza e il mio conforto. Se posso concludere con una citazione, leggo una quartina dell’Alfieri tratta da Rime varie e la dedico a mia moglie:

“O di gentil costume unico esempio,

d’ogni alto mio pensier cagione e donna,

del lasso viver mio sola colonna;

di celestial virtude in terra tempio:

[…]”

POESIA COME ATTO TEURGICO: LA NUOVA RACCOLTA DI MARCO ANDREIS È UN INNO ALL’ANIMA E UN’INVOCAZIONE A DIO

Ho letto la prima raccolta di poesie di Marco Andreis, e quindi so che la sua seconda pubblicazione ha bisogno di un posto adeguato per la lettura. Il primo libro edito da Marco Serra Tarantola (Poesie. Raccolta di Versi alla Natura, all’Amore e agl’Intimi Pensieri, Brescia, 2020) è un libro dallo sfondo edonistico, dove si parla di natura, di bellezza e di amore, e in cui i sentimenti dell’autore si aprono per la prima volta pubblicamente.

Devo aspettarmi un degno prosieguo, anzi me lo aspetto proprio: allora voglia pace, natura, godimento e idillio attorno a me; non voglio schiamazzi, caos, cicalecci, o altre futilità. Il nome del nuovo editore mi spaventa, ma Andreis è mio amico e devo farmi forza; così una mattina trovo il tempo di dedicarmi al pregevole libricino, questa volta edito, appunto, da Eretica (Tra la luce e gli abissi. Alla ricerca dei frammenti dell’anima, Salerno, 2021), che smentisce i miei timori già a partire dalla copertina: di cartoncino, colore rosso carminio vibrante, e dalla grafica pulitissima. La carta delle pagine è confortante già al tatto e l’impaginazione (cioè font e gabbia di stampa) invoglia la lettura.

L’ambiente che ho scelto è perfetto. Sono immerso nel verde di un parco gardesano,  il fiume scorre poco più in basso di me, il sole splende, il vento soffia a colpi, rinfresca me e smuove le foglie. È tutto un fruscio, un concerto naturale che ritrovo, scorrendo – e con mia grande sorpresa – , nell’Andreis che non conoscevo. Sono versi molto più profondi rispetto ai precedenti, l’autore si dimostra più maturo, completo; la lingua è più scorrevole, precisa, addomesticata. Allo stesso tempo il contenuto è più profondo, enigmatico, spirituale. Mi aspettavo di godere, e mi ritrovo invece a meditare.

Eppure avrei dovuto capirlo subito dal sottotitolo, ma sono accidioso spesso e volentieri, e questo è uno dei tanti casi. Poco male: lo stupore stimola la concentrazione, cosa di cui ho bisogno.  

Il libro si apre con elogi alla Creazione: citando la primula, la surfinia, l’ edera, si ringrazia il sole per il suo calore e il tepore che elargisce in primavera. Gli sguardi dell’autore sono rivolti continuamente all’alto e al basso, al cielo e alla terra, e rappresentano un contrasto, quasi dualismo tra luce e ombra, chiaro e scuro. Sono bucoliche alcune visioni, come quella dei Colli Senesi, in cui Andreis (che qui dimostra a parole anche l’altra sua inclinazione artistica, ossia la pittura) rende gloria al lavoro di contadini, con dei versi che sono pennellate nitide e ben stese.

Lo stato d’animo è però dolcemente e felicemente decadente e malinconico, come di una strana accettazione del tempo in cui vive (= isterico e frenetico). Marco ama l’autunno e l’inverno, non tanto per il clima in sé, ma per l’atmosfera che da esso consegue. In queste stagioni i “ritmi calano”: urge lentezza, silenzio, docilità; c’è bisogno di attese, di sospensione, di latenza: per pensare e ripensare, amare e godere. In M’illumino di speranza scrive: “è necessario il silenzio nella mia vita rumorosa”, e questo per “rimanere assorto”, “rimanere sul ciglio”, e approfittarsi di quella “inutilità che lo circonda” (p. 21). Un suggerimento, forse, o un bisogno imprescindibile.

Un altro grande tema, affrontato con mirabile schiettezza, è quella della morte, e in particolare della necessità di accettarla. “Sembra che in questo luogo… non sappiamo che altro esiste dopo una fine”; e ancora “rimaniamo avvolti dal gelido grido della morte, ma felici d’esser stati…” La poesia continua ma è tutto in più. La frase è perentoria e bastino queste due parole: esser-stati ( e si legga San Paolo).

Nei versi di Anima Pellegrina (p. 28) è Baudelaire redivivo che scrive: passeggia, non per le strade di Parigi ma di Brescia; non è un cigno ma un gatto randagio; non invoca le muse (qualora ne avesse avute) ma Dio.  E sempre a Dio Andreis porge la mano (L’immensità, p. 29) “abbagliato da celesti lumi” nonostante il buio tremendo della notte. In questa raccolta il poeta e artista si dichiara apertamente: cattolico coraggioso e orgoglioso. In un mondo ormai pagano e confuso, in cui si crede in niente e in tutto, lui, Andreis, ha le idee chiare, anzi chiarissime: il suo Dio è uno solo e a lui è rivolta l’invocazione che come un filo d’Arianna attraversa, poesia dopo poesia, verso dopo verso, parola dopo parola, tutta l’opera. Un’opera che ha tutta l’aria di un mero atto teurgico, in cui la magia però, qui, è limpida poesia.

Non trovo quindi strano che la parola più utilizzata in assoluto (conto il termine 19 volte su 32 poesie) sia “anima”. L’anima è la sua “Compagna” (p. 43), “anima mia” la sua invocazione prediletta: scruta se stesso Marco Andreis e vede una realtà altra, la conosce e la comprende. Per questo è autore appagato e appagante, per questo ci trasmette serenità e conforto. Ma anche, con tutte quelle parole, silenzio.  

Rüdiger Schildknapp

TRAMA BANALE, STEREOTIPI A PROFUSIONE, SUPERFICIALITÀ DALLA PRIMA ALL’ULTIMA PAGINA: IL LIBRO DI MARCO MISSIROLI È PERFETTO PER UNA SERIE NETFLIX

Eppure, nel leggere l’epigrafe a inizio libro citata dalla Pastorale Americana di Philip Roth, mi ero entusiasmato parecchio; aspettative altissime, si parte benissimo ho pensato. Ma purtroppo non sono stato ricambiato, e la lettura di Fedeltà di Marco Missiroli (Einaudi, 2019), tanto elogiato e grandemente premiato (Premio Strega Giovani 2019), mi ha fatto solo perdere tempo.

Missiroli è romagnolo, nato a Rimini, e quindi potenzialmente godereccio, ma il testo risulta ahimé tutt’altro  che edonistico, anzi! Dalle molte note malinconiche che si susseguono si direbbe che l’autore si sia fatto inghiottire dalla nebbia (o quel che ne è rimasto) di Milano, dove ora vive e lavora. “Milano la complicata”, per usare le sue parole.

In un continuo andirivieni temporale (rimandi tra presente e passato) e spaziale (tra le “sue” Milano e Rimini) si incrociano via via le vite dei quattro protagonisti, in una sorta di revival di Affinità Elettive goethiane post litteram (“le era affine in modo strano”, p. 21), con una incidenza non casuale del Doppio Sogno di Arthur Schnitzler (magistralmente, questo sì, reinterpretato da Stanley Kubrick in Eyes Wide Shut, con Tom Cruise e Nicole Kidman).

Personaggi comunissimi, normodotati, in cui l’autore tiene a sottolinearne più i difetti e le debolezze che altro; uomini inetti e non eroi o eroine, perdenti, sfigati e rinunciatari, uomini e donne i cui pregi si intuiscono solamente per contrasto. Persone poco felici, ma che alla fine si accontentano sempre e comunque.

Carlo è un professore raccomandato che all’età di quarant’anni punta ancora sull’aiuto della sua famiglia, appartenente alla borghesia milanese medio alta. Proprio a Milano insegna a un corso per la durata di sei ore a settimana e redige occasionalmente cataloghi di viaggio. Un “insospettabilmente capace” che vorrebbe scrivere romanzi ma, incapace, non hai mai scritto una riga, cullandosi in una serie di possibilità impossibili. Un uomo con “indole alla rinuncia”, che non riesce a farcela: nel lavoro, nell’amore, nella vita. È uno sconfitto o una persona che non si accetta per quello che è? “Lui era questo, fermarsi l’attimo prima, questo, godere delle immaginazioni” (p. 117), “lui che finalmente” (p. 135), ormai abituato a “sostare nel limbo delle possibilità” (p. 137). O ancora: “un professore fallito, un marito discutibile, un figlio di papà che fa finta di no” (p. 189).

Margherita è sua moglie, una donna accondiscendente dalla apparente invisibilità, arrendevole, scialba, indecisa, ma che Missiroli ci presenta con un’immagine terribilmente carina. Una giovane donna ormai abituata, anzi stagna al matrimonio, e che però nasconde in sé un’immaginifica bramosia di tornare a un amore primordiale, ossia essere desiderata sessualmente ancora in modo brutale, animalesco.  

Ci sono poi le due figure-ombra della coppia sposata. Il primo dei due è il capolavoro dello stereotipo contemporaneo. Andrea è un giovane fisioterapista, animalista sopra le righe (parla coi cani e li ama più degli uomini), un eterosessuale rinnegato che guarda Game of Thrones, un bravo figlio che accudisce i genitori; ma che più avanti si scopre essere una persona spaventosamente crudele e cattiva, ama la violenza, la brutalità, il pestaggio (si veda p. 147). Una personaggio insomma nauseante, che in qualche modo accende le passioni sopite di Margherita.

La controparte di Andrea è Sofia, una studentessa di Rimini (a cui l’autore lascia un riferimento forse autobiografico: “una ventiduenne legata alla provincia di cui faceva cose che si pentiva”) dalle “movenze gentili, la voce pacata, la bravura nello stare al proprio posto” (p. 39), di cui Carlo, che ne è professore al master milanese, si innamorerà fortemente. Sofia è una brava ragazza ma anche lei una sconfitta; da poco orfana di madre, rinuncerà agli studi e ai suoi sogni per tornare a Rimini dal padre anziano, e portare avanti il negozio di ferramenta familiare.

La storia annoia e è poco originale: Carlo si invaghisce di Sofia e Margherita se ne accorge; Margherita si invaghisce di Andrea e Carlo se ne accorge. I due si trastullano in una specie di complicità, in cui – ci fa credere l’autore con un luogo comune facile – l’andare con altri in un matrimonio è giusto per riaccendere la passione, e anzi è solo in virtù del tradimento che esso sopravvive. “L’infedeltà poteva significare fedeltà verso se stessa” (p. 141), basterebbe questa frasuccia insulsa da liceale di sedici anni per lasciar perdere il libro. Una giustificazione, una frase a effetto, un gioco di parole?

Ci sono però anche alcune note positive: scorrevolezza del testo, sintassi morbida, dosata e talvolta leggera. Missiroli scrive in modo sciolto, e le parole in certi casi paiono vaporizzarsi, si fanno velo, foschia: avvolgente come quella che ricopre Milano a inizio romanzo. Inoltre il ritmo narrativo è altalenante: da un sincopato dialogo di frasi secche a lunghissimi periodi epperò fluidissimi (come la parte in cui racconta l’invaghimento progressivo del professore per la studentessa).

A mio avviso però non basta. E quello che ho sotto gli occhi è un libro dalla trama banale, profuso di stereotipi che si susseguono, e superficialità dalla prima all’ultima pagina. Perfetto, quindi, per una serie Netflix.

Rüdiger Schildknapp

MARCO ANDREIS, LIRICO PASSIONALE (ANCHE) POETA

Conosco Marco Andreis da molti anni e, non appena mi è giunta la notizia dell’uscita della sua raccolta di poesie, non avevo dubbi sul risultato. Sarà sicuramente un libro edonistico mi son detto, non solo da leggere, ma anche da sfogliare e godere poco alla volta, come una boccata di pipa (che piace a lui), o un sorso di whisky (che piace a me). E non sbagliavo.

Conosco Andreis da anni, dicevo, artista e amante dell’arte, in grado di passare dal pennello alla matita, dalla tela alla carta, dipingere nudi come disegnare ex-libris; Andreis viveur e amante della vita – come il sottoscritto del resto – attento più a godere che a patire (non potevo che aspettarmi poesie appaganti, chiaro). Un Andreis avido di cultura e del bello in genere (non appariranno allora strani i suoi studi di interior e design all’Accademia di Belle Arti di Santa Giulia): si pensi, per fare solo un esempio, alla subitanea lettura del libro di Mario Praz, Studi sul concettismo (Abscondita), derivata da un mio consiglio, un libro evidentemente non per tutti. Ma probabilmente Andreis non lo conoscevo ancora bene, perché un libro di poesie proprio non me lo aspettavo.

Nel vento
Appesa
Per un filo
Balla.
Incantato la
Osservo
Sensuale e leggiadra.
Tutto tace
Tutto è fermo
Se non lei,
Come il cigno
D'un tratto
Si stancherà
Del tempo.

(da Foglia, p. 17)

Il libro, Poesie. Raccolta di Versi alla Natura, all’Amore e agl’Intimi Pensieri (Marco Serra Tarantola Editore, Brescia) è diviso in tre parti, casualmente o no proprio come le Cantiche della Divina Commedia (il richiamo a Dante è quasi d’obbligo, dato che per l’occasione del settimo centenario della morte se ne parla in ogni quotidiano o rivista, e libri escono a profusione).

La prima parte è dedicata Alla Natura (così titola appunto) dove si toccano temi che passano dall’universale al particolare, indifferentemente, ma in ambo i casi è l’armonia che domina, un’armonia cosmica, divina, a cui tutto sottostà o comunque dovrebbe sottostare. Richiami al “Cielo e Terra”, al tempo, alle nubi o vento, dialogano con animali (piccioni, gatti) o alberi. Tutto il mondo naturale, purché abbia una grazia insita, è lodevole di ammirazione. Come la foglia, che dà il titolo alla composizione che ho sopra citata, comunemente anonima e trascurata qui diventa “sensuale e leggiadra”, e quindi degna di un’attenta e intensa “osservazione”.

Si ha l’impressione che la natura sia un pretesto, o meglio uno specchio su cui riflettere il proprio animo. Un animo buono (si capisce), semplice (non banale) e soprattutto lirico; animo che ama il bello e ama la vita (chi ama vivere vede il bello ovunque d’altronde).
Artista qual è, Andreis non poteva che richiamare la Nascita di Venere (“Su pellegrina conchiglia/ Clori sospira e Zefiro soffia./ Con gran meraviglia/ Primavera è arrivata”) ispirandosi a Botticelli, che a sua volta si ispirò alla poesia di Poliziano (vedi Warburg), e così chiudendo il cerchio dei richiami tra arti, differenti epperò uguali.

Marco Andreis, illustrazione, p. 56

La parte dedicata alla sua signora (All’Amore) è languida e struggente (io sono meno avvezzo ai sentimentalismi, quindi resisto), ma esprime un amore vero e senza fronzoli, un rapporto sincero e credibile. “M’infrango/ Su scogli/ D’eterno/ Amore”: solo una persona veramente innamorata scrive così.
Echeggiano inoltre, e sfilano come una filigrana atmosfere melanconiche (Alba, Pioggia) e ricordi indelebili (8 dicembre); talvolta Andreis diventa pure carnale (“Sfioro, accarezzo/ Le tue labbra/ Sature di dolore”) ma restando sempre delicato. Addirittura, di fronte alla realtà di sua moglie anche il sogno soccombe e perisce (“Mi sveglio e sei tu/ Il mio viaggio/ Il mio mondo”).

L’ultima serie di poesie (Agl’intimi pensieri) è quella che preferisco. Non tanto perché è quella in cui Andreis più si scopre (ci mancherebbe, sono un recensore, non un pettegolo), ma in quanto è quella che raggiunge la maggior profondità di pensiero e, almeno a mio parere, il più alto grado poetico. Ritorna il tema della natura, delle stagioni come specchio per riflettere se stesso; ma qui il tutto si sublima, si astrae in concetti, pensieri (appunto), divenendo spiritualità pura.

E così questo è un libro da leggere, appollaiati in poltrona (whisky sul tavolo e pipa in bocca, ovvio), una poesia ogni tanto, senza sforzo, edonisticamente. Lo si apre e lo si chiude poco dopo (sono infatti i folli e gli studenti più infelici che faticano per leggere poesie soffermandosi ore intere), lo si contempla. E come il poeta poi sospirare: “Or dunque non mi resta/ Che chiuder gli occhi e rimembrare/ Quanto caro m’è l’Eterno”.

Lucien de Rubempré