MARCO ANDREIS, LIRICO PASSIONALE (ANCHE) POETA

Conosco Marco Andreis da molti anni e, non appena mi è giunta la notizia dell’uscita della sua raccolta di poesie, non avevo dubbi sul risultato. Sarà sicuramente un libro edonistico mi son detto, non solo da leggere, ma anche da sfogliare e godere poco alla volta, come una boccata di pipa (che piace a lui), o un sorso di whisky (che piace a me). E non sbagliavo.

Conosco Andreis da anni, dicevo, artista e amante dell’arte, in grado di passare dal pennello alla matita, dalla tela alla carta, dipingere nudi come disegnare ex-libris; Andreis viveur e amante della vita – come il sottoscritto del resto – attento più a godere che a patire (non potevo che aspettarmi poesie appaganti, chiaro). Un Andreis avido di cultura e del bello in genere (non appariranno allora strani i suoi studi di interior e design all’Accademia di Belle Arti di Santa Giulia): si pensi, per fare solo un esempio, alla subitanea lettura del libro di Mario Praz, Studi sul concettismo (Abscondita), derivata da un mio consiglio, un libro evidentemente non per tutti. Ma probabilmente Andreis non lo conoscevo ancora bene, perché un libro di poesie proprio non me lo aspettavo.

Nel vento
Appesa
Per un filo
Balla.
Incantato la
Osservo
Sensuale e leggiadra.
Tutto tace
Tutto è fermo
Se non lei,
Come il cigno
D'un tratto
Si stancherà
Del tempo.

(da Foglia, p. 17)

Il libro, Poesie. Raccolta di Versi alla Natura, all’Amore e agl’Intimi Pensieri (Marco Serra Tarantola Editore, Brescia) è diviso in tre parti, casualmente o no proprio come le Cantiche della Divina Commedia (il richiamo a Dante è quasi d’obbligo, dato che per l’occasione del settimo centenario della morte se ne parla in ogni quotidiano o rivista, e libri escono a profusione).

La prima parte è dedicata Alla Natura (così titola appunto) dove si toccano temi che passano dall’universale al particolare, indifferentemente, ma in ambo i casi è l’armonia che domina, un’armonia cosmica, divina, a cui tutto sottostà o comunque dovrebbe sottostare. Richiami al “Cielo e Terra”, al tempo, alle nubi o vento, dialogano con animali (piccioni, gatti) o alberi. Tutto il mondo naturale, purché abbia una grazia insita, è lodevole di ammirazione. Come la foglia, che dà il titolo alla composizione che ho sopra citata, comunemente anonima e trascurata qui diventa “sensuale e leggiadra”, e quindi degna di un’attenta e intensa “osservazione”.

Si ha l’impressione che la natura sia un pretesto, o meglio uno specchio su cui riflettere il proprio animo. Un animo buono (si capisce), semplice (non banale) e soprattutto lirico; animo che ama il bello e ama la vita (chi ama vivere vede il bello ovunque d’altronde).
Artista qual è, Andreis non poteva che richiamare la Nascita di Venere (“Su pellegrina conchiglia/ Clori sospira e Zefiro soffia./ Con gran meraviglia/ Primavera è arrivata”) ispirandosi a Botticelli, che a sua volta si ispirò alla poesia di Poliziano (vedi Warburg), e così chiudendo il cerchio dei richiami tra arti, differenti epperò uguali.

Marco Andreis, illustrazione, p. 56

La parte dedicata alla sua signora (All’Amore) è languida e struggente (io sono meno avvezzo ai sentimentalismi, quindi resisto), ma esprime un amore vero e senza fronzoli, un rapporto sincero e credibile. “M’infrango/ Su scogli/ D’eterno/ Amore”: solo una persona veramente innamorata scrive così.
Echeggiano inoltre, e sfilano come una filigrana atmosfere melanconiche (Alba, Pioggia) e ricordi indelebili (8 dicembre); talvolta Andreis diventa pure carnale (“Sfioro, accarezzo/ Le tue labbra/ Sature di dolore”) ma restando sempre delicato. Addirittura, di fronte alla realtà di sua moglie anche il sogno soccombe e perisce (“Mi sveglio e sei tu/ Il mio viaggio/ Il mio mondo”).

L’ultima serie di poesie (Agl’intimi pensieri) è quella che preferisco. Non tanto perché è quella in cui Andreis più si scopre (ci mancherebbe, sono un recensore, non un pettegolo), ma in quanto è quella che raggiunge la maggior profondità di pensiero e, almeno a mio parere, il più alto grado poetico. Ritorna il tema della natura, delle stagioni come specchio per riflettere se stesso; ma qui il tutto si sublima, si astrae in concetti, pensieri (appunto), divenendo spiritualità pura.

E così questo è un libro da leggere, appollaiati in poltrona (whisky sul tavolo e pipa in bocca, ovvio), una poesia ogni tanto, senza sforzo, edonisticamente. Lo si apre e lo si chiude poco dopo (sono infatti i folli e gli studenti più infelici che faticano per leggere poesie soffermandosi ore intere), lo si contempla. E come il poeta poi sospirare: “Or dunque non mi resta/ Che chiuder gli occhi e rimembrare/ Quanto caro m’è l’Eterno”.

Lucien de Rubempré

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