POESIA COME ATTO TEURGICO: LA NUOVA RACCOLTA DI MARCO ANDREIS È UN INNO ALL’ANIMA E UN’INVOCAZIONE A DIO

Ho letto la prima raccolta di poesie di Marco Andreis, e quindi so che la sua seconda pubblicazione ha bisogno di un posto adeguato per la lettura. Il primo libro edito da Marco Serra Tarantola (Poesie. Raccolta di Versi alla Natura, all’Amore e agl’Intimi Pensieri, Brescia, 2020) è un libro dallo sfondo edonistico, dove si parla di natura, di bellezza e di amore, e in cui i sentimenti dell’autore si aprono per la prima volta pubblicamente.

Devo aspettarmi un degno prosieguo, anzi me lo aspetto proprio: allora voglia pace, natura, godimento e idillio attorno a me; non voglio schiamazzi, caos, cicalecci, o altre futilità. Il nome del nuovo editore mi spaventa, ma Andreis è mio amico e devo farmi forza; così una mattina trovo il tempo di dedicarmi al pregevole libricino, questa volta edito, appunto, da Eretica (Tra la luce e gli abissi. Alla ricerca dei frammenti dell’anima, Salerno, 2021), che smentisce i miei timori già a partire dalla copertina: di cartoncino, colore rosso carminio vibrante, e dalla grafica pulitissima. La carta delle pagine è confortante già al tatto e l’impaginazione (cioè font e gabbia di stampa) invoglia la lettura.

L’ambiente che ho scelto è perfetto. Sono immerso nel verde di un parco gardesano,  il fiume scorre poco più in basso di me, il sole splende, il vento soffia a colpi, rinfresca me e smuove le foglie. È tutto un fruscio, un concerto naturale che ritrovo, scorrendo – e con mia grande sorpresa – , nell’Andreis che non conoscevo. Sono versi molto più profondi rispetto ai precedenti, l’autore si dimostra più maturo, completo; la lingua è più scorrevole, precisa, addomesticata. Allo stesso tempo il contenuto è più profondo, enigmatico, spirituale. Mi aspettavo di godere, e mi ritrovo invece a meditare.

Eppure avrei dovuto capirlo subito dal sottotitolo, ma sono accidioso spesso e volentieri, e questo è uno dei tanti casi. Poco male: lo stupore stimola la concentrazione, cosa di cui ho bisogno.  

Il libro si apre con elogi alla Creazione: citando la primula, la surfinia, l’ edera, si ringrazia il sole per il suo calore e il tepore che elargisce in primavera. Gli sguardi dell’autore sono rivolti continuamente all’alto e al basso, al cielo e alla terra, e rappresentano un contrasto, quasi dualismo tra luce e ombra, chiaro e scuro. Sono bucoliche alcune visioni, come quella dei Colli Senesi, in cui Andreis (che qui dimostra a parole anche l’altra sua inclinazione artistica, ossia la pittura) rende gloria al lavoro di contadini, con dei versi che sono pennellate nitide e ben stese.

Lo stato d’animo è però dolcemente e felicemente decadente e malinconico, come di una strana accettazione del tempo in cui vive (= isterico e frenetico). Marco ama l’autunno e l’inverno, non tanto per il clima in sé, ma per l’atmosfera che da esso consegue. In queste stagioni i “ritmi calano”: urge lentezza, silenzio, docilità; c’è bisogno di attese, di sospensione, di latenza: per pensare e ripensare, amare e godere. In M’illumino di speranza scrive: “è necessario il silenzio nella mia vita rumorosa”, e questo per “rimanere assorto”, “rimanere sul ciglio”, e approfittarsi di quella “inutilità che lo circonda” (p. 21). Un suggerimento, forse, o un bisogno imprescindibile.

Un altro grande tema, affrontato con mirabile schiettezza, è quella della morte, e in particolare della necessità di accettarla. “Sembra che in questo luogo… non sappiamo che altro esiste dopo una fine”; e ancora “rimaniamo avvolti dal gelido grido della morte, ma felici d’esser stati…” La poesia continua ma è tutto in più. La frase è perentoria e bastino queste due parole: esser-stati ( e si legga San Paolo).

Nei versi di Anima Pellegrina (p. 28) è Baudelaire redivivo che scrive: passeggia, non per le strade di Parigi ma di Brescia; non è un cigno ma un gatto randagio; non invoca le muse (qualora ne avesse avute) ma Dio.  E sempre a Dio Andreis porge la mano (L’immensità, p. 29) “abbagliato da celesti lumi” nonostante il buio tremendo della notte. In questa raccolta il poeta e artista si dichiara apertamente: cattolico coraggioso e orgoglioso. In un mondo ormai pagano e confuso, in cui si crede in niente e in tutto, lui, Andreis, ha le idee chiare, anzi chiarissime: il suo Dio è uno solo e a lui è rivolta l’invocazione che come un filo d’Arianna attraversa, poesia dopo poesia, verso dopo verso, parola dopo parola, tutta l’opera. Un’opera che ha tutta l’aria di un mero atto teurgico, in cui la magia però, qui, è limpida poesia.

Non trovo quindi strano che la parola più utilizzata in assoluto (conto il termine 19 volte su 32 poesie) sia “anima”. L’anima è la sua “Compagna” (p. 43), “anima mia” la sua invocazione prediletta: scruta se stesso Marco Andreis e vede una realtà altra, la conosce e la comprende. Per questo è autore appagato e appagante, per questo ci trasmette serenità e conforto. Ma anche, con tutte quelle parole, silenzio.  

Rüdiger Schildknapp

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