Metà mattinata di un giovedì anonimo, fine febbraio; piove, umidità e fa piuttosto freddo. È la giornata ideale per inoltrarsi nel centro di Milano, il giorno giusto per vedere con tranquillità una mostra. Infatti in Piazza Duomo l’area è per lo più sgombra, resistono i soliti esotici da foto in posa (povera Madunina, ridotta a sfondo per selfie), ma niente fermento, niente caos. Strano! Che bello!, penso andando in sollucchero. Ma infatti è solo l’illusione del provinciale: Palazzo Reale è stracolmo, ahimè.
Mi trovo a Milano perché sono gli ultimi giorni della mostra Goya. La ribellione della ragione, a cura di Víctor Nieto Alcaide, e allestita a Palazzo Reale (fino al 3 marzo). Io le mostre sono abituato, o a guardarle (con gli occhi della ratio) prossime all’apertura se non addirittura in anteprima, oppure, a seconda dei sentimenti, del tempo, del tema o della voglia preferisco beneficiarne (con gli occhi dei sentimenti e delle emozioni) verso la loro fine. Essere tra gli ultimi partecipi di una mostra è ancora più emozionante che esserlo tra i primi: la quiete e la pace di ciò che è stato, la decadenza di ciò che sta per finire; i commenti, le parole, i passi di chi è passato come se fossero racchiusi ancora tra quei muri.
Ma stavolta niente atmosfera, niente poesia. Quello che incontro varcando la biglietteria ha del tragicomico, del fantozziano: gente frettolosa e nervosa, pensionati distratti, vecchie coppie sposate intente a installare l’app delle audioguide (senza fortuna), scolaresche ingombranti e dal chiacchierio fastidioso, studenti da chat deambulanti. Provo a farmi largo stando attento a non fare del male a nessuno, muoversi nella penombra senza precauzioni potrebbe essere pericoloso. In tutta questa accozzaglia mi viene più semplice ascoltare e vedere il pubblico che non Goya.
Cosa avrebbe detto Huysmans? Mi sembra sentirlo in un quelle sale affollate.. pane per i suoi denti; chissà. Ma niente, espletata la piccola polemica… Goya.
Francisco José de Goya y Lucientes (1746-1828), per noi ora grazie a Dio solo Goya, fu artista colto, pittore di corte e della monarchia spagnola, testimone visivo degli eventi succeduti tra il secolo XVIII e il secolo XIX, direttore della Reale Accademia di San Fernando e, soprattutto, ideatore di iconografie e linguaggi pittorici inediti sino a allora. Fu integrato così bene alla sua epoca (certo grazie alle solide amicizie di intellettuali illuminati – correva a gonfie vele l’Illuminismo), tanto da incarnarla come artista.
Un’epoca tormentata, di cambiamenti, trasformazioni, avvenimenti politici, sociali, ideologici, che per Goya significano trasformazione stilistica, razionale, pittorica, iconografica. Accademico esemplare prima, via via rinuncia ai modelli topici per crearne di nuovi e personali; spezza la pennellata consuetudinaria, scegliendo un tocco identitario, gestuale, emotivo e al contempo mentale (niente di improvvisato: come la razionalità dell’Illuminismo, tutto andava provato, esaminato, confermato). L’arte di Goya si identifica con la sua vita, fatta di evoluzione e mutamento continui fino alla morte.

L’allestimento della mostra è un tutt’uno con l’apparato critico. L’itinerario simbolico “dalla luce al buio” equivale alla progressiva trasformazione artistica del maestro spagnolo, dai dipinti accademici (dalla cromia più chiara e luminosa) agli orrori della guerra (molto dark). La divisione in stanze come in capitoli mette in evidenza, in modo piuttosto didattico, l’opera lunga e variegata di Goya. C’è tanto gioco (bene, perché Goya lo si pensa solo pittore di tenebra e terrore), tanti bambini che si divertono (bene, perché Goya lo si pensa pittore di soldati crudeli), qualche fanciulla (bene, perché rasserenano e rendono più accattivanti le mostre), tanti ritratti.

Il maestro spagnolo, ovviamente, è anche formidabile elogiatore della corrida (tauromachia moderna). E non solo. Goya è precursore dell’antiaccademismo, nonostante, o anzi in virtù del ruolo di direttore. Non sapevo fosse così brillante insegnante. Dice ai giovani allievi dell’Accademia: “non ci sono regole in pittura… l’obbligo servile di far studiare o seguire a tutti la stessa strada è un grande impedimento per i giovani che professano quest’arte difficilissima, che più di ogni altra si avvicina al divino” (1792).
Rende nel piccolo formato come nel grande, nell’olio come nell’acquaforte (sono parte importante di questa mostra le stampe e le matrici, restaurate per l’occasione), su commissione sia sciolto da committenza repressiva. La cattura di cristo, del 1799 anticipa il Novecento: il non-finito, la pennellata sprezzante, la pittura compendiaria. La Vergine con Gioacchino e Anna (1786) è il passo intermedio tra Masaccio e Felice Casorati.
Emergono aspetti caratteriali notevoli. Si atteggiava da Vate, e la dannunzianissima lapidaria sentenza “ho ormai stabilito uno stile di vita invidiabile, e se qualcuno vuole qualcosa da me deve venire da me” (1786), ne è testimonianza gagliarda. Il contatto con l’Illuminismo dilagante e pervasivo lo fa colto, lo coinvolge nella politica e nell’attualità. Con questa è come se gli occhi gli si fossero aperti un’altra volta, vedesse in modo altro: una nuova realtà, più criptica e enigmatica, che necessita di un cambio di stile. Di colore, di sentimento. In Gaspar Melchor de J. (1798) recupera il tema iconografico della melanconia, dandone inedita vita.

Sarò noioso: ma la parte più interessante per me resta il truce, violento e folgorante periodo dei mostri, della morte , delle tenebre. A partire dai Capricci del 1797 si avvia un mondo tutto suo (il suo sentire che esce allo scoperto), ermetico, sordido e angoscioso, dove l’incubo è realtà e la realtà incubo. Flagellanti, inquisizione, matti e manicomio, soprusi, sadismo, malvagità in genere. Un De Sade molto raffinato (che era per altro suo contemporaneo), e un Pasolini delle 120 Giornate prima di Pasolini (si veda Il manicomio, 1812). Grottesco terrificante e depravato. Come il ritratto di Tio Paquete, somigliante al Salvatore – Ron Perlman del Nome della Rosa (Jean-Jacques Annaud, 1986), celebre per il suo “penitenziagite”.

Mentre squilla un telefonino con suoneria altissime (sigh!), e una guardia invano rimprovera la vetusta signora colpevole del misfatto (che vuole avere pure ragione), mi trasporto – sempre stando attento a non pestare i piedi a nessuno o a inciampare – alla sezione dedicata alla guerra. Buio completo. E strascichi rosso sangue alle pareti. Perfettamente incastonate in questa cornice, le opere di Goya mi fanno tornare in mente, e sentirle fisicamente, la voce indelebile del colonnello Kurtz – Marlon Brando, “l’orrore… l’orrore” (Apocalypse Now, regia di F. F. Coppola, fotografia di V. Storaro, 1979). Infatti pittura di guerra in Goya coincide con pittura dell’orrore. Fucilati, storpi, stragi, popolazioni massacrate, mutilati, corpi squarciati, pezzi di braccia a penzoloni… un macello di vite umane.

Goya aprirà la porta a una strada dell’arte contemporanea; l’altra, parallela, sarà aperta dal contemporaneo Turner. Un’artista che conosce perfettamente il passato, spalanca il futuro, e si identifica col suo tempo; mi viene da pensare: abbiamo, o avremo, un goya che incarni la nostra, di epoca?
DP

















































































