Mi verso il vino nel bicchiere, guardo con attenzione, e d’istinto recupero un vecchio libro che lessi anni fa: Colore. Una biografia, dal sottotitolo esplicito Tra arte, storia e chimica, la bellezza e i misteri del mondo del colore, scritto dal chimico inglese Philip Ball (BUR edizioni). A pagina 72 leggo le seguenti parole:
“Nel Medioevo la lacca rossa non era prodotta solo dalla secrezione gommosa (che divenne nota come lacca carminio) di una cocciniglia, ma anche da una resina similare chiamata lac, lak o lack, che incrosta i ramoscelli di alberi originari dell’India e del sud-est asiatico ed è essudata dall’insetto Laccifer Lacca. […] La moderna gommalacca è ottenuta dalla raffinazione di tale resina. Questa lacca veniva importata in Europa in grandissime quantità fin dall’inizio del XIII secolo, e di conseguenza divenne un termine generico per tutti i rossi derivati da coloranti tessili, compresi quelli già in circolazione come il carminio.”
Non conoscevo fino a ieri il vitigno rossara, men che meno il vino da esso derivato. Lo verso nel bicchiere e lo guardo attentamente; il mio sguardo è rapito dal colore: un rosso che non è un rosso e non saprei però come descriverlo, dalla consistenza tenue, pastello, traslucida. È proprio il colore che più si avvicina al carminio, un’antica lacca usata in larga misura nella miniatura medievale, come sappiamo anche grazie agli scritti di Cennino Cennini.
Questa rossara, vinificata in purezza dalla famiglia Zeni, vignaioli e distillatori, di San Michele all’Adige (e non saprei quali altre aziende producano un vino con questa uva), è dotato di una leggerezza cromatica che si riscontra anche alla beva: semplice, leggermente fruttato, dai sentori di ribes, e lievemente pepato. Un vino che si beve e al contempo glorifica questo verbo, troppo bistrattato ai danni del suo fratello minore più chic, degustare: bere, e bere in gran quantità.
La rossara fa parte del progetto “Vini dell’Angelo” di Proposta Vini, azienda trentina, la più importante forse per valorizzazione e distribuzione di vini da uve autoctone. “In Trentino, fino a pochi decenni fa, era intensamente coltivata nella Piana Rotaliana. A tutt’oggi esistono alcuni piccoli appezzamenti sopravvissuti alla sostituzione varietale”, leggo scritto su un piacevole libretto distribuito dall’azienda, dedicato al progetto. Obiettivo, in poche parole, è (ri)dare dignità a varietà autoctone coltivate storicamente in un dato territorio. Varietà che ovviamente non daranno mai grandi qualità, ma che riescono comunque a esprimere identità, e soprattutto sono di piacevolissima beva. Proprio come questa rossara di Zeni.
Mi capita di bere vino anche solo per curiosità: curiosità di scoprire nuovi sapori, territori, peculiarità, oppure solo per il capriccio di bere bottiglie da luoghi esotici, enologicamente desueti, cose quasi praticamente introvabili. Il vino che ho in mano e bevo questa sera arriva dalla zona pedemontana della Bekaa Valley, in Libano. Non ho mai pensato di andare in Libano, il mio carattere italianocentrico mi suggerisce più le Marche o l’Abruzzo, però Google Maps mi dà un grande aiuto: la cantina francesizzante si chiama Chateau St. Thomas, castello di San Tommaso, e appare come un netto spartiacque tra la zona est (verdeggiante, in cui si vedono solo campi coltivati) e la zona ovest, da cui si innalza il monte completamente brullo e desertico. I prodotti della cantina sono distribuiti in Italia da Proposta Vini, il quale scrive sul catalogo 2021 come presentazione parole vaghe, del tipo: “questa azienda produce vini che affondano le radici in una lunghissima tradizione enoica che risale ai tempi dei Fenici”.
Troppa storia e iperbolici antenati rischiano di farmi venire la nausea, quindi provvedo subito a smorzare la curiosità e la sete (questa più facile da assecondare) aprendo semplicemente la bottiglia. Les Emirs, questo il nome, è un rosso intenso, da uve cabernet, cinsaut (coltivato in Francia nella Valle del Rodano, mentre da noi conosciuto come ottavianello e coltivato soprattutto in Puglia), grenache (cannonau), carignan (vitigno dalle origini spagnole). Millesimo 2012, con evoluzione in barrique per 12 mesi più altro affinamento in bottiglia; e infatti è molto chiuso. Non resta che berlo piano piano, aspettando che si ossigeni: ma lentamente, in bottiglia, senza decanter, e allo stesso tempo valutandone le trasformazioni sensoriali.
***
Lo sorseggerò per oltre tre ore, riservandomi un bicchiere per il giorno dopo. Questo il riassunto delle mie percezioni in ordine cronologico.
Ore 22:08. Colore rubino intenso, profondo. La prima esalazione, già solo girandolo nel bicchiere, indica una chiusura del vino, forse data dalla sosta protesa in bottiglia. Odori sgradevoli poco nitidi, rudi, cattivi; selvatici in senso sporco. Pronunciato è la nota alcolica, molto insistente e fastidiosa a lungo andare. Il tannino è molto astringente, invasivo. Insomma: un vino non equilibrato, scoordinato, i cui singoli elementi sembrano andare ognuno per la propria strada. Ne bevo poco, e aspetto.
Ore 22:42. Meglio. Emergono fievoli (ma non ancora posate) note erbacee, come di peperone; tenui sentori di cuoio sostituiscono quello che avevo chiamato “selvatico”. Una acidità più spiccata e controbatte il tannino. Nell’insieme un vino più sciolto, aprico, solare. Il profumo comincia a liberarsi dalle briglie del contenitore. Si scopre, sul finale, un piccola percezione di amarene sotto spirito. Anche se dura una nota legnosa e abbastanza verde.
Ore 23:14. Molto meglio. Il vino che inizialmente diceva poco o niente, pareva senza anima, adesso comincia a esprimersi chiaramente. Fiori rossi carnosi, appassiti, insieme a sentori di amarene sotto spirito prendono il sopravvento. La nota alcolica sgradevole si è trasformata in soffia etereo appena confuso al resto.
Ore 00.08 – 00.57. In questo arco temporale il vino da il meglio sé. Le conseguenze della lunga macerazione delle uve adesso si avvertono in maniera prominente, con note assuefacenti, ma educate, gentili; ora il vino esala la massima complessità. In bocca è ben bilanciato, forse le note sul finale sono ancora un po’ ruvide, amarognole per l’uso del legno troppo spinto.
Il giorno dopo, ore 12.21, il vino ha perso molto, quasi scarico, permane una spinta acida. Svanite le note di polpa rossa e matura. Lieve, molto lieve, un delicato ricordo di ciliegia e note tostate.
Mieli Thun è l’azienda che conoscevo sin da piccolo perché era quella che faceva i mieli “strani” in vasetti ben caratterizzati e accattivanti. Un packaging essenziale e assoluto, accompagnato da un prodotto straordinario, spesso ricercato, buonissimo, che mangeresti come uno yogurt, altro che “accompagnato a”. Poi ho cominciato a leggerne sulle riviste o scritti gastronomici. In particolare ricordo un capitolo dedicato sul libro “edonistico” di Camillo Langone, Bengodi. I piaceri dell’autarchia, un libro strutturato in brevissimi ma intensi capitoli (nemmeno due facciate per argomento) in cui in ognuno di essi l’autore, intellettuale e firma de Il Foglio, approfondisce minuscoli interessi (“piaceri” appunto), alcuni veramente desueti, legati alla cucina, al costume o comunque a delizie di una certa nicchia. Un capitolo di questi è dedicato proprio a Andrea Paternoster (“cognome protettivo”), al contempo mente e titolare dell’azienda nonesa, , il quale mostra un’arnia a Langone atta al miele di melo.
Li assaporo insieme e insieme, come mi aspettavo, raggiungono una dicotomia perfettamente armoniosa. Complementari, l’una chiara densa e cremosa, e l’altra cupissima, fluida scorrevole; l’una ti accarezza il palato mentre l’altra te lo picchietta con piccoli baci. La quintessenza di limone è prodotta a partire dalla fioritura dei limoni di Rocca Imperiale, in provincia di Cosenza, Calabria: esprime l’entusiasmo e l’epicureismo sibarita. Avvolgente e un poco acido ha toni più vanigliati che limonosi. Il miele d’abete, invece, vezzo settentrionale è meno solare ma più profondo, penetrante, persistente; una caramella d’orzo o al caramello che pare infinita.
La Quintessenza non è miele, e più del miele, è meglio del miele. “Quintessenza è una sorta di cru al quadrato le cui funzioni sono tempo e luogo. In questa magica alchimia uomo, ape e fiore vivono l’armonia della natura” sta scritto sul sito dell’azienda. Per produrla “serve arrivare nel momento giusto, l’istante fugace in cui il fiore dà il meglio di se stesso. Quintessenza è il racconto dell’acme di fioritura, dove il miele raggiunge il massimo dell’integrità possibile. C’è un momento magico in cui il fiore è più generoso di nettare, più intenso in profumo e gusto”. Pura sostanza libidinosa, estatica, assuefacente.
È mezzogiorno di un giorno feriale qualsiasi, a pranzo la scelta vira su pasta di grano duro al ragù e casoncelli di Barbariga al burro fuso (“scelta” per dire, è chiaro che mangerò tutt’e due). Voglio bere bene senza strafare, ho voglia di un bel rosso ma non troppo importante; non troppo evoluto, complesso, ma di beva seppure al contempo incisivo (per capire: niente schiava, groppello, marzemino o giù di lì). Sono un tipo difficile ma mi piace vivere bene e tutte le volte che posso, quindi anche il vino a mezzogiorno deve soddisfarmi, facendomi vivere serenamente la restante giornata. Ho poco tempo per pensare perché i casoncelli son già serviti; devo sbrigarmi e dunque vado sul sicuro: il nome è Walter Massa, il vino Pietra del Gallo.
Conobbi personalmente Massa (e dicendo Massa intendo lui, nipoti, sorella, mamma) nel febbraio del 2020, lì nella sua casa e cantina a Monleale, sui colli tortonesi: una visita entusiasmante, dal sapore quasi metafisico, che ancora ricordo con un sorriso nostalgico. Pietra del Gallo invece lo conobbi poco dopo, già formato solo nel ristorante pedemontano nei pressi della cantina, su consiglio dello stesso Walter.
Quello che bevo oggi è un 2018, tappo a vite (si può trovare anche con tappo a corona o tappo tradizionale): ancora straordinariamente succoso, “vinoso”, scorrevolissimo; tannino accennato e accompagnato da carbonica un po’ rude ma non fastidiosa, anzi. Pietra del Gallo è un rosso da uve rosse piemontesi non dichiarate in etichetta ma prevalentemente freisa, un vitigno che si sta riscoprendo recentemente per le sue capacità di invecchiamento, ma che tradizionalmente si vinificava “vivace”, ovvero frizzante. Un’effervescenza grintosa, perfetta per accompagnare i ritmi quotidiani, godendosela il più possibile.
Che fine ha fatto Damiano Villanese, l’artista mordace che ebbe il coraggio di omaggiare Duchamp e il Dadaismo in un piccolo paesino dell’Alto Garda Bresciano? Ricordo ancora con un sorriso quell’esposizione sfrontata di questo pressoché ignoto artista, che curiosamente porta il nome del sottoscritto, in quel vetusto borgo di Pieve di Tremosine sul Garda, in provincia di Brescia, in occasione della “Notte Romantica” organizzata da I borghi più belli d’Italia nel 2016.
In mezzo a pittori di quadretti di genere, che un critico cattivo avrebbe definito i più “della domenica”, questo Villanese non si fece scrupoli a esporre opere assolutamente provocatorie, in pieno stile dada, non preoccupandosi di non venire capito o essere deriso. Nessuno in mezzo a quel pubblico conosceva Duchamp o il movimento a cui appartenne; immaginarsi se qualcuno sapesse che in quel 2016 correva il centenario dalla nascita del movimento!
Le opere di Villanese, disposte lungo i bellissimi vicoli di Pieve, non erano presiedute da nessuno; se non talvolta da un ometto simpatico e amichevole, che i paesani con confidenza chiamavano “Gianèto”. Nessuna traccia dell’artista in quel giorno, e nemmeno sono riuscito a dargli una età: poteva averne venti di anni come sessanta: un artista è sempre vivace di mente, e la fanciullezza in lui non muore mai.
Una scintilla, “Un lampo, poi la notte! – Bellezza fuggitiva/ dallo sguardo che m’ha fatto subito rinascere,/ti rivedrò solo nell’eternità?”, scriverebbe Baudelaire. Di lui non si sa nulla, se non il nome scritto su un cartiglio, esposto come glossa, a mo’ di introduzione, di fianco all’opera nel mezzo, in cui si leggevano le seguenti parole:
1916 – 2016
OMAGGIO AI CENTO ANNI DEL DADAISMO
E DI RIVOLUZIONE ARTISTICA “DUCHAMPIANA”
Con questa esposizione Damiano Villanese propone un omaggio alla più grande rivoluzione artistica degli ultimi secoli, particolar modo a colui che fu definito “l’uomo più intelligente del XX secolo”, Marcel Duchamp.
Più tardi, mentre ero al bar con amici, ho ricevuto per email, da indirizzo ormai non più valido, la seguente nota, scritta in terza persona da un autore anonimo. In allegato, il misterioso mittente inserì con scrupolosa cura le riproduzioni in formato fotografico di ogni singola opera. Questo che segue è quanto è rimasto di quella lettera.
DAMIANO VILLANESE: ESPOSIZIONE PER LA NOTTE ROMANTICA DEI BORGHI 2016
OMAGGIO AI CENTO ANNI DEL DADAISMO E DI RIVOLUZIONE ARTISTICA DUCHAMPIANA
È significativa, e particolarmente rilevante, la presenza dell’artista Damiano Villanese all’esposizione collettiva per la “Notte Romantica dei Borghi più Belli D’Italia” tenutasi alla Pieve di Tremosine sul Garda il 25 giugno.
La sua presenza assume una distinta importanza, non tanto per la personalità artistica, ma piuttosto per l’originale e coraggiosa scelta del tema offerto; importanza ancor maggiore se si pensa alla sterile e quasi anestetizzata cultura artistica di Tremosine, e alla medio-bassa capacità di ricezione del pubblico passante, per lo più ancora legato alla percezione artistica-estetica ottocentesca del quadretto di genere.
Il Villanese per l’appunto presenta con tutto orgoglio un personale omaggio ai cento anni del Dadaismo, in particolar modo ai cento anni dalla rivoluzione culturale, artistica ed estetica duchampiana (seppur il primo “ready-made” di Duchamp risalga al 1913, con la “Ruota di Bicicletta”, la piena consapevolezza della nuova concezione matura attorno al 1916, in parallelo alla corrente dadaista).
Ma cosa s’intende con Dadaismo? Il Dadaismo è una corrente artistico-culturale nata a Zurigo nel 1916 e sviluppatasi tra Europa e Stati Uniti nel secondo decennio del XX secolo. La base concettuale del movimento artistico la si deve a Marcel Duchamp, definito “l’uomo più intelligente del XX secolo” da Breton, ideatore inconsapevole di un nuovo modo di fare (o non-fare) arte grazie al “Ready-made”, ovvero un oggetto già fatto preso da un contesto ordinario, modificato nel suo stato di oggetto comune con minimi interventi, attribuendogli dichiaratamente un significato artistico-estetico, spogliandolo quindi di ogni attributo utilitaristico. Duchamp non utilizza strumenti o pratiche artistiche ma approfitta di ogni tipo di elementi preesistenti, favorendo nuove possibilità per l’oggetto, in cui avviene una “distorsione non formale ma semantica”.
Si proponeva a questa guisa la “riduzione dell’occhio retinico a favore di un “occhio” mentale”; l’opera non si ferma alla proiezione superficiale visibile anche distrattamente, ma va “oltre” richiedendo più alla mente che non alla vista, che diviene un veicolo e non più destinazione. Non è un rifiuto dell’arte ma una “diversa considerazione delle sue possibilità”: l’idea di arte si dissocia dall’idea di bellezza. Gli oggetti, a detto proprio di Duchamp, sono selezionati “con indifferenza visiva e assenza totale di gusto”.
Va inoltre aggiunto che con Duchamp, ma con il Dadaismo in genere, assume particolare importanza la terminologia e la nominazione: la parola diviene fattore estetico dell’opera d’arte, sua parte integrante e imprescindibile. Il testo non circoscrive o limita, ma anzi estende il significato. Si sfruttano le possibilità dell’omofonia con la possibilità di oltrepassare i limiti del linguaggio giocando sui significati (o scambio di significati) dei termini.
Le opere esposte.
Per tutte queste ragioni negl’intimi e pittoreschi vicoli della Pieve nell’allestimento dedicato a Villanese troviamo un’ enorme porta logorata dal tempo e appoggiata al muro con il titolo “ImPortante, ma non per te”, e poco di fronte uno scheletro di letto di quasi cento anni, impolverato e appena uscito dalla cantina, montato in modo superficiale senza troppo zelo con la scritta “L’hai Letto ma non l’hai capito”. Il titolo è quindi partecipe dell’opera e non è solamente un gioco di parole, ma assurge anche a provocazione nei confronti dell’osservatore con quel “non l’hai capito”. Sulla stessa riga intimidatoria e demoralizzante, per cui si lascia cadere ogni speranza di comprensione allo spettatore, è “telaio senza tela, ovvero l’inutilità del fare per l’incapacità di capire”, in cui un telaio che normalmente serve da supporto alla tela è esposto nella sua natura nuda e intoccata, come se fosse un opera fatta e finita; il principio s’identifica con la conclusione. Altri interventi che richiamano il non-fare e giocano intorno al finito/non-finito sono i due pannelli, inizialmente cominciati a dipingere con della pittura a olio, ma poi sospesi e lasciati incompiuti (“definitivamente incompiuto: disarmonia in rosso” e “definitivamente incompiuto: arancione nel nero”) fino ad arrivare al più estremo “completamente non cominciato”, ovvero un quadro, con tela completamente lasciata bianca, incorniciato con una cornice: ancora una volta il non-iniziato coincide col finito. La chiave di lettura è sempre incuneata attorno all’ironia e alla provocazione, un sottile umorismo, da non dimenticare mai nell’osservazione di queste opere. Quasi un gioco enigmistico sono i due disegni su foglio pentagrammato, che uniscono musica e scacchi (sia il disegno su pentagramma che gli scacchi sono chiari riferimenti a Duchamp): “Scacco al re diesis abbastanza veloce” e “scacco al re un po’ lento”, in cui l’aggiunta al titolo in tono del tutto scherzoso di “abbastanza veloce” e “un po’ lento” che nulla hanno a che fare con gli scacchi, deriva naturalmente dalla natura del “re” di essere rispettivamente di 1/8 (nota croma) il primo e di 4/4 (nota semibreve) la seconda. Sempre un gioco di parole tra provocazione e ironia, questa volta sarcastica e ridicolizzante, coinvolge i due “Only look at Me”, due tavole ottometriche professionali in cui risultano evidenziate in rosso le lettere M e E, e quindi risulta che letteralmente l’osservatore deve guardare “ME”, cioè lui stesso, dato che queste tavole servono proprio all’esercizio del vedere, o meglio al controllo di tale funzione. È un attacco sprezzante al narcisista assuefatto. Altra sferzata diretta al pubblico è l’opera forse più dadaista dell’intera esposizione, dal titolo “si acChiodomi pure, signore!”, che consiste in una vecchia sedia da cantina in legno il cui sedile è stato sostituito con un piano chiodato bianco e pervaso di vernice rosso sangue.
Con Damiano Villanese il dadaismo penetra nei vicoli e nei borghi dell’antica Tremosine. Un giorno alla Pieve ci si ricorderà di lui come quello che ha esposto come opera d’arte una vecchia e consunta porta inutilizzabile.
Giugno 2016
Non so che fine abbia fatto il Villanese. Innegabile però quel soffio di ilarità e di cultura artistica che grazie a lui si godette in quei due giorni – e che tutt’oggi ci rifresca l’animo, anche solo a ricordarlo.
Damiano Perini, marzo 2021
“definitivamente incompiuto: arancione nel nero”
(“definitivamente incompiuto: disarmonia in rosso”
«Anche riguardo al vino», scrive Plutarco nelle sue Vite parallele a proposito di Alessandro Magno, «in realtà era piuttosto misurato: sembrava che ne bevesse molto perché a tavola passava parecchio tempo, tenendo il calice davanti, ma si tratteneva a lungo non tanto per bere quanto per chiacchierare…». Non credo si riferisse proprio a questa parole Matteo Maggi, proprietario e produttore “indipendente” di Colle del Bricco, quando decide di dedicare la sua Bonarda al grande conquistatore macedone; e però così me lo immagino io, che questo vino lo bevo ora in tranquillità, ma che ho conosciuto in conviviale assemblea, proprio lì a Torre Sacchetti, frazione di Stradella (e di questa poco più in alto), sulle colline dell’Oltrepò Pavese.
Makedon infatti è il nome del vino, un rosso frizzante degno del nome del guerriero che fu Alessandro: immediato – possente sin dall’inizio – grazie a una carbonica viva e avvolgente, come un velo di spilli che si adagia alla lingua, ma non infastidisce, anzi ne vorresti ancora e ancora. Da subito è esuberante, brioso, agguerrito; il primo sorso è selvatico ma poi vira su toni di mora da rovo, frutta rossa in confettura. Il tannino è presente ma nobile, sostenuto dalle infinite bollicine.
“Bricco” nella parlata oltrepadana significa “terreno scosceso”, e infatti i vigneti coltivati dal giovane Matteo Maggi, nemmeno trentenne e a capo dell’azienda dal 2013, in totale 5 ettari, hanno una notevole pendenza. Li ho notati in loco, in sala degustazione (che è un appartamento confortevole e ammobiliato) mentre bevevo questo (o questa) Bonarda con piacevole sorpresa, 100% da uve croatina, un vitigno tardivo che amo particolarmente, e che qui nell’Oltrepò trova la sua migliore e naturale espressione. Pura polpa che si distribuisce, scorre, ma direi meglio fluisce, cola dal palato alla gola. Leggo che ha un titolo alcolometrico di 14% in volume, dapprincipio non ci faccio caso, ora però lo comincio a sentire. Devo decidere se continuare a bere o a scrivere.
IL RISPETTO PER LA NATURA, L’ANTIACCADEMISMO E L’ESTETICA “MAK”: BREVI CONSIDERAZIONI (UFFICIOSE) SULLA MIA VISITA A CASA GAMPERL – TEMI E PERSONAGGI DISCUSSI – BIBLIOGRAFIA DERIVATA
I giorni 27 e 28 ottobre 2019 feci visita a Ernst Gamperl nella sua abitazione-laboratorio in Germania. Si doveva discutere sulla mia tesi di laurea magistrale, a lui dedicata, e attualmente in corso di pubblicazione. Furono due giorni intensi ma piacevoli e scorrevolissimi, in cui si parlò del suo lavoro ma si divagò anche molto. Qui sotto riporto una serie di appunti ricavati da quella esperienza, che valgono come una sorta di breve introduzione a Ernst Gamperl.Temi qui passati in forma “leggera”, ma minuziosamente approfonditi nel mio elaborato, chiaro.(Damiano Perini, marzo 2021)
Immagine di Bernhard Spottel
Arrivare a casa Gamperl dal Lago di Garda è una sorta di viaggio mistico (o misterico), tra il fascinoso e il perturbante (Der Sandmann di Hoffmann, da cui Freud ricava il famoso saggio, è ambientato nelle montagne ombrose tedesche – «I due innamorati… guardarono giù, lontano, nella direzione delle foreste che sfumavano nella nebbia e dietro alle quali la catena montuosa si ergeva…»). Si superano le Alpi, passando prima il Brennero, Innsbruck e poi Garmisch; l’ultimo tratto in particolare (da Innsbruck fino a destinazione, circa 110 km) è un’immersione totale in una selva di conifere immensa, che si attraversa mediante uno stradone pieno di curve e sali e scendi. Il traffico è basso; pochissime macchine oltre la mia. Più che la visita di un laureando a un artista mi è sembrato un po’ di vivere l’arrivo kubrickiano di Jack Torrance all’Overlook Hotel, o quello dell’agente Cooper a Twin Peaks; a rendere ancora più inquietante l’atmosfera poi c’era un cielo plumbeo e basso, quando non nebbia, e pioggia leggera.
Chissà come mai, mi son chiesto tra il perplesso e il divertito, Ernst Gamperl e Ulrike (d’ora in poi anche familiarmente Ernesto e Ulli, se non addirittura l’Ernesto, la Ulli) abbiano deciso di trasferirsi dalla bellissima e aprica Vesio – frazioncina del comune di Tremosine sul Garda, circa 400 abitanti – a una periferia rurale di un piccolo villaggio di campagna dell’Alta Baviera (esattamente a Steingaden, circa 2700 abitanti, paese cupo, silenzioso, con case dislocate, posto lungo la «strada romantica» e vicino a Füssen, la nota cittadina dei castelli di Ludovico, vedi Neuschwanstein, vedi Walt Disney). Forse per una bizzarria d’artista, ho pensato superficialmente (come non ricordare Raymond Roussel: «Locus Solus è un quieto rifugio dove Cantarel ama svolgere, in piena tranquillità d’animo, i suoi molteplici e fecondi studi…»). In realtà le ragioni che hanno spinto i due (e quindi i figli, e quindi l’assistente, il laboratorio… e le procedure burocratiche) a trasferirsi dopo 15 anni dall’Italia alla Germania sono varie, sia tecniche sia idealistiche (o ideologiche?).
Innanzitutto il laboratorio di Piazza San Bartolomeo a Tremosine s/G (questo l’indirizzo precedente), insieme all’abitazione attigua, con cui era comunicante, anche se godeva di un panorama aperto su campagna e lago, era in realtà logisticamente scomodo e fuori mano; e il costo del trasporto materiali di conseguenza era alto. Si aggiunga (aggiungo io) il mancato riconoscimento del valore artistico (valore aggiunto che sarebbe potuto diventare, a esser più svegli, anche valore turistico, e che turismo!) da parte dei concittadini (non tutti ovviamente, come dimostra l’impegno del sottoscritto, fortunatamente una minoranza), delle associazioni locali e delle varie giunte comunali. Con “mancato riconoscimento” intendo questo, con un esempio: giusto qualche giorno fa, parlavo con un amico di Tremosine, e venuto a saper del mio progetto mi chiede: «e come sta l’Ernesto? Fa ancora quei posacenere lì?”. A questa osservazione, piacevole e interessante a suo modo, non mi sono stupito; anzi mi ha ricordato Pasolini e «l’astoricità della cultura popolare» degli scritti corsari, chissà poi perché, forse per giustificare tanta leggerezza e (simpatica) ingenuità che ritrovo spesso in questo mio bislacco paese natio.
L’altro aspetto è invece più profondo, legato alle origini di Gamperl e alla sua poetica e alle sue idee.
Gamperl e l’assistente Stewie (foto mie)
Poetica.
Ernesto fa riferimento a una qualche filosofia arcaica bavarese legata al culto del materiale e in particolare del legno, che lui stesso si propone di portare avanti; un culto che risale (evidentemente) al tempo pagano del culto degli idoli. Fa inoltre riferimento a una teoria che vede al principio il centro della cultura e della civiltà nel nord Europa, e solo in seguito ai cambiamenti climatici si sarebbe trasferita in quella che noi conosciamo come Grecia. Una teoria non convenzionale, e che anche lui mi enuncia con aria divertita.
Esiste per lui un’attrazione dell’antica Europa settentrionale verso la natura, in particolare verso il legno, che Gamperl ritrova sotto archetipi in Giappone. Mi parla delle «stavkirke», particolari chiese dalla notevole verticalità costruite interamente in legno (quindi pali portanti inclusi), erette in epoca medio evale nella penisola scandinava; soprattutto mi fa notare la somiglianza con alcuni templi asiatici, e la funzione di “ponte” tra i due continenti della stavkirke; un po’ come a giustificare la connotazione dei suoi lavori, intrinsecamente e allo stesso tempo di stampo orientale e occidentale, contemporaneo e arcaico. Non nasconde un interesse verso il paganesimo, a quel fascino archetipico della natura.
Ernst con gli enormi tronchi
Ernst e i “pinnacoli”, frutto della collaborazione con Michele De Lucchi
È l’arte che si piega alla natura, la insegue, la innalza, mi dice tra le righe Ernesto. Ciò che cerca di trasmettere Gamperl è un senso di dispiegamento, di rilassamento, di pace e serenità interiore. Per questo assume valore anche il contesto in cui le sue opere sono poste, lo spazio in cui sono collocate. Innanzitutto la natura del materiale è la «guida», la strada è indicata da essa; il materiale (il legno, sempre sottinteso) è il «fil-rouge». Si deve instaurare con il legno un’empatia, «un dialogo»; il suo è un vero e proprio «sentire» nei suoi confronti. «Il mio maestro è la natura» dice Ernesto, «il legno mi dà continui stimoli». Certo poi però ci sono anche le idee dell’artista, e queste devono essere messe in pratica, ci sono delle regole da seguire, regole da artigiano che solo in bottega si imparano, con il tempo e con l’esperienza, e «con tanta voglia di fare»; è l’artista con il suo tocco “demiurgico”, il suo intuito, la sua sensibilità a fare la differenza, a creare e definire l’opera e far sì che essa sia tale. E questa è la differenza sostanziale tra lui e il design industriale.
Una cosa che non mi nasconde ma anzi mi butta chiara e tonda è il suo incessante (e estenuante) sforzo per arrivare alla semplicità, una semplicità «assoluta». «È difficilissimo», ammette, e il procedimento richiede «pazienza, meditazione, tempo, duro lavoro, errori». E mentre mi spiega questa sua fissazione mi torna in mente Bruno Munari, ma anche Carver: «…il manoscritto era lungo quasi il doppio, ma ho continuato a ridurlo nelle successive revisioni e poi a ridurlo ancora,…», «leva», taglia», «semplifica». La semplicità «unisce e armonizza» mi confessa l’Ernesto, e l’arte, nella sua semplicità, funziona come riparatrice dell’anima e dell’umanità (funzione a livello micro e livello macro).
Per sua stessa ammissione nel suo lavoro lascia «sempre mano alla natura e alla casualità», una casualità però che mi sembra ben meditata e curata. Sembra più riflessivo che spontaneo.
Tecnica.
Il tornio è l’elemento cardine del suo lavoro, il punto attorno a cui gira (è proprio il caso di dirlo) tutta la sua opera.
Il metodo di Ernesto Gamperl è frutto del lavoro di 30 anni di esperienza ed è in continua evoluzione: si aggiorna e si compendia giorno per giorno. È la sintesi del giorno precedente ed è in continuo aggiornamento. È unico, esclusivo e personale. Devo ammettere che non ha dimostrato né riluttanza né gelosia a spiegarmi nel dettaglio (e con passione, qua sì, molta passione) fasi di lavorazione e tecniche.
Mi fa vedere una macchina particolare, il cui assemblaggio definito è stato messo appunto dopo 15 anni di lavoro (divagazione ennesima, oltre il professor Cantarel (Jean Tinguely?) di Ruossel. Bioy Casares ne L’invenzione di Morel: «”…da allora ho lavorato in solitudine… mi sono messo a cercare onde e vibrazioni mai raggiunte, a ideare strumenti per captarle e trasmetterle… ho dovuto inoltre perfezionare i mezzi già esistenti…”» spiega il terrifico scienziato a compendio di una vita passata costruire la sua macchina), e che gli permette di arrivare a un risultato estetico unico e riconoscibile.
Il suo modo complicatissimo di procedere vede due momenti. Il primo è puramente mentale e riflessivo, in cui Gamperl sceglie il materiale a partire dalla natura e dalla forma del legno. «Leggere e capire il materiale prima di tutto», mi spiega passeggiando nella proprietà, enorme, dove lungo la strada che porta dalla casa (un ex fattoria ristrutturata in modo semplice e minimalista, tre materiali: legno, cemento, ferro; tre colori: bianco, grigio marrone), al laboratorio (una lunghissima stanza una volta stalla per vacche). Mi imbatto in un colossale albero, sezionato in più parti, che per la stazza è tenuto per forza di cose all’aperto, tra l’umidità, il freddo, e il fango (ricordo una frase di Carlo Cesare Malvasia, nome a me già noto da tempo per altri motivi, più edonistici, scritta forse nella vita di Reni, «l’oro si estrae dal fango», e quindi vedi De André). Mi dice che è un albero di 50 tonnellate abbattuto da un fulmine in Inghilterra, e che un suo amico ha avuto la premura di farglielo avere.
Solitamente l’albero (rovere il suo preferito, anche perché «è quello che conosco meglio, e ci vogliono anni per capire il materiale ed entrare in simbiosi con esso, creare un contatto», oppure acero o frassino in casi eccezionali) di norma deve sempre essere alla fine del suo percorso vitale, sempre cioè nelle condizioni di dover essere abbattuto per cause di forza maggiore, oppure come nel caso sopra alberi divelti da fulmini e quindi già abbattuti – questo per il «rispetto della natura» (e in quest’ottica Ernst Gamperl, grazie al suo lavoro, grazie alla sua arte, riesce e dare nuova vita alla natura stessa, sotto un’altra forma.
Alcune opere della mostra “Tree of Life”
Il secondo è di sola pratica, e di divide a sua volta in 3 fasi: prima si ricava la forma esterna, poi succede lo svuotamento («…ora, quel Vuoto ha per noi tutti una funzione salutare, come una brezza per un asfittico. Perché una delle malattie più gravi di cui soffriamo è quella del Pieno…», così Roberto Calasso, John Cage o il piacere del vuoto, in La follia che viene dalle Ninfe, Adelphi 2005) dell’«oggetto» (questo il nome con cui Gamperl stesso definisce le sue opere, per lo più vasi e ciotole), tenendo sempre inumidito il legno su cui lavora, e per ultimo avviene la definizione (pulizia con fresa, spazzolatura, incisione della texture, colorazione tramite ossidi e minerali scelti, lunga asciugatura).
Il risultato sono oggetti con forme “de-formi”, uniche e irripetibili, che hanno una vita a sé stante. «Quanto ci metti per arrivare alla forma compiuta, all’ “oggetto” finito?», chiedo. «Io dico sempre 30 anni, come la mia esperienza», risponde allegro, aggiungendo pure una risata.
Dalla sua spiegazione è intuibile un grande lavoro di progettazione, il suo modo di procedere è l’esatto opposto di spontaneità, di istintività. Nei suoi lavori, già a partire dal pezzo grezzo, esiste un sistema di proporzioni che ha le basi nella sezione aurea e che deve essere rispettato; il tutto per arrivare a un’«armonia» complessiva dell’oggetto.
Gamperl ricava il pezzo grezzo dal tronco in vari modi, a seconda della materia prima con cui ha a che fare: grandezza del tronco, tipo di legno, configurazione dei cerchi concentrici (quei particolari anelli che interessano alla dendrocronologia, ovvero quel particolare sistema di datazione degli alberi, ma che nel nostro caso non contano, se non relativamente), venature, posizione dei nodi (ovvero quella parte del ramo che si raccorda col tronco). Me ne illustra 3 tipi, con semplici schemi (disegnini miei, i suoi sono stati fatti su assi che si trovava davanti al momento:
A) pezzo grezzo ricavato a lato del midollo; B) pezzo ricavato al centro del tronco e quindi comprendendo il midollo; C) CASO RARO E ECCEZIONALE (e quindi, mi fa notare, mi fa notare certo su mia insistenza, il maggior valore di mercato dell’oggetto quando sarà terminato), pezzo ricavato comprendendo il ramo (valore di mercato anche deciso dalla fragilità e delicatezza del pezzo, che incide sulla difficoltà della lavorazione).
Lo spessore è un altro importante fattore cui Ernesto tiene molto; su questo punto si è dilungato nelle spiegazioni tecniche. Lo spessore nelle sue opere può essere fine (la «tensione» è tutta nella forma – prendo in mano gli oggetti con spessore fine, e resto come d’incanto a maneggiarli, dotati come sono di una leggerezza quasi sublime; e qui, dopo Carver, Calvino: «…esiste una leggerezza della pensosità…la leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione…», e anche nell’arte “gamperliana” potrebbe esserci una «funzione esistenziale, la ricerca della leggerezza come reazione al peso di vivere», contrapposta a quella «pesantezza, inerzia, opacità del mondo») oppure massiccio (in questo caso la «tensione» si distribuisce sulla superficie). Gamperl odia lo squilibrio nel suo lavoro, e nella vita in generale («si generano altrimenti una sorta di tensioni asimmetriche»). Lo spessore del pezzo finito deve essere uniforme e uguale ovunque: per il controllo della misura utilizza sofisticati attrezzi di precisione che vengono dalla liuteria.
Particolarità. Capita talvolta di trovarsi di fronte a delle opere con dei raccordi, specie di cuciture, volutamente non nascoste, ma quasi ostentate. Le chiama «butterfly», o «coda di rondine»: servono a tenere insieme le crepe, createsi in zone di maggior «movimento», «tensione», e servono proprio per esaltare queste «zone di energia». «Sono crepe naturali che si trovano sempre nel legno», mi spiega dopo che gli ho fatto notare il mio scetticismo (non è che sia una giustificazione mi sono chiesto a voce alta); ma poco o nulla nell’arte è casuale, che non sia derivato da una scelta, e men che meno in Ernst Gamperl: «le code di rondine mi permettono anche di esprimere in un unico oggetto tutta la dimensione del tronco, sotto altre vesti. Le lascio in bella vista come i nodi dei rami, o le zone mangiate (me le indica), dei buchi che si creano naturalmente».
Un altro caso ancora più raro (e di una bellezza disarmante) è degli oggetti ricavati da legno di acero frisé, dove la fibra non è diritta ma in leggero movimento, un’ondulazione proprio come l’effetto dei capelli dopo il trattamento. L’impressione è quella di trovarsi davanti a una superficie di alabastro con impresso a mo’ di filigrana la chioma sciolta a onduline di alcune Madonne di Botticelli o di Dürer. Naturalmente qua il valore di mercato è decisamente sopra la media delle altre opere.
Si sofferma molto anche sulla «texture», anch’essa “ingrediente” fondamentale per la definizione dei suoi oggetti. Grazie a piccole incisioni sulla superficie, fatte da particolari e sottili scalpelli sull’oggetto in rotazione (il tornio è sempre basilare), crea dei “motivi”, cioè delle fessure lineari, regolari, che possono essere più o meno profonde, e che andranno a creare un gioco luce/ombra sulla superficie stessa, diverso per ogni oggetto. Alla texture si sovrappone una spazzolatura quasi sempre obliqua, che da una parte gli permette di avere colorazioni sempre diverse e dall’altra per evidenziare la «venatura naturale del legno».
L’esterno è quindi nella maggior parte dei casi ruvido («mak»); l’interno è liscio. Si crea un rapporto interno/esterno, dove le «labbra» rappresentano una soglia, una zona di confine.
Per tirare le somme del suo lavoro si paragona a un «casaro con il suo formaggio» («…tutto era un caos… et quel volume andando così fece una massa, aponto come si fa il formazo nel latte…» dice Menocchio circa seconda metà del Cinquecento, riporta Ginzburg 1976, e da settembre riedito da Adelphi) nel partire dalla materia prima, lavorarla, evolverla, affinarla, e soprattutto nell’asciugatura, dove assume un ulteriore deformazione naturale.
Immagini di Bernhard Spottel
Idee.
Durante la serata, passata prima a tavola e poi nello studio all’interno del laboratorio, abbiamo avuto modo di scambiare qualche chiacchiera off topic. Oltre all’inevitabile “aggiornamento” sulla stato delle famiglie e delle novità del suo ex comune, sono uscite cose anche interessanti.
Mi parla con disimpegno del suo interesse recente verso le origini del cristianesimo, e in generale alle radici delle religioni, per trovare quella Verità, assoluta e unica che le accomuna. Non c’è interesse diretto invece verso una filosofia, specialmente quella zen, anche se nel corso degli anni ha trovato passi o idee in cui riconoscersi; ma non è mai partito da esse.
La sua arte sempre legata all’artigianato; sempre legato al “fare” (a questo proposito mi torna utile il saggio – o almeno, alcuni spunti del saggio – del mio ex professore Roberto Pasini, Fare e Non Fare. Arte, cultura, società, Mursia 2014); vicino all’artigianato artistico, all’arts&crafts, dai vari William Morris in poi, ma soprattutto quelli del versante orientale, come spiegherò meglio più sotto. Non solo le idee, i concetti, ma anche alla loro realizzazione con tutto ciò che ne concerne: lavoro fisico, fatica, pratica (molta pratica).
Si dichiara «antiaccademico», non sopporta le teorie fatte a posteriori e le materie troppo speculative (tipo psicoanalisi): disfano, distruggono, non aiutano a progredire, ma anzi fanno andare indietro, regredire le persone (parafrasi mia).
Odia la Abramovich e in generale tutta la body art, non sopporta nemmeno tutta quell’arte che pone il concetto, l’idea , il pensiero al di sopra del risultato estetico, come per esempio l’arte concettuale; odia la Abramovich – ci tiene non so perché a rimarcare. «Cosa ne pensi di Piero Manzoni?» chiedo io; «bah, lo conosco perché è famoso, perché è sui libri; ma non mi interessa», risponde lui evasivo e con tono asettico. Mi viene allora in mente Yves Klein, il suo «Vuoto» e la vicinanza alla filosofia zen; ma non si scompone, «conosco, ma non mi interessa», mi ripete. La butto allora sulla provocazione: «cosa dici di Günter Brus, Hermann Nitsch e in generale dell’Azionismo? (pausa) E della Orlan?». Non ho capito se era più schifato o stizzito, e comunque non ha risposto, si è girato dalla parte della libreria, indicandomi i suoi “lumi”, quasi con un fare catechistico, come un prete che perdona con un sorriso il peccato del ragazzino, offrendogli la via buona da seguire. Ammette però che è fortemente ammiratore di Giorgio Morandi, e in particolare del vuoto delle sue atmosfere; ammira in lui e lo ritrova in sé stesso la continua ricerca a un Bello armonico, all’unione, a una serenità interiore.
Bio (o stralci di bio).
L’Ernesto è restìo a parlare della sua biografia, e quindi per me è stato difficile ricavare notizie, le quali ho dovuto “estorcere” con domandine mirate in tempi diversi, e ricomposte in un secondo momento. Appassionato di moto-trial, da giovane gira l’Europa per tornei, e grazie a questa passione conosce prima Arco, poi Cavedine e infine Tremosine, dove a 28 anni installa il laboratorio. Frequenta la scuola di falegnameria prima, successivamente fa 3 anni di apprendistato ad Hannover ottenendo in conclusione il titolo di “master” del legno; diventa poi tornitore, e infine apre un proprio studio di oggettistica d’arte a Steingaden, proprio in una casa vicino a dove abita ora; da subito si dedica a ciotole e vasi. L’origine quindi dell’artista non ha niente di trascendentale, se non la comunanza con Nostro Signore a essere partito come falegname e carpentiere. Mi racconta, in un improvviso e brevissimo slancio di passione verso il passato (uno dei pochi verificatosi durante il mio soggiorno), di aver ricevuto «la vocazione» (proprio queste le sue parole) dopo aver consultato per caso un libro sulla tornitura di un suo amico.
***
Nomi e personaggi (vicini o correlati).
ASUKA KATAGIRI, pittore, e in particolare la serie Light Navigation (link esempio: http://www.kanakawanishi.com/asuka-katagiri-works); dove confluiscono il tema del cerchio, dell’attesa, del perfetto e insieme dell’indefinito, come una natura ancipite in eterna sospensione.
TERUNOBU FUJIMORI, architetto stravagante, professore a Tokio di storia dell’architettura (paradosso: dichiara che nei suoi progetti c’è una volontà di distaccarsi totalmente da ogni precedente architettonico, ogni idea passata, non avere nessuna relazione con la storia); suo concetto principale è creare a partire dal materiale (qua il punto di incontro). Altra idea, che piace e condivide Gamperl è che spazio e natura sono da considerarsi come una sola cosa indivisibile. Fujimori utilizza il legno e i tronchi in particolare come portanti. Fattore che lo unisce alle stavkirke scandinave.
Ernst Gamperl si dichiara vicinissimo per idee agli esponenti delle avanguardia del design del Giappone post bellico; ammirazione per loro, che «si sono imposti contro la tradizione» (Gamperl si dimostra tutt’altro che “tradizionalista”):
IKKO TANAKA, graphic designer;
ISSEY MIYAKE, stilista (ottimi come sempre i profumi appena usciti: «…già dal primo incontro con le note di testa, la rosa si fonde con il tocco goloso di pera e lamponi, il cuore esplode con la potenza delle due regine…» scrive qualcuno a proposito del Rose&Rose su «Io Donna» del 2 novembre; «…La virilità si può esprimere in tanti modi. Certo è che la potenza, la forza e la malleabilità del legno la rappresentano in maniera evidente…» scrive sempre qualcuno, questa volta però sul Wood&Wood, «Io Donna», 19 ottobre, quasi come anticipazione e prolessi del mio viaggio a Steingaden). Curiosità n° 1: Ernesto è amico del figlio; Curiosità n° 2: nel 2000 c’è stata la sua prima personale Volumes in Wood al Design Studio Gallery di Miyake a Tokyo e alcuni oggetti di Gamperl appartengono alla sua collezione privata; Curiosità n° 3: la consistenza di alcuni tessuti di Miyake è molto affine alle superfici degli oggetti di Gamperl («…Uno dei punti di partenza per questi particolari capi è la consistenza dei tessuti, in particolar modo quelli pieni di pieghe e stropicciati. Identificativa del brand è la tecnica del plissé, formata da tante piccole pieghe ravvicinate che danno vita ad un outfit che ricrea l’effetto fisarmonica…», vedi foto esempio https://www.fortementein.com/2019/09/30/la-storia-di-issey-miyake-e-la-sua-collezione-pleats-please/);
TADAO ANDO, architetto, legato a lui in particolare per il concetto dello spazio e ai suoi rapporti, esaltando il vuoto (il Vuoto, vedi sopra);
ISAMU NOGUCHI, scultore, ha studiato a Parigi con Brancusi;
LUCIE RIE, ceramista austriaca (viennese) naturalizzata britannica, perseguitata dai nazisti e quindi fuggita dal suo paese natio. Le forme e le sue superfici delle sue opere entrano in pieno dialogo con quelle di Gamperl; esiste una affinità notevole (Gamperl però non mi parla di ispirazione diretta, o comunque non mi fa capire in nessun modo che abbia preso le sue opere come modello);
C’è poi un italiano, MICHELE DE LUCCHI, con il quale ha collaborato per un progetto, e che Gamperl ammira per il suo legame con «il Fare», per la praticità, per la capacità di materializzare l’idea.
Altra bibliografia.
La bibliografia è ricavata da più spunti: letture di Gamperl, e soprattutto mie conoscenze.
. Tanizaki, Libro d’ombra; scrittore «decadentista» (letto in qualche prefazione di un suo libro che non ricordo) orientale che guarda a occidente. Lo scritto è un saggio tra il sociale e l’estetico e Gamperl dice di trovarsi molto con svariate osservazioni che fa Tanizaki.
. Leonard Koren (consigliato nella email del 5 ottobre), Wabi-sabi per artisti, designer, poeti e filosofi e Wabi-sabi. Altri pensieri; altra lettura cara a Gamperl. Ci tiene però a rimarcare (me lo ha ripetuto più e più volte durante il soggiorno) che i libri e le teorie danno «una costruzione intellettuale a ciò che già faceva da anni»; i libri o le correnti inscatolate «non mi hanno influenzato (utilizza questo terminare, e temo con un’accezione medico-sanitaria) ma mi ha dato, o provato a darmi, un’etichetta, una classificazione»;
. Lafcadio Hearn, Giappone e Ombre giapponesi (quest’ultimo edito da poco da Adelphi con copertina molto suggestiva). Giornalista cosmopolita, nato in Grecia, vissuto nel mondo, naturalizzato giapponese; la sua visione è di un occidentale verso oriente (al contrario di Tanizaki, o Murakami: «sorseggiando champagne ghiacciato continuammo… lei ordinò un daiquiri gelato, io un whisky con ghiaccio…», cito da un racconto a caso, L’elefante scomparso; di sake poche tracce, per fortuna. Del resto Murakami pare sia uno che sa vivere bene e quindi un tipo a cui piace il vino; nonostante la tendenza luciferina di adorare i gatti, dichiara al «Sette» del «Corriere della Sera», 27 settembre: «…mi divertivo a guidare fino in Toscana per andare a comprare il vino»);
. trovo interessante a proposito anche la mostra che si sta svolgendo al Mudec di Milano, Impressioni d’oriente. Arte e collezionismo tra Europa e Giappone, che pone al centro della questione l’influsso giapponese nell’arte europea di fine secolo (il «giapponismo»). «La mostra ripercorre la profonda fascinazione che il Giappone ha esercitato sulla cultura occidentale e approfondisce le dinamiche dei complessi scambi artistici che si susseguirono tra il 1860 e il 1900. L’analisi storico-artistica riserva una particolare attenzione al contesto di relazioni commerciali, avventure imprenditoriali e in generale grande curiosità che hanno caratterizzato un’epoca intera…»; bah, o forse anche no, vediamo;
. Tomas Navarro (sempre consigliato nella email come sopra), Wabi Sabi. Scoprire nell’imperfezione la bellezza delle cose, Giunti, 2019;
. Yanagi Soetsu (o anche Yanagi Muneyoshi), e quindi il figlio Sori Yanagi, e il figlio del figlio Shinichi Yanagi, entrambi design di rilievo a livello internazionale. Soetsu è stato un critico d’arte giapponese, che dopo un viaggio in Corea teorizza e fonda in Giappone il movimento Mingei, un movimento orientale corrispondente all’arts&crafts di Morris&Co (anni ‘20 del Novecento). La curiosità verso l’artigianato coreano lo spingerà a aprire inoltre il museo dell’artigiano popolare in Corea nel 1924. I suoi scritti sono un cardine per Gamperl: in questi si evidenzia la dicotomia Giappone/ Corea, e quindi Wabi-sabi/Mak
. Byoung Soo Cho, Imperfection and emptiness. The informal spontaneity of mak and poignant vacancy of bium permeate both aesthetics and way of life in Korea, articolo uscito per la rivista coreana nel febbraio 2018 «The Architectural Review», in cui l’architetto coreano pubblica la sua teoria-manifesto sull’estetica mak. Cos’è questa «mak», a cui Gamperl fa continui riferimenti. In poche parole è un’idea, una filosofia, un’estetica, legata al concetto di torbido, imperfetto, casuale, spontaneo. È in contrasto con il wabi-sabi, legato alla perfezione mistica, alla purezza, alla pulizia, alla nitidezza.
Io e Ernst. Foto (mossa) di Ulli
Conclusioni.
È stato un viaggio interdisciplinare tra filosofia, arte, design, architettura, moda, civiltà, società. Mi son fatto l’idea che l’arte di Ernst Gamperl sia come un nodo che intercetta più discipline, e che vive in virtù di esse (una sua opera sopra un bancone di un’osteria effettivamente la si potrebbe scambiare per un posacenere dei tempi che furono – Legge 3/2003 «Tutela della salute dei non fumatori»): dall’architettura al design all’arte applicata, e persino alla moda; dalla filosofia alla falegnameria. Ernst Gamperl è insieme occidentale e orientale, arcaico e contemporaneo, semplice e complesso, meditativo e laborioso, naturale e artificioso. In lui torna la forza del passato, il gusto del futuro.
E, perduto nelle mie contemplazioni, ricercavo le origini di questo grande artista, del pagano mistico, capace di astrarsi dal mondo tanto da veder risplendere le apoteosi di altre epoche. Difficile, per me, stabilirne la derivazione; qua e là vaghe reminiscenze di popoli ancestrali; qua e là echi confusi di design contemporaneo; febbri cromatiche e formali della natura sempiterna; ma l’influenza di questi maestri rimaneva, tutto considerato, impercettibile: la verità era che Ernst Gamperl non deriva da nessuno. Senza veri predecessori, senza possibili successori, resta unico nel panorama dell’arte contemporanea.
(Parole non del tutto mie quest’ultime, ammetto, ma fanno comunque un bell’effetto).
Mentre torno a casa dalla Torino-Piacenza direzione Brescia, immerso nel traffico tipico di fine giornata, felicemente spossato dai copiosi assaggi, e col sapore amarognolo-dolciastro di croatina persistente in bocca, oltre a una sensazione vaga di piccole bolle vivaci attorno alla lingua, ripenso alla giornata appena passata sui colli pedemontani dell’Oltrepò pavese, tra Broni, Stradella e Canneto. Una giornata per metà non organizzata, fortunatamente, ma frutto di uno sviluppo casuale di eventi, che più o meno può esser riassunta così.
Parte prima: Andrea Picchioni
Venendo da nord, ossia dalla Pianura Padana, si sale dolcemente imboccando prima Viale Libertà e poi Viale Resistenza, che introducono alla cantina di Andrea Picchioni e mi sanno di buon auspicio: libertà dai disciplinari, più attaccati alle carte che alla vigna; resistenza a etichette e convenzioni del mercato vinicolo. Comunque sono in largo anticipo, e per non fare la figura dell’impaziente ne approfitto per farmi un giro nei paraggi. Prendo una strada a caso, scegliendo quella che più sale verso monte. Mi inoltro così in stradine di campagna, strette e arzigogolate; ma sono abituato, dunque giro a mio agio, gustando il paesaggio dall’alto delle dorsali collinari che spesso coincidono con la strada. Arrivo poco dopo a Canneto Pavese (230 metri di dislivello, circa 1350 abitanti) e proseguo verso Colombarone e Monteveneroso, poi risalgo verso Montescano, e chissà quali altre frazioncine; piccoli paesini la cui parola “agreste” è quella che meglio può rendere l’idea. Incontro trattori e Fiat Panda, il traffico, se così si può chiamare, è per lo più di contadini. Mentre guido mi guardo distrattamente, molto distrattamente in giro, a destra e a sinistra, scorgendo quasi solamente filari. E qui capisco bene Camillo Langone, quando dice che in Oltrepò ogni singola vite è una “pennellata di un paesaggio capolavoro” (Dei miei vini estremi, 2019). In un tratto molto panoramico si può vedere tutta la valle che sottostà a Cigognola (310 metri s.l.m.), paese ben riconoscibile per il castello e la sua torre.
Qualche minuto prima delle 10.00, orario dell’appuntamento, suono il campanello della cantina Picchioni. Mi viene incontro la mamma di Andrea, persona loquace e dai modi ospitali, con indosso un grembiule sopra una pesante felpa di pile. Mi parla in dialetto ma riesco comunque a capire bene. Parliamo del tempo, che per essere febbraio è una giornata molto calda; poi mi dice che il figlio sta arrivando. Infatti, arriva poco dopo. Andrea Picchioni è una persona dalla grande corporatura, lo si direbbe un contadino per iconografia. Di lui ha scritto di recente Massimo Zanichelli, in un articolo dedicato a una verticale “sinottica” di suoi vini (acquabuona.it), che è “loquace ed estroverso in privato o nelle occasioni conviviali”, diventando però “laconico, perfino timido, quando deve parlare di se stesso e dei suoi vini, o quando si trova in pubblico”. In effetti, pur non essendo assolutamente “social” (niente Instagram, Facebook, etc., solo Whatsapp e senza immagine profilo) , è viceversa sorprendentemente socievole. Ospitale in modo sincero e semplice, senza ampollosità o artificio. Pare da subito schietto e onesto, come i suoi vini.
Andrea Picchioni fonda l’azienda nel 1988, ventenne, dopo gli studi di agraria. Attualmente coltiva 10 ettari, soprattutto croatina, in Val Solinga, vicino alla cantina. Un territorio generalmente molto caldo (e oggi lo capisco bene) le cui pendenze sono molto ripide, e quindi di difficile coltivazione. La degustazione avviene in una sala attigua alla cantina, praticamente una cantina nella cantina, in cui sta un tavolo al centro con attorno alcuni mobili, tutti completamente coperti da numerosissime bottiglie (piene e vuote, di produzione propria e non), e dove l’unico orpello – se mi è concesso chiamarlo così – è un ritratto di piccole proporzioni del padre. Ammetto che sono lì per le sue versioni di croatina, dunque mi versa il Da cima a fondo, un vino dal nome bizzarro, e dall’etichetta ben disegnata (sono molto distinguibili le etichette dei vini di Picchioni), omaggio di una sua amica, anche lei produttrice. Si tratta di un rifermentato in bottiglia, una tipologia il cui risultato può causare un “fondo” nella bottiglia; inoltre, non potendo ricevere eventuali aggiustamenti da passaggi enologici (“le uve una volta pigiate sono messe in bottiglia, e da lì in avanti non ci si può fare più nulla”, come mi spiega), l’uva utilizzata deve essere la migliore possibile, ossia quella prodotta da viti coltivate nella zona per clima più favorevole, appunto la “cima” della collina: ecco il nome. Al palato è un vino di grande vivacità, molto equilibrato, giustamente tannico e ancor meglio fresco; una bella polpa dalla beva comunque scorrevole.
La bevuta in allegra e conviviale compagnia, altrimenti e professionalmente chiamata degustazione, prosegue – per mia colpa – in modo disordinato. Vorrei assaggiare solo due vini, ma come sempre rimane solo un bel proposito da raccontare (come a dire: “io ci ho provato!”). Assaggio goccio per goccio, per godermelo sottilmente il Rosso d’Asia, un rosso potente ma molto pulito a base croatina e dedicato alla figlia Asia (nati lo stesso anno, nel 1995). Anche l’etichetta è da lei disegnata (un autoritratto?) e è un capolavoro di sintesi, nettezza, simbolismo grafici (ci vedo i pittori vascolari attici quanto Aubrey Beardsley): sarebbe immediatamente riconoscibile in mezzo a mille bottiglie.
Poi bevo il Buttafuoco Bricco Riva Bianca, il cui nome (Buttafuoco) deriverebbe dalla zona originaria di produzione, la frazione di Monte Bruciato: nomi che rinviano al calore dell’esposizione a sud, al suolo di sassi scottanti (o così me li figuro), e più in genere al caldo opprimente che in queste regioni, complice anche l’umidità, in estate deve essere davvero terrificante. Ma io essendo avvezzo più al clima mite del lago e alla frescura dei monti prealpini preferisco glissare su etimologie e toponimi, bevendone una buona dose. Andrea mi parla come di un vino identitario del territorio, della sua complessità e soprattutto potenziale longevità, cosa che non fatico a credere. Un rosso caldo ma molto lungo, di alta qualità.
Mentre i bicchieri continuano a riempirsi e svuotarsi – perpetuo alternato ritmo di felicità – la mamma di Andrea ci rifocilla con grissini, tagliere di formaggi, taglieri di coppa e pancetta della zona che, ammetto, sono davvero ottimi. Mi versa il suo pinot nero Arfena, e scorgo in lui un po’ di soddisfazione, anche se velata. Io sono poco predisposto ai pinot nero pavesi; sono più vicino a Egna e Mazzon che non a Canneto Pavese e Solinga, ma non vorrei pensasse sia uno snob, inoltre per fortuna sono curioso, quindi accetto volentieri. Infatti lo trovo molto gradevole, ben fatto, fresco, “succoso”, avvolgente. Fa un passaggio in legno ma questo è appena percettibile, un vino delicato, un pinot elegante; così, come ha da essere.
Andrea Picchioni si esprime poco elargendo i suoi prodotti; piuttosto chiuso ne parla giusto l’essenziale e soprattutto quando interpellato. Al contrario è molto generoso e non teme di esagerare spendendo tempo e parole parlando bene degli altri produttori locali, amici, conoscenti o solo rivali. Ma non solo me ne parla, addirittura mi fa una degustazione guidata di un vino di un’altra azienda. Cosa rara, a cui pochissime volte mi è capitato di assistere bighellonando qua e là per cantine. Ma ben venga: che l’immagine enologica dell’Oltrepò possa cambiare a partire da questi gesti!
Andrea mi ha confermato inoltre quello che già da tempo intuivo, la regola che non è l’eccezione (un vignaiolo insegna molto più di un politico), ossia: o si ama l’ambiente o si è ambientalisti. Il primo caso implica un’idea vera, da portare avanti senza vessilli spiegati, un’idea in cui si crede sul serio. Il secondo caso è mera ideologia per facinorosi, poche e confuse frasi fatte, etichette da ostentare, per esaltazione o per scelte di mercato. O si è ecosostenibili o si è fan di Greta Thunberg.
Ogni singolo metro quadrato coltivato dell’azienda Picchioni è certificato biologico, ma non vedo foglioline verdi sul retro etichetta. Non è tanto la certificazione in sé a essere messa in discussione, mi dice Andrea, ma i disciplinari e le burocrazie che ci ruotano attorno; quindi il rispetto dell’ambiente è effettivo e non a parole, penso. Anche se poi non ci faccio troppo caso, preferisco bere il vino che fissarmi su loghi e stemmini apposti su etichette; e siccome è particolarmente buono la mia mente torna presto ai profumi e ai sapori di quel vino. Ma pure al territorio attorno a noi, che pare proprio vocato.
Parte seconda: Lino Maga
O meglio, Maga Lino, così si fa chiamare, col cognome sempre prima del nome, come avevo appreso prima grazie alle numerose letture. Per prepararmi meglio all’incontro infatti – che aspettavo febbrilmente con una sensazione mista tra l’attesa di un esame universitario e di una prima confessione – ho letto e studiato i minuziosi resoconti di alcuni tra i miei maestri, dedicati al grande vignaiolo. Dai classici: Luigi Veronelli, Mario Soldati, che parla bene dell’Oltrepò (“I rossi, di regola, sono densi, spessi, spumosi, quasi dolci al primo assaggio, ma poi rivelatori di un fondo gradevolmente amarognolo che, sul posto, chiamano ‘ammandorlato’”), o Gianni Brera, amico di Lino, che del vino scrive grandemente, come se fosse un fratello. O ancora i più recenti Massimo Zanichelli o Camillo Langone, entrambi amanti dei rossi oltrepadani. Apprendo molte cose riguardo alla figura di Maga e del suo Barbacarlo; ma quando arrivo a Broni (9500 anime circa), Via Giuseppe Mazzini, e vengo accolto al civico 50, resto comunque sorpreso, pensando che in certi casi leggere non serva a nulla.
È un normalissimo vicolo di un normalissimo piccolo centro abitato. Una lunga strada di case attaccate e nessuna che dà nell’occhio per qualcosa in particolare. Solo tre grandi vetrine possono incuriosire con una insegna pendente che mi segnalano che sono arrivato. Siccome le luci son spente entro dal retro, passando per il cortiletto della cantina storica. Lino Maga è nello studio, assiso su una poltrona presidenziale, telefono in una mano e sigaretta nell’altra (che fumasse una sigaretta dietro l’altra è la cosa che dicono tutti, quindi non mi stupisco). Dopo poche parole e un breve cenno molto misurato (che traduco in benvenuto), mi accompagna nel salone per la degustazione, in pratica una vecchia bottega pervasa dall’odore di fumo stantio, e cosparsa ovunque di bottiglie (un horror vacui di Barbacarlo di svariate annate), di libri, e di fogli di differenti dimensioni, su cui per ognuno sta scritto a mano da Maga stesso un apoftegma, un monito esortativo di tipo oracolare. Un attimo per fare mente locale: non sono a Delfi ma a Broni, non al tempio di Apollo ma a quello del Barbacarlo.
Sul tavolo ci sono molto bottiglie di vendemmie diverse, sia di Barbacarlo che Montebuono, i due cru e unici vini da loro prodotti (8 mila bottiglie annue per il primo e 5 mila per il secondo, nelle annate migliori). Con gesto pacato e quasi carico di beatitudine mi versa un buon bicchiere, l’annata è la più recente; io allora annuso, assaggio, cerco in ogni modo di sembrare un professionista serio, poi però la mente cede al gusto, la ragione al piacere, e finisco per sorseggiare con ottimo umore quel vino felicemente atipico, e ascolto senza interrompere il vegliardo. È la sua ottantatreesima vendemmia mi dice (classe 1931), e anche se non può più per questioni fisiche andare sul campo (ai ripidissimi vigneti ci pensa il figlio Giuseppe: sue le redini dell’azienda), la sua vita rimane legata alla cantina. Parla lentamente, con voce fioca; le sue sono frasi concise sono seguite da lunghe pause e (almeno così mi pare) da un sorriso carico di rimandi, ricordi, emozioni, conoscenti perduti. Ogni tanto se ne esce con Veronelli, con cui era molto amico, e il suo sguardo si fa cupo e nostalgico, trasognato. Diventa un’altra persona, invece, se si parla di disciplinari: la fronte si irrigidisce e il tono si fa bellico. “Non si fa vino coi disciplinari”, mi ammonisce, come se di colpo mi fossi trasformato in un agente doganale o roba simile; “burocrazie, carte, fanno perdere tempo… e la natura va avanti!”
E i vini di Lino Maga sono veramente naturali, legati come pochi altri al susseguirsi (positivo o negativo) delle stagioni. Le uve utilizzate sono quelle più diffuse in Oltrepò, ovvero croatina, uva rara e ughetta (ossia vespolina). Ma ciò che distingue il prodotto è la scelta di non forzare i processi di maturazione dell’uva con sistemi troppo invasivi; i vini così avranno ogni anno caratteristiche peculiari, buone se l’annata è stata buona, buonine se l’annata è così così, ma comunque sempre diverse. In modo distratto mi versa un’annata molto più indietro, e procede nella sua arringa antiburocratica e pro lavoro manuale: io bevo: vino fermo, tannino duro, terziari più in evidenza… io ci provo con sicurezza, “beh, molto più complesso, c’è qualcosa che mi ricorda la liquirizia” dico; “ah non so”, mi sento rispondere senza dar peso alle parole e spiazzandomi con un colpo netto, “è aperta da giorni quella”. Così che la mia momentanea baldanza svanisce presto, per fortuna non come l’interesse per tutte quelle bottiglie, che piano piano conosco un bicchiere dietro l’altro.
Il sole ormai basso basso mi fa capire che purtroppo è ora di accomiatarsi; Lino Maga, sigaretta accesa in mano, mi accompagna all’uscita. E su quella via anonima, andando incontro all’auto che mi porterà a casa, colmo corpore et anima (e bocca) di un gusto pieno e spumeggiante, mi rileggo le parole di Gianni Brera, nato in queste terre, le cui foto in bianco e nero riempiono qua e là il negozio di Lino: “Il barbacarlo […] basta mescerlo per vederlo montare in superbia: e quel mussare di spume fini e veloci sembra una risata cordiale; poi è buono, altro che storie!, e sarà l’infanzia, sarà la disposizione atavica, io di vini migliori ne ho pure bevuti e ne bevo, ma non ne trovo mai che mi piacciano sempre in egual misura, che siano altrettanto leali a qualsiasi livello.” O ancora, “Barbacarlo un po’ bullo di spume e mandorlato…”
L’ULTIMA ECO DI TIZIANO VECELLIO INCARNATA DAL MAESTRO PROTOIMPRESSIONISTA ANDREA CELESTI*
È per me sempre una gioia, piacere per gli occhi e nutrimento per lo spirito, la visita alla parrocchiale di Limone sul Garda. Dal sagrato, così fastidioso a camminarci con quell’acciottolato finto-antico che lo ricopre, si apre uno scorcio sul lago ineguagliabile nel territorio, e su limonaie dal sapore bucolico che sfumano sulla costa verso nord, ai piedi delle nude rocce. Meno confortante è l’ingresso in chiesa, dedicata a San Benedetto abate: una chiesa non dico tetra, ma molto cupa, austera e poco illuminata, in cui fanno da cornice severissimi altari, di cui, forse, il solo azzurro del paesaggio che si apre sullo sfondo della pala di Antonio Moro (primo altare sulla sinistra) lascia uno stralcio di serenità. L’imponente crocifisso in legno di bosso, magistralmente scolpito, incute riverenza (“timor di Dio”, che non è paura ma rispetto, appunto); buie e chiuse sono le pale contrapposte dell’Ultima Cena e della Madonna del Rosario. Mentre la Deposizione dell’altare maggiore, ben fatta e molto eloquente, anche se forse esageratamente patetica, è immersa in un mondo lovecraftiano. Ma in questo contesto, impossibile non notarlo, saltano agli occhi come frecce luminose – fiammate: un bagliore – le incandescenti e vibranti figure dipinte da Andrea Celesti, che si stagliano come vive da ambienti oscuri, nelle due tele poste l’una di fronte all’altra nel presbiterio. In quelle cromie agitate, e pure distese allo stesso tempo, avverto l’intensa vita del maestro veneziano, prolifico e inesauribile, che ha dipinto molto e in modo eccelso per tutta la sponda del Garda bresciano.
Vita e formazione. Tralasciando le oscillazioni (che comunque variano di pochi anni) di datazione, e che la critica ancora discute, Andrea Celesti nasce a Venezia nel 1632 e muore presumibilmente a Toscolano, nel 1712. La sua carriera artistica si concentra dagli anni ’90 del XVII secolo in poi, quindi in età già avanzata (viene in mente Freud: “sto raccogliendo materiale[…], aspetto la scintilla che dia fuoco alle polveri”, 1900), e coincide con l’arrivo in terra bresciana. Leggendo le tante parole a lui dedicate nel corso dei secoli nonché i tanti storici dell’arte che ne parlano, si nota come sia passato alla storiografia ufficiale e diventato fatto quasi assodato il romanzesco sbarco sulla riviera di Celesti: a) a sèguito di uno scontro sanguinario, o b) cacciato dopo essersi fatto beffe in pubblica piazza del doge Alvise Contarini (ritratto con le orecchie da asino ci dice Ivanoff, 1979). Per Marelli (2000) sono ipotesi fantasiose, semplicemente per la libertà di azione di cui Celesti ha goduto nel bresciano. Personalmente, avendo letto tanto e forse troppo di artisti e loro vite (un esempio su tutti: vi ricordate del Giotto-pastore riportato dal Vasari?), sono del parere di Marelli: pura aneddotica al solo scopo di insaporire il curriculum, diremmo oggi, del pittore. Ma Celesti è un artista talmente raffinato che non ha bisogno di appendici caratteriali ulteriori, et major titulis virtus. Il suo percorso formativo e le numerosissime opere, sia di commissione ecclesiastica sia privata, già dicono molto. Andrea Celesti è allievo di Matteo Ponzoni (1583-1663), grande colorista sulla scia di Paolo Veronese (1528-1588), e di Sebastiano Mazzoni (1611-1678), artista stilisticamente vicino a Tintoretto (1518-1594), dai tagli e dalle composizioni arditamente scorciate. I numerosi testi critici che ho sottomano, inoltre, indicano un influsso del maestro napoletano Luca Giordano (1634-1705), soprattutto per i forti contrasti chiaroscurali e i “gruppi popolari” (Marelli, 2000) che caratterizzano l’opera di Celesti dagli anni ’90. Il maestro godeva di notevole fama già dalle prime opere. Lo dimostra il fatto di avere dipinto, per esempio, per il Palazzo Ducale e per alcune chiese di Venezia (come quella di Giovanni e Paolo), per il duomo di Vicenza, per la Rotonda di Rovigo; lo dimostra la nomina di Cavaliere, che risale al 1579-80. E lo dimostra la storia della critica stessa: di lui parla bene già Marco Boschini (1674), suo contemporaneo, lodandolo come “gran maneggiatore di pennelli e colore”.
Lo stile. È sempre il Boschini che, parlando a proposito della pittura tonale di Tiziano Vecellio, quella cioè dell’ultima fase del maestro veneziano, in cui utilizza anche le dita per stendere il colore, scrive: “Abbassava i suoi quadri con una tal massa di colori che servivano (…) per far letto a base alle espressioni, che sopra poi li doveva fabbricare; e ne ho veduti anch’io de’ colpi rissoluti con pennellate massicce di colore, alle volte d’uno striscio di terra rossa schietta, e gli serviva (…) per mezza tinta; altre volte con una pennellata di biacca, con lo stesso pennello, tinto di rosso, di nero e di giallo, formava il rilievo di un chiaro, e con queste massime di dottrina faceva comparire in quattro pennellate la promessa di una rara figura”. In altri termini, gli ultimi dipinti di Tiziano sono materici, la densità cromatica palpita, il colore è aptico tanto è spesso. Queste parole del Boschini si possono comodamente accostare, si parva licet, a quelle dello Zanetti (1771), il quale avvicina (consapevolmente o meno), grazie alla descrizione tecnica, il metodo dell’ultimo Tiziano a quello del Celesti maturo. Così si legge a proposito del nostro pittore: “Diceami un vecchio professore che il dipingere di questo valent’uomo era assai singolare. Molte volte non meschiava i colori sulla tavolozza, siccome ognuno suol farre, ma mettendo sulla tela una striscia di biacca, una di terra rossa, di gialla e d’altri colori, univa ogni cosa sul quadro stesso e formava quelle parti, ch’egli aveva pensato con incredibile felicità e con bell’effetto di tenerezza”. Insomma, contrariamente alla consuetudine, non creava le tonalità di colore prima di adoperarlo, ma sulla tela stessa, con tutte le conseguenza estetico-formali del caso.
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E così, in effetti, mentre faccio scorrere lentamente le immagini del catalogo curato da Isabella Marelli (Andrea Celesti. Un pittore sul Lago di Garda, 2000, il più esaustivo studio sul pittore sinora), mollemente e comodamente adagiato sul divano, con pigrizia, noto in quasi tutte le opere (soprattutto le più tarde) uno sciabordio di pigmenti, un impatto cromatico molto forte; intensificato, anzi evidenziato dai riflessi raggianti di bianco (biacca) che come lame di luce si ficcano nella retina. Veri e propri squassi, talvolta. E poi un’esplosione di corpi, di movimenti – lenti, dosati – , di gesti – frenetici, variabili. Per quanto riguarda le pale d’altare, gli sfondi, creati pare con delicate velature sovrapposte, sono tersi, cosparsi da un delicato alone favolistico, luoghi magici, incantati. Di altre fattezze sono i dipinti realizzati su richiesta di privati, come appunto i conti Bettoni, importanti committenti del Celesti. In queste opere, per la maggior parte, è il teatro a fare da modello, e le due tele di Limone provano tale ipotesi. Certo, un’ipotesi pretenziosa: Carlo Goldoni (1707-1793) e Carlo Gozzi (1720-1806), vale a dire i massimi esponenti del teatro veneziano (e grazie a loro reso celebre in tutto il mondo), ma soprattutto Pietro Longhi (1701-1785), il pittore che ha portato il teatro nella pittura, sono ancora là da venire rispetto a Celesti, il quale sicuramente non può aver ricevuto nessun impulso. Ma Celesti proviene da una cultura completamente barocca, e in quanto tale legata alla menzogna, all’ampollosità, all’apparire; “è del poeta il fin la meraviglia”, scriveva agli inizi del Seicento G.B. Marino, (“sogni, e favole io fingo; e pure in carte/mentre favole, e sogni orno, e disegno”, Metastasio, circa un secolo dopo, a dimostrare la continuità di certi modelli culturali), il che implica anche una costruzione da parte dell’artista di un mondo suo e, in ciò stesso, fasullo. Le quinte sceniche di Andrea Celesti, escluse per lo meno alcune ancone, sono ambientazioni buie da melodramma, arricchite solamente con qualche accenno di architettura vaga e maestosa, di memoria veronesiana: una cornice perfetta per evidenziare la tensione emotiva e il pathos degli attori. Personaggi che talvolta con la loro potenza espressiva evocano la sofferenza (vedi gli occhi di San Pietro nella pala di Toscolano dedicata al suo martirio), ma talaltra sono apatici, piatti, con “espressioni un poco imbambolate” (Marelli, 2000). Su tutte le figure però si notano effetti luministici tintorettiani – colpi di luce: abbagli. Strascichi e al tempo stesso concentrazione di pigmento bianco: pochi meglio di Celesti, a mio parere, hanno saputo usare la biacca. A questo proposito si vedano i veli delle tante Madonne dipinte dal maestro, delicati tessuti formati da una leggera pittura filante come bava, quasi come se fossero ricamati dalle sottili dita di Aracne. Le Vergini di Andrea Celesti, ma in generale le sue protagoniste femminili sono tutte giovanissime; “madri prosperose e piacenti” scrive Marelli (2000); ma le modelle sembrano molto più delle adolescenti, spesso con sguardo tra lo smaliziato e il distaccato. Si prenda come esempio l’Annunziata della pala di Villa di Gargnano: la figura è intuitivamente ricavata dalle fattezze di una giovane contadinella del posto di non più di sedici-diciassette anni. Ma il concetto, guardando bene, si può estendere a molti altri personaggi di molte altre opere. Allo stesso modo di Caravaggio (che prendeva a modello i giovani accattoni della strada) oppure, per stare nelle vicinanze, di Romanino o di Beniamino Simoni (che, come è ormai noto, trasferivano le caratteristiche somatiche degli abitanti del luogo – rispettivamente di Pisogne e Cerveno – ai loro santi), Celesti, talvolta, riporta tratti gardesani ai suoi personaggi, sacri e mitologici.
Le tele di Limone. La provenienza delle due tele di Limone sul Garda non è ancora stata provata. La tradizione iconografica (come Ivanoff, 1979) le assimila al ciclo di opere, ora al Palazzo Bettoni Cazzago a Brescia, appartenute ai Conti Bettoni nella loro proprietà di Limone, e successivamente donate alla parrocchiale. Non è dello stesso parere Marelli (2000), la quale sostiene essere tele commissionate, sì dai Bettoni, ma appositamente per la chiesa. Lascio agli storici più zelanti e agli archivisti sciogliere il nodo; io mi dedico per questa volta a valori più edonistici. Il contesto presbiteriale della parrocchiale di San Benedetto è disomogeneo: una Deposizione al centro, a sinistra una Cena a casa di Simone Fariseo, e a destra una Adorazione dei Magi. Non quindi come, per esempio, nella chiesa di Vesio di Tremosine sul Garda, dedicata a San Bartolomeo apostolo, le cui tele del presbiterio sono tutte ispirate al santo martire. I temi dei quadri, così diversi tra loro, mi pare confermino in ogni caso una committenza esterna alla parrocchia. Le due grandi tele (180×280 cm) sono datate 1692-1693 (Marelli, 2000), ovvero quando la parrocchia di Limone già da parecchio tempo è indipendente da quella di Tremosine, essendosi verificato l’atto ufficiale di separazione il 18 settembre del 1532 (Fava, Trebeschi, 1990). Queste sono poste, come detto, una frontalmente all’altra; sono corrisposte e formano una specie di pendant. Tra le due Celesti ha instaurato un sottile dialogo che si intuisce dallo schema costruttivo usato per entrambe. Nello specifico: lo scorcio in profondità da sinistra verso destra; la vegetazione in secondo piano sulla destra ; il bimbo in primo piano sempre a destra; la figura calva in secondo piano al centro che guarda “fuori camera” (autoritratto?); la figura inginocchiata al centro in primissimo piano, che per la Cena corrisponde alla peccatrice che cosparge il piede di Cristo con olio profumato, mentre per l’Adorazione rispecchia Melchiorre, rispettando la tradizione iconografica, il più anziano dei Magi mentre dona la mirra: Con lo stesso colore dell’abito, infine, si contrappongono Cristo adulto e la Madonna, con il Bambino Gesù in braccio. Seduti nella parte sinistra della composizione, senza nessuna boria o compostezza regale, accolgono con umiltà gli omaggi dati. A uno schema abbastanza semplice e didascalico, risalta fortunatamente una colorazione calda, viva, furente. L’illuminazione esterna e accuratamente mirata, teatrale appunto, esalta gli eleganti tessuti degni, oltre a ravvivare la scena come un fermo-immagine fatta di tante figure come tanti manichini (se non mi si crede, si confronti questo insieme di personaggi con i gruppi scultorei di Varallo, o del già citato Simoni).
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È il rutilare delle superfici a esaltare l’insieme artistico dell’edificio e a esaltare me visitatore. È quello sfolgorio di colore a accendere la superficie chiara delle pareti della chiesa, altrimenti spente, sopite. Gli ultimi vent’anni di Celesti sono caratterizzati da una pittura veloce, strisciata, impastata. Nicola Ivanoff (1979) parla di “una specie di illuminazione pirotecnica con cangiantismi e fluorescenze irreali”, sino a arrivare con le ultime pale di Verolanuova a “colate sciroppose di colore”. Andrea Celesti è un grande pittore perché oltre a aver coniugato la luminosità di Veronese con le tenebrosità di Tintoretto, ha saputo portare avanti quel tonalismo tipicamente veneto e reso eterno grazie a Tiziano (ricordo Vasari, 1568, a proposito della battaglia tra disegno e colore, che proprio nella vita del maestro elogiato da Pietro Aretino scrive: “viniziani che non videro Roma né altre opere di tutta perfezione [e quindi con la necessità di mascherare] sotto la vaghezza de’ colori lo stento del non saper disegnare”). In virtù della sua tecnica Celesti è anche e soprattutto il pittore del tonalismo settecentesco, del vago, dello sfumato; della pittura compendiaria e dell’imperfezione formale. Celesti è un maestro della sprezzatura pittorica, uno strafottente della precisione a tutti i costi; la sua è una pittura libera e dosata da una accurata nonchalance: il che prova una grande abilità tecnica. Si guardi a conferma, ultimo esempio a compendio che propongo in questa sede, la pala di Palazzolo sull’Oglio del 1689-1692, dedicata alla Vergine che intercede per la liberazione delle anime del Purgatorio, a mio parere la più bella della produzione del pittore. È un turbinio di forze e di carne, di colore e di luce; il dinamismo della composizione è proto-futuristico, qui dentro c’è già Balla, Boccioni, Russolo. Si guardino le Attese di Boccioni, per esempio, e mi si smentisca se si ha il coraggio se sostengo che le anime macabramente deformate, distorte di Celesti non anticipano quelle in pena del grande futurista. E poi il colore: è olio steso su una tela enorme di più di quattro metri per tre, ma pare pastello rude e crudo; la materia cromatica pastosa sfuma nella luce. È un incubo, una visone: è William Blake in formato gigante. Lo Zanetti (1771) osservava ancora, guardando al tardo Celesti: “i contorni delle figure non erano de’ più eruditi, ma grande era il carattere, bella la forza ed armoniose erano le composizioni”. Dobbiamo essere orgogliosi di avere ospitato sul nostro territorio una personalità così forte, che dopo più di un secolo fa ancora vivere l’anima tizianesca della pittura. Vittorio Sgarbi, che a Andrea Celesti ha dedicato un pezzo sul settimanale del Corriere della Sera, che ho casualmente ritrovato nel mio archivio («Sette», 15 novembre 2013, pag. 46 – fatalità: esattamente 7 anni dacché licenzio questo articolo), scrive: “Splende il colore, come un incendio nella notte […], e arde”. E ammette qualche riga più sotto che sono “gli ultimi fuochi della grande pittura veneziana di Tiziano che continua nei suoi più lontani seguaci”. È l’ultima eco di un maestro titanico. Non a caso, l’ultima opera di Celesti, il Martirio di San Lorenzo di Verolanuova, dipinto a più di settant’anni, è un omaggio a Tiziano e al suo Martirio appartenuto alla Chiesa dei Gesuiti di Venezia. La forma è sempre più liquefatta, il colore sempre più puro. Il prossimo passo sarà dei macchiaioli, degli scapigliati, degli impressionisti. Non mi interessano. Modestamente, per il momento, mi accontento e mi pascio contemplando le opere di questo grande maestro minore.
Lucien Chardon
*(articolo apparso in forma molto ridotta in: «Vita Parrocchiale», dicembre 2020, n. 41, pp. 18-19)
Mi perdonerà il lettore per il titolo troppo lungo, che pare essere più una sintetica premessa, un riassuntino di quanto scriverò; ma questa è proprio l’intenzione. Convogliare in poche parole l’esperienza di questa mattina vorrebbe dire esclusione, e in questo caso esclusione non starebbe per scelta, bensì riduzione. Ma andiamo con ordine.
Cosa può pensare una persona se mi riferisco ai Colli Piacentini, se come me prima di oggi non c’è mai stato o nemmeno passato? Qualcuno potrebbe pensare a Piacenza, chi ha un po’ di dimestichezza con l’arte immaginarsi il duomo, il romanico; in pochissimi addurrebbero al pittore Morazzone e alla cupola dipinta, ultimata da Guercino. Per lo più il termine “colli” evocherebbe un’immagine bucolica, più soave e agreste, “green”, dunque accattivante. Ma anche questi restano pressoché anonimi, associati da qualche bevitore di vecchio stampo a vini “spuma”, amabili, ruspanti, mossi o, se va un po’ meglio, vagamente frizzanti.
In più questa zona è praticamente sfigata – il termine è d’uopo –, non tanto per la geografia, ma per le sue implicazioni politico-comunicative. Posizionati all’estrema punta nord occidentale dell’Emilia Romagna, i Colli Piacentini e i vini da questa zona prodotti non possono essere affiancati a quelli delle colline emiliane più sud, né, men che meno, con quelli romagnoli; non è Pianura Padana, né lambrusco, né pignoletto, né sangiovese. Tant’è vero che da qui in poco tempo si è a Milano o in Piemonte; molto più tempo servirebbe invece per raggiungere Bologna. I Colli Piacentini, inoltre, confinano con l’Oltrepò pavese, ma con questi non sono associati mai (penso alle fiere), seppur le colline sono le medesime (con le debite differenze, chiaro). Ma i confini sono definiti: comune diverso, provincia diversa, regione diversa fanno intendere alla persona comune vini completamente diversi e, automaticamente, in questo caso, meno degni di attenzione.
Fortuna che sono persona curiosa, il cui piacere è solo una conseguenza della conoscenza (e non una preferenza), quindi decido di andarci; scelgo l’azienda che già conosco per certi vini (pochissimi in realtà) e a catalogo di Proposta Vini (quindi ha buone referenze). Voglio approfondire oltre ai prodotti soprattutto la zona. Come quasi sempre accade, se si parte con aspettative basse si rimane soddisfatti e compiaciuti. Così infatti è stato.
L’azienda agricola Torre Fornello si trova nel comune di Ziano Piacentino, nella frazione omonima di Fornello, nome derivato dalle fornaci in uso in tempi oramai remoti. È il comune che confina con l’affascinante e decadente Rovescala (Oltrepò pavese), la quale sta a pochissimi chilometri, praticamente la collina a fianco. Io arrivo da Brescia, e dall’uscita autostradale bisogna inoltrarsi in paesotti che assomigliano a trasandate periferie. E lo stesso paesaggio lugubre continua fino a qualche chilometri dalla meta, e perciò mi preoccupo. Ma, fortunatamente, d’improvviso lo scenario muta: finisce il cemento e si spalanca la campagna, si scorge all’orizzonte il verde dei colli che piano piano, un po’ qua e un po’ là comincia a salire, prendere forma, sino a ergersi, in lontananza, a catena montuosa. Sono gli Appennini, là proprio dove cominciano il loro cammino, a darmi il benvenuto a Fornello.
La sede dell’azienda è del tutto inaspettata: un complesso di edifici – una volta sede come detto di fornaci, poi ampliato da una famiglia nobile toscana nel Diciassettesimo secolo per la loro residenza – splendidamente ristrutturati (sassi e mattoni a vista normalmente mi nauseano, ma qui hanno la loro ragion d’essere); si tratta sostanzialmente di locali comunicanti dalle stanze ampie e ospitali, poco ma ben arredate. Questo luogo, infatti, come sospetto ma poi ne ricevo conferma, può essere anche affittato per matrimoni, ricevimenti o cerimonie in genere.
L’appuntamento è per le 9.00 e Enrico Sgorbati è appena fuori dalla porta, cancello aperto, pronto per a accogliermi. La cordialità fa parte di lui, questo è subito evidente dai modi. Mi fa notare, bonariamente, il “ritardo”, perché sono le 9.02; sbagliato, rispondo io, facendogli notare a mia volta l’arrivo alle 8.58 (sono tendenzialmente, ovvero patologicamente, puntuale), e il successivo tempo occupato a godere del panorama: un paesaggio ammagliante, fatto di colline e filari ovunque. Il mio sguardo che scende e sale, dolcemente come i declivi, e incontra solo vigne.
E così Enrico, titolare dal 1998, comincia a raccontare la sua storia, la storia dell’azienda e dei suoi vini. Mi accompagna per tutta la proprietà, passando per il giardino, per la vecchia stalla, le vecchie scuderie, l’ex fienile e la vinsantaia; addirittura è presente una chiesa che è pure sede parrocchiale dal 1920 (“unico caso di chiesa privata, consacrata e parrocchia”, mi spiega). Mi è evidente da subito che Enrico è un caso particolare in cui il proprietario incontra Cicerone (per la narrazione persuasiva) e Lucullo (per l’ospitalità; si vedano Le Vite di Plutarco). È un fiume di parole, che passano dai ricordi al tecnicismo vitivinicolo, dalla nonna ai lieviti indigeni.
L’obiettivo di Torre Fornello, mi dice, è dare incisività al territorio lavorando con la qualità degli autoctoni, ma al contempo lavorare con vitigni internazionali per risaltare il territorio dentro ma pure fuori dall’Italia. “Alla fiere internazionali – confessa – mi glissano perché leggono sul cartellino ‘Emilia Romagna’ e pensano di conseguenza al lambrusco; io vorrei distinguermi per quello che faccio nella mia zona, e la Doc non aiuta. Quindi cerco di fare il massimo, per me sì, ma anche per il territorio dove lavoro”. Gli ettari vitati, per la maggior parte coltivati a biologico, sono 61, con una produzione di 350.000 bottiglie circa. Tante le etichette (27) e i vitigni coltivati (“sono anche uno sperimentatore, molti vini li tengo a casa, in una stanza piena: mi piace giocare e capire dove e come avventurarmi in una nuova sfida”).
Io ascolto e prendo appunti, sempre curioso e volenteroso; ma siamo in giardino mentre spiega, suona la campana delle 10, e la vista delle colline vitate mi eccita le papille gustative più del normale. Quindi alludo alla cantina, e presto ci incamminiamo per visitarla. Molto suggestiva è la barricaia, ovvero il luogo dove il vino matura nelle botti, in questo caso proprio barrique da 225 litri in legno francese, a sua detta il migliore. Essa è la cantina originale dell’edificio, al di sotto della villa patronale, e data 1400-1600. È costruita interamente in mattoni di cotto, che formano un fascinosa volta a vele.
La variegata degustazione ha luogo in una stanza finemente apparecchiata, con tanto di camino acceso. Il solito loquace Enrico ci accompagna con tanto di presentazione del vino, aneddoti e descrizioni sensoriali, in modo da creare una sorta di dialogo-confronto col sottoscritto. Spiccano, a mio avviso, i seguenti vini.
Pratobianco. Si tratta di un vino che fa dialogare insieme il territorio con il mondo (40% malvasia di Candia aromatica, 40% sauvignon, 20% chardonnay), un bianco nel complesso ben equilibrato e pulito.
Donna Luigia. Un vino sul cui nome l’aneddotica si spreca (piacevole però sentirsi raccontare la storia) e è un bianco da uve di sola malvasia di candia aromatica, però in assemblaggio, perché lavorate in quattro modi differenti: 20% passa in legno, 20 % macerato a freddo, 50% vinificato in bianco e il restante 10% botritizzato. È un vino opulento, rotondo, avvolgente e profumatissimo.
Una. Forse il più complesso dell’azienda. Prodotto da sole uve di malvasia di Candia aromatica, e tutte attaccate da muffa nobile (botrite); lunga fermentazione e lunghissima evoluzione in legno, per un vino dotato di un ventaglio ricchissimo di profumi: dalla pesca sciroppata allo zafferano a note più balsamiche, con un finale lungo e salmastro.
Latitudo 45. Vino estremo, di un tipo ormai (purtroppo) raro da trovarsi in giro; e in effetti è un vino che l’azienda ha messo fuori produzione (poche bottiglie rimanenti in azienda, sono fortunato a averne due in cantina). Si tratta di un rosso ruspante, tosto, molto marcato, a base croatina (circa il 95%), con una piccola parte di syrah, che matura dai 12 ai 18 mesi in tonneau da 500 litri.. Un gran tannino (circa il doppio rispetto a quello di un Barolo) che si fa sentire, una trama polifenolica che non si dimentica.