Che sia un freddo e nevoso inverno la cui atmosfera è sordamente smorzata dalla neve, oppure un crepuscolo estivo dal tepore dolcemente scosso dai grilli e dal frusciare delle foglie, le campane, specialmente dei paesi più appartati, rintoccano colmando l’ambiente con un suono familiare e carezzevole, sfiorando nel profondo le corde dell’animo.
Da San Paolino di Nola, il vescovo che applicò la campana a uso sacro, e da cui verosimilmente deriva l’etimo (‘aera campana’, ossia ‘bronzi di Campania’), fino a personalità di altri tempi e dall’esistenza opposta, come Baudelaire, questo strumento ha evocato immagini collegate direttamente all’anima. Le campane, infatti, e in particolare il loro suono, sono citate dal dandy parigino in profondissimi passaggi de I fiori del male. Si animano: “cantano nella nebbia”, “…sbattono con furia e lanciano verso il cielo un urlo orrendo…”; sino a diventare muse ispiratrici. “Voglio, per comporre castamente le mie egloghe”, scrive Baudelaire, “dormire […] vicino ai campanili, ascoltare sognando i loro inni solenni portati via dal vento; […] campanili, alberi maestri della città”.
chiesa di Villa
chiesa di Ustecchio
Le campane sono storia, cultura; per secoli sono state parte sociale integrante delle comunità. Si pensi, a esempio, al ruolo che svolgevano nella scansione della vita quotidiana, lavorativa e liturgica. Il valore immateriale del suono, però, sarebbe impossibile senza una struttura adatta, un supporto fondamentale che ne permetta la fruizione. Ecco allora l’importanza basilare dei campanili, degli “alberi maestri”, architettura ormai proverbiale che identifica, distingue e valorizza un singolare paese o una circoscritta comunità – di qui il termine ‘campanilismo’. Ma la materia degrada, e la struttura necessita costantemente di cura, manutenzione, ristrutturazione.
Tremosine. Tutto ha inizio col terribile nubifragio che ha investito la provincia bresciana, in particolare l’Alto Garda, il 28 ottobre 2018. Il campanile di Sermerio, già in stato precario, raggiunge il limite di sopportazione. Don Ruggero Chesini, arciprete delle parrocchie tremosinesi, senza perdere tempo segnala l’accaduto all’architetto Alberto Lancini – stimato professionista con alle spalle molti anni di esperienza nel campo del restauro e della progettazioni per l’Ufficio Beni Culturali della Diocesi di Brescia – che per una provvidenziale coincidenza opera in quel momento alla ristrutturazione della canonica di Pieve. Lapidario e coeso il consulto: il vaso è colmo, urge manutenzione.
Nel gennaio 2019 si verifica un’altra fortuita coincidenza. Esce infatti il bando, emesso dall’Area Arte e Cultura di Fondazione Cariplo nell’ambito della linea “Patrimonio culturale e sviluppo locale”, con l’obiettivo di “promuovere e attuare politiche di conservazione programmata e preventiva sull’edificato di interesse culturale”. Un’occasione ghiotta che don Ruggero non si fa scappare.
chiesa di Vojandes.JPG
chiesa di Musio
“Il don è stato molto coraggioso”, dichiara Lancini, ora coordinatore generale del progetto e progettista, “perché una volta che il bando è approvato bisogna metterlo in pratica e portarlo a termine”. Per essere però preso in considerazione, il bando doveva essere esteso; il solo campanile di Sermerio non permetteva il finanziamento. Così il progetto si allarga, si fa ambizioso: di necessità virtù, e presto tutti i 12 campanili delle parrocchie di Tremosine (meno quello di Campione), molti dei in stato rovinoso, sono inseriti ufficialmente nella proposta. Questa è approvata con esito positivo con una delibera del 19 dicembre 2019.
Il merito per il titolo del progetto è ancora di don Ruggero: “il suono delle campane ha un valore immateriale; comunica, chiama, indica la presenza di Dio, la sua voce, la sua chiamata alle ore, alla festa. In più i campanili presi in esame sono dodici, come gli apostoli, i primi portavoce del Signore”. Ecco allora il titolo efficacissimo di “I 12 messaggeri dei monti”, seguito dalla chiosa più tecnica e esplicativa “recupero, cura e manutenzione programmata del sistema di campanili delle Parrocchie di Tremosine (BS)” (anche su Instagram alla voce @campanilitremosine).
Alla Fondazione Cariplo, principale sostenitrice del progetto, si accodano la Diocesi, grazie a don Giuseppe Mensi, vicario episcopale per l’amministrazione e, successivamente, la C.E.I., insieme a un piccolo stanziamento del Comune di Tremosine s/G.
I tempi. “Siamo in ritardo di circa un anno per il Covid”, dichiara amareggiato Lancini. I lavori di progettazione stanno comunque per essere ultimati. Si prevede che le imprese vincitrici dell’appalto inizino per la primavera del 2022, terminando non prima del secondo trimestre del 2023. Ultimata l’opera è in programma un concerto dei Campanari di Bergamo, i quali, oltre a sostenere il progetto con rara sensibilità, stanno provvedendo a una mappatura sonora di tutte le campane, al fine di valorizzare, parallelamente, anche il patrimonio sonoro.
La località chiamata Nevese, a Tremosine sul Garda, è un monte di altitudine circa 750 m s.l.m., sinuoso e garbato, levigato e piacevole. È un posto a coronamento dell’intero comune; da qualunque paesino sottostante lo si guardi o anche solo lo si intraveda – sia Villa (a nord), Arias (a est) o Cadignano (a sud) – esso appare subito amichevole e confortante, invitando a una inevitabile visita. Qui, nell’acmé tra il verde dei pascoli e degli alberi, spunta come un’acropoli l’azienda agricola Al Frànet di Ines Grezzini.
Per arrivare passo per una strada stretta costeggiata da boschi e enormi prati. A un certo punto una santella benefica e molto semplice, dedicata alla “Madonna dell’amore”, mi indica che sono quasi arrivato; infatti dopo aver preso un sentiero cementato, forse di origine tratturale, mi trovo di lì a poco davanti alla stalla. Mi accoglie Ines puntuale alle 9.00, insieme a un panorama sensazionale: da quel punto quasi magico scorgo il Lago di Garda e il Monte Cas di Tignale – luogo di pace e beatitudo su cui è eretto l’eremo di Montecastello.
Sono ospite per una visita guidata, il formaggio di capra mi piace e ne mangio parecchio; è buono, anzi buonissimo e per chi ha problemi di colesterolo come il sottoscritto (da C.T. di 320 con impegno sono sceso ora a 247) fa anche meglio (o comunque meno peggio) di quello vaccino. E se il formaggio caprino normalmente è buono, quello dell’Azienda Agricola Al Frànet è ancora meglio, e duqnue voglio capire il perché.
La visita comincia dalla stalla. Sono investito da un gradevole odore di fieno e da un belare confuso ma nell’insieme simpatico. Quaranta capre e tredici capretti (il becco e altre due sono all’esterno) mi danno il benvenuto nella loro dimora. Sono di razza Saanen, e infatti nomen omen: bianchissime e dall’aria ancor più sana ‘giocano’ tra di loro incornandosi e poi leccandosi, mangiano e girano nei loro box con una libertà di movimento invidiabile. “Devono avere i loro spazi nei box”, mi dice Ines, “anche questo contribuisce alla qualità del latte, e quindi del formaggio.
Questi animali mangiano bene, solo fieno di Tremosine ossia locale, e un mangime altamente selezionato. Vengono munte due volte al giorno, la prima la mattina alle 6.00 e alle 16.00 la seconda. È un lavoro duro quello di Ines (e degli agricoltori in genere); il riposo da seguire è quello della natura, e cioè mai. Anche se il lavoro è gratificante le vacanze non esistono. “Sto ancora aspettando la luna di miele, per esempio”, dice ridendo. Viso stanco ma felice, soddisfatto. Poi aggiunge, “il lavoro non sarebbe possibile senza l’aiuto dei miei figli”, due gemelli di poco più di dieci anni e le figlie Cristina e Michela.
Mi guardo intono e alle pareti della stalla scorgo, oltre a una falce antica, una pannocchia secca e un mazzetto di lavanda, il calendario di Frate Indovino, simbolo di una certa tradizione cattolica e contadina tipica del territorio.
La produzione del formaggio avviene nella saletta attigua, rigorosamente pulita e in ordine. Qui avvengono con un procedimento progressivo e standard le varie fasi di produzione: coagulazione, rottura della cagliata, cottura (in un gigantesco ramino), estrazione della cagliata, messa in forma e salagione (ovvero il primo sale) e, infine, maturazione e stagionatura.
La saletta di stagionatura dell’Azienda Agricola Al Franèt è un incantevole luogo scavato nella roccia, con umidità e temperature controllate (circa 11-12 °C), e qui riposano anche fino a un anno le forme di caprino. È un tripudio di profumi, la vista di tutti quei prodotti è concupiscenza pura, e io sono un gaudente e mi basta poco per cedere. Ines mi fa assaggiare il formaggio più stagionato della batteria, stagionatissimo: libidine proverbiale.
Felice prendo la medesima strada per il ritorno. Scorgendo prima l’eremo di Montecastello, e poi la madonnina della santella, ringrazio.
Ogni volta che supero Bolzano, direzione Brennero, mi sento confortato, anzi esaltato da tutte quelle chiesette dal tetto aguzzo come una ago, da quelle case sparse attorniate da un’isola verdeggiante e inclinata, da quegli edifici dal tetto spiovente, spioventissimo come le pendenze vertiginose di questa valle.
La Valle Isarco, infatti, o Eisacktal in tedesco, è un affascinantissimo territorio lungo circa 80 km e percorso dal fiume omonimo, fatto di rocce verticali, antri scoscesi; in cui la mano artificiale e sapiente dell’uomo la si vede dalla lavorazione estrema e estremamente abile dei vigneti: e conferma la superiorità dell’artificio umano (usato con criterio) sulla natura selvaggia. Così, almeno, per me, e per come la vedrebbe Baudelaire.
Sono nel territorio più a nord d’Italia in cui si produce vino, e non è poco. Ringrazio la mia curiosità, il mio interesse (e la mia sete), per avermi permesso di approfondire una tale regione vitivinicola.
Kuenhof.
Il primo appuntamento della giornata è previsto per la piccola azienda familiare Kuenhof, sita qualche chilometro prima di Bressanone. Mi ero preso del tempo qualora non fossi riuscito a trovare subito l’indirizzo, e si sa, passare per ritardatario è il primo dei miei problemi. La strada però per arrivare è facile, e raggiungibile velocemente dopo l’uscita dall’A22. In anticipo decido quindi di fare un giro e mi inerpico – letteralmente – tra i vigneti quasi a strapiombo nei paraggi, e arrivo a Velturno, sede del castello: paesino tipico alto-atesino, scritte in tedesco, facce spigolose e pallide, capelli biondi: che non sono più in Italia mi era chiaro da un pezzo.
L’arrivo in cantina, appuntamento ore 10.00, è confortante. La prima cosa che vedo sono i vigneti che allignano in terrazzamenti dal muro a secco; secondo un crocifisso enorme e ben fatto sulla facciata dell’edificio. Simon, figlio dei proprietari Peter e Brigitte, accogliendomi con un grande sorriso mi spiega che ci troviamo in una sede storica, sia per la Valle che per la produzione di vino. Il maso infatti storicamente era proprietà del vescovo di Bressanone, a cui apparteneva anche il grande crocifisso ereditato che vedo all’esterno.
Il tempo è uggioso e, nonostante il calendario mi dice di essere a metà aprile, il meteo annuncia neve. Non giriamo per vigneti, ma questi sono ben visibili dal cortile del maso; così Simon ci indica lì sopra, con una pendenza spropositata delle antiche vigne di gewürztraminer. Terreni scistosi soprattutto, oltre a quarzo, sono i principali protagonisti per la creazioni dei straordinari vini bianchi che assaggerò.
Simon, mentre ci accompagna per la cantina, ci spiega la storia e la filosofia di Kuenhof. “Prima di renderci produttori indipendenti conferivamo le uve all’Abbazia di Novacella, come tantissimi altri contadini della zona. Dalla fine degli anni Novanta però, prendendo consapevolezza della qualità delle nostre vigne abbiamo deciso di fare il grande passo”. Attualmente Kuenhof possiede circa 6,5 ettari di vigneti, altitudine media tra i 550 e i 680 m s.l.m., con una produzione in annate buone sulle 40.000 bottiglie.
Produzione essenziale, che riscontro nell’architettura dell’edificio: minimal direi, i cui materiali sono solamente legno, cemento, pietra, e ancora legno; legno ovunque. Un’essenzialità nelle varietà prodotte, solo quattro, e nella grafica, a mio parere bellissima, delle etichette. Bianchi estremamente verticali e minerali che passano parzialmente (in base all’annata) in legno d’acacia, “più delicato, non mi dà aromi eccessivi, e fa comunque evolvere il vino in maniera elegante”, mi riferisce Simon, che dal 2007, tra i primi produttori in tutta Italia, ha scelto il tappo a vite: e non uno qualunque, s’intende, ma il massimo della tipologia, ossia lo STELVIN® LUX; molto più efficiente, e decisamente più elegante.
I vini che degusto nella nuovissima sala degustazioni di alto design sono di notevole qualità, anche se ammetto le nuove annate pe me ancora troppo giovani (ma comunque ne intuisco il potenziale). Il Riesling Kaiton, ossia letteralmente “bosco” in lingua celtica, deve il suo nome alla zona di produzione, versante opposto, esposizione sud-ovest. Il Sylvaner è quello in cui sento più il varietale, un vino molto lungo e autoctono del territorio. Notevole anche il Gruner Veltliner, un bianco tipico dell’Austria ma che per le caratteristiche della Valle Isarco è in grado di produrre ottimi vini anche qua. Ultimo vino che assaggio, con sorpresa, è il Gewürztraminer: diversissimo dai suoi simili prodotti in zona Termeno, molto più lineare, speziato, fresco; meno opulento e decisamente più bevibile.
Abbazia di Novacella.
Complesso strepitoso e immenso, a nord di Bressanone, ancora attivo e fortemente vissuto. Si tratta di una abbazia agostiniana, formata da edifici religiosi e civili. La storia di questo istituto è ricca e complessa, a partire dall’anno di fondazione, il 1142, grazie al beato vescovo della diocesi di Bressanone, Hartmann. Già da allora si cominciò a produrre vino, e proprio per questo l’Abbazia è considerata tra le cantine più antiche d’Europa; esattamente la seconda, essendo la toscana Ricasoli fondata un anno prima.
Ci si perde quasi, senza cartina o indicazioni. Infatti, rapito dalla curiosità mi sono lasciato andare allo smarrimento, e ho fatto bene. Molta cultura, tanta storia, tantissima arte. C’è un cimitero curatissimo, una basilica sontuosa dove tutt’oggi si celebra la messa, il Castello dell’Angelo è un’imponente e severa cappella dedicata a San Michele; e poi un giardino storico, un museo e, a coronamento di tutti gli edifici, pendenze vitate.
Mi accoglie Elias, persona ospitale e simpatica, che dà da subito l’impressione di saperne piuttosto bene riguardo il suo lavoro. Purtroppo non c’è tempo per visite nel luogo (ci vorrebbero due giorni), ma il pomeriggio non è vano, soprattutto se lo si passa in una enorme sala degustazioni fatta di enormi vetrate, soprattutto se la temperatura esterna rasenta i 2°C, e sta cominciando a piovere misto neve.
L’Abbazia di Novacella non è una cantina sociale, bensì un vero e proprio privato che possiede sia vigneti di proprietà ma che compra molto anche da conferitori. Per questo le zone di provenienza sono varie e coprono un areale esteso: da Cornaiano e Appiano a esempio, più a sud, provengono uve di schiava, pinot nero, moscato rosa; oppure da Bolzano, zona caldissima, il lagrein. Mentre i bianchi, ovviamente, da zone della Valle.
La degustazione è gargantuesca, immensa come il complesso abbaziale in cui mi trovo; e però molto gradita e molto utile. E molto piacevole: tutti i vini dell’Abbazia di Novacella hanno una notevole eccellenza; soprattutto i bianchi, ma anche i rossi. Riportare tutte le mie impressioni su tutti i vini risulterebbe noioso a chi legge, e stancante per chi scrive. Sui circa 25 vini degustati mi limiterò a qualche segnalazione.
Tra la “linea base” notevole è il Kerner, che preferisco di gran lunga alla sua versione riserva; freschezza acidula lunghissima, succo esotico al palato e finezza entusiasmante, in virtù della grande mineralità. Tra la linea riserva Preapositus (nome dedicato agli abati, cioè “preposti”) il Riesling è un capolavoro assoluto. È una degustazione e devo star calmo, essere serio e non fare figuracce; quindi mi trattengo. Avvolgente, limonoso il dovuto, lievemente erbaceo, sentori di idrocarburo accennati e verticalissimo. Sorprendente, vitale, elegante. Il Moscato Rosa, che andrebbe comprato e bevuto solamente per la rarità di questa uva e ancora più rara la produzione. Acidità sostenuta, tannino fievole, floreale; è nettare pregiato, degno finale di questa spettacolare degustazione.
Villscheider.
Come Kuenhof, anche Villscheider era un conferitore dell’Abbazia, ma che valutando la qualità delle sue uve ha deciso di produrre da sé i propri vini. E ha fatto la scelta giusta. Per arrivare al maso di Villscheider la strada è più complicata ma allo stesso tempo più intrigante, suggestiva, misteriosa. Si sale da fondo valle per una strada tortuosa e non proprio ottimale, ripida e serpeggiante; a un certo punto (che ancora non mi è chiaro) si sbuca in una zona aprica, meno ripida e tutta verde, coltivata.
Mi sta aspettando Florian, il proprietario dell’azienda insieme al figlio. Mi sorride con un sorriso che la dice lunga sul mio ritardo (sta volta sì, tantillus puer et tantus peccator, beccato in flagrante), ma cerco di far finta di nulla e chiedo subito di visitare i vigneti: sono sui vigneti più belli forse della Valle Isarco, nel pieno della viticoltura eroica e lì dove nascono di “vini estremi” altoatesini, appellativo di Proposta Vini, e voglio poter dire di esserci stato.
Nel vigneto poco vicino al maso di colpo cessa il persistente vento da nord (il versante è il sud): non mi stupisco: sono in equilibrio come un funambolo su una parete che stento a crede essere coltivata; fortuna soffro di vertigini, così che mi emoziono ancora di più. Florian mi spiega, intanto che camminiamo tra i filari, la storia dell’azienda.
Ufficialmente nasce nel 2007; 4 ettari vitati in totale, ma in ampliamento continuo, e circa 30.000 le bottiglie. Altitudine delle vigne massima è di 750 m s.l.m., sorprendente. Conoscevo i vini di Villscheider per il loro equilibrio esemplare, bilanciamento quasi perfetto tra acidità e morbidezza (ovvero 7 g/l acidità totale e 7g/l zuccheri riducenti), e nella degustazione che Florian ci ha riservato per le nuove annate ritrovo questa sensazione piacevole, occhi naso e bocca.
Le etichette sono minimal e abbastanza austere: nero con una linea oro che sta a indicare la chiesetta poco distante di San Cirillo. Tutti i vini evolvono solamente in acciaio, tutti tappati a vite (STELVIN® LUX, ovvio), mentre il Riesling tappo a sughero, ma un sughero ottimale, di qualità. “Perché così ha un’evoluzione particolare, che a noi piace molto”, mi spiega Florian, notando il mio dubbio. Sono sincero: sono in questa cantina per il Riesling, che amo molto; ma a sorprendermi è, anche qui, il Kerner. Incrocio artificiale tra riesling e schiava, il kerner è una uva particolare, che alligna bene e solamente in Valle Isarco per questioni climatiche. È molto minerale ma insieme sprigiona note molto rotonde di frutta esotica, come ananas e papaia. Per confermarmi la grande qualità del vino Florian mi fa assaggiare anche una versione del 2014; convincendomi completamente.
Villscheider produce altri due vini, il Sylvaner, territoriale, e lo Zweigelt, letteralemte “due soldi”, un rosso leggero e piacevole di origine austriaca, anche questo prodotto solo in regioni montane. Un vino di poco corpo, ma gradevole, tutt’altro che imponente e grosso; si fa largo delicatamente tra i bianchi (quelli sì, di carattere), e mi ricorda che la vita è più bella se leggera e semplice.
Eppure, nel leggere l’epigrafe a inizio libro citata dalla Pastorale Americana di Philip Roth, mi ero entusiasmato parecchio; aspettative altissime, si parte benissimo ho pensato. Ma purtroppo non sono stato ricambiato, e la lettura di Fedeltà di Marco Missiroli (Einaudi, 2019), tanto elogiato e grandemente premiato (Premio Strega Giovani 2019), mi ha fatto solo perdere tempo.
Missiroli è romagnolo, nato a Rimini, e quindi potenzialmente godereccio, ma il testo risulta ahimé tutt’altro che edonistico, anzi! Dalle molte note malinconiche che si susseguono si direbbe che l’autore si sia fatto inghiottire dalla nebbia (o quel che ne è rimasto) di Milano, dove ora vive e lavora. “Milano la complicata”, per usare le sue parole.
In un continuo andirivieni temporale (rimandi tra presente e passato) e spaziale (tra le “sue” Milano e Rimini) si incrociano via via le vite dei quattro protagonisti, in una sorta di revival di Affinità Elettive goethiane post litteram (“le era affine in modo strano”, p. 21), con una incidenza non casuale del Doppio Sogno di Arthur Schnitzler (magistralmente, questo sì, reinterpretato da Stanley Kubrick in Eyes Wide Shut, con Tom Cruise e Nicole Kidman).
Personaggi comunissimi, normodotati, in cui l’autore tiene a sottolinearne più i difetti e le debolezze che altro; uomini inetti e non eroi o eroine, perdenti, sfigati e rinunciatari, uomini e donne i cui pregi si intuiscono solamente per contrasto. Persone poco felici, ma che alla fine si accontentano sempre e comunque.
Carlo è un professore raccomandato che all’età di quarant’anni punta ancora sull’aiuto della sua famiglia, appartenente alla borghesia milanese medio alta. Proprio a Milano insegna a un corso per la durata di sei ore a settimana e redige occasionalmente cataloghi di viaggio. Un “insospettabilmente capace” che vorrebbe scrivere romanzi ma, incapace, non hai mai scritto una riga, cullandosi in una serie di possibilità impossibili. Un uomo con “indole alla rinuncia”, che non riesce a farcela: nel lavoro, nell’amore, nella vita. È uno sconfitto o una persona che non si accetta per quello che è? “Lui era questo, fermarsi l’attimo prima, questo, godere delle immaginazioni” (p. 117), “lui che finalmente” (p. 135), ormai abituato a “sostare nel limbo delle possibilità” (p. 137). O ancora: “un professore fallito, un marito discutibile, un figlio di papà che fa finta di no” (p. 189).
Margherita è sua moglie, una donna accondiscendente dalla apparente invisibilità, arrendevole, scialba, indecisa, ma che Missiroli ci presenta con un’immagine terribilmente carina. Una giovane donna ormai abituata, anzi stagna al matrimonio, e che però nasconde in sé un’immaginifica bramosia di tornare a un amore primordiale, ossia essere desiderata sessualmente ancora in modo brutale, animalesco.
Ci sono poi le due figure-ombra della coppia sposata. Il primo dei due è il capolavoro dello stereotipo contemporaneo. Andrea è un giovane fisioterapista, animalista sopra le righe (parla coi cani e li ama più degli uomini), un eterosessuale rinnegato che guarda Game of Thrones, un bravo figlio che accudisce i genitori; ma che più avanti si scopre essere una persona spaventosamente crudele e cattiva, ama la violenza, la brutalità, il pestaggio (si veda p. 147). Una personaggio insomma nauseante, che in qualche modo accende le passioni sopite di Margherita.
La controparte di Andrea è Sofia, una studentessa di Rimini (a cui l’autore lascia un riferimento forse autobiografico: “una ventiduenne legata alla provincia di cui faceva cose che si pentiva”) dalle “movenze gentili, la voce pacata, la bravura nello stare al proprio posto” (p. 39), di cui Carlo, che ne è professore al master milanese, si innamorerà fortemente. Sofia è una brava ragazza ma anche lei una sconfitta; da poco orfana di madre, rinuncerà agli studi e ai suoi sogni per tornare a Rimini dal padre anziano, e portare avanti il negozio di ferramenta familiare.
La storia annoia e è poco originale: Carlo si invaghisce di Sofia e Margherita se ne accorge; Margherita si invaghisce di Andrea e Carlo se ne accorge. I due si trastullano in una specie di complicità, in cui – ci fa credere l’autore con un luogo comune facile – l’andare con altri in un matrimonio è giusto per riaccendere la passione, e anzi è solo in virtù del tradimento che esso sopravvive. “L’infedeltà poteva significare fedeltà verso se stessa” (p. 141), basterebbe questa frasuccia insulsa da liceale di sedici anni per lasciar perdere il libro. Una giustificazione, una frase a effetto, un gioco di parole?
Ci sono però anche alcune note positive: scorrevolezza del testo, sintassi morbida, dosata e talvolta leggera. Missiroli scrive in modo sciolto, e le parole in certi casi paiono vaporizzarsi, si fanno velo, foschia: avvolgente come quella che ricopre Milano a inizio romanzo. Inoltre il ritmo narrativo è altalenante: da un sincopato dialogo di frasi secche a lunghissimi periodi epperò fluidissimi (come la parte in cui racconta l’invaghimento progressivo del professore per la studentessa).
A mio avviso però non basta. E quello che ho sotto gli occhi è un libro dalla trama banale, profuso di stereotipi che si susseguono, e superficialità dalla prima all’ultima pagina. Perfetto, quindi, per una serie Netflix.
Mi rincuora ogni volta la visita a un cimitero, e mi rasserena il conforto dei defunti, soprattutto dei miei cari. La visita al cimitero di Pieve però mi rincuora di più, in virtù della lunetta dipinta da Angelo Landi, perché è solo e grazie a essa che si respira, seppur fievolmente, quell’atmosfera di dannunzianesimo che toccò Tremosine agli inizi del Novecento, e che non tornerà più.
L’opera rappresenta un angelo (una firma iconografica si può dire), ideato con una composizione semplicissima: una figura che occupa l’intero spazio, vestita con una veste lunghissima e bianca, in una posa molle e adagiata in senso diagonale. I capelli sono – o così appaiono – folti, lunghi e arricciati, il viso poco caratterizzato; spunta l’ala sinistra mentre l’altra si può solo intuirla perdersi in uno sfondo indefinito di un giallo inquietante. La figura è perfettamente inserita nei canoni artistici del tempo, ossia gli anni Dieci del XX secolo, con la sua torsione elegante del busto, con quel fluire di linee sinuose, “fitomorfe” come si dice in gergo, vulgo floreali (lo stile Liberty è infatti anche detto “stile floreale”, e corrisponde in Italia a quello che è stato in Francia l’Art Nouveau).
Va detto, a onor del vero, che l’opera è in uno stato di degrado avanzato e ingiustificato, eguale e forse peggio di quanto già denunziava Daniele Andreis parecchi anni fa (D. Andreis, Tremosine nella storia. Voci, personaggi, vicende, 2007, pp.168-176), e visibile tutt’oggi se non in modo vago e rarefatto. Non si capisce a questo punto perché non ci si interessi per una urgente operazione di restauro e riqualifica: si ignora forse la fama dell’artista?
Angelo Ignazio Giuseppe Landi (1879-1944), prolificissimo pittore, nasce e muore sulla sponda bresciana del Garda, precisamente a Salò, da una famiglia nobile. Studia all’Accademia delle Belle Arti di Brera a Milano, diventandone poi accademico. Fu un ottimo ritrattista, dipinse documentandole le atrocità della Prima Guerra Mondiale, e numerosi e suggestivi sono i suoi paesaggi. Sacro o profano non importava, Landi affrontò qualsiasi tema con la stessa abilità a seconda del mezzo, sia esso olio su tela o affresco. Le sue opere sono note da Salò a Napoli, ma anche in città fuori l’Italia, come Parigi o il Cairo. Fu un insaziabile viaggiatore: passò anni a Buenos Aires (dove si sposò), poi in Africa, prima di andare a vivere a Roma. Ma nonostante la sua voracità di conoscenza fu sempre legato al territorio di nascita. Dipinse per Padenghe, moltissimo per Salò e, soprattutto, per il Vate e per il suo Vittoriale, dove dipinse, attorno al 1924, le lunette di San Francesco e di Santa Chiara.
Ci si stupisca allora che un artista di tale rilevanza abbia lasciato una testimonianza anche a Tremosine sul Garda, all’interno del cimitero di Pieve. Landi ci ha lasciato un angelo, oggi un po’ svanito, indebolito dal tempo, ma una volta indubbiamente acceso e luminoso, che ci accoglie al cimitero dando le spalle, disinvolto, al Monte Baldo. Un angelo altresì nobile e grazioso, che spicca in mezzo alla cappella, struttura severa e ieratica ispirata al romanico, interamente in tufo e quindi consunta. Ci confortino i defunti del cimitero di Pieve, e ci rincuorino sempre. Ci rincuori anche e per molto tempo ancora la lunetta del grande artista, monumento a quel clima portato da D’Annunzio che, seppur con pallidi riflessi, toccò anche Tremosine a inizio Novecento, e di cui non si avverte più il dolce tepore.
*Articolo apparso su “Comunità”, aprile 2021, Tremosine sul Garda, pp. 9-10.
Leggo con soddisfazione e godimento il volume enciclopedico di Alfredo Cattabiani, “Santi d’Italia. Vita leggende, iconografia, feste, patronati, culto”. Il sottotitolo la dice lunga, e il libro infatti è una raccolta (quasi) esaustiva dei santi italiani o che comunque in Italia hanno trovato una forte venerazione (come Caterina d’Alessandria). Lo scrittore tiene conto sia dell’agiografia ufficiale ecclesiastica e delle testimonianze storiche, ma anche e soprattutto di leggende e tradizioni popolari; e le racconta sullo stesso piano di importanza. Il registro è quello favolistico, il linguaggio sciolto e veloce. Un libro che coinvolge e si legge bene, e si colloca senza dubbi sulla scia della tradizione agiografica che parte da Jacopo da Varazze.
Scopro così della durissima e faticosa vita di Padre Pio da Pietrelcina, della austera vita di San Zeno di Verona (il quale si nutriva unicamente dei pesci da lui stesso pescati nell’Adige), delle imprese epiche di Sant’Eustachio, che salvò Matera dall’assalto dei Saraceni; ricordo della coraggiosa vita di Francesco di Paola, dell’impresa avventuriera di Colombano di Bobbio (fondatore del celebre monastero), dell’erudizione di Chiara d’Assisi, dell’umiltà e della modestia di Damiano e Cosma (“due medici detti anargiri, cioè ‘senza denaro’ perché secondo la tradizione praticavano la medicina senza chiedere compensi”).
Ma leggo con passione e orgoglio cristiano anche della vita di San Bartolomeo apostolo. Il Santo, patrono tra il resto della parrocchiale e dei parrocchiani di Vesio, pur essendo poco considerato dai Vangeli sinottici (appare nell’elenco in associazione a Filippo) e assente nel Vangelo di Giovanni (il nome è sostituito con Natanaele), è protagonista di diversi episodi, anche abbastanza macabri e – come diciamo dopo Tarantino –pulp. “La tradizione gli attribuisce lunghi viaggi missionari in vari Paesi dell’Oriente, dall’Arabia Felix alla Partia alla Mesopotamia, e infine in Armenia dove fu martirizzato: crocifisso secondo gli orientali, decapitato secondo i Martirologi di Rabano Mauro, Adone e Usuardo. La morte per scuoiamento è sostenuta invece da Isidoro di Siviglia e dal Martirologio di Beda” – riferisce Cattabiani; è proprio quest’ultimo caso di martirio che ha ispirato le leggende e l’iconografia nell’Occidente cristiano.
Un’iconografia che è visibile anche nella chiesa di Vesio, nel lato destro del presbiterio, su un enorme dipinto, a cui corrisponde di fronte l’episodio antecedente della Chiamata di Gesù. Dell’autore si sa poco se non il cognome, un certo Barriani di Brescia; sulla targhetta metallica posta al di sotto delle opere è riportata la data 1866. Né – ammetto con sconforto – mi sono interessato più di tanto a questo pittore, tale è la scadenza dei due risultati che ho sott’occhio. A essere buoni, l’unico elemento della “Chiamata” gradevole è il cielo: vagamente suggestivo, lievemente carico di fausti presagi, con quei toni rossastri all’orizzonte come di un’alba che chiude dietro di sé una notte, e schiude un nuovo giorno e una nuova luce: quelli di Cristo e della nuova èra. Per il resto, il gruppo degli apostoli è, dal punto di vista pittorico, maldestramente ammassato attorno a Gesù, scioccamente al centro della composizione, rispettando una simmetria infantile e poco originale. Le figure sono sproporzionate (basti guardare le grandezza delle mani e dei piedi con quella dei corpi); le vesti rigide e sgraziate; le pose inverosimili e squilibrate. I volti sembrano caricature; i due personaggi più laterali sono inguardabili, i loro volti tanto allungati che paiono musi di cavallo.
Il Martirio di San Bartolomeo, che fa da pendant, riprende lo stesso schema del precedente: ammassamento centrale e simmetria scolastica, tratti bruttissimi, pose ferme e poco plastiche, i gesti sono congelati e irrealistici, i volti e le azioni non esprimono emozioni alcune. Il dipinto, e chiudo il lugubre elenco di commenti, non è armonico; in altre parole, non ha anima. E un’espressione artistica che non ha anima non ha la potenza per essere recepita da chi la osserva, o, nel mio caso di cristiano, per essere contemplata. È un’opera così inutile, incapace di trasmettere il messaggio di cui si fa carico. E quindi la carneficina del Santo apostolo, il dolore e la passione provate dal martire sono ai nostri occhi disegno fatto male e nulla più.
Si guardi, per avere un confronto, la statua di San Bartolomeo posta nel Duomo di Milano: la carne scuoiata è percettibile e fa venire i brividi al solo sguardo. Si guardi, un altro esempio tra i più noti, il San Bartolomeo di Michelangelo della Cappella Sistina: la molle e cadente pelle tenuta in mano dal santo fa accapponare la nostra, di pelle. Mi viene a questo punto un’idea, utile anche come suggerimento: il tempo in cui viviamo non è adatto, ma commissionare due nuove opere, della stessa misura e con lo stesso soggetto, a un artista contemporaneo potrebbe essere una soluzione. Il nome è quello di Giovanni Gasparro, pittore italiano di arte sacra contemporaneo: solito a scene tetre in ambientazioni oscure e inquietanti, di scene capaci di evocare e provare l’agonia dei personaggi rappresentati: perfetto per rappresentare San Bartolomeo.
L’ebanisteria, intesa nelle sue forme più sublimi di intaglio e intarsio, è un’espressione squisitamente frutto dell’ingegno e dello spirito umano, un’attività duplice, come un Giano Bifronte, al contempo arte e artigianato. Questa sua doppia caratteristica però, questo suo essere, per così dire, borderline, è forse il motivo principale della sua scarsa, o comunque minore considerazione rispetto alle arti maestre (pittura, scultura: non a caso l’ebanisteria è sempre stata definita, appunto, una “arte minore”).
Si può dire sia un’espressione artistica che necessità di grande abilità tecnica, concentrazione, esperienza; ma viceversa è anche una manifattura che abbisogna di creatività, immaginazione, conoscenza e animo artistico. Insomma, un ebanista per forza di cose è sia artigiano che artista. Deve essere per questa difficoltà a classificare l’ebanisteria che nei manuali di storia dell’arte difficilmente si ha traccia, non di una storia, ma solo un breve accenno ai grandi intagliatori che si sono susseguiti. È materia purtroppo ancora troppo sottaciuta e confinata tra gli specialisti o antiquari.
particolare degli intagli dei cassetti. Le maniglie (pomoli) sono intagliati nel legno a forma di frtutto
particolare di puttino a formare la lesena
Immagini di Vincenzo Marini, restauratore
Da questo oblio non si esime neppure Giacomo Lucchini, straordinario intagliatore trentino, originario di Castel Condino, vissuto agli inizi del Diciottesimo secolo, di cui si trova traccia in qualche sporadico scritto e per di più difficile da reperire. Siamo soliti, ormai un’abitudine, considerare il fine intagliatore Giacomo Lucchini in riferimento a Tremosine sul Garda; e è giusto così: alla Pieve dello stesso comune, infatti, instaurò bottega per la durata di circa trent’anni, lavorando un numero elevato di pregevoli oggetti. Le sue poche notizie sono ricavate da queste opere, e sono documentate dal 1700 al 1729.
Bisogna trovarsi dinnanzi, o meglio direi immersi in questa serie d’intagli della parrocchiale di san Giovanni Battista di Tremosine s/G, per comprenderne la magnificenza, la sontuosità, l’eleganza, la raffinatezza. Per la chiesa di Pieve Giacomo Lucchini realizzò dapprima intagli per l’organo e la cantoria in legno di larice, e successivamente, in noce, i confessionali, gli stalli del coro, la cattedra, il bancone armadio della sacrestia, dossali e cornici. Altro che “arte minore”: con Lucchini il legno si anima, prende vita sottoforma vegetale: racemi, foglie e verzura paiono mossi dal vento, oppure da un qualche moto sovrannaturale, soffio divino. I Putti del coro parlano, si esprimono con tutta la loro corporeità: linguaggio non verbale, chiaro, deciso coinvolgente.
Di lui ne parla Elisa Cassoni (2008), evidenziandone per questi lavori “l’uso di un vibrante intreccio di nastri e di elementi naturali”, e sottolineando come lo stile di Lucchini sia basato sul movimento. Chi ha parlato però forse meglio di tutti e in modo più approfondito di questo intagliatore barocco (ma ricondotto al “barocchetto”) è Valerio Terraroli. Scrive il professore a proposito delle raffigurazioni intagliate: “un mondo semplice e quotidiano dove allegoria e natura convivono armoniosamente”, in cui si fondono “ridondanza di intrecci”, un “infinito repertorio di temi naturalistici”, e una “briosità” d’insieme.
formella centrale
parte superiore del mobile
Immagini di Vincenzo Marini, restauratore
Un “rutilante repertorio fitomorfo” e un “inesausto impulso decorativo” (Terraroli) del coro di Pieve che si trova anche nel mobile della sacrestia della parrocchiale di Limone sul Garda. Sicuramente opera dei primi anni Trenta – come conferma la data iscritta nel legno che riporta 1718 –, mentre teneva bottega a Tremosine. Il mobile è solenne: austero e icastico con quella cromia scurissima e severa tipica del noce e dalle dimensioni notevoli, 2,84 x 4,12 m, è un’opera in cui l’occhio si perde vagando per gli intarsi pregiatissimi e vari, mentre pare di essere “schiacciati” dalla sua maestosità.
Il mobile è in condizioni conservative ottime, anche per il recente restauro di Vincenzo Marini di Rovato. È diviso in due parti, basamento e alzato, per un totale di 18 cassetti divisi da 4 lesene. Repertorio strepitoso e variegato di frutta intagliata a tutto tondo, che funge da pomoli: grappoli di uva, melograni, mele, pere, fichi, prugne e cardi… frutti che sembrano veri, e se fossero colorati sicuramente invoglierebbero pure a mangiarli. Degni di particolare nota sono anche i 4 putti-lesena del basamento: come a Pieve essi paiono organismi carichi di vita propria, esuberanti nel loro gesticolare, nella loro espressione. E ovunque fiori, rami, vegetazione… un Eden esclusivo: sinuoso, levigato, spumeggiante, intarsiato.
(bibl. minima): G. Vezzoli, La scultura dei secoli XVII e XVIII, 1964; M. Trebeschi, D. Fava, Limone sul Garda, 1990; V. Terraroli, La scultura del Settecento nella Lombardia orientale, 1991; E. Cassoni, Altari, dipinti e sculture, 2008.
È mirabile per sintesi e per sintassi, è un libro “dedicato agli studenti dei corsi di visual e graphic e ai giovani professionisti del progetto grafico”, ma godibilissimo anche da gaudenti e appassionati come il sottoscritto. Un volume specialistico per alunni, ma scritto bene, con leggerezza e scorrevolezza, senza segni accademici o cattedratici (catte-drastici). Un manuale, se così si vuol chiamare, molto tecnico e pratico; eppure insegna molto, e molto più che un mattone teorico da mille pagine.
È la storia dell’editoria per brevi ma efficaci paragrafi e visualmente per esempi grafici (anzi più questi), e però allo stesso tempo è la storia dell’Italia che ha insegnato al mondo, l’arte della grafica e dell’editoria, ossia un’arte perfetta che accoglie e dosa con accortezza tecnica alta e bassa, l’arte ‘minore’ alle arti ‘maggiori’.
Nel libro di Franco Achilli, (docente e designer), Fare grafica editoriale. Progettare il libro: storia, teorie, tecniche e processi (Editreice Bibliografica, 2018, euri 38,00) l’importanza data all’immagine è esemplare: il testo rimanda all’apparato iconografico e viceversa. Volendo, a esser pigri lo si può sfogliare pagina dopo pagina, e, solo osservando, è evidente il mutamento dell’editoria in modo immediato, chiaro, netto. Certo, invito a leggerelo: un accidioso come me lo ha letto di getto, senza calo di concentrazione.
Provo piacere nella prima parte storica, perché un intero capitolo (e un capitolo in questo libro corrisponde a due facciate) è dedicato a Bodoni: il grande italiano che ha reso grande l’Italia su questo fronte (ma in quanti italiani effettivamente ne hanno sentito parlare?). Si sussegue poi una breve storia della tecnica tipografica (calcografia, litografia, rotocalco, serigrafia) e della tecnica stessa, dall’analisi dettagliata della genesi di un carattere, alla impaginazione.
Ampio spazio è dato alla progettazione, ossia all’editing (parte terza): un viaggio nel microcosmo dell’editoria. Le più minute finezze di quest’arte emergono finalmente in modo ampio, grazie a questo libro; non più gocce in mezzo al mare ma secchi lanciati in faccia. Scopro così che “quando l’apostrofo segue una consonante non richiede alcuno spazio, viceversa se apposto dopo una vocale è d’uso inserirlo”. O ancora, “nei tre puntini di sospensione è considerato compreso anche il punto fermo finale (anche se Gadda e Manzoni ne fecero impiego usandone quattro)”. Problemi inutili, credo, per la maggior parte degli italiani scrittori da social network di oggi. Anche perché, probabilmente, né di Gadda né Manzoni hanno mai sentito parlare.
Sembra impossibile a pensarci, eppure è proprio così: lì, tra le lande infinite della pianura coltivate a frumento, tra cascine, abnormi allevamenti di maiali e capannoni industriali; proprio lì, nel mezzo della Bassa Bresciana, si innalza – seppur leggermente – una collina inimmaginabile e di non poca estensione: aprica, ridente, solare.
Sono arrivato a Capriano del Colle, un paesino di circa 4,5 mila anime, posto a metà strada tra Brescia e Barbariga, il paese del Casoncello. La sorpresa è tanta, perché qui tutto è diverso. Dove sono capitato? È sufficiente oltrepassare il fiume Mella dalla pianura e si è trasportati in un ambiente opposto alla monotonia padana: vegetazione rigogliosa, alberi in fioritura da set cinematografico (sono i primi giorni di primavera), contadini sorridenti e piuttosto anziani che mi salutano; e, soprattutto, tanti, tantissimi campi vitati.
Sono arrivato dalla parte opposta della provincia per conoscere Davide Lazzari e visitare la cantina di famiglia. Davide è un parlatore dalla capacità innata, conosce precisamente il suo mondo e ancora meglio lo esprime benissimo, con scioltezza e semplicità. Lui rappresenta l’azienda in Italia (e nel mondo), mentre il fratello, il padre e il nonno – il fondatore dell’azienda – si occupano delle parte agronomica e vinificazione. “C’è molta complicità tra di noi, mettiamo sul tavolo le singole idee e le discutiamo”, mi dice Davide, “anche se a volte ‘begóm’”, scherza.
Forse è per questo, intuisco, che l’azienda ha trovato un certo prestigio nel panorama bresciano, nonostante la poca considerazione del territorio a livello vitivinicolo (Capriano è una DOC), non solo in Italia, ma pure all’interno della provincia. C’è alle spalle un sottile lavoro di promozione, oltre che ovviamente di ricerca qualitativa del vino, che si percepiscono in Davide in maniera chiara e netta. “Capriano del Colle non è conosciuto e ne siamo consapevoli; quindi bisogna lavorare sulla identità”, dice. Che si traduce in un grande lavoro in vigna, dando al suolo il vessillo di caratterizzazione.
Concetto di terroir che si sviluppa sui terreni del Monte Netto, così lo chiamano qua, “monte”, anche se l’altitudine massima è di soli 133 m s.l.m., e “netto” per due ragioni possibili: “perché è da sempre ‘pulito’, privo di vegetazione, oppure ‘piano’, perché appare come tagliato”, mi spiega Davide. Il suolo qua è composto prevalentemente da argilla rossa, ricco di ferro per l’accumulo derivato dal fiume Mella, che scende dalla Valtrompia.
Tre sono gli appezzamenti dell’azienda: Feniletti, Le Brede e il Brolo di San Lorenzo; quest’ultimo forse il più romantico per il suo confinamento con la Chiesa di San Michele Arcangelo, dal campanile altissimo. In totale 9 ettari vitati, per un totale di circa 45 mila bottiglie annue. “La vigna è la parte caratterizzante”, non smette di ricordarmi mentre ci camminiamo vicino, ”la cantina serve solo a trasformare quello che ci sta qua davanti”. È un giorno di foschia, peccato, perché altrimenti dal punto in cui mi trovo si vedrebbero a sud gli Appennini e a nord le Alpi: un’isola ben definita che galleggia sul mare della Pianura Padana: ecco come mi appare ora Capriano del Colle.
Poi però torno alla realtà e comincio a avere sete. Propongo a Davide di tornare in cantina e provare i suoi vini (chissà altrimenti quanto sarebbe stato lì ancora a spiegarmi il loro lavoro in campagna). Le etichette sul mercato a oggi sono 5 (più un metodo classico, Adamah, di recente produzione), i cui vitigni cardine sono marzemino per il rosso e la turbiana per i bianchi. Il Fausto è “il vino del nonno”, a lui dedicato, e è un bianco di carattere. Berzamì, ovvero marzemino in dialetto locale, è una delle espressioni più accattivanti che abbia mai bevuto di questa uva: piacevolmente speziato, acidità giusta, e di corpo fine. Adagio è un rosso rotondo, di struttura non troppo intensa e piuttosto di beva (anche troppo). C’è poi la Riserva degli Angeli, massima espressione del rosso prodotto in azienda, il cui vino è frutto di un diradamento intenso in vigna. Il vino che preferisco però, nemmeno a dirlo, è il Bastian Contrario: un bianco intenso e penetrante, dal corpo avvolgente e al contempo dotato di una acidità tagliante. Vino prodotto da uve attaccate parzialmente da muffa nobile, e vinificato in maniera attenta. Speriamo riesca a durare anche nella mia cantina per un po’ di tempo, così da conoscerne il comportamento in evoluzione. Ma la vedo dura.
Sol tibi signa dabit, il sole ti guiderà, ti darà conoscenza, ti darà avvisaglie, sta scritto nel primo libro delle Georgiche di Virgilio. Solem quis dicere falsum audeat? Io, seppur cristiano e non pagano e più amante delle freddoline giornate di nebbia non lo metto mai in dubbio, il sole. Così fidandomi ciecamente mi inoltro nell’entroterra della Valtenesi, direzione Bedizzole, verso un’azienda agricola che scopro, solo una volta arrivato, allo stesso tempo bucolica, letteralmente, e moderna, piena di vitalità.
Vengo dal Garda e quindi sono un po’ snob, Bedizzole me lo immagino paesino brutto e chiuso; immaginavo male: bene perché la sorpresa mi entusiasma, meglio perché in un posto piacevole si beve più volentieri. La cantina si trova leggermente fuori dal comune, in una piccolo borgo omonimo che è praticamente un vicolo di case antiche bene tenute terminante con una chiesetta. Per arrivarci, dal Lago, si può decidere un giro largo attorno al borghetto su strada asfaltata, oppure attraversare la campagna su strada bianca.
L’entrata è prolettica: un grande cancello introduce a un viale di ghiaia, tutt’attorno cipressi e ciliegi, imponenti eppure tenuti minuziosamente. In fondo, lo scenario (e scenario è parola giusta) che non ti aspetti: una villa enorme e dannunziana, di una bellezza decadente, un cortiletto intimo e ombreggiato grazie a un intrigo di verzura; e tutt’attorno, nemmeno a dirlo, campi vitati. Sarà stato il sole caldo delle prime giornate primaverili, o il verde lì intorno, però penso che Virgilio aveva ragione, il sole non dice balle, e io non ho mai osato dire il contrario.
Sono accolto da Cristina, proprietaria dell’azienda a conduzione familiare insieme a Diego, padre dei suoi due figli. Mentre lui è il “braccio”, colui che segue la parte agronomica e enologica, Cristina segue più la parte di comunicazione, di rapporti coi clienti, e insieme rappresentano un binomio efficacissimo, se si pensa alla crescita della cantina in poco più di vent’anni. Cristina Inganni, esatto riflesso del luogo in cui sono, signora elegante e allo stesso tempo grintosa, la quale riesce a mettere insieme quel fascino e quella vitalità che la rendono perfetta per il lavoro che fa, ha alle spalle una formazione artistica, decorazione in particolare. Frequenta infatti l’Accademia di Belle Arti di Brera, e ciò è ben visibile da alcune delle etichette (da lei pensate, “in maniera libera e spontanea”, senza inutili rimandi, pensieri o altre artificiosità forzate da grafici professionisti, futili e talvolta sterili) e dal simbolo della cantina, un sole solenne, che pare essere appartenuto ai sibariti. Un sole sibarita, e sibaritico, che è rappresentato sulla porta della cantina, che si trova di fianco alla villa. Mentre mi accompagna mi racconta la storia dell’azienda.
L’azienda agricola Cantrina, a oggi 8 ettari vitati per una produzione di circa 35.000 bottiglie, nasce attorno al 1998. Da subito le parole chiavi sono “pulizia e eleganza dei vini”, senza però che manchi quel lato di “creatività e sperimentazione”. In vini francesi piacciono in particolare, e così tra le prime vinificazioni il pinot nero la fa da padrone. Solo successivamente il groppello è entrato nel cuore dei produttori. “All’inizio il groppello lo consideravamo poco niente; poi mano a mano che ci siamo resi conto delle potenzialità simili al pinot nero ce ne siamo innamorati”. E il groppello di Cantrina è veramente notevole.
Inoltre, Cantrina è una delle prime aziende in Valtenesi che utilizza con coraggio, senza pensare troppo al mercato, il tappo a vite. Altra parola chiave è la “selezione”, sia in vigna, sia in cantina: “utilizziamo vasche di piccole dimensioni per avere un maggior controllo; i nostri vini sono frutto di assemblaggi, anche tra lo stesso vitigno, vogliamo che i nostri vini siano il risultato solo del meglio della vinificazione”. La precisione in cantina la ritrovo in vigna; campi che per il periodo sono tappeti vitati, ricamati a margherite e tarassaco, con un risultato impressionista di pennellate verdi, bianche e gialle. Il sole cocente della campagna mi rincorre nella sala degustazione – che però è al fresco, su tavolo di legno massiccio e pavimento in cotto – in una rappresentazione affrescata finto-antica, opera sempre di Cristina.
Bevo il Riné 2018, un bianco a base riesling renano (più incrocio manzoni e chardonnay che fa passaggio in legno) e sono ancora più felice. Bella acidità, leggermente avvolgente, il giusto, toni più complessi che limonosi. Faccio notare la mia fissa per i bianchi nordici e evoluti a lungo. Così mi apre un Riné del 2002. È la storia, lo spirito di quei tempi che bevo. E penso la fortuna di vivere e bere nel 2021. Nel 2002 i gusti erano grossi, grassi, piaccioni; i vini dovevano passare in barrique e lo chardonnay era onnisciente. Come in questo caso, il quale chardonnay costituisce la metà dell’assemblaggio.
I rossi di Cantrina sono tutti eccellenti. Il rebo Zerdì, seppure così normalmente piacione è lineare; uno dei pochi rebo che berrei volentieri. Il Nepomuceno (nome icastico e austero in onore del Santo ceco Giovanni Nepomuceno, vissuto nel XIV secolo, e santo patrono della piccola frazione) è un vino degno di tale nome. Tonante predicatore Nepomuceno, tonante rosso questo di Cantrina. Imponente, avvolgente, è dotato di grande struttura, e però conserva una sua eleganza che lo rende bevibile in maniera straordinaria; i 15% di titolo alcolometrico volumico non si percepiscono, tanto è l’equilibrio e la finezza di questo vino. La base è già un unicum nel panorama del territorio, con una base merlot (70%) più rebo e marzemino. I quali acini raggiungono una lieve surmaturazione in vigna, per poi essere vinificati con una leggera “disidratazione”; maturano per tre anni in tonneau, e il vino, una volta in bottiglia, potrebbe restare a evolvere non so per quanto tempo; sicuramente tanto.
Il groppello è sorprendente. Difficile da coltivare per la buccia fine, è delicato, e va trattato come il pinot nero, per Cristina “il principe dei vitigni”. “Trattiamo il groppello come il pinot nero”, mi dice, e forse questo è il segreto. Un groppello così elegante l’ho bevuto in poche occasione. L’estrazione è ammirevole, al palato piccole note di frutta rossa senza eccedere, senza rendere il tutto sgraziato, verde, allappante oppure stucchevole, grosso. Il finale leggermente speziato è ottimo. “Un piccolo pinot nero”, dice Cristina; “un grande groppello”, penso io.
Dulcis in fundo, il sole in una giornata di sole: Il Sole di Dario è un nettare uscito chissà da dove, ma che non ci penso poi troppo, perché preferisco berlo e goderne l’essenza. Dedicato a una persona cara che ormai non è più, è composto da sauvignon, semillon e una parte di riesling, appassimento e tutta una produzione estremamente curata e particolare. Il Sole, sotto il sole di Bedizzole.