SGUARDI MAGNETICI DALLE PROFONDITÀ MARINE. LA MOSTRA PERSONALE DI MARTA SESANA ALLA GALLERIA MILANESE DIMORA ARTICA

Passeggio tranquillamente per le vie di un quartiere appena fuori dal centro di Milano, e d’improvviso mi ritrovo assalito da un ammasso di sguardi, pare allucinati, folli; e comunque intensi, penetranti, taglienti. Stavo cercando Dimora Artica, piccola galleria che quel giorno inaugurava la mostra personale di Marta Sesana, Bassa marea, curata dalla galleria stessa e Deborah Maggiolo (dal 25 ottobre e visitabile fino al 21 novembre 2021), e senza accorgermene ne sono inghiottito.

Quegli sguardi magnetici e difformi che mi hanno richiamato all’interno della piccola stanza (tant’è la galleria) non sono quelli delle numerose persone arrivate anch’esse per l’inaugurazione, ma provengono dalle opere di Sesana, dai suoi soggetti incastonati l’uno nell’altro che affollano le tele, dall’atmosfera claustrofobica, in una sorta di horror vacui oceanico, abissale. Del resto, il mondo marino è solo un «pretesto», come fa notare la curatrice Maggiolo.

Quelli di Sesana sono luoghi immaginifici, mondi, anzi universi oscuri in cui all’interno si muovono strani esseri antropomorfi, dalle sembianze marine ma dalle espressioni anche sin troppo umane; da queste si scorgono tristezza, rabbia, inquietudine, solitudine, vaghezza, sorpresa, spavento, sgomento. Tutto raccolto in un clima sospeso e atemporale, di una immobilità metafisica.

Sono visioni chiare, limpide; rappresentate con grande lucidità mediante un linguaggio pittorico sapiente e personale, immediatamente riconoscibile. Una pittura caratterizzata dalla plasticità delle forme, chiaroscuri netti e luce vibrante.

Ero a conoscenza del talento di Marta Sesana, brianzola e classe 1981. Sapevo della sua arte, già definita da Camillo Langone «liquida» (Eccellenti  Pittori, Marsilio, 2013), del «dono della profondità di campo», della caparbietà nell’utilizzo di olio e tempera; tutte cose che le permettono di guadagnarsi la definizione di «Maga della Tridimensione» dallo stesso Langone.

Ma ancora di più trovandosele di fronte, queste tele di Sesana appaiono di una profondità disarmante, tangibile mi spingo a dire. Figure che sembrano di pongo (le stesse dei suoi modellini in das da cui parte) si staccano con forza dalla superficie e a loro modo comunicano. La terza dimensione – ottenuta non direi per prospettiva albertiana ma grazie alla luce alla maniera fiamminga – è un’illusione che si ripete di opera in opera.

Sono tele dai colori accesi, la cui tavolozza, osa Langone, «non ha nulla da invidiare a quella del Tintoretto»; anche se, per la levigatezza e la nitidezza di certe figura rispetto allo sfondo, mi viene da associarla più a Lorenzo Lotto.

La mostra è una visione frammentaria, spezzettata, di uno stesso luogo: è come essere immersi metaforicamente negli abissi di qualche oceano immaginario e fantastico e i quadri rappresentano gli oblò da cui si scorge questa gamma di terrificanti e al contempo buffi esseri; e, allo stesso modo del professor Aronnax a bordo del Nautilus, restarne estasiati.

E forse non sarei stato in grado di allestirla meglio, l’esposizione. Semplice e immediata: quadri appesi su superfici bianchissime, senza cartellini, spiegazioni o altre inutili ninnoli deconcentranti. La luce poi, fredda tendente al blu – artica, appunto –, che normalmente mi infastidisce, in questo contesto valorizza esaltandone il contenuto; e, per questa volta, mi è pure piaciuta.

Damiano Perini

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