Dal 5 al 9 novembre si è svolta la trentesima edizione del Merano Winefestival. Un’edizione contingentata per il covid e minorata rispetto agli anni precedenti, e che proprio in virtù di questo non è andata male, anzi! Un numero ristretto di persone significa più utenza selezionata, quasi se non completamente del settore, tutt’al più sinceri appassionati e quindi conoscitori medio-buoni. Un numero basso significa soprattutto meno baccano, più convivialità tra degustatori e ambiente più vivibile. Non a caso, questa esperienza sarà esemplare (così ci annunciano dall’ufficio stampa) anche per le successive edizioni: nel 2022 – già definite le date dal 4 all’8 novembre – si aspira a un massimo di 1500 persone al giorno.
Kurhaus
Per chi scrive sono stati giorni intensi, di divertimento e insieme di conoscenza, di didattica e al contempo svago. Ma, in breve, è della giornata di martedì il mio ricordo migliore. Anche se ero abbastanza acciaccato dalla giornata precedente, ancora imbottito da quei pochi toscanoni che mi son concesso – bevuti forse in preda a qualche demòne – e presenti come sempre in gran numero (toscanoni che però attirano un gran pubblico, e mi permettono di bere Collio e Isonzo in tutta serenità), la mattinata è partita al meglio. Cielo limpido che più azzurro non mi aspettavo, sole acceso che evidenziava le infinite sfumature autunnali dei monti attorno a Merano, e brillava riflesso dal candore delle cime innevate.
Una cornice atmosferica ideale all’evento, che meglio non poteva augurarsi il genio di tutta questa incredibile macchina che è il Merano Winefestival, ossia The WineHunter, ossia Helmuth Köcher: praticamente un dandy alto-atesino, un elegante perenne, impeccabile, un connoisseur attento e sapiente, amante – naturalmente – del vino e di tutto ciò che gli ruota attorno.
Helmuth Köcher
Una cornice che ben si abbina nondimeno alla sede dell’evento, la Kurhaus di Merano: un edificio elegantissimo, costruito in varie fasi tra Otto e Novecento, in pieno clima di Secessionismo viennese (infatti l’architetto che progetta la rotonda e la sala principale, la cosiddetta Kursaal, appartiene allo Jugendstil) e dove nella stessa Kursaal si è tenuto, il 23 novembre 1969, il congresso della Südtiroler Volkspartei durante il quale è stato approvato il cosiddetto pacchetto per l’Alto Adige, e quindi l’autonomia della provincia.
Ma i motivi della mia visita, e sicuramente di tutti i miei colleghi, alla Kursaal sono più edonistici e meno politici, chiaro. Il martedì, fanalino di coda della manifestazione meranese, è dedicato alla Francia e allo Champagne (con qualche stralcio malamente posto di bollicine italiane): il cosiddetto Catwalk Champagne, evento cardine accompagnato dalla sezione bio&dinamica Naturae et Purae nelle salette adiacenti.
Non che mi aspettassi Salon, Bruno Paillard, Krug, et simila; però un po’ più di ricerca forse sì. Tralasciando gli onniscienti amici di Encry (che bevo sempre volentieri), due solamente le maison che mi hanno entusiasmato, e tutte e due mai bevute prima. Una mi ha attirato perché importata dalla cantina Terlan (quindi per forza doveva esser buono) e soprattutto per la signorina che mi offriva le spumeggianti bolle, una ragazza sorridente e dagli occhi azzurri, di netto stampo mitteleuropeo (Champagne Legras et Haas, Chouilly); l’altra cantina mi ha incuriosito per il numero di bottiglie prodotte, circa 3.000 annue (!), praticamente imbottigliate solo per le fiere, con un solo prodotto che si è rivelato un bellissimo vino (Champagne Gallois-Bouché, Vertus).
Per emozionarmi sul serio però ho dovuto cambiare sala, e girare e rigirare per i piccoli produttori italiani della Nature et Purae. Qua, tra gli altri, segnalo: un Vermentino eccezionale di Tenute Olbios (Olbia), In vino veritas Vermentino di Sardegna Doc 2008, dal sapidità spiccata e dalla gentile aromaticità combinata all’effetto ossidativo dato dall’evoluzione in botti scolme; un Etna Doc Scalunera 2017 (nerello mascalese e nerello cappuccio) di Torre Mora (Catania). E naturalmente i Barolo di G.D. Vajra, presenti con due cru (Ravera e Bricco delle Viole).
In particolare però, nella giornata che esaltava la Francia e le bolle D’oltralpe, ho riscoperto due vitigni autoctoni italiani, mie vecchie passioni, che avevo messo da parte oramai da parecchio, troppo tempo. Ho riscoperto così il tazzelenghe in primis, e poi il verdicchio, nella versione jesina.
Conte D’Attimis-Maniago, Tazzelenghe
Il Tazzelenghe l’ho bevuto nella versione composta e distinta di Conte D’Attimis-Maniago, azienda di Buttrio, Udine. È una delle loro selezioni (insieme allo Schioppettino, al Pignolo e a un bordolese) il cui profumo è immediatamente stuzzicante. Colore intenso che preannuncia un impatto al palato dirompente. Tazzelenghe deriva da “taglia lingua”, e così è stato chiamato per le sue caratteristiche di indomabilità sul piano tattile: acidità e tannino elevatissimi che, se non bilanciati e in armonia col resto del vino, lo rendono scorbutico (un vino per questo di difficile e delicata produzione che mette alla prova il vignaiolo: non lo si smetta di ringraziare il temerario che lo continua a produrre!). Questo di Conte D’Attimis-Maniago mi è parso però molto armonioso e bilanciato, quasi di una piacevolezza esagerata. I tannini e soprattutto l’acidità si sono fatti notare da subito (ho bevuto un 2013) e lo stesso vino dell’annata 1997 ha dimostrato quanto potenziale ha questo rosso imponente.
Colonnara, Verdicchio dei Castelli di Jesi Cuprese
Un altro vino che ha tenuto sorprendentemente il tempo è il Verdicchio dei Castelli di Jesi Cuprese di Colonnara (Cupramontana, Ancona), che ho avuto la fortuna di assaggiare nella versione del 1991. Molta forza, ossia sapidità e freschezza ancora vive, eppure grande gentilezza che si traduce in morbidezza e cremosità al palato; il tutto avvolto da un manto di aromaticità, seppur lieve. Molte caratteristiche che ritrovo, con le dovute differenze, nello stesso Verdicchio di annata. Il verdicchio è un vitigno a bacca bianca che deve il suo nome al colore degli acini, e viene coltivato quasi solamente nelle Marche (dove si può trovare anche nella versione di Matelica). Si presta per diverse tipologie di vino, è adatto sia agli spumanti, ai bianchi di pronta beva e – mio primigenio e ritrovato amore – ai bianchi da lungo, lunghissimo affinamento in bottiglia.
Lunga vita ai piccoli autoctoni italiani, infine! E in particolare in una giornata dedicata ai presuntuosi francesi.
Ogni volta che supero Bolzano, direzione Brennero, mi sento confortato, anzi esaltato da tutte quelle chiesette dal tetto aguzzo come una ago, da quelle case sparse attorniate da un’isola verdeggiante e inclinata, da quegli edifici dal tetto spiovente, spioventissimo come le pendenze vertiginose di questa valle.
La Valle Isarco, infatti, o Eisacktal in tedesco, è un affascinantissimo territorio lungo circa 80 km e percorso dal fiume omonimo, fatto di rocce verticali, antri scoscesi; in cui la mano artificiale e sapiente dell’uomo la si vede dalla lavorazione estrema e estremamente abile dei vigneti: e conferma la superiorità dell’artificio umano (usato con criterio) sulla natura selvaggia. Così, almeno, per me, e per come la vedrebbe Baudelaire.
Sono nel territorio più a nord d’Italia in cui si produce vino, e non è poco. Ringrazio la mia curiosità, il mio interesse (e la mia sete), per avermi permesso di approfondire una tale regione vitivinicola.
Kuenhof.
Il primo appuntamento della giornata è previsto per la piccola azienda familiare Kuenhof, sita qualche chilometro prima di Bressanone. Mi ero preso del tempo qualora non fossi riuscito a trovare subito l’indirizzo, e si sa, passare per ritardatario è il primo dei miei problemi. La strada però per arrivare è facile, e raggiungibile velocemente dopo l’uscita dall’A22. In anticipo decido quindi di fare un giro e mi inerpico – letteralmente – tra i vigneti quasi a strapiombo nei paraggi, e arrivo a Velturno, sede del castello: paesino tipico alto-atesino, scritte in tedesco, facce spigolose e pallide, capelli biondi: che non sono più in Italia mi era chiaro da un pezzo.
L’arrivo in cantina, appuntamento ore 10.00, è confortante. La prima cosa che vedo sono i vigneti che allignano in terrazzamenti dal muro a secco; secondo un crocifisso enorme e ben fatto sulla facciata dell’edificio. Simon, figlio dei proprietari Peter e Brigitte, accogliendomi con un grande sorriso mi spiega che ci troviamo in una sede storica, sia per la Valle che per la produzione di vino. Il maso infatti storicamente era proprietà del vescovo di Bressanone, a cui apparteneva anche il grande crocifisso ereditato che vedo all’esterno.
Il tempo è uggioso e, nonostante il calendario mi dice di essere a metà aprile, il meteo annuncia neve. Non giriamo per vigneti, ma questi sono ben visibili dal cortile del maso; così Simon ci indica lì sopra, con una pendenza spropositata delle antiche vigne di gewürztraminer. Terreni scistosi soprattutto, oltre a quarzo, sono i principali protagonisti per la creazioni dei straordinari vini bianchi che assaggerò.
Simon, mentre ci accompagna per la cantina, ci spiega la storia e la filosofia di Kuenhof. “Prima di renderci produttori indipendenti conferivamo le uve all’Abbazia di Novacella, come tantissimi altri contadini della zona. Dalla fine degli anni Novanta però, prendendo consapevolezza della qualità delle nostre vigne abbiamo deciso di fare il grande passo”. Attualmente Kuenhof possiede circa 6,5 ettari di vigneti, altitudine media tra i 550 e i 680 m s.l.m., con una produzione in annate buone sulle 40.000 bottiglie.
Produzione essenziale, che riscontro nell’architettura dell’edificio: minimal direi, i cui materiali sono solamente legno, cemento, pietra, e ancora legno; legno ovunque. Un’essenzialità nelle varietà prodotte, solo quattro, e nella grafica, a mio parere bellissima, delle etichette. Bianchi estremamente verticali e minerali che passano parzialmente (in base all’annata) in legno d’acacia, “più delicato, non mi dà aromi eccessivi, e fa comunque evolvere il vino in maniera elegante”, mi riferisce Simon, che dal 2007, tra i primi produttori in tutta Italia, ha scelto il tappo a vite: e non uno qualunque, s’intende, ma il massimo della tipologia, ossia lo STELVIN® LUX; molto più efficiente, e decisamente più elegante.
I vini che degusto nella nuovissima sala degustazioni di alto design sono di notevole qualità, anche se ammetto le nuove annate pe me ancora troppo giovani (ma comunque ne intuisco il potenziale). Il Riesling Kaiton, ossia letteralmente “bosco” in lingua celtica, deve il suo nome alla zona di produzione, versante opposto, esposizione sud-ovest. Il Sylvaner è quello in cui sento più il varietale, un vino molto lungo e autoctono del territorio. Notevole anche il Gruner Veltliner, un bianco tipico dell’Austria ma che per le caratteristiche della Valle Isarco è in grado di produrre ottimi vini anche qua. Ultimo vino che assaggio, con sorpresa, è il Gewürztraminer: diversissimo dai suoi simili prodotti in zona Termeno, molto più lineare, speziato, fresco; meno opulento e decisamente più bevibile.
Abbazia di Novacella.
Complesso strepitoso e immenso, a nord di Bressanone, ancora attivo e fortemente vissuto. Si tratta di una abbazia agostiniana, formata da edifici religiosi e civili. La storia di questo istituto è ricca e complessa, a partire dall’anno di fondazione, il 1142, grazie al beato vescovo della diocesi di Bressanone, Hartmann. Già da allora si cominciò a produrre vino, e proprio per questo l’Abbazia è considerata tra le cantine più antiche d’Europa; esattamente la seconda, essendo la toscana Ricasoli fondata un anno prima.
Ci si perde quasi, senza cartina o indicazioni. Infatti, rapito dalla curiosità mi sono lasciato andare allo smarrimento, e ho fatto bene. Molta cultura, tanta storia, tantissima arte. C’è un cimitero curatissimo, una basilica sontuosa dove tutt’oggi si celebra la messa, il Castello dell’Angelo è un’imponente e severa cappella dedicata a San Michele; e poi un giardino storico, un museo e, a coronamento di tutti gli edifici, pendenze vitate.
Mi accoglie Elias, persona ospitale e simpatica, che dà da subito l’impressione di saperne piuttosto bene riguardo il suo lavoro. Purtroppo non c’è tempo per visite nel luogo (ci vorrebbero due giorni), ma il pomeriggio non è vano, soprattutto se lo si passa in una enorme sala degustazioni fatta di enormi vetrate, soprattutto se la temperatura esterna rasenta i 2°C, e sta cominciando a piovere misto neve.
L’Abbazia di Novacella non è una cantina sociale, bensì un vero e proprio privato che possiede sia vigneti di proprietà ma che compra molto anche da conferitori. Per questo le zone di provenienza sono varie e coprono un areale esteso: da Cornaiano e Appiano a esempio, più a sud, provengono uve di schiava, pinot nero, moscato rosa; oppure da Bolzano, zona caldissima, il lagrein. Mentre i bianchi, ovviamente, da zone della Valle.
La degustazione è gargantuesca, immensa come il complesso abbaziale in cui mi trovo; e però molto gradita e molto utile. E molto piacevole: tutti i vini dell’Abbazia di Novacella hanno una notevole eccellenza; soprattutto i bianchi, ma anche i rossi. Riportare tutte le mie impressioni su tutti i vini risulterebbe noioso a chi legge, e stancante per chi scrive. Sui circa 25 vini degustati mi limiterò a qualche segnalazione.
Tra la “linea base” notevole è il Kerner, che preferisco di gran lunga alla sua versione riserva; freschezza acidula lunghissima, succo esotico al palato e finezza entusiasmante, in virtù della grande mineralità. Tra la linea riserva Preapositus (nome dedicato agli abati, cioè “preposti”) il Riesling è un capolavoro assoluto. È una degustazione e devo star calmo, essere serio e non fare figuracce; quindi mi trattengo. Avvolgente, limonoso il dovuto, lievemente erbaceo, sentori di idrocarburo accennati e verticalissimo. Sorprendente, vitale, elegante. Il Moscato Rosa, che andrebbe comprato e bevuto solamente per la rarità di questa uva e ancora più rara la produzione. Acidità sostenuta, tannino fievole, floreale; è nettare pregiato, degno finale di questa spettacolare degustazione.
Villscheider.
Come Kuenhof, anche Villscheider era un conferitore dell’Abbazia, ma che valutando la qualità delle sue uve ha deciso di produrre da sé i propri vini. E ha fatto la scelta giusta. Per arrivare al maso di Villscheider la strada è più complicata ma allo stesso tempo più intrigante, suggestiva, misteriosa. Si sale da fondo valle per una strada tortuosa e non proprio ottimale, ripida e serpeggiante; a un certo punto (che ancora non mi è chiaro) si sbuca in una zona aprica, meno ripida e tutta verde, coltivata.
Mi sta aspettando Florian, il proprietario dell’azienda insieme al figlio. Mi sorride con un sorriso che la dice lunga sul mio ritardo (sta volta sì, tantillus puer et tantus peccator, beccato in flagrante), ma cerco di far finta di nulla e chiedo subito di visitare i vigneti: sono sui vigneti più belli forse della Valle Isarco, nel pieno della viticoltura eroica e lì dove nascono di “vini estremi” altoatesini, appellativo di Proposta Vini, e voglio poter dire di esserci stato.
Nel vigneto poco vicino al maso di colpo cessa il persistente vento da nord (il versante è il sud): non mi stupisco: sono in equilibrio come un funambolo su una parete che stento a crede essere coltivata; fortuna soffro di vertigini, così che mi emoziono ancora di più. Florian mi spiega, intanto che camminiamo tra i filari, la storia dell’azienda.
Ufficialmente nasce nel 2007; 4 ettari vitati in totale, ma in ampliamento continuo, e circa 30.000 le bottiglie. Altitudine delle vigne massima è di 750 m s.l.m., sorprendente. Conoscevo i vini di Villscheider per il loro equilibrio esemplare, bilanciamento quasi perfetto tra acidità e morbidezza (ovvero 7 g/l acidità totale e 7g/l zuccheri riducenti), e nella degustazione che Florian ci ha riservato per le nuove annate ritrovo questa sensazione piacevole, occhi naso e bocca.
Le etichette sono minimal e abbastanza austere: nero con una linea oro che sta a indicare la chiesetta poco distante di San Cirillo. Tutti i vini evolvono solamente in acciaio, tutti tappati a vite (STELVIN® LUX, ovvio), mentre il Riesling tappo a sughero, ma un sughero ottimale, di qualità. “Perché così ha un’evoluzione particolare, che a noi piace molto”, mi spiega Florian, notando il mio dubbio. Sono sincero: sono in questa cantina per il Riesling, che amo molto; ma a sorprendermi è, anche qui, il Kerner. Incrocio artificiale tra riesling e schiava, il kerner è una uva particolare, che alligna bene e solamente in Valle Isarco per questioni climatiche. È molto minerale ma insieme sprigiona note molto rotonde di frutta esotica, come ananas e papaia. Per confermarmi la grande qualità del vino Florian mi fa assaggiare anche una versione del 2014; convincendomi completamente.
Villscheider produce altri due vini, il Sylvaner, territoriale, e lo Zweigelt, letteralemte “due soldi”, un rosso leggero e piacevole di origine austriaca, anche questo prodotto solo in regioni montane. Un vino di poco corpo, ma gradevole, tutt’altro che imponente e grosso; si fa largo delicatamente tra i bianchi (quelli sì, di carattere), e mi ricorda che la vita è più bella se leggera e semplice.
Sembra impossibile a pensarci, eppure è proprio così: lì, tra le lande infinite della pianura coltivate a frumento, tra cascine, abnormi allevamenti di maiali e capannoni industriali; proprio lì, nel mezzo della Bassa Bresciana, si innalza – seppur leggermente – una collina inimmaginabile e di non poca estensione: aprica, ridente, solare.
Sono arrivato a Capriano del Colle, un paesino di circa 4,5 mila anime, posto a metà strada tra Brescia e Barbariga, il paese del Casoncello. La sorpresa è tanta, perché qui tutto è diverso. Dove sono capitato? È sufficiente oltrepassare il fiume Mella dalla pianura e si è trasportati in un ambiente opposto alla monotonia padana: vegetazione rigogliosa, alberi in fioritura da set cinematografico (sono i primi giorni di primavera), contadini sorridenti e piuttosto anziani che mi salutano; e, soprattutto, tanti, tantissimi campi vitati.
Sono arrivato dalla parte opposta della provincia per conoscere Davide Lazzari e visitare la cantina di famiglia. Davide è un parlatore dalla capacità innata, conosce precisamente il suo mondo e ancora meglio lo esprime benissimo, con scioltezza e semplicità. Lui rappresenta l’azienda in Italia (e nel mondo), mentre il fratello, il padre e il nonno – il fondatore dell’azienda – si occupano delle parte agronomica e vinificazione. “C’è molta complicità tra di noi, mettiamo sul tavolo le singole idee e le discutiamo”, mi dice Davide, “anche se a volte ‘begóm’”, scherza.
Forse è per questo, intuisco, che l’azienda ha trovato un certo prestigio nel panorama bresciano, nonostante la poca considerazione del territorio a livello vitivinicolo (Capriano è una DOC), non solo in Italia, ma pure all’interno della provincia. C’è alle spalle un sottile lavoro di promozione, oltre che ovviamente di ricerca qualitativa del vino, che si percepiscono in Davide in maniera chiara e netta. “Capriano del Colle non è conosciuto e ne siamo consapevoli; quindi bisogna lavorare sulla identità”, dice. Che si traduce in un grande lavoro in vigna, dando al suolo il vessillo di caratterizzazione.
Concetto di terroir che si sviluppa sui terreni del Monte Netto, così lo chiamano qua, “monte”, anche se l’altitudine massima è di soli 133 m s.l.m., e “netto” per due ragioni possibili: “perché è da sempre ‘pulito’, privo di vegetazione, oppure ‘piano’, perché appare come tagliato”, mi spiega Davide. Il suolo qua è composto prevalentemente da argilla rossa, ricco di ferro per l’accumulo derivato dal fiume Mella, che scende dalla Valtrompia.
Tre sono gli appezzamenti dell’azienda: Feniletti, Le Brede e il Brolo di San Lorenzo; quest’ultimo forse il più romantico per il suo confinamento con la Chiesa di San Michele Arcangelo, dal campanile altissimo. In totale 9 ettari vitati, per un totale di circa 45 mila bottiglie annue. “La vigna è la parte caratterizzante”, non smette di ricordarmi mentre ci camminiamo vicino, ”la cantina serve solo a trasformare quello che ci sta qua davanti”. È un giorno di foschia, peccato, perché altrimenti dal punto in cui mi trovo si vedrebbero a sud gli Appennini e a nord le Alpi: un’isola ben definita che galleggia sul mare della Pianura Padana: ecco come mi appare ora Capriano del Colle.
Poi però torno alla realtà e comincio a avere sete. Propongo a Davide di tornare in cantina e provare i suoi vini (chissà altrimenti quanto sarebbe stato lì ancora a spiegarmi il loro lavoro in campagna). Le etichette sul mercato a oggi sono 5 (più un metodo classico, Adamah, di recente produzione), i cui vitigni cardine sono marzemino per il rosso e la turbiana per i bianchi. Il Fausto è “il vino del nonno”, a lui dedicato, e è un bianco di carattere. Berzamì, ovvero marzemino in dialetto locale, è una delle espressioni più accattivanti che abbia mai bevuto di questa uva: piacevolmente speziato, acidità giusta, e di corpo fine. Adagio è un rosso rotondo, di struttura non troppo intensa e piuttosto di beva (anche troppo). C’è poi la Riserva degli Angeli, massima espressione del rosso prodotto in azienda, il cui vino è frutto di un diradamento intenso in vigna. Il vino che preferisco però, nemmeno a dirlo, è il Bastian Contrario: un bianco intenso e penetrante, dal corpo avvolgente e al contempo dotato di una acidità tagliante. Vino prodotto da uve attaccate parzialmente da muffa nobile, e vinificato in maniera attenta. Speriamo riesca a durare anche nella mia cantina per un po’ di tempo, così da conoscerne il comportamento in evoluzione. Ma la vedo dura.
Sol tibi signa dabit, il sole ti guiderà, ti darà conoscenza, ti darà avvisaglie, sta scritto nel primo libro delle Georgiche di Virgilio. Solem quis dicere falsum audeat? Io, seppur cristiano e non pagano e più amante delle freddoline giornate di nebbia non lo metto mai in dubbio, il sole. Così fidandomi ciecamente mi inoltro nell’entroterra della Valtenesi, direzione Bedizzole, verso un’azienda agricola che scopro, solo una volta arrivato, allo stesso tempo bucolica, letteralmente, e moderna, piena di vitalità.
Vengo dal Garda e quindi sono un po’ snob, Bedizzole me lo immagino paesino brutto e chiuso; immaginavo male: bene perché la sorpresa mi entusiasma, meglio perché in un posto piacevole si beve più volentieri. La cantina si trova leggermente fuori dal comune, in una piccolo borgo omonimo che è praticamente un vicolo di case antiche bene tenute terminante con una chiesetta. Per arrivarci, dal Lago, si può decidere un giro largo attorno al borghetto su strada asfaltata, oppure attraversare la campagna su strada bianca.
L’entrata è prolettica: un grande cancello introduce a un viale di ghiaia, tutt’attorno cipressi e ciliegi, imponenti eppure tenuti minuziosamente. In fondo, lo scenario (e scenario è parola giusta) che non ti aspetti: una villa enorme e dannunziana, di una bellezza decadente, un cortiletto intimo e ombreggiato grazie a un intrigo di verzura; e tutt’attorno, nemmeno a dirlo, campi vitati. Sarà stato il sole caldo delle prime giornate primaverili, o il verde lì intorno, però penso che Virgilio aveva ragione, il sole non dice balle, e io non ho mai osato dire il contrario.
Sono accolto da Cristina, proprietaria dell’azienda a conduzione familiare insieme a Diego, padre dei suoi due figli. Mentre lui è il “braccio”, colui che segue la parte agronomica e enologica, Cristina segue più la parte di comunicazione, di rapporti coi clienti, e insieme rappresentano un binomio efficacissimo, se si pensa alla crescita della cantina in poco più di vent’anni. Cristina Inganni, esatto riflesso del luogo in cui sono, signora elegante e allo stesso tempo grintosa, la quale riesce a mettere insieme quel fascino e quella vitalità che la rendono perfetta per il lavoro che fa, ha alle spalle una formazione artistica, decorazione in particolare. Frequenta infatti l’Accademia di Belle Arti di Brera, e ciò è ben visibile da alcune delle etichette (da lei pensate, “in maniera libera e spontanea”, senza inutili rimandi, pensieri o altre artificiosità forzate da grafici professionisti, futili e talvolta sterili) e dal simbolo della cantina, un sole solenne, che pare essere appartenuto ai sibariti. Un sole sibarita, e sibaritico, che è rappresentato sulla porta della cantina, che si trova di fianco alla villa. Mentre mi accompagna mi racconta la storia dell’azienda.
L’azienda agricola Cantrina, a oggi 8 ettari vitati per una produzione di circa 35.000 bottiglie, nasce attorno al 1998. Da subito le parole chiavi sono “pulizia e eleganza dei vini”, senza però che manchi quel lato di “creatività e sperimentazione”. In vini francesi piacciono in particolare, e così tra le prime vinificazioni il pinot nero la fa da padrone. Solo successivamente il groppello è entrato nel cuore dei produttori. “All’inizio il groppello lo consideravamo poco niente; poi mano a mano che ci siamo resi conto delle potenzialità simili al pinot nero ce ne siamo innamorati”. E il groppello di Cantrina è veramente notevole.
Inoltre, Cantrina è una delle prime aziende in Valtenesi che utilizza con coraggio, senza pensare troppo al mercato, il tappo a vite. Altra parola chiave è la “selezione”, sia in vigna, sia in cantina: “utilizziamo vasche di piccole dimensioni per avere un maggior controllo; i nostri vini sono frutto di assemblaggi, anche tra lo stesso vitigno, vogliamo che i nostri vini siano il risultato solo del meglio della vinificazione”. La precisione in cantina la ritrovo in vigna; campi che per il periodo sono tappeti vitati, ricamati a margherite e tarassaco, con un risultato impressionista di pennellate verdi, bianche e gialle. Il sole cocente della campagna mi rincorre nella sala degustazione – che però è al fresco, su tavolo di legno massiccio e pavimento in cotto – in una rappresentazione affrescata finto-antica, opera sempre di Cristina.
Bevo il Riné 2018, un bianco a base riesling renano (più incrocio manzoni e chardonnay che fa passaggio in legno) e sono ancora più felice. Bella acidità, leggermente avvolgente, il giusto, toni più complessi che limonosi. Faccio notare la mia fissa per i bianchi nordici e evoluti a lungo. Così mi apre un Riné del 2002. È la storia, lo spirito di quei tempi che bevo. E penso la fortuna di vivere e bere nel 2021. Nel 2002 i gusti erano grossi, grassi, piaccioni; i vini dovevano passare in barrique e lo chardonnay era onnisciente. Come in questo caso, il quale chardonnay costituisce la metà dell’assemblaggio.
I rossi di Cantrina sono tutti eccellenti. Il rebo Zerdì, seppure così normalmente piacione è lineare; uno dei pochi rebo che berrei volentieri. Il Nepomuceno (nome icastico e austero in onore del Santo ceco Giovanni Nepomuceno, vissuto nel XIV secolo, e santo patrono della piccola frazione) è un vino degno di tale nome. Tonante predicatore Nepomuceno, tonante rosso questo di Cantrina. Imponente, avvolgente, è dotato di grande struttura, e però conserva una sua eleganza che lo rende bevibile in maniera straordinaria; i 15% di titolo alcolometrico volumico non si percepiscono, tanto è l’equilibrio e la finezza di questo vino. La base è già un unicum nel panorama del territorio, con una base merlot (70%) più rebo e marzemino. I quali acini raggiungono una lieve surmaturazione in vigna, per poi essere vinificati con una leggera “disidratazione”; maturano per tre anni in tonneau, e il vino, una volta in bottiglia, potrebbe restare a evolvere non so per quanto tempo; sicuramente tanto.
Il groppello è sorprendente. Difficile da coltivare per la buccia fine, è delicato, e va trattato come il pinot nero, per Cristina “il principe dei vitigni”. “Trattiamo il groppello come il pinot nero”, mi dice, e forse questo è il segreto. Un groppello così elegante l’ho bevuto in poche occasione. L’estrazione è ammirevole, al palato piccole note di frutta rossa senza eccedere, senza rendere il tutto sgraziato, verde, allappante oppure stucchevole, grosso. Il finale leggermente speziato è ottimo. “Un piccolo pinot nero”, dice Cristina; “un grande groppello”, penso io.
Dulcis in fundo, il sole in una giornata di sole: Il Sole di Dario è un nettare uscito chissà da dove, ma che non ci penso poi troppo, perché preferisco berlo e goderne l’essenza. Dedicato a una persona cara che ormai non è più, è composto da sauvignon, semillon e una parte di riesling, appassimento e tutta una produzione estremamente curata e particolare. Il Sole, sotto il sole di Bedizzole.
Mentre torno a casa dalla Torino-Piacenza direzione Brescia, immerso nel traffico tipico di fine giornata, felicemente spossato dai copiosi assaggi, e col sapore amarognolo-dolciastro di croatina persistente in bocca, oltre a una sensazione vaga di piccole bolle vivaci attorno alla lingua, ripenso alla giornata appena passata sui colli pedemontani dell’Oltrepò pavese, tra Broni, Stradella e Canneto. Una giornata per metà non organizzata, fortunatamente, ma frutto di uno sviluppo casuale di eventi, che più o meno può esser riassunta così.
Parte prima: Andrea Picchioni
Venendo da nord, ossia dalla Pianura Padana, si sale dolcemente imboccando prima Viale Libertà e poi Viale Resistenza, che introducono alla cantina di Andrea Picchioni e mi sanno di buon auspicio: libertà dai disciplinari, più attaccati alle carte che alla vigna; resistenza a etichette e convenzioni del mercato vinicolo. Comunque sono in largo anticipo, e per non fare la figura dell’impaziente ne approfitto per farmi un giro nei paraggi. Prendo una strada a caso, scegliendo quella che più sale verso monte. Mi inoltro così in stradine di campagna, strette e arzigogolate; ma sono abituato, dunque giro a mio agio, gustando il paesaggio dall’alto delle dorsali collinari che spesso coincidono con la strada. Arrivo poco dopo a Canneto Pavese (230 metri di dislivello, circa 1350 abitanti) e proseguo verso Colombarone e Monteveneroso, poi risalgo verso Montescano, e chissà quali altre frazioncine; piccoli paesini la cui parola “agreste” è quella che meglio può rendere l’idea. Incontro trattori e Fiat Panda, il traffico, se così si può chiamare, è per lo più di contadini. Mentre guido mi guardo distrattamente, molto distrattamente in giro, a destra e a sinistra, scorgendo quasi solamente filari. E qui capisco bene Camillo Langone, quando dice che in Oltrepò ogni singola vite è una “pennellata di un paesaggio capolavoro” (Dei miei vini estremi, 2019). In un tratto molto panoramico si può vedere tutta la valle che sottostà a Cigognola (310 metri s.l.m.), paese ben riconoscibile per il castello e la sua torre.
Qualche minuto prima delle 10.00, orario dell’appuntamento, suono il campanello della cantina Picchioni. Mi viene incontro la mamma di Andrea, persona loquace e dai modi ospitali, con indosso un grembiule sopra una pesante felpa di pile. Mi parla in dialetto ma riesco comunque a capire bene. Parliamo del tempo, che per essere febbraio è una giornata molto calda; poi mi dice che il figlio sta arrivando. Infatti, arriva poco dopo. Andrea Picchioni è una persona dalla grande corporatura, lo si direbbe un contadino per iconografia. Di lui ha scritto di recente Massimo Zanichelli, in un articolo dedicato a una verticale “sinottica” di suoi vini (acquabuona.it), che è “loquace ed estroverso in privato o nelle occasioni conviviali”, diventando però “laconico, perfino timido, quando deve parlare di se stesso e dei suoi vini, o quando si trova in pubblico”. In effetti, pur non essendo assolutamente “social” (niente Instagram, Facebook, etc., solo Whatsapp e senza immagine profilo) , è viceversa sorprendentemente socievole. Ospitale in modo sincero e semplice, senza ampollosità o artificio. Pare da subito schietto e onesto, come i suoi vini.
Andrea Picchioni fonda l’azienda nel 1988, ventenne, dopo gli studi di agraria. Attualmente coltiva 10 ettari, soprattutto croatina, in Val Solinga, vicino alla cantina. Un territorio generalmente molto caldo (e oggi lo capisco bene) le cui pendenze sono molto ripide, e quindi di difficile coltivazione. La degustazione avviene in una sala attigua alla cantina, praticamente una cantina nella cantina, in cui sta un tavolo al centro con attorno alcuni mobili, tutti completamente coperti da numerosissime bottiglie (piene e vuote, di produzione propria e non), e dove l’unico orpello – se mi è concesso chiamarlo così – è un ritratto di piccole proporzioni del padre. Ammetto che sono lì per le sue versioni di croatina, dunque mi versa il Da cima a fondo, un vino dal nome bizzarro, e dall’etichetta ben disegnata (sono molto distinguibili le etichette dei vini di Picchioni), omaggio di una sua amica, anche lei produttrice. Si tratta di un rifermentato in bottiglia, una tipologia il cui risultato può causare un “fondo” nella bottiglia; inoltre, non potendo ricevere eventuali aggiustamenti da passaggi enologici (“le uve una volta pigiate sono messe in bottiglia, e da lì in avanti non ci si può fare più nulla”, come mi spiega), l’uva utilizzata deve essere la migliore possibile, ossia quella prodotta da viti coltivate nella zona per clima più favorevole, appunto la “cima” della collina: ecco il nome. Al palato è un vino di grande vivacità, molto equilibrato, giustamente tannico e ancor meglio fresco; una bella polpa dalla beva comunque scorrevole.
La bevuta in allegra e conviviale compagnia, altrimenti e professionalmente chiamata degustazione, prosegue – per mia colpa – in modo disordinato. Vorrei assaggiare solo due vini, ma come sempre rimane solo un bel proposito da raccontare (come a dire: “io ci ho provato!”). Assaggio goccio per goccio, per godermelo sottilmente il Rosso d’Asia, un rosso potente ma molto pulito a base croatina e dedicato alla figlia Asia (nati lo stesso anno, nel 1995). Anche l’etichetta è da lei disegnata (un autoritratto?) e è un capolavoro di sintesi, nettezza, simbolismo grafici (ci vedo i pittori vascolari attici quanto Aubrey Beardsley): sarebbe immediatamente riconoscibile in mezzo a mille bottiglie.
Poi bevo il Buttafuoco Bricco Riva Bianca, il cui nome (Buttafuoco) deriverebbe dalla zona originaria di produzione, la frazione di Monte Bruciato: nomi che rinviano al calore dell’esposizione a sud, al suolo di sassi scottanti (o così me li figuro), e più in genere al caldo opprimente che in queste regioni, complice anche l’umidità, in estate deve essere davvero terrificante. Ma io essendo avvezzo più al clima mite del lago e alla frescura dei monti prealpini preferisco glissare su etimologie e toponimi, bevendone una buona dose. Andrea mi parla come di un vino identitario del territorio, della sua complessità e soprattutto potenziale longevità, cosa che non fatico a credere. Un rosso caldo ma molto lungo, di alta qualità.
Mentre i bicchieri continuano a riempirsi e svuotarsi – perpetuo alternato ritmo di felicità – la mamma di Andrea ci rifocilla con grissini, tagliere di formaggi, taglieri di coppa e pancetta della zona che, ammetto, sono davvero ottimi. Mi versa il suo pinot nero Arfena, e scorgo in lui un po’ di soddisfazione, anche se velata. Io sono poco predisposto ai pinot nero pavesi; sono più vicino a Egna e Mazzon che non a Canneto Pavese e Solinga, ma non vorrei pensasse sia uno snob, inoltre per fortuna sono curioso, quindi accetto volentieri. Infatti lo trovo molto gradevole, ben fatto, fresco, “succoso”, avvolgente. Fa un passaggio in legno ma questo è appena percettibile, un vino delicato, un pinot elegante; così, come ha da essere.
Andrea Picchioni si esprime poco elargendo i suoi prodotti; piuttosto chiuso ne parla giusto l’essenziale e soprattutto quando interpellato. Al contrario è molto generoso e non teme di esagerare spendendo tempo e parole parlando bene degli altri produttori locali, amici, conoscenti o solo rivali. Ma non solo me ne parla, addirittura mi fa una degustazione guidata di un vino di un’altra azienda. Cosa rara, a cui pochissime volte mi è capitato di assistere bighellonando qua e là per cantine. Ma ben venga: che l’immagine enologica dell’Oltrepò possa cambiare a partire da questi gesti!
Andrea mi ha confermato inoltre quello che già da tempo intuivo, la regola che non è l’eccezione (un vignaiolo insegna molto più di un politico), ossia: o si ama l’ambiente o si è ambientalisti. Il primo caso implica un’idea vera, da portare avanti senza vessilli spiegati, un’idea in cui si crede sul serio. Il secondo caso è mera ideologia per facinorosi, poche e confuse frasi fatte, etichette da ostentare, per esaltazione o per scelte di mercato. O si è ecosostenibili o si è fan di Greta Thunberg.
Ogni singolo metro quadrato coltivato dell’azienda Picchioni è certificato biologico, ma non vedo foglioline verdi sul retro etichetta. Non è tanto la certificazione in sé a essere messa in discussione, mi dice Andrea, ma i disciplinari e le burocrazie che ci ruotano attorno; quindi il rispetto dell’ambiente è effettivo e non a parole, penso. Anche se poi non ci faccio troppo caso, preferisco bere il vino che fissarmi su loghi e stemmini apposti su etichette; e siccome è particolarmente buono la mia mente torna presto ai profumi e ai sapori di quel vino. Ma pure al territorio attorno a noi, che pare proprio vocato.
Parte seconda: Lino Maga
O meglio, Maga Lino, così si fa chiamare, col cognome sempre prima del nome, come avevo appreso prima grazie alle numerose letture. Per prepararmi meglio all’incontro infatti – che aspettavo febbrilmente con una sensazione mista tra l’attesa di un esame universitario e di una prima confessione – ho letto e studiato i minuziosi resoconti di alcuni tra i miei maestri, dedicati al grande vignaiolo. Dai classici: Luigi Veronelli, Mario Soldati, che parla bene dell’Oltrepò (“I rossi, di regola, sono densi, spessi, spumosi, quasi dolci al primo assaggio, ma poi rivelatori di un fondo gradevolmente amarognolo che, sul posto, chiamano ‘ammandorlato’”), o Gianni Brera, amico di Lino, che del vino scrive grandemente, come se fosse un fratello. O ancora i più recenti Massimo Zanichelli o Camillo Langone, entrambi amanti dei rossi oltrepadani. Apprendo molte cose riguardo alla figura di Maga e del suo Barbacarlo; ma quando arrivo a Broni (9500 anime circa), Via Giuseppe Mazzini, e vengo accolto al civico 50, resto comunque sorpreso, pensando che in certi casi leggere non serva a nulla.
È un normalissimo vicolo di un normalissimo piccolo centro abitato. Una lunga strada di case attaccate e nessuna che dà nell’occhio per qualcosa in particolare. Solo tre grandi vetrine possono incuriosire con una insegna pendente che mi segnalano che sono arrivato. Siccome le luci son spente entro dal retro, passando per il cortiletto della cantina storica. Lino Maga è nello studio, assiso su una poltrona presidenziale, telefono in una mano e sigaretta nell’altra (che fumasse una sigaretta dietro l’altra è la cosa che dicono tutti, quindi non mi stupisco). Dopo poche parole e un breve cenno molto misurato (che traduco in benvenuto), mi accompagna nel salone per la degustazione, in pratica una vecchia bottega pervasa dall’odore di fumo stantio, e cosparsa ovunque di bottiglie (un horror vacui di Barbacarlo di svariate annate), di libri, e di fogli di differenti dimensioni, su cui per ognuno sta scritto a mano da Maga stesso un apoftegma, un monito esortativo di tipo oracolare. Un attimo per fare mente locale: non sono a Delfi ma a Broni, non al tempio di Apollo ma a quello del Barbacarlo.
Sul tavolo ci sono molto bottiglie di vendemmie diverse, sia di Barbacarlo che Montebuono, i due cru e unici vini da loro prodotti (8 mila bottiglie annue per il primo e 5 mila per il secondo, nelle annate migliori). Con gesto pacato e quasi carico di beatitudine mi versa un buon bicchiere, l’annata è la più recente; io allora annuso, assaggio, cerco in ogni modo di sembrare un professionista serio, poi però la mente cede al gusto, la ragione al piacere, e finisco per sorseggiare con ottimo umore quel vino felicemente atipico, e ascolto senza interrompere il vegliardo. È la sua ottantatreesima vendemmia mi dice (classe 1931), e anche se non può più per questioni fisiche andare sul campo (ai ripidissimi vigneti ci pensa il figlio Giuseppe: sue le redini dell’azienda), la sua vita rimane legata alla cantina. Parla lentamente, con voce fioca; le sue sono frasi concise sono seguite da lunghe pause e (almeno così mi pare) da un sorriso carico di rimandi, ricordi, emozioni, conoscenti perduti. Ogni tanto se ne esce con Veronelli, con cui era molto amico, e il suo sguardo si fa cupo e nostalgico, trasognato. Diventa un’altra persona, invece, se si parla di disciplinari: la fronte si irrigidisce e il tono si fa bellico. “Non si fa vino coi disciplinari”, mi ammonisce, come se di colpo mi fossi trasformato in un agente doganale o roba simile; “burocrazie, carte, fanno perdere tempo… e la natura va avanti!”
E i vini di Lino Maga sono veramente naturali, legati come pochi altri al susseguirsi (positivo o negativo) delle stagioni. Le uve utilizzate sono quelle più diffuse in Oltrepò, ovvero croatina, uva rara e ughetta (ossia vespolina). Ma ciò che distingue il prodotto è la scelta di non forzare i processi di maturazione dell’uva con sistemi troppo invasivi; i vini così avranno ogni anno caratteristiche peculiari, buone se l’annata è stata buona, buonine se l’annata è così così, ma comunque sempre diverse. In modo distratto mi versa un’annata molto più indietro, e procede nella sua arringa antiburocratica e pro lavoro manuale: io bevo: vino fermo, tannino duro, terziari più in evidenza… io ci provo con sicurezza, “beh, molto più complesso, c’è qualcosa che mi ricorda la liquirizia” dico; “ah non so”, mi sento rispondere senza dar peso alle parole e spiazzandomi con un colpo netto, “è aperta da giorni quella”. Così che la mia momentanea baldanza svanisce presto, per fortuna non come l’interesse per tutte quelle bottiglie, che piano piano conosco un bicchiere dietro l’altro.
Il sole ormai basso basso mi fa capire che purtroppo è ora di accomiatarsi; Lino Maga, sigaretta accesa in mano, mi accompagna all’uscita. E su quella via anonima, andando incontro all’auto che mi porterà a casa, colmo corpore et anima (e bocca) di un gusto pieno e spumeggiante, mi rileggo le parole di Gianni Brera, nato in queste terre, le cui foto in bianco e nero riempiono qua e là il negozio di Lino: “Il barbacarlo […] basta mescerlo per vederlo montare in superbia: e quel mussare di spume fini e veloci sembra una risata cordiale; poi è buono, altro che storie!, e sarà l’infanzia, sarà la disposizione atavica, io di vini migliori ne ho pure bevuti e ne bevo, ma non ne trovo mai che mi piacciano sempre in egual misura, che siano altrettanto leali a qualsiasi livello.” O ancora, “Barbacarlo un po’ bullo di spume e mandorlato…”
Mi perdonerà il lettore per il titolo troppo lungo, che pare essere più una sintetica premessa, un riassuntino di quanto scriverò; ma questa è proprio l’intenzione. Convogliare in poche parole l’esperienza di questa mattina vorrebbe dire esclusione, e in questo caso esclusione non starebbe per scelta, bensì riduzione. Ma andiamo con ordine.
Cosa può pensare una persona se mi riferisco ai Colli Piacentini, se come me prima di oggi non c’è mai stato o nemmeno passato? Qualcuno potrebbe pensare a Piacenza, chi ha un po’ di dimestichezza con l’arte immaginarsi il duomo, il romanico; in pochissimi addurrebbero al pittore Morazzone e alla cupola dipinta, ultimata da Guercino. Per lo più il termine “colli” evocherebbe un’immagine bucolica, più soave e agreste, “green”, dunque accattivante. Ma anche questi restano pressoché anonimi, associati da qualche bevitore di vecchio stampo a vini “spuma”, amabili, ruspanti, mossi o, se va un po’ meglio, vagamente frizzanti.
In più questa zona è praticamente sfigata – il termine è d’uopo –, non tanto per la geografia, ma per le sue implicazioni politico-comunicative. Posizionati all’estrema punta nord occidentale dell’Emilia Romagna, i Colli Piacentini e i vini da questa zona prodotti non possono essere affiancati a quelli delle colline emiliane più sud, né, men che meno, con quelli romagnoli; non è Pianura Padana, né lambrusco, né pignoletto, né sangiovese. Tant’è vero che da qui in poco tempo si è a Milano o in Piemonte; molto più tempo servirebbe invece per raggiungere Bologna. I Colli Piacentini, inoltre, confinano con l’Oltrepò pavese, ma con questi non sono associati mai (penso alle fiere), seppur le colline sono le medesime (con le debite differenze, chiaro). Ma i confini sono definiti: comune diverso, provincia diversa, regione diversa fanno intendere alla persona comune vini completamente diversi e, automaticamente, in questo caso, meno degni di attenzione.
Fortuna che sono persona curiosa, il cui piacere è solo una conseguenza della conoscenza (e non una preferenza), quindi decido di andarci; scelgo l’azienda che già conosco per certi vini (pochissimi in realtà) e a catalogo di Proposta Vini (quindi ha buone referenze). Voglio approfondire oltre ai prodotti soprattutto la zona. Come quasi sempre accade, se si parte con aspettative basse si rimane soddisfatti e compiaciuti. Così infatti è stato.
L’azienda agricola Torre Fornello si trova nel comune di Ziano Piacentino, nella frazione omonima di Fornello, nome derivato dalle fornaci in uso in tempi oramai remoti. È il comune che confina con l’affascinante e decadente Rovescala (Oltrepò pavese), la quale sta a pochissimi chilometri, praticamente la collina a fianco. Io arrivo da Brescia, e dall’uscita autostradale bisogna inoltrarsi in paesotti che assomigliano a trasandate periferie. E lo stesso paesaggio lugubre continua fino a qualche chilometri dalla meta, e perciò mi preoccupo. Ma, fortunatamente, d’improvviso lo scenario muta: finisce il cemento e si spalanca la campagna, si scorge all’orizzonte il verde dei colli che piano piano, un po’ qua e un po’ là comincia a salire, prendere forma, sino a ergersi, in lontananza, a catena montuosa. Sono gli Appennini, là proprio dove cominciano il loro cammino, a darmi il benvenuto a Fornello.
La sede dell’azienda è del tutto inaspettata: un complesso di edifici – una volta sede come detto di fornaci, poi ampliato da una famiglia nobile toscana nel Diciassettesimo secolo per la loro residenza – splendidamente ristrutturati (sassi e mattoni a vista normalmente mi nauseano, ma qui hanno la loro ragion d’essere); si tratta sostanzialmente di locali comunicanti dalle stanze ampie e ospitali, poco ma ben arredate. Questo luogo, infatti, come sospetto ma poi ne ricevo conferma, può essere anche affittato per matrimoni, ricevimenti o cerimonie in genere.
L’appuntamento è per le 9.00 e Enrico Sgorbati è appena fuori dalla porta, cancello aperto, pronto per a accogliermi. La cordialità fa parte di lui, questo è subito evidente dai modi. Mi fa notare, bonariamente, il “ritardo”, perché sono le 9.02; sbagliato, rispondo io, facendogli notare a mia volta l’arrivo alle 8.58 (sono tendenzialmente, ovvero patologicamente, puntuale), e il successivo tempo occupato a godere del panorama: un paesaggio ammagliante, fatto di colline e filari ovunque. Il mio sguardo che scende e sale, dolcemente come i declivi, e incontra solo vigne.
E così Enrico, titolare dal 1998, comincia a raccontare la sua storia, la storia dell’azienda e dei suoi vini. Mi accompagna per tutta la proprietà, passando per il giardino, per la vecchia stalla, le vecchie scuderie, l’ex fienile e la vinsantaia; addirittura è presente una chiesa che è pure sede parrocchiale dal 1920 (“unico caso di chiesa privata, consacrata e parrocchia”, mi spiega). Mi è evidente da subito che Enrico è un caso particolare in cui il proprietario incontra Cicerone (per la narrazione persuasiva) e Lucullo (per l’ospitalità; si vedano Le Vite di Plutarco). È un fiume di parole, che passano dai ricordi al tecnicismo vitivinicolo, dalla nonna ai lieviti indigeni.
L’obiettivo di Torre Fornello, mi dice, è dare incisività al territorio lavorando con la qualità degli autoctoni, ma al contempo lavorare con vitigni internazionali per risaltare il territorio dentro ma pure fuori dall’Italia. “Alla fiere internazionali – confessa – mi glissano perché leggono sul cartellino ‘Emilia Romagna’ e pensano di conseguenza al lambrusco; io vorrei distinguermi per quello che faccio nella mia zona, e la Doc non aiuta. Quindi cerco di fare il massimo, per me sì, ma anche per il territorio dove lavoro”. Gli ettari vitati, per la maggior parte coltivati a biologico, sono 61, con una produzione di 350.000 bottiglie circa. Tante le etichette (27) e i vitigni coltivati (“sono anche uno sperimentatore, molti vini li tengo a casa, in una stanza piena: mi piace giocare e capire dove e come avventurarmi in una nuova sfida”).
Io ascolto e prendo appunti, sempre curioso e volenteroso; ma siamo in giardino mentre spiega, suona la campana delle 10, e la vista delle colline vitate mi eccita le papille gustative più del normale. Quindi alludo alla cantina, e presto ci incamminiamo per visitarla. Molto suggestiva è la barricaia, ovvero il luogo dove il vino matura nelle botti, in questo caso proprio barrique da 225 litri in legno francese, a sua detta il migliore. Essa è la cantina originale dell’edificio, al di sotto della villa patronale, e data 1400-1600. È costruita interamente in mattoni di cotto, che formano un fascinosa volta a vele.
La variegata degustazione ha luogo in una stanza finemente apparecchiata, con tanto di camino acceso. Il solito loquace Enrico ci accompagna con tanto di presentazione del vino, aneddoti e descrizioni sensoriali, in modo da creare una sorta di dialogo-confronto col sottoscritto. Spiccano, a mio avviso, i seguenti vini.
Pratobianco. Si tratta di un vino che fa dialogare insieme il territorio con il mondo (40% malvasia di Candia aromatica, 40% sauvignon, 20% chardonnay), un bianco nel complesso ben equilibrato e pulito.
Donna Luigia. Un vino sul cui nome l’aneddotica si spreca (piacevole però sentirsi raccontare la storia) e è un bianco da uve di sola malvasia di candia aromatica, però in assemblaggio, perché lavorate in quattro modi differenti: 20% passa in legno, 20 % macerato a freddo, 50% vinificato in bianco e il restante 10% botritizzato. È un vino opulento, rotondo, avvolgente e profumatissimo.
Una. Forse il più complesso dell’azienda. Prodotto da sole uve di malvasia di Candia aromatica, e tutte attaccate da muffa nobile (botrite); lunga fermentazione e lunghissima evoluzione in legno, per un vino dotato di un ventaglio ricchissimo di profumi: dalla pesca sciroppata allo zafferano a note più balsamiche, con un finale lungo e salmastro.
Latitudo 45. Vino estremo, di un tipo ormai (purtroppo) raro da trovarsi in giro; e in effetti è un vino che l’azienda ha messo fuori produzione (poche bottiglie rimanenti in azienda, sono fortunato a averne due in cantina). Si tratta di un rosso ruspante, tosto, molto marcato, a base croatina (circa il 95%), con una piccola parte di syrah, che matura dai 12 ai 18 mesi in tonneau da 500 litri.. Un gran tannino (circa il doppio rispetto a quello di un Barolo) che si fa sentire, una trama polifenolica che non si dimentica.
È confortevole ritrovarsi in un’isola bucolica, aprica e felice, dopo un viaggio stramazzante tra il traffico e ancor peggio tra le rotonde, incommensurabili, della Valtenesi. L’azienda Conti Thun infatti ha sede in una splendida area di campagna, nel comune di Puegnago, dieci minuti circa da Salò. La cantina è un casale enorme, egregiamente ristrutturato, e tutto attorniato dalla campagna, filari vitati ovunque.
Appena entrato nella proprietà e dato uno sguardo qua e là, tutto si conferma come avevo previsto informandomi sul sito ufficiale: tutto è leziosamente ordinato ai fine dell’accoglienza, o per dire secondo i loro termini, dell’ “hospitality”. Come si può ben verificare, il sito (https://www.contithun.com/) è altamente ricercato, e non solo come grafica (immagini, font, spazi, paratesti, etc.) ma anche e soprattutto come linguaggio. Un linguaggio a me ostile e fastidioso, ma di gran moda, da “influencer”, che gioca grandemente con l’utilizzo di inglesismi (“wine experience”, “gift box”, e ovviamente non può mancare il viperino “location”).
Sarei stato immediatamente allontanato da questo tipo di comunicazione (che ovviamente oggi funziona), se non fosse che sono stato consigliato da persone di fiducia e per i prodotti che ho avuto modo di assaggiare precedentemente (distribuiti da Proposta Vini). In effetti l’edificio è proprio bello, e la stessa attenzione data alla comunicazione è data ai dettagli dell’arredamento. Il cortile è perfettamente in ordine, con tanto di tende e tavolini e sedie scelte adeguatamente (ossia ne troppo rustiche ne troppo “chic” – giusto per restare nell’esterofilia). Come sempre utilizzo la scusa di andare in bagno (una corrente di pensiero, anche abbastanza nutrita devo dire, sostiene infatti che dai bagni si capisca la cura di un locale) per curiosare, e in effetti le sale all’interno sono profumatissime, il marmo dei pavimenti riluccica e, come nel cortile, tutto è perfettamente in ordine.
Poco dopo arriva Vittorio, proprietario dell’azienda insieme a sua moglie. Mi racconta brevemente ma con chiare frasi le vicissitudine di Conti Thun e la storia, seppur breve, abbastanza intensa. Vittorio, originario di Torino, e sua moglie, invece di Bolzano, decidono di investire in Valtenesi, “credendo fortemente nel potenziale del territorio”, parole sue, e quindi nel 2017 rilevano la vecchia proprietà Masserino, che alle spalle aveva una cinquantina di anni. La direzione da seguire (ovvero, stando negli inglesisimi, che fanno sempre effetto, la “mission”) è quella di lavorare per raggiungere prodotti fatti bene, al fine di rapportarsi con una clientela medio-alta. Obiettivo sacrosanto: il Lago di Garda ne ha tutte le prerogative. La visione di Conti Thun è allargata, cosmopolita e più internazionale che non in altre aziende; epperò il tutto fa perno al territorio, che assolutamente deve essere identificato con una parola: qualità.
Il tutto è coerente con quello che vedo, e con quello che berrò. Non nasconde, Vittorio, la volontà non solo di vendere a ristoranti o enoteche, ma di lavorare direttamente col consumatore finale, tramite esperienze interattive e immersive, come tour in campagna (addirittura in elicottero mi racconta) o degustazioni guidate. È presente infatti nel casale anche una sala, accogliente e ben arredata anche questa, che funge da wine bar, anche per un semplice aperitivo in compagnia. In questa sala sono generosamente seguito con la degustazione dei loro prodotti. Cinque etichette (più una prodotta in Alto Adige, dove pure possiedono una piccola proprietà di famiglia); a oggi si conta una produzione di circa 50.000 bottiglie su un totale di 12 ettari (ma il potenziale è molto di più, circa il doppio, sulle 90.000 bottiglie).
La degustazione
Micaela. Un vino rosa base, “entry level”, dal colore tenue e pastello, un colore tipico del Rosa Valtenesi. Base groppello (80%), per un vino delicato, leggermente profumato e di grande scorrevolezza.
Rosa. Dal colore più verso l’aranciato si intuisce già la maggior complessità di questo vino rosa rispetto al primo. Più importante, acidità più spiccata, più caldo e strutturato (13 e passa gradi di titolo alcolometrico volumico effettivo). Un vino che sconsiglierei all’aperitivo, ma da godersi in un pasto anche importante. La bottiglia è scura, “così il contenuto è misterioso, una vino tutto da scoprire”, mi racconta Vittorio, in modo posato e tranquillo.
Gioia. Un bianco morbido, di spalle, molto avvolgente. Frutto dell’assemblaggio di riesling renano e incrocio manzoni, ma l’acidità non eccede, anzi è piuttosto spento il vino da questo punto di vista. Anche se rimane un bel vino pieno, caldo e soprattutto fruttato.
Contessa Lene. Questo è il vino prodotto a Bolzano, esattamente a Terlano. Un sauvignon coltivato in un appezzamento che confina con vigne di un noto prodotto della zona, mi confessa il proprietario. In effetti l’eleganza tipica dei bianchi alto atesini è riconoscibile; l’acidità, forse anche per il fatto di venire dopo il Gioia, è tagliente (bevo riesling nordici, quindi so che mi inganno, l’acidità è bellissima ma non tagliente). Un bianco molto profumato, “da manuale”, che però ha un suo carattere.
Leonardo. Un rosso molto rotondo, questa è stata la prima e più forte sensazione che ho avuto. Un assemblaggio con alla base il 50% di groppello e alle spalle 6 mesi di maturazione in barrique. Si avvertono le note tostate, ma nell’equilibrio complessivo si scorge una bella freschezza, e ne risulta un vino rosso, sì di spalle, ma molto godibile.
Michelangelo. Utilizza la tecnica dell’appassimento dell’acino prima della vinificazione, legno nuovo per la maturazione e l’uva è il marzemino. Un vino rosso che ha tutte le premesse di un vino di struttura e importante, ma al momento dell’assaggio è ancora praticamente un nascituro (appena uscita la prima annata di produzione, la 2018), e non è possibile, a mio avviso, un giudizio. Mi ricorderò di assaggiarlo tra qualche anno.
L’appuntamento è per le 9.30. Io tardo leggermente (non per colpa mia ovviamente) e alle 9.31 – e assicuro dopo aver riletto il registro chiamate che erano proprio le 9.31 – mi squilla il telefono. Io non rispondo ma so che è Roberto Comincioli, figlio di Gianfranco e co-proprietario dell’azienda, evidentemente preoccupato per il mio “ritardo”. Questa cosa mi è capitata solo una volta in Alto Adige (ma lì aveva nevicato senza preavviso, e sulla strada c’erano 30 cm di neve) ma mi dà sempre soddisfazione, perché così intuisco la serietà del produttore che sto per andare a conoscere.
Poco dopo, appena arrivo Roberto è già pronto, si presenta brevemente e non perde tempo, comincia a raccontarmi l’azienda facendomela via via visitare. Parla velocemente e quasi a macchinetta – talvolta faccio fatica a stargli dietro e prendere i giusti appunti, fortuna che quella mattina ero abbastanza sveglio – ma nel complesso è esaustivo. La precisione che noto nella spiegazione è la stessa che scorgo in cantina; un ordine quasi maniacale, una pulizia rigorosissima – ogni tanto mi chiedo se veramente lì si faccia vino. Dalla sala della vinificazione a quella dello stoccaggio a quella della degustazione tutto è in perfetto ordine, quasi come se ci si trovasse in un’esposizione fieristica.
Chiedo allora in quanti ci lavorano: sono in tutto dieci persone, cinque familiari e cinque collaboratori. Un buon numero, se si pensa che gli ettari vitati sono 14, con una produzione di circa 80.000 bottiglie ma solo negli anni migliori. Roberto mi spiega della meticolosa selezione in vigna, la quale non fatico a credere. Nessuna barrique per l’evoluzione del vino, solamente botti grandi da 30 ettolitri, legno austrico e non tostato ma – scopro – lavorato con una particolare tecnica di vaporizzazione. Ci passano sia i rossi sia il bianco, per un risultato di grande rotondità. Caratterizzante della azienda sono da una parte l’appassimento delle uve per quanto riguardo i rossi (vinificati totalmente o in assemblaggio a seconda del vino) e un metodo particolare di spumantizzazione (che chiama “ancestrale”, grande parolone dei nostri giorni), ovvero senza aggiunta di zuccheri o lieviti aggiunti, che aspira alla delicatezza e alla godibilità del risultato.
Una parentesi è necessaria – Roberto si sofferma in modo quasi esagerato su questo punto – per il tappo adottato dall’azienda per tutti i vini fermi. È infatti una scelta coerente allo stile pedante dei Comincioli, quella di un tappo che sia sicuro e affidabile; per dirla con altre parole che non lasci campo a sorprese come potrebbe essere con un tappo in sughero. Questa tecnologica chiusura – si tratta dell’Ardea Seal – che ha del tutto le sembianze dei tappi tradizionali, e col tradizionale gesto si stappano, è composta da materiali particolarissimi e mantiene con costanza le proprietà del prodotto nel tempo; permettendo comunque una micro-ossigenazione. Mi spiega sempre Roberto, con un sorriso che irradia insieme orgoglio e soddisfazione, che le caratteristiche promettenti di questo tappo, ovvero “nessun sapore di tappo, nessuna deviazione organolettica, uniformità aromatica tra le diverse bottiglie”, unita al più semplice fatto degli eventuali frammenti di sughero nel vino, rappresentano per l’azienda un obiettivo raggiunto.
Se ho parlato di precisione per la cantina, per il frantoio devo confessare al mio lettore che qui sono di fronte a un caso di perfezionismo quasi morboso. Sono guidato in una stanza che è una wunderkammer, piena di oggetti riflettenti; se non avessi saputo per fama che i Comincioli producono olio, avrei pensato che Roberto avesse voluto provare a vendermi quelle macchine e quegli strumenti, tanto sono lucidi che paiono nuovi. Invece no, siamo nella sala dove producono i celebri oli denocciolati, e la diligente guida mi vuole solo descrivere il procedimento, indicandomi passo per passo i macchinari appositi a tale funzione.
Ogni pezzo è smontato con zelo e adagiato in una vetrina come se fosse una collezione archeologica, o di entomologia. Scruto, cercando di non dare nell’occhio, qualche segno, un minimo accenno di sporco, ma niente; tra le fughe del motore si nota l’utilizzo sì, ma zero traccia di grasso. E mentre spiega, però, finalmente rilevo un alone abbastanza visibile sull’acciaio della macchina selettrice esterna (dove si adagiano le olive, pronte per essere denocciolate). Questo lungo macchinario è da loro pensato, ma realizzato dalla Mori-Tem, azienda specializzata di Barberino Tavarnelle, Firenze.
La grandissima selezione delle olive è il primo gradino di quella qualità ricercata tipica dell’azienda. Sono coltivati a ulivo circa 26 ettari, ma le rese sono bassissime: 5 kg su 100 kg di olive sono atti alla produzione, 1/3 rispetto a quella tradizionale; inoltre, queste, sono raccolte circa 20 giorni precedenti la maturazione (durante l’invaiatura) e lavorate in un tempo brevissimo, ossia 6 ore al massimo, così da preservare integralmente le proprietà del frutto. A questa lavorazione attentissima, stile aziendale inconfondibile che si riscontra negli oli, va aggiunta la selezione in frantoio delle olive sana, effettuata da un gruppo di due fino a otto persone. In questo modo il risultato non è un condimento ma, come lo chiama Roberto, un’essenza.
Con la stessa cura e la stessa ospitalità (mi avrà ringraziato almeno dieci volte: “grazie per la sua disponibilità e per il suo tempo dedicato all’azienda”) che ha avuto per la visita, Roberto Comincioli mi segue nella degustazione. Sono fortunato due volte, perché la degustazione è doppia: prima gli oli, poi i vini. Le etichette dei vini sono essenziali, pulite (nome dell’azienda e nome del vino e finita lì), mi piacciono particolarmente. Mentre gli oli, o meglio, le essenze sono racchiuse in contenitori in vetro che rimandano a sostanze esoteriche, di una preziosità esotica e irraggiungibile. Eppure sono reali, perché me li assaggio tutti.
La degustazione/1
Leccino. Monocultivar dall’omonimo nome; un olio galante, pulito, netto. Leggermente erbaceo, non è invasivo. Seducente.
Numero Uno. Avvolge il palato in maniera sorprendente, con morbidezza: un balsamo per il palato. Il fruttato è più persistente, mi pare inoltre ben bilanciato tra l’amaro e il piccante. Molto intenso, ma anche armonico. È il risultato di un blend tra casaliva e leccino insieme a altre 8 cultivar minori ma tutte comunque autoctone del Garda.
Terrae. Olio ricavato da cultivar appositamente selezionate, un blend gelosamente custodito. L’amaro è predominante, il finale è lunghissimo.
Casaliva. L’altra monocultivar. Molto fruttato e amaro, il piccante più leggero, e leggera è la nota erbacea (carciofo).
La degustazione/2
Diamante. Un vino rosa accattivante. Dal colore intensissimo (forse il più intenso della zona Valtenesi) frutto della lunga macerazione delle uve, tutte a bacca rossa (barbera, sangiovese, marzemino e groppello). Molto rotondo eppure salino, avvolgente e complesso; persistente, e scorrevolissimo.
Diamante extra dry. Il mosto del Diamante spumantizzato. Troppo morbido e fruttato, e per il mio palato eccessivamente dosato. Comunque un bicchiere è sempre gradevole da bere.
Gropél. Un uvaggio a base groppello (con marzemino, barbera e sangiovese) il cui 10% è appassito prima di essere vinificato. Un vino già importante, con una struttura che si fa notare.
Sulér. Solito uvaggio ma questa volta a base sangiovese; oltretutto l’uva è fatta totalmente appassire. Macerazione sulle bucce dai 25 ai 30 giorni. Un vino tosto, dalla trama profonda, impenetrabile. Un vino che può accompagnare piatti impegnativi, ma si può anche godere tranquillamente senza il bisogno di abbinarci qualcosa.
Riva. Mosto del Perlì spumantizzato. Questo è un dosaggio zero e mi piace molto più dell’altro spumante. La bolla è cremosa, avvolgente scoppiettante, vivace; un sollucchero per la lingua. Non eccessivamente complesso, ma fresco e fragrante.
Perlì. Vino quasi incolore, e per questo incredibilmente di presenza sia all’olfatto sia al palato. Uvaggio sapiente tra trebbiano e erbamat, dal colore lievemente dorato, scarichissimo. Profumi però di spessore, dal cedro maturo ai fiori di campo più vivaci. Un bianco molto strutturato, che presagisce una notevole longevità.
Vivevo abbastanza felicemente, perché l’Oltrepò pavese lo conoscevo per essere avido lettore di Alberto Arbasino e per esser vorace bevitore di croatina; adesso invece sono felicissimo, perché l’Oltrepò l’ho anche percorso con l’auto per strade, vie e viuzze, e a piedi su e giù per le colline, dai declivi straordinariamente morbidi, gibbose e dalla sinuosità radente la perfezione. Chi non conosce questa zona si metta d’impegno e ci dia almeno un’occhiata (poche foto su Google possono dare una prima idea); chi invece peggio ancora la conosce, o pensa di conoscerla e la snobba si riguardi per la propria integrità morale. È abbastanza metterci piede per rendersi conto del contesto meraviglioso in cui ci si trova: il buon Dio alla Lombardia ha donato proprio tutto, Alpi e Prealpi, laghi e laghetti (a chi importa il mare se si ha il Lago di Garda?), pianura… e la punta degli Appennini, proprio lì, in provincia di Pavia. Alla faccia di chi identifica l’intera Lombardia con la periferia milanese!
La cantina di Barbara Avellino si trova a Rovescala, un comune di nemmeno mille anime e segnato da strade dissestate in modo estremo e dall’intonaco delle case che pare si sbricioli a guardarlo. Un’atmosfera oserei dire di affascinante decadenza, un’insolita coreografia per un paese lombardo, e sicuramente non tra i più miserabili. Il piccolo paese si trova in cima al colle (i toscanofili e i toscanocentrinci la troveranno interessante), i cui versanti avvallano meravigliosamente, come nei disegni dei bambini, verso est e verso ovest. È il comune, e quindi la collina che confina con i Colli Piacentini e l’Emilia. È una strana e curiosa isoglossa (ne so qualcosa venendo dall’Alto Garda), che si rispecchia nella figura di Barbara: livornese di origine, cresciuta a Milano (dove studia enologia) e trasferita infine nell’Oltrepò, consacrando la sua vita alla viticultura.
Aspetto Barbara davanti alla sua cantina, la quale arriva trafelata e un po’ confusa (ero in anticipo rispetto al nostro appuntamento telefonico, forse per quello?). Dopo una breve presentazione mi invita a far visita alle vigne, e io ovviamente accetto volentieri; e non aspettavo altro: nelle colline si cammina comodamente e soprattutto voglio tastare con mano le viti di croatina. La proprietà Avellino conta circa 5 ettari, vitati a barbera, croatina, pinot nero, malvasia di candia aromatica e riesling. È una “micro-produzione” come lei stessa mi spiega, con l’obbiettivo di arrivare a circa 20.000 bottiglie: un’impresa, se si pensa che Barbara lavora con metodo naturale, e dunque capita le più le volte di non poter vendemmiare perché l’uva non è abbastanza soddisfacente (i prodotti sono pochi, ma tutti di qualità medio-alta, e più alta che media; ovvio che il lavoro di selezione in vigna è fondamentale).
Durante la visita tra le vigne teniamo una florida e intensa conversazione (ovvero: lei parla, io ascolto), e scopro un’altra persona. Più parla e più si anima, Barbara, anzi si trasfigura; a ogni pianta è come se ci si trovasse di fronte a un essere vivente in grado di intendere e di volere, quasi una persona, sicuramente amata e cullata come tale. Mi parla delle sue viti usando “lei” (“lei mi ha prodotto begli acini”, “lei l’abbiamo fatta lavorare troppo”), come fossero chessò, delle nipotine. Ma il suo amore per la natura e l’attenzione con cui si prende cura delle sue viti è evidente dal rigore della coltivazione e dalla qualità dei suoi prodotti. Dalla campagna di sua proprietà, rivolta a ovest (ma non è un problema nell’Oltrepò, l’esposizione solare è praticamente totale, grazie alla levigatezza dei primi Appennini), si scorge una vasta area che sale e scende, tutta coperta di filari: un capolavoro paesistico. Nel punto più a valle scorgo delle arnie (è anche apicoltrice) e un boschetto regolare; il sole è basso (siamo a febbraio) e velato da una foschia minacciosa tanto da sembrare malato – sembra quasi fatto apposta per dare quel tocco in più di decadenza al territorio.
Intanto cammino, seguendola, passando da vite a vite, da filare a filare e sporcandomi senza rendermene conto le scarpe ma non importa, tanto ero preso dalla chiacchierata. È imperterrita, continua a spiegare, credo più galvanizzata dalla passione che non dal sottoscritto, che comunque più ostinato di lei ascolta ingordamente (e dal palato, che comincia a reclamare la sua parte). Mi fa notare delle bislacche presenze sulla pianta: sono licheni mi spiega, e è molto felice di questa cosa perché è un indice di salubrità dell’ambiente. Poi passiamo davanti a una pianta il cui tronco a metà ha un taglio lunghissimo di senso longitudinale; mi spiega – qui ho ascoltato ma ho capito meno – che si tratta di un’operazione “chirurgica”, letteralmente, con tanto di bisturi per curare una malattia, il cosiddetto mal dell’esca.
Dobbiamo tornare in cantina perché ci stanno aspettando , quanto saremmo rimasti altrimenti? E comincia a raccontare i suoi prodotti. Allo stesso modo con cui mi parlava delle piante di vite si rivolge ai suoi vini: “lui è ancora troppo freddo”, mi dice intanto che stappa il Malvasia vinificato in rosso (macerato); oppure “lui è un assemblaggio di croatina e barbera”… La degustazione in ogni caso è stata sensazionale, nel vero senso della parola. Vini assolutamente non comuni, oserei dire volgarmente di nicchia, prodotti di qualità, che rispecchiano pienamente la personalità della produttrice, rappresentano il suo alter ego. Vini sinceri eppure ricercati, frutto di una grande cura e, assolutamente, di un grande amore.
Non credo sia costruito, o per meglio dire, artefatto, quell’insieme di opere d’arte contemporanea che dialogano all’interno della tenuta di Majolini, a Ome in Franciacorta. No, non è per ostentare un’immagine precostituita di sé o dell’azienda che Simone Majolini, attuale proprietario, ha fatto installare commissionandole numerosissime opere di artisti riconosciuti e importanti (e ovviamente come tali adeguatamente quotati). L’impulso alla creatività, la fantasia produttiva, la continua, evanescente e donchisciottesca ricerca alla bellezza assoluta non è solo dichiarata, ma anche evidente. Evidente nella scelta delle opere, nel loro rapporto con la cantina e, non ultimo, la qualità altissima dei vini prodotti.
L’arrivo alla cantina per me è già grande motivo di stupore: nella Franciacorta che sono abituato a conoscere e normalmente frequento il piccolissimo e – senza esagerare – vetusto paesino di Ome rappresenta un’eccezione. Per arrivare da Majolini ci si deve inoltrare nelle stradine di questo dove alla fine, salendo verso la collina, ci si imbatte in un cancello piuttosto austero. L’azienda sta lì sopra, al centro di un bellissimo anfiteatro che guarda verso sud; l’edificio è di forma allungata, praticamente nuovo ma studiato affinché si sposi al meglio col paesaggio circostante: un grande investimento per un grandissimo risultato.
La cantina è costeggiata, a monte, da muretti a secco sui cui terrazzamenti son coltivati ulivi, mentre verso valle prendono piede alcuni vigneti di proprietà. Due enormi opere d’arte mi accolgono non appena scendo dalla macchina; lì per lì do un’occhiata di sfuggita, con una curiosità mista a sorpresa (e a sete: sono pur arrivato lì per bere), poi però mi viene incontro Simone, il quale dopo essersi presentato mi fa da Cicerone. L’azienda Majolini, mi spiega, fa perno sul concetto riassunto in “3A”, ossia Architettura, Ambiente (cioè sostenibilità, come la raccolta delle acque piovane, etc.) e Arte. Le opere esposte all’esterno sono: la prima una passionale e carnale unione armonica di due cavalli, tutte e due rampanti e sguardo fisso verso il cielo, verso l’eterno (si chiama infatti Cavalli innamorati, e l’artista è Aligi Sassu); mentre il secondo più vicino all’ingresso è la coda di un capidoglio (in scala 1:1?) realizzata con una particolarissima e difficile tecnica da Mattia Trotta. Il Moby Dick (questo è il nome dell’opera) rappresenta per Simone il simbolo del sogno irraggiungibile, ovvero, ammette, creare un vino perfetto.
La solita aurea di austerità la si avverte entrando all’interno della cantina stessa, nel cui ingresso sono incise, esternamente, le parole SIC ITUR AD ASTRA, che significa “attraverso le asperità sino alle stelle”; una frase che si trova nell’Eneide di Virgilio. Ogni stanza da Majolini ha un tema specifico, e dunque un nome proprio. La prima si chiama “stanza dell’essenza”: essenza è il territorio, il suolo, la roccia su cui la vite alligna. Un suolo molto calcareo in grado di conformare vini minerali, salini e molto longevi. In dialogo con la roccia (letteralmente a vista) ci sono due artisti, Giuseppe Bergomi con una installazione, e la fotografa Enrica Senini, i cui ritratti hanno una valenza significativa: attraverso il viso e gli occhi di una persona si scopre il vissuto e grazie a questo è possibile coglierne l’essenza (appunto).
Il dolce e ricercato connubio tra arte e vino continua attraverso le altre stanze. Dopo quella dell’“essenza” entriamo nella stanza della vinificazione, dell’acciaio, in cui il materiale brilla, riflette, scintilla; si susseguono poi le due stanze “della trasformazione”, ovvero della maturazione e evoluzione del vino, divise in due dalla stanza “dei sogni”, decisamente la più eccentrica e variegata per opere d’arte. In questa oltretutto, non solo si conferma l’ambizione artistica di Simone, ma si scopre addirittura il suo amore per la moda: bottiglie vestite come manichini, anzi come modelli e modelle in carne e ossa, abiti pazzeschi e a quanto pare tutti griffati da professionisti. Il tutto squisitamente pomposo, deliziosamente dannunziano.
Non a caso in una teca è presente la bottiglia dedicata al Vate e alla sua vita (il vino prodotto è anche in commercio, col nome “Disobbedisco”, in riferimento alla presa di Fiume. Altre, tantissime e diverse opere sono sistemate in questa stanza; notevole, a mio avviso, e come potrebbe essere altrimenti, è il dadaista Spegni la sete, una bottiglia in forma di estintore con tanto di capsula annessa (all’interno c’è realmente del vino). Mi confermano la mia intuizione, cioè la forte ispirazione a D’Annunzio e al dannunzianesimo dell’intera tenuta, le parole dello stesso Simone, il quale ammette la funzione “prettamente estetica” della sua collezione. Anche se, aggiunge senza troppo sottolineare, parte del ricavo frutto di alcune vendite è andato in beneficenza.
La degustazione.
Nemmeno a dirlo, la degustazione avviene in una sala elegantemente arredata. Poche, purtroppo, le bottiglie assaggiate, e tutte delle nuove annate. Mi colpisce la variegata gamma cromatiche delle etichette, la cui ispirazione viene dalla bellezza quotidiana, ovvio: il nero dalle antiche imbarcazioni veneziane; il turchese-Tiffany dai sedili dei motoscafi Riva, etc. I colori sono netti e accesi, forse per evidenziare una ricerca estenuante a un bello che sia da far vedere con forza, aggressivamente, anche a chi del bello non si accorge o non si interessa.
La qualità del vino a mio parere è molto alta; raramente in Franciacorta ho bevuto vini così salini, minerali e contraddistinti da una così singolari acidità. Sono freschi e lunghi, eccentrici e… sì, molto dannunziani. L’impressione è che corrispondano a ciò che ho potuto vedere percorrendo l’interno della cantina: un vino incisivo, forse anche più delle opere insieme alle quali, nella penombra della cantina, cresce.