SIA LODATO IL CAFFÈ (FATTO BENE). Un libro di Valentina Palange

Dovremmo iniziare ad avvicinarci al caffè con un approccio diverso. Non come la medicina da ingurgitare tutti i giorni, ma come un momento per noi, da condividere con qualcun altro nei momenti opportuni”

Ho bevuto uno dei caffè più buoni della mia vita a Londra, in una caffetteria nei pressi della stazione di Waterloo gestita da un giapponese; quando lo dico lo sguardo del mio interlocutore sembra dire “ecco, il solito eccentrico”, con un mezzo sorriso quasi dicessi una provocazione tanto per impressionare. E sì che dovrebbero esserci abituati, chi mi conosce sa che bevo vino tedesco, bianco, e per di più leggermente invecchiato, e vini rossi frizzanti, selvaggi e spumosi. E si stupiscono pure quando scoprono che non bevo il caffè al ristorante per la paura di rovinarmi il pasto, “ma come, un caffeinomane come te!?”

Per far capire loro questi e tanti altri perché sul mondo ampio e complesso del caffè, ora posso consigliare un libro appena uscito di Valentina Palange, Il caffè in Italia fa schifo. Un viaggio tra consapevolezza, falsi miti e crudeli realtà”, edito da Giacovelli. Un po’ perché io ho sempre meno voglia di ripetere le stesse cose; un po’ perché l’autrice le cose le sa più di me e le spiega bene, e qui non trascura quasi nulla. Il libro – non esagero – può essere considerato un manualetto introduttivo al tema. Il titolo dice molto, per me azzeccato, provocatorio, beffardo e comunque per niente falso: in Italia ancora si pensa di essere i maestri del caffè, di bere caffè buonissimo, inconsapevoli invece di saperne poco o nulla a riguardo.

Il libro edito da Giacovelli

Valentina Palange è italianissima, però di caffè ne sa. Scrive di avere una pagina Instagram, presumo sia una ‘influencer’ dell’ambito o qualcosa del genere; io non ho ancora verificato, ma il libro così per come è costruito e scritto sa molto di reel. Con i suoi pro (immediatezza, linguaggio sciolto e amichevole, velocità) e i suoi contro (inglesismi che non servono, eccesso di protagonismo, qua e là morali spicce, esterofilia, ‘patriarcato’: che diavolo c’entra il patriarcato pure qua?). Ma innanzitutto di cosa parla il libro, e perché lo consiglio sia a chi di caffè ne capisce, sia a chi proprio non ne sa nulla ma è curioso e vizioso: sì, anche agli goderecci pigri, perché il caffè è bevanda, soprattutto, edonistica.

I prodromi li troviamo in un articolo-inchiesta del 2021, citato nel libro, di Massimiliano Tonelli (La Repubblica), in cui definiva – coraggiosamente, lucidamente, profeticamente – il caffè come “il più grande equivoco, il più clamoroso malinteso gastronomico italiano”. “Siamo avvinghiati alle nostre certezze”, scriveva il giornalista, “ma la verità è l’esatto opposto. E continuiamo a scambiare i difetti del prodotto per pregi”. Un fulmine a ciel sereno.

Stoccate del genere ritornano a dovere anche nel libro di Palange, ma non solo. Ci parla di origine e provenienza: come vino e olio, a monte della bevanda che ci troviamo nella tazzina c’è una pianta che cresce in un certo dato luogo, questa pianta fa dei frutti verdi che maturando diventano rossi, simili a delle ciliegie (chiamati drupe); in ognuno di questi piccoli frutti ci sono due semi, e questi due semi sono i chicchi del caffè. Fondamentale per le caratteristiche intrinseche e quindi organolettiche, è il paese e il territorio di provenienza di questi chicchi, avendo ognuno un clima, un suolo, un’altitudine peculiare (il concetto di cru, sì, anche qui). Il caffè è nato in Africa, in Etiopia, e questo paese, insieme al Kenya sono tra gli stati produttori del caffè più importanti. Ho scoperto nozioni anche bizzarre, tipo che dopo il Brasile il maggior produttore al mondo è il Vietnam, e che è prodotto anche alle Hawaii.

I frutti - Anticatorrefazione.it
I frutti – Anticatorrefazione.it

Una volta che il chicco è staccato dalla pianta, deve subire una lavorazione particolare. Questo passaggio è importantissimo, forse più dell’origine. Ogni metodo infatti, scrive l’autrice, “ha un impatto enorme sul profilo aromatico del caffè”. I tre più adoperati sono il metodo Naturale (quelli, riassumendo, dall’effetto ‘wow’), il metodo Lavato (piacevole acidità e pulizia), e metodo Honey (una combinazione tra i due precedenti).

Livelli di tostatura del caffè

Tostature spinte all’eccesso per coprire i difetti più infimi. Chicchi che trasudano olio e compromessi. L’autrice si incazza molto quando parla di tostatura, il passaggio successivo alla lavorazione. E ha ragione: è la parte per noi buongustai forse più importante, e per paradosso quella che per gli italiani non sembra esistere. Eppure, da questa dipenderanno tante caratteristiche della bevanda. Alcuni anni fa, nei primi anni della mia carriera da oste, usava tra il pubblico degli espertoni di allora bere vini barricati, ossia affinati in modo estenuante in botti di rovere nuove. Questo dava al vino un forte sapore vanigliato che, per i vini nati bene significava coprirne tutte le note piacevoli e tipiche dell’uva, e per i vini, diciamo, maldestri coprirne tutti i difetti, e insomma, erano pressapoco tutti uguali. Questo piccolo ricordo (a parlare di vino le cose diventan forse più chiare) per dire che un caffè nato bene in luogo sano è buono di per sé, una leggera o media tostatura può donare note più o meno complesse, speziate; ma un caffè super tostato copre tutto, nel bene e nel male, con un corollario abbastanza ovvio: caffè catramoso, ruvido, amaro e con quella sensazione di bruciato che fa fare brutte facce.

Perché ti consiglio di provare il caffè filtro? 1) Perché ci sono tipologie di caffè che attraverso questa estrazione sprigionano il meglio; 2) Perché è un’esperienza sensoriale molto intensa che si sviluppa in un arco di tempo più lungo rispetto a quello dell’espresso; 3) Potrebbe diventare il tuo momento relax”. Sono stimolanti i capitoli dedicati ai vari metodi estrattivi del caffè, perché sono tanti, di ogni sorta e tipologia, e ognuno di questi dà alla bevanda un tono e delle noti particolari. La mia preferita è quella con il V60; ma ci si può divertire anche con Chemex, con French press, Siphon, Aeropress, Clever, Cold drip, Cuccumella… e poi certo, ci sono la Moka e la macchina per espresso.

Un modello di V60 della Hario, marca giapponese , che sarebbe un po’ come dire Bialetti per la moka. (PS: i giapponesi e gli australiani con il caffè non scherzano mica)

Oltrepassiamo la comfort zone dell’espresso e della moka andando in tilt e vediamo ‘acqua sporca’ dappertutto”. Questi ultimi sono solo due tra i tanti possibili metodi, perché fermarsi lì? Ma poi, siete sicuri di farli bene, i caffè, con questi due metodi? Qui l’autrice dà il meglio, che grinta! No signore e signori, gli italiani a casa non sanno fare la moka, e nella maggioranza dei bar non si ha cura per l’espresso. Per tantissime ragione, che partono da due cause: inconsapevolezza del tema, e dare per scontato una cosa che scontata non è. Leggere a proposito il capitolo 5 (“La moka oltre la tradizione: cadono montagnette, crollano miti”) e capitolo 9 (“Identikit del barista di strada”).

Valentina Palange spazia, dedica un capitolo al rapporto tra caffè e salute, un altro al decaffeinato, molti alle gare raccontate da lei in prima persona, caparbia partecipante. Si parla di conservazione del caffè, di pulizia degli strumenti, del sistema dei finanziamenti delle aziende di torrefazione. Insomma, cose meno edonistiche. Qua e là poi piccole pillole ma necessarie, di come utilizzare al meglio i vari metodi estrattivi. Tipo che la moka non può fare la cremina, questa si crea grazie alla pressione, e come fa la moka che funziona col vapore? Non ha la pressione sufficiente come invece ha la macchina espresso del bar. E che la cremina comunque è solo un’emulsione, e non è indice di qualità.

Tra una riga e l’altra ho scoperto però dell’esistenza di caffè “da competizione”, costosissimi, ricercatissimi, dalla qualità estrema; “deve avere sentori incredibili” scrive Palange, e io ho perso la testa, devo provare. Perchè in fondo questa bevanda quotidiana e preziosa, questo “vero e proprio prodotto culinario” è un mondo.

De Niro in una scena di C’era una volta in America, di Sergio Leone

Un mondo gustoso e affascinante, quello del caffè. O meglio, degli “specialty”. Che però mi infastidisce un po’ ‘sta storia: già che bisogna chiamarli con un altro nome – specialty – per dividerli di netto da altri caffè fa venir male alla pancia. Va be’ che il termine è nato negli Usa nel 1974 per indicare nello specifico una tipologia di caffè pregiati di sola arabica, però fa riflette questa necessità di distaccarsi. Per il vino non è mai esistita una categoria di ‘specialty wine’; esistono (ma esistono ancora?) i Super Tuscan, certo, ma è una categoria nato per fini commerciali, il vino deve essere buono a prescindere, e chi sceglie vino di bassa qualità comunque ne è consapevole.

Ma al di là del nome, una cosa è certa: se sono fatti bene, questi caffè sono esperienze gustative, coccole, baci; piacciono, fanno sognare oppure meditare. Oppure anche solo godere, fortemente godere. Possono avere tante note, fruttate, floreali, speziate, acidità o delicata amarezza… ce n’è per tutti i gusti. E leggere questo libro appassionato e passionale potrebbe essere l’occasione per iniziare col piede giusto, o integrare le proprie conoscenze, o semplicemente convincersi che il caffè è un bellissimo e gaudente vizio. E capire che, se a fine pasto al ristorante non bevo il caffè, è solo un gesto d’amore. È solo perché a me, il caffè, piace davvero.

Damiano Perini

BREVISSIMA STORIA E SIGNIFICATI DELLE SACRE ICONE. Dalle origini al lavoro di Domenica Ghidotti

Esistono, e purtroppo sono tante, opere d’arte tolte dal loro contesto originario, trasferite cioè lontano dal posto per cui erano state ideate e realizzate. Una pratica comune che nel mercato antiquario è prassi quotidiana, special modo per ciò che riguarda l’arte sacra (quanti quadri, e arredi, e oggetti liturgici sono stati rubati, venduti, e finiti in case private?). Tralasciando la questione legale, etica ed estetica, da un punto di vista più spirituale e semantico ci troviamo di fronte a una desemantizzazione dell’opera, ossia una privazione del significato di questa: da devozionale a accessorio decorativo.

La questione è stata analizzata, tra gli altri, da Giovanni Pozzi (1923-2002), erudito e religioso italo-svizzero, in un saggio pubblicato da Adelphi.  Scrive infatti Pozzi nell’incipit di Maria Tabernacolo (1989): «La veduta di crocifissi, madonne e santi in musei e gallerie, pur suscitando emozioni estetiche profonde, si accompagna a difficoltà di approccio religioso che trascendono il fatto della collocazione in sede diversa dall’originaria. Il visitatore ha presente tutt’al più la loro destinazione al culto, raramente distinguendo fra le sue diverse forme; meno avverte la finalità primaria delle immagini sacre, di render visibile l’invisibile divino; meno la teologia e la spiritualità che le hanno ispirate; meno la risposta di pietà e di fede che il popolo cristiano loro ha attribuito».

In un’ottica e in un ambito completamente diversi, anche Walter Benjamin (tra i filosofi di spicco della cosiddetta Scuola di Francoforte, insieme ad Adorno e Marcuse), nel suo saggio più celebre – L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica – parla della decontestualizzazione delle opere, in attinenza con il concetto di «aura». Per Benjamin infatti, «l’unicità dell’opera d’arte si identifica con la sua integrazione nel contesto della tradizione», e questo trova il suo «modo originario» solamente nell’«espressione del culto», pagano o cristiano che sia. «Le opere d’arte più antiche», continua Benjamin nello stesso capitolo del saggio, «sorsero al servizio di un rituale magico, in seguito di uno religioso. Riveste dunque un significato decisivo il fatto che questo modo di esistenza auratico dell’opera d’arte, non possa mai staccarsi in nessun modo dalla propria funzione rituale». Il filosofo non si riferisce all’arte religiosa in particolare, ma lega in modo indissolubile l’esistenza e la funzione dell’opera con la sua origine e la destinazione per cui essa è stata creata.

Vedo ad oggi questo principio ancora vivo soprattutto nelle icone sacre e il motivo è riconducibile sia alla loro genesi che al beneficio nei confronti del devoto una volta terminate; che non è uno spettatore ma un contemplatore. L’icona, il cui termine deriva dal greco, “immagine”, “ritratto”, si sviluppa a partire dai primi secoli dopo Cristo «mentre si andava elaborando un’arte cristiana», soprattutto nella parte dell’Europa orientale. A Bisanzio (Istanbul oggi) soprattutto l’icona «designava ogni raffigurazione di Cristo, della Vergine, santi, angeli o avvenimenti della storia sacra» (Iconografia e arte cristiana, San Paolo Edizioni, 2004). Troverà riconoscenza ufficiale all’interno della Chiesa d’Oriente tra il V e il VI secolo, quando invece nella chiesa romana preverrà il simbolismo e l’iconografia rielaborati dai modelli romani precedenti (esempio ne sono le decorazioni delle catacombe).

Gli iconografi in genere non sono dei pittori (la qualità formale non interessa) ma monaci, o comunque religiosi o mistici. Il modo di procedere segue un iter rigoroso e prevedere buona parte di raccoglimento in preghiera; è attorno al 1000 d.C. che viene elaborato un linguaggio iconografico universale i cui modelli sono determinati da precisi «canoni» e meticolose «istruzioni» elaborate a partire da enunciati teologici (e discussi durante i concili) a cui l’iconografo deve attenersi. Nel cristianesimo ortodosso, dove l’icona raggiunge il suo culmine e sopravvive tutt’oggi, il monaco, o il religioso, che intende creare un’icona deve compiere prima un periodo di digiuno e di preghiera, generalmente 40 giorni, e può dipingere solamente all’alba del quarantunesimo giorno, in ginocchio, prendendo come soggetto della prima icona la Trasfigurazione del Signore.

L’iconografo non può prescindere nemmeno da accorgimenti tecnici, come per esempio la tavola di legno sempre in posizione verticale nel momento in cui si dipinge; formare nella stessa tavola un incavo centrale in cui si andrà a pitturare, simbolo del mondo divino separato da quello terrestre; l’aureola del santo rappresentato deborda volontariamente nella parte di tavola prospicente. O ancora, le labbra sempre piccole e socchiuse, segno di silenzio e raccoglimento; la prospettiva è inversa, rovesciata, il cui punto di fuga siamo noi, perché non siamo noi a guardare l’icona, ma è l’icona che ci guarda.

La creatività dell’iconografo è cercata – si legge sempre nel manuale di Iconografia sopracitato – «secondo un processo assimilabile alla creatività di chi prega usando le parole della liturgia». Non solo, perché il procedimento complesso di preparazione «ripercorre la parabola della creazione del mondo e dell’uomo». E questa «complessità» non è un carattere marginale, ma deriva dal fatto che nell’icona si identifica il divino. Avviene quello che Bredekamp definisce – in un suo importantissimo saggio, Immagini che ci guardano – come «atto iconico sostitutivo», ovvero una sostituzione fattuale tra il soggetto e la sua rappresentazione con sembianze umane: è il concetto del Velo della Veronica: l’icona è viva. Si spiega nell’Iconografia: «l’aspetto edificante e quello artistico sono elementi accessori; ciò che campeggia nell’icona è la presenza di Dio stesso, il mistero divino che attraverso l’arte dell’icona viene espresso». Dio è presente, Dio è presenza.

Un sunto di alta erudizione, ma molto chiaro, per capire e approcciarsi all’icona è il libro di Pavel Florenskij edito anch’esso da Adelphi, Le porte regali. Le icone, ci dice il filosofo, matematico e teologo russo (1882-1937), sono immagini che separano il mondo visibile da quello invisibile; dal mondo terreno a un aldilà celestiale. Si tratta di un «trapasso». Florenskij dà molta importanza al volto, non per la caratterizzazione e la forma più o meno realistica, ma perché «rivela la realtà terrena; è sinonimo di manifestazione». Sempre il volto di un’icona diventa «sguardo, e lo sguardo è la somiglianza a Dio resa presente sul volto… è la finestra da cui si effonde la luce di Dio». E marca la metafora della finestra: «l’icona non è una rappresentazione, è una finestra sull’eternità».

Esistono ai nostri giorni ancora molte scuole per icone, tra cui le più importanti sono quella russa e quella greca. Ma senza andare troppo lontano, abbiamo anche noi a Tremosine sul Garda un’iconografa, precisamente a Vesio, nella parrocchia di San Bartolomeo: Domenica Ghidotti, che per il sottoscritto ha dipinto un’icona quadrata (circa 27×27 cm), raffigurante i Santi Cosma e Damiano. L’opera è appesa in modo umile e sobrio (come tradizione cristiana vuole) nella mia camera – luogo per cui era stata pensata – e assolve preziosamente il suo compito devozionale, venendo da me contemplata, non per i suoi valori estetici, ma cultuali. Un perfetto caso di contestualizzazione.

DP

L’ARS AMANDI SECONDO MURAKAMI. Il nuovo romanzo “La città e le sue mura incerte” è, tra il resto, un manuale d’amore. Un richiamo a Miyazaki e a un albo per l’infanzia. E Einaudi falla la copertina: gliela suggerisco io

Ecco cosa significa l’amore, essere innamorati, mi son detto subito terminata l’ultima magia di Murakami. Il suo nuovo romanzo, La città e le sue mura incerte, uscito da poco per Einaudi, è tantissime cose. Si sa che il maestro è un sublime creatore di immagini sublimi, e il racconto ne è pervaso; e da sempre ci insegna a guardare la realtà, più che con la mente, con il cuore e con l’anima. Ma dove risiedono, questi due elementi così ineffabili dell’essere umano? Murakami ce lo suggerisce, senza dirci troppo, grazie a questo romanzo delicatissimo, dalle tinte tenui e discreti color pastello. Una racconto dai continui rimandi simbolici e poetici, in un contesto dove onirico e realtà si confondono, la visione e l’ultraterreno incontrano il quotidiano, e l’atmosfera pare incantata; e senza essere mai stucchevole, sdolcinato, forzato e convenzionale.

Si parla di solitudine, isolamento, pazienza: virtù sacre da coltivare, con cui prendere confidenza e relazionarsi, conoscersi meglio e vivere più serenamente. Non mali da scacciare o evitare. Murakami ci insegna poi a desiderare, desiderare per davvero con tutto il cuore, purché l’oggetto del desiderio sia leale e genuino; e che per ogni cosa ci vuole il suo tempo, e che la rinuncia (una forma di scelta), a volte, è sacrosanta. C’entra tanto il mondo giapponese da cui viene. La personificazione ha un ruolo preponderante. Si personificano le ombre, a esempio. Tante ombre in La città, ombre del resto tanto care ai giapponesi (si veda Tanizaki, o Lafcadio Hearn) e non a caso tutto il libro è avvolto da un’impalpabile penombra, un infinito crepuscolo, una situazione di perenne e nostalgico dormiveglia. Sono presenti componenti misteriose, enigmatiche (presagi e prolessi), ma anche edonistiche (la minuzia e la passione con cui Murakami descrivi i riti del tè mi ha fatto venire voglia pazzesca di berne – verde, bianco, giallo – continuamente).

Leggendolo si sta sempre sospesi tra la veglia e il sogno, e anzi le due cose a un certo punto sembrano la stessa cosa. Quello di Murakami è un Realismo magico che non è Realismo magico (Garcia Marquez è citato e omaggiato nel libro). Qui il sogno si mischia con la realtà, vero, ma si confonde anche il tempo, che esiste e non esiste, non si sa, perché passato e presente si intersecano, comunicano. E lo spazio? Pure questo è perennemente confuso tra quello reale, tangibile, terrestre e quello immaginato, sognato. Si passa da un ambiente a un altro come in una sorta di scatola cinese che alterna luoghi dell’anima a luoghi del cuore a luoghi della mente, e dove convivono fantasmi, persone reali, deliri.

Da La piscina
di Ji Hyeon Lee, Orecchio acerbo editore

Nel romanzo viviamo la vicenda di “Lui”, protagonista assolutamente normale, alle prese con la ricerca di sé e di una “Lei” che lo completi. Una vita a cercare questo amore, questa lei che ha le sembianza reali in un mondo onirico, e è onirica in un mondo reale. Ma, sembra chiederci Murakami, cos’è reale e cos’è sogno? E un mondo reale con un po’ di magia sana non sarebbe meglio? È certo un libro da leggere con una particolare predisposizione d’animo, nessuna fretta, molto tempo e mente sgombra. Abbandonarcisi completamente, insomma. Anche perché altrimenti non fa ‘effetto’. Sì, uso proprio questo termine: effetto: come fosse una medicina, una droga, un incantesimo.

In La città e le sue mura incerte due innamorati creano un mondo tutto per loro, chiuso, mistico, segreto, divino, e lì si rintanano dalla realtà con discrezione e garbo, vivendo in un luogo altro, come i due protagonisti dello squittissimo albo per l’infanzia dell’illustratrice coreana Ji Hyeon Lee, La piscina (Orecchio acerbo editore). I luoghi richiamano l’arcaico, il magico, l’essenziale e l’eterno; un mondo antimoderno, fatato e ameno, fatto di mura altissime e animate, di mele straordinarie, di unicorni, di orologi senza lancette. Un mondo trasognato e trasfigurato, senza tempo né geografia che strizza l’occhio a un altro incomparabile maestro, suo connazionale, Miyazaki (con Miyazaki i collegamenti possibili sarebbero molti, tra cui le numerose personificazioni, i “vecchietti”, la gentilezza delle fanciulle, ecc.). Il nuovo romanzo, La città e le sue mura incerte, insomma, è tantissime cose. Ma, e per quel che mi riguarda, è soprattutto un manuale d’amore, con tanti e diffusi spunti incastonati qua e là nel racconto come deliziose e minute pietre preziose. Ho snocciolato il romanzo e ecco, a esempio, cosa ho capito dell’amore.

Tante le affinità tra. due maestri giapponesi, Murakami e Miyazaki. Dalle personificazioni ai luoghi ameni e ancestrali, alla delicatezza con cui si esprime l’amore

Amore è legame e tremito (“migliaia di fili invisibili sembravano tenerti strettamente legata al mio cuore. A farlo vibrare bastava un battito delle tue ciglia , un lieve tremito delle tue labbra”); amore è essere incapaci di esaurire i discorsi (“avevamo sempre l’impressione di esserci scordati di dirci cose importantissime”); amore è essere isolati ermeticamente dal mondo e non essere disturbati da nessuno. Amore è anche volere sapere i sogni dell’amata o dell’amato (p. 30), è quando i battiti del cuore aumentano alla sola presenza dell’amata (p. 35), è saziarsi con le parole dell’altra (p. 44).

Amore, ancora, è la presenza dell’assenza (“continuo a assaporare… la sensazione che hai lasciato in silenzio nell’aria”), è avere la sensazione di “completezza” (p. 56), è quando piace aspettare, e aspettare travalica ogni senso di tempo. Amore è vero amore se causa pareidolie visive o uditive, o al contrario quando il silenzio riempie. E, amore è capire quando si è pronti o no (p. 62), è affiancare durante le crisi, esserci senza dare fastidiosi consigli; ma è anche fremere per una lettera (un messaggio, una chiamata) che non arriva o sta per arrivare, è il dolore e o il piacere intenso dell’attesa; oppure, ancora, è procrastinare il piacere di leggere una lettera (un messaggio, una mail), coccolandosela (p. 110).

La pessima copertina di Einaudi

Amore è inedia (“avrei continuato a aspettare indefinitamente una tua lettera, nell’inedia totale. E vivendo in quell’attesa non sarei riuscito a pensare ad altro che a te”), è quando la distanza non conta (p. 120); ma pure grande amarezza, e talvolta profonda atarassia (p. 136). Amore è assenza di tempo (“il tempo vero – quello chiuso tra le pareti del mio cuore – non si era più mosso”), è sognare a occhi aperti, è avere il vuoto nella testa (p. 322), è “consegnarci anima e corpo a un’altra persona”. L’amore è tenersi per mano e comunicare in silenzio ciò che a parole non si può esprimere… L’amore, cerca di dire Murakami, è qualcosa ancora tutto da scoprire, di inesauribile, di sconosciuto e, proprio per questo, eterno.

“Il mondo diventa ogni giorno più pratico, e sempre meno romantico”, scrive lapidario Murakami in un passaggio del suo romanzo. In effetti la poesia che pian piano sta svanendo da questo mondo la ritrovo nei libri, o in generale nell’arte; e me ne servo come a una mensa, cercando di saziarmi. E le opere come in una malia pare si intreccino con delle leggi tutte loro: ecco che per caso scopro un’opera minore di Aligi Sassu, e ecco che subito la identifico col romanzo di Murakami. E ecco perché voglio suggerire quest’opera come prossima copertina di un’eventuale ristampa, che sostituisca quella attuale: bruttissima e senza gusto e fuorviante.

La copertina suggerita da me: Aligi Sassu, La primavera, Cromolitografia, 1971

L’opera, una cromolitografia dal titolo La primavera, e realizzata dall’artista milanese per Bolaffiarte nel 1971, è perfetta per la copertina: un luogo onirico quasi allucinato in cui si intravede un confine all’orizzonte (delle mura?); un albero (di mele?) rigoglioso; due cavalli intrecciati in una sorta di odi et amo che quasi si confondono, tanto sono complementari. Il tutto entro un’atmosfera in cui spazio e tempo sono sospesi, tra sogno e realtà. Forse, dopotutto, il confine tra il realtà e irrealtà esiste. Ma, lezione squisitamente Borgesiana, se esiste questo confine, esso è – per chiudere con le parole di Murakami – “infinitamente mutevole. Va cambiando consistenza e forma in funzione delle circostanze e delle persone. Come se fosse vivo”.

Damiano Perini

APRE LA MOSTRA DI ENRICO BAJ A PALAZZO REALE: RILEGGERE “AUTOMITOBIOGRAFIA”. Per tuffarsi in quel cosmo poliedrico, tra assemblage, ambientalismo avanti tempo, donne e super vip dell’arte. La scrittura come estensione dell’opera

“Le annotazioni stanno là con funzione evocatrice
più che per essere sfogliate”

 “Ho ripudiato i numeri e il calcolo delle costruzioni per l’arte,
per fare quadri e altre fantasie”

“D’altronde a scuola non ho mai imparato niente,
se non a prendere diplomi…
A Brera invece seguivo le lezioni,
ma non presi mai il diploma”

 

Non so se sia una coincidenza, o una profezia, o se invece mi sono perso qualcosa, ma trovarmi tra le mani Automitobiografia di Enrico Baj edito da Johan & Levi nel 2018, dove in copertina compare un giovane Baj ritratto da Ugo Mulas, nella settimana in cui vengono inaugurate insieme a Palazzo Reale di Milano due mostre distinte a loro dedicate (rispettivamente l’8 e il 10 ottobre) è qualcosa di molto curioso.

Comunque ho pensato di rileggere questo libro proprio in vista della personale milanese, a cura di Chiara Gatti e Roberta Cerini Baj, innanzitutto per ritrovarmi a tu per tu con l’artista patafisico, con le sue idee e i suoi lavori e il suo ambiente e le sue conoscenze (che rappresentano il meglio che il Novecento artistico, e non solo, ha conosciuto). E poi perché, soprattutto, e lo ha detto lui, la scrittura per Baj è “estensione e completamento della pittura”. Insomma: rileggere per conoscere di più e meglio godere.

Enrico Baj, Automitobiografia, Johan & Levi, 2018

Automitobiografia è una personalissima, irriverente e colta autobiografia a ritroso, scritta da Enrico Baj a partire dall’anno di pubblicazione, nel 1983, andando giù giù fino all’anno di nascita, nel 1924. Profetico, quel 1924; un anno che sa di prolessi. In quello stesso anno infatti venne pubblicato il Manifesto del Surrealismo da André Breton (che conoscerà di persona), e il Surrealismo insieme al Dada saranno i due poli entro cui si muoverà tutta l’opera di Baj, a partire dall’adesione alla Patafisica, la “scienza delle soluzioni immaginarie”, e – scrive Angela Sanna in prefazione –“ potente baluardo dell’ironia, da lui considerata un’arma infallibile contro le nevrosi, le follie e le aberrazioni del sistema e della società”.

La sua è una mente brillante, ci si accorge leggendolo, si sa perché si laurea sbrigativamente in giurisprudenza pur non frequentando ma dando solo esami per far felice la famiglia, mentre seguiva le lezioni all’Accademia di Brera, quelle sì seguite con passione. Papà e mamma, ingegneri entrambi, lo volevano architetto, ma una strana, dice lui, “rivolta genetica… interpretata come un naturale processo immunologico sviluppatosi in me per rendermi immune di fronte alla pericolosità della ingegneria e della politecnica”, lo rende dubbioso. Poi, sarà stato quell’influsso provvidenziale di Breton, “avendo subìto una overdose di quella droga meccanicistica… non mi restò via di scampo se non nella scienza delle soluzioni immaginarie”. E certo che la creatività, la fantasia, l’immaginazione siano la strada giusta, nel 1963 “approda” alla Patafisica “che è la vera scienza”.

“Il periodo dei mobili ebbe inizio nel 1961, quando cominciai su delle tele e con le mie solite tappezzerie e ovatte a rappresentare dei mobili, per lo più dei cassettoni” p. 175

Che cos’è, in sostanza? La Patafisica nasce in Francia con Alfred Jarry, paladino e mentore di Baj seppur mai conosciuto in vita (muore nel 1907 a 34 anni), e il suo Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico, praticamente un manifesto. Viene istituita, e in un certo senso fatta rinascere a Milano nel 1964, il cui Enrico è assiduo adepto, nonché uno dei principali divulgatori. Ne dà lui stesso una definizione a pagina 68-69. Patafisica, in breve, che è un oltre la metafisica che è oltre la fisica, una scienza oltre la scienza: un po’ come l’umami, il gusto oltre al gusto.

“Il mio studio andò riempiendosi di cordoni, frange, fiocchi, nastri e passamani, insomma tutta la vecchia mercanzia… accumulazioni di passamanerie con il loro senso di caduta… hanno sempre avuto ai miei occhi un fascino e un profumo di decadenza o cadenza di un mondo e di un modo, di un gusto, di una cultura” p. 88

Queste memorie rappresentano un’autobiografia che, come tante opere di Baj, è frutto di un assemblage, dell’uso di una cosiddetta macchina del tempo ad hoc(da Alfred Jarry, sempre lui), fatta di annotazioni e scartoffie confuse, “dotate di grandi capacità evocative se appena ripensate, nel rimuginio dei ricordi”; si salta di palo in frasca, e è molto divertente seguirlo così. Automitobiografia  ci narra di una personalità che è un assemblage lui stesso. Scopriamo via via di avere a che fare con un maniaco dell’ordine, un grande eclettico, un anticipatore della denatalità, della sessuofobia e della paura del tatto, della mania dell’igiene (si vedano alcune recenti Preghiere di Langone), dell’ipocondria odierna; Baj l’ambientalista ante lettera, il devoto marito e il donnaiolo seduttore irrefrenabile, l’indefesso paterno e l’erotomane (“Avevo trentotto anni, ero un pittore di successo e mi diedi da fare con le donne. Ne frequentai di tutti i generi”, e più donne nella stessa giornata) e l’edonista d’annunziano (“mi capitò di provare con un’automobile… più di una volta, una potente erezione: e per un’auto giunsi a spandere sperma”).

Serie di Erotica, acquaforte – da Emporiumart.com

Roberto Pasini, mio professore e primo iniziatore all’arte contemporanea, in un catalogo edito nel 1988 per una mostra da lui curata a Viadana – non ho idea di come faccia a avere questo libro, né sapevo di averlo fino a qualche giorno fa, e Viadana ho dovuto cercarla su Google Maps per sapere dove si trovasse – Pasini, dicevo, parla in prefazione di una “infantilizzazione dell’universo”, di un “trasformista dell’arte”, di una “sindrome boschiana”; ma ciò che più conta e più concordo quando inquadra Baj nei termini di “infanzia” e “gioco”. Ci divertiamo noi a guardare le sue opere, e credo che si sia divertito lui a crearle.

Baj Bisegni 1978 – 1988, a cura di Roberto Pasini, Edizioni Novecento, MIlano 1988

In Automitobiografia l’artista racconta molto delle sue opere, o meglio della loro genesi, quali l’Apocalisse, I Funerali dell’Anarchico Pinelli, o le dame, i mobili, i generali (nati da pareidolie), o le scenografie e i costumi per il teatro (e quanto conta la teatralità per Baj, un po’ novello Beniamino Simoni, e un po’ novello Gaudenzio Ferrari), l’illustrazione per Buzzati. Inoltre il libro è bene documentato da tantissime foto d’epoca, che aiutano noi lettori-curiosi non poco.

Automitobiografia è anche un libro colto, ricco di divagazioni, definizioni, motti e confessioni (alcuni dei quali messi qui in esergo), storie, aneddoti. E tantissime amicizie e conoscenze, e che conoscenze! Le più importanti figure artistiche del Novecento praticamente. Alcuni nomi: Yves Klein, che “si credeva un mistico”,  e la sua devozione per Santa Rita da Cascia; Raymond Queneau e la loro collaborazione per un libro-opera d’arte meraviglioso, introvabile, Meccano, o l’analisi matriciale del linguaggio; André Breton, come già detto, il “genio principe di questo secolo”.

“Il sistema combinatoria adottato da Queneau per indagare morfemi e semantemi si prestava molto bene a essere illustrato con un altro sistema combinatorio, il Meccano, ovvero, quel gioco ora desueto che un tempo affascinava i ragazzi e consistente appunto nella possibilità di montare insieme un assemblage di pezzi decisamente meccanici… Svitati i pezzi di Meccano dalla loro ragione di essere primitiva, essi assumono una valenza grafica e formale sfruttabile in mille altri modi ed io pensai di usarli per l’illustrazione di questa analisi linguistica e combinatoria” pp. 123-124

E ancora: Giacometti, Spoerri, Arman, Rotella, Duchamp, Fontana, Castellani, Bruno Munari, Sanguineti, Balestrini, Eco, Gillo Dorfles… che fervore, la vita di Baj! Eppoi Dubuffet, affine in alcune ricerche e opere (e qui un’altra coincidenza, se di questa si tratta: la mostra, in questo stesso periodo, del pittore informale francese al Mudec, sempre Milano). E ovviamente Piero Manzoni: “era vivo, mobilissimo e fantasioso… la fantasia di Piero era irrequita, ne inventava sempre di nuove”. E con lui inaugura un “anti-stile” (si legga la bella definizione a pagina 202); e figuriamoci: non sorprende, da due anticonformisti, antiaccademici e artisticamente anarchici come loro.

“Questi vennero fuori dalle mie montagne iniziate qualche anno prima, per un processo di identificazione antropomorfica sovente riscontrabile nel mio lavoro. Queste montagne, congerie di pigmenti allo stato informe richiamante rocce e morene, dimostravano una tendenza a personificarsi, assumendo l’aspetto stesso della brutalità e della prepotenza” p. 191

Artista completo di un’arte totale, “Io tendo a spostare la mia grafia dal quadro alla pagina scritta”, scrive Baj, risulta talvolta profetico – come del resto ogni artista degno di esserlo – e lui lo sa. Sempre secondo le sue parole: “i pittori sono dei veggenti e hanno spesso un’angolazione visuale verso la vita e verso le scienze e le speculazioni di tipo filosofico o letterario”. Artisti on the top, dunque. Enrico Baj, insomma, era un po’ tutto e il contrario di tutto, l’artista che innalzava a soprannaturale il quotidiano (vedi Meccano, passamanerie) e rendeva grottesco e divertente l’alto (vedi Eros, dame, generali). Tutto un mondo di gioco, un gioco sacro però che a rileggere Automitobiografia appare più nitido; non del tutto, ci mancherebbe: ma quel poco da renderlo più appetibile, curioso, affascinante. Pronti per la mostra.

Damiano Perini

QUEL CONDIZIONALE ALLA FINE… “FIESTA” DI HEMINGWAY È UN ROMANZO D’AMORE. Le bevute e le mangiate, le risse e il sangue sono solo una cornice ben lavorata. Qualche considerazione

E sì che mi aveva lasciato subito perplesso quel sottotitolo tra parentesi, The sun also rises, Il sole sorgerà ancora, che di seguito al Fiesta del titolo mi suonava quasi come un’invocazione incoraggiante, un po’ come a dire ‘dài! su col morale, ché la ruota gira per tutti, vedrai che domani andrà meglio’. Sì, ma quando arriva quel domani, e sempre se arriva? Solo alla fine, solo quando tutto sembra volgersi verso una conclusione accondiscendente ci si vede chiaro, c’ho visto chiaro, una possibilità, come dire, altra. Ma vado con ordine.

Fiesta, il primo romanzo di Hemingway pubblicato nel 1926, parla delle avventure di un gruppo di americani, scrittori giornalisti artisti (veri o sedicenti che essi siano) sognatori di un’Europa mitologica centro del mondo, che vivono come viveur nella Parigi del Dopoguerra. Tra questi spiccano Jake, il narratore e alter ego di Hemingway (il paciere del gruppo, il saggio, l’imperturbabile, quello a cui tutti chiedono conforto e confidenza), Robert Cohn (ebreo di famiglia ricca, ex pugile, scrittore senza successo, sornione e farisaico), Bill (giornalista e amico leale di Jake), Mike (spendaccione inguaribile e sempre in debito con chiunque, alcolizzato e fallito consapevole, irascibile e impulsivo).

E poi Brett, l’irraggiungibile e imprendibile Brett Ashley, la protagonista vera del libro. Una ragazza di trentaquattro anni, capelli corti (non lo dice Hemingway, figurarsi: magistrale nel non-detto, l’autore ce lo fa supporre, “mi voleva coi capelli lunghi…”, le parole che le mette in bocca nel finale), sagace e intelligente seppur per niente colta, dalla bellezza accesa e dal fascino ancora luminoso dato dal suo essere emancipato, indipendente e intraprendente. Istintiva e piuttosto aperta al mondo, sincera sempre, nonostante tutto. Carattere irrequieto però, che le costa e le costerà molto (e molte, troppe sbronze).

Le vicende si svolgono in sostanza a Parigi come una sorta di prologo, a Burguete, paese nei Pirenei al confine con la Francia dove Jake va a pescare (grande passione di Hemingway) nel fiume Irati, a Pamplona – le cui vicende rappresentano il cuore del romanzo – e infine Madrid, epilogo commovente (mi si perdoni il parziale spoiler).

A Pamplona, dicevo, apparentemente accade tutto, apparentemente – ripeto – si svolge la vicenda del libro. Qui infatti il gruppetto si è radunato per la fiesta, ossia la festa di San Firmino. Una festa di origine medievale e della durata di una settimana in cui si alternano (o sovrappongono) giorno e notte danze e balli, bevute e mangiate, fuochi d’artificio e razzi, messe e corse di tori (encierro) e corrida nella Plaza de toros.

Goya, Tauromachia

Troppo bravo a raccontare Hemingway, in primo luogo per la sua prosa. Dalla scrittura essenziale, senza fronzoli, “asciutta”, frutto della “semplicità sintattica del parlato, della scelta di un vocabolario quotidiano, di un’aggettivazione ridotta al minimo e di un enorme pudore nel controllare le effusioni emotive e la vaghezza del simbolismo” (Ettore Capriolo, di cui leggo la traduzione per Mondadori). Frasi secche, insomma. Che fonda con l’immediatezza della prosa giornalistica, a una forma breve e incisiva del racconto. Scrive Palumbo Mosca (Domenica del Sole 24 Ore, 23 giugno 2024, recensendo un libro di Matteo Nucci su Hemingway): “è l’onestà di uno stile che si vuole semplice e serio, che evita – frivolezza e vanità dello scrittore – l’inutile preziosismo per mostrare le cose della sua tonalità emotiva e senza tempo. La prosa – il motto hemingwayano è memorabile – è ‘architettura, non decorazione di interni’”.

Edizione Mondadori

Troppo bravo  a raccontare, Hemingway, in secondo luogo per la sua personalissima capacità di mescolare l’autobiografia ai racconti. “Lo scrittore e l’uomo finiscono inevitabilmente per confondersi con la mitologia di sé” (sempre Capriolo). E quanto Hemingway in Fiesta! C’è quasi tutto. Per l’appunto: l’appassionato di toreri e corride: “Non c’è nessuno che viva la propria vita fino in fondo, a parte i toreri”; il credente dubbioso: “Mi inginocchiai e mi misi a pregare per quelli che mi vennero in mente… e me stesso, e per tutti i toreri, separatamente per quelli che mi piacevano e genericamente per gli altri, poi pregai di nuovo per me”;  il moderato edonista: “Godersi la vita significava imparare a spendere bene i propri soldi e sapere quando ci si era riusciti”; il filosofo stoico e mite: “Non m’importava che cosa fosse il mondo. Volevo soltanto sapere come viverci. Forse, se scoprivi come viverci, imparavi anche che cos’era”, e ancora: “Tutti si comportano male, basta dargli un’occasione”; L’amante della caccia (legge Memorie di un cacciatore di Turgenev da ubriaco, per evitare che tutto gli giri intorno!); l’esperto bevitore: “Il mondo aveva smesso di ruotare. Era solo assai limpido e luminoso, con una certa tendenza ad appannarsi sui margini”.

Pamplona, Festa di San Firmino

Grazie a questi elementi tu ci sei dentro in quella Fiesta, li senti vivi quei rumori, le vedi quelle danze, quel caos quella confusione latente e inarrestabile e tutto gira va all’impazzata non si ferma, è come se una serie di fotogrammi si susseguissero senza fermarsi, flash di immagini ripetute a metronomo di vino, carne, risse, abbracci, incornate. Hemingway te lo fa vivere il dolore dei tori mentre le spade gli trafiggono il collo, ti fa sentire la fatica dei toreri e l’euforia della folla, l’esaltazione, l’esagitazione dei tanti partecipanti. Ti fa sentire uno di quelli. Viva è l’inimicizia tra il furbesco Cohn, innamorato illuso di Brett, e Mike, suo futuro ipotetico sposo. E la disperazione crescente di Brett per l’amore verso il torero più forte, Pedro Romero, una caduta nel baratro autoindotta, consapevole, prefigurata.

Pamplona, Festa di San Firmino

Grazie a questi elementi certo, la prosa e l’autobiografia. Sì, a parte che la lingua (inglese) lo aiuta molto per come è fatta. E poi le cose migliori comunque ce le nasconde, ce le fa intendere senza doverle scrivere, ci fa arrivare per intuizione; anzi nemmeno, ce le stampa proprio in faccia, a essere un po’ accorti. Come nel caso che ho ricordato dei capelli di Brett.

È quella tecnica che Capriolo chiama “tecnica dell’iceberg”, per cui “alla parte visibile del testo corrisponde un’enorme base che resta sommersa e che sta al lettore scoprire”. Concluso il libro, ho compreso. Nell’epilogo infatti, mi puzzava qualcosa. Troppa falso l’abbandono di Jake; troppo insofferente nel suo fervore, Brett. E pensare che gli indizi c’erano già dall’inizio, “Mi guardava negli occhi con quel suo modo di guardare che ti induceva a chiederti se davvero vedeva qualcosa con quegli occhi”, osservava a Parigi Jake.

Pamplona, Festa di San Firmino
Pamplona, Festa di San Firmino

Poi nell’apparente (ancora) confort zone di qualche albergo di lusso, un fulmine a ciel sereno: “Il punto era questo. Spedire via una ragazza con un uomo. Presentarla a un altro uomo perché partisse con lui. E adesso andare a riprenderla. E concludere il telegramma con un affettuosamente”, e conclude, “Ma andava benissimo così”.

Ecco che allora la storia si fa più chiara: ordito dentro un racconto di sangue e violenza, virilità, pesca, mangiate pantagrueliche, bevute orgiastiche, vaneggiamenti da ubriachi, pugni e parolacce, introduzione alla tauromachia, si cela un perfetto romanzo non-romanzo d’amore. Un amore appassionato, cercato e al contempo respinto da entrambi, in cui uomo e donna si cercano quando sono distanti e si allontano non appena si toccano, e così in un moto perpetuo. Un amore impossibile, ucronico, di un mondo parallelo, quello tra Brett e Jake. Fatto di bacetti strappati, nervosi, di malinconia e apprensione, di addii ripensamenti e pentimenti, aspettando un domani, quel domani che chissà.

Zeffirelli – Timothée Chalamet – e Juliette – Lyna Khoudri – in The French Dispatch, di Wes Anderson, 2021

Ma poi si può esserne certi? In fondo Hemingway non dice nulla. Eppure, quel condizionale alla fine…

Luciano Cardo

(Immagine di copertina: Zeffirelli – Timothée Chalamet – e Juliette – Lyna Khoudri – in The French Dispatch, di Wes Anderson, 2021. Chi si chieda il perché vada a vedersi il film, subito)

COLTIVARE L’OZIO, PER NON ISTUPIDIRSI E GODERE MEGLIO. Leggere “Filosofia da divano” di Stefano Scrima. E tenerlo sul comodino, non sia mai

Non temano per la loro salute mentale e spirituale i perdigiorno, i buontemponi, o gli accidiosi, o i pigri come il sottoscritto. In tempi di frenesia frenetica, caos, “avanzamento di carriera” (che fatica già solo scriverlo), un libro ci viene in difesa. Filosofia da divano di Stefano Scrima, edito da Il Melangolo (2023),è un manualetto-manifesto da leggere con molta calma, è ovvio, dignitosamente stravaccati, è ovvio, senza strafare, tra un caffè e l’altro, magari alternandolo a un sigaro, a una chiacchierata con amici, a un aperitivo al bar, alla lettura di un quotidiano o un altro libro, a una passeggiata col cane, a un pisolino… ma comunque un libro da leggere: assolutamente.

Primo perché Scrima appartiene alla cerchia dei filosofi simpatici (“sì sì tu mi piaci”, cit.), che un po’ alla De Crescenzo rendono una materia genericamente percepita come noiosa, la filosofia, viva e comprensibile, piacevole e anzi accattivante. Grazie a uno stile sciolto e leggero, dotato di un umore non scontato (del resto l’autore non è nuovo alla divulgazione. Tra i tanti titoli formidabile la sua Filosofia di Fantozzi), e alle autorevoli autorità citate nel libro (onnisciente il grande svaccone Bukowski), è pure di scorrevole lettura. È un libro inutile? Può darsi. Ma è proprio il futile, il desueto, l’inconsueto, il bislacco ad attrarre i pelandroni veri.

Divertente, sì, ma serio, serissimo. Il protagonista della parabola di Scrima è, per l’appunto, il divano.  “L’esperienza del divano”, scrive il filosofo, “a patto che esso sia sufficientemente comodo e soffice, può suscitare una profonda riflessione sull’esistenza che ne trascende l’uso quotidiano, fino a indurci a chiederci del senso stesso della nostra presenza sulla terra”.

Il libro è una protesta contro il troppo fare. C’è vita dopo il lavoro?, si chiede l’autore. E la risposta è secca: “l’esito della riflessione provocatami dall’impatto delle mie membra con la superficie del divano è la ferma convinzione che l’ozio sia il padre di tutte le virtù”. Il divano entra con questo libro nella storia del pensiero umano. “Non saprei nemmeno dire cosa sia”, scrive Scrima, “se un mobile o un luogo […]. Prima che il divano entrasse nelle nostre vite, dal XVIII secolo in poi, non esisteva alcun pretesto per rifiutarsi di lavorare e iniziare a rilassarsi […]. Il divano è la manifestazione terrena del rilassamento”.

Domenico Gnoli

E ancora. “Non è un caso che si chiami proprio divano, per il piacere divino che comporta adagiarsi sui suoi soffici cuscini. Quella ‘a’ al posto della ‘i’ non deve far titubare: quando il primo uomo che si sedette su un divano, associando questo oggetto al divino , dette voce alla sua illuminazione, al momento di pronunciare la “i” sbadigliò indotto da un’estasi mai provata prima”.

Lo consiglieri agli studenti più cocciuti: per quale motivo patire d’ansia d’esame stando pomeriggi su libri scritti male quando invece non  abbandonarsi, che so, alle non-avventure dell’apatico Oblomov di Gončarov (non a caso citato nel libro) o a una bella bottiglia di nebbiolo della Valtellina? Al di là di qualche sfuriata contro il capitalismo, il libro è edonistico e divertente.

Domenico Gnoli

Il susseguirsi nel testo di parole come inazione, pigrizia, ozio, indolenza, fannullone, buontempo, non-fare, inazione, inattività, rilassamento, indugio, inerzia soave (bellissima locuzione), lo rende a tutti gli effetti una apologia dell’ozio. Un ozio da coltivare, fondamentale ritagliarsi almeno due ore al giorno per tale pratica: per non istupidirsi e smettere di pensare, per la propria salute, sia mentale che spirituale. Leggere Filosofia da divano. E tenere il libro sul comodino: non sia mai che a noi perdigiorno, buontemponi, o accidiosi, o pigri venga in mente di strafare. In fondo, e lo ricorda Scrima, “tutta la saggezza di questo mondo è racchiusa nel saper restare seduti o sdraiati sul divano a far niente”. (Beh, proprio niente niente no; qualcosina magari, di birichino, forse sì).

DP

Domenico Gnoli

LA SCHWA È ANTI-EDONISTICA: IMBRUTTISCE L’ITALIANO E LO SPIRITO DI CHI LEGGE. Leggere “Fascisti della parola” di Vittorio Feltri

Partecipo alla conferenza di un’artista, una illustratrice. Curioso per tanta grazia e delicatezza di eloquio cerco il suo lavoro, mi piace molto, approfondisco. MI leggo la biografia: e qui casca l’asino (per non dire altro). Tutta una chiassosa e delirante rapsodia di schwa (Ə), simbolo ora in voga tra i genderisti, un po’ per ostentare la cosiddetta inclusività (se così ho capito bene), o (sempre se ho capito bene, e sarebbe ancora peggio) per non offendere quelle persone che non “si riconoscono in una identità”.

Al di là delle valutazioni socio-politiche che non fregano a me né a questo blog, ma l’offeso in questo caso sono io: che schifezza sarebbe l’italiano con questo volgare simbolo (noto che la schwa è sostituita da qualche altro intelligentone con l’asterisco)? Pensavo fosse cosa per femminucce col broncio o per maschietti in crisi di identità; e invece mi trovo un’artista che parla bene e scrive male, anzi malissimo e in modo oltraggioso: oltraggioso e offensivo per noi che per imparare a scrivere ci siamo messi d’impegno.

Copertina del libro. Rizzoli, 2023

Fortuna che dall’alto sono sorretto da autorità. “Va escluso tassativamente l’asterisco al posto delle desinenze dotate di valore morfologico (‘Car* amic*, tutt* quell* che riceveranno questo messaggio…’). Lo stesso vale per lo scevà o schwa”; così la Crusca. “Secondo il nuovo Canone Demenziale si devono desessualizzare le parole, liberarle cioè dalla loro desinenza finale, renderle finalmente indeterminate, libere da ogni predominio sessista; nuove forme di castrazione o cintura di castità applicate al lessico e al mondo che descrivono, per estirparne i genitali e la “naturale” diversità”; così Marcello Veneziani.

E non potrebbe mancare sostegno dal più grande giornalista vivente, Vittorio Feltri. Lo trovo in un libretto libero e anticonformista, quella libertà e quell’anticonformismo che solo i veri abili e coraggiosi pensatori posseggono, Fascisti della parola. Tutte le parole che il politically correct ci ha tolto di bocca, Rizzoli, 2023. Il secondo Vittorione nazionale (il primo è ovviamente Sgarbi) con la sua nota penna schietta e chiara mi informa: a) di quanto la crisi sia vasta e b) di come questo fenomeno sia conseguenza di povertà di cultura, valori e bellezza. Fondamentali, per quanto riguarda il linguaggio, sono i capitoli “Mamma” e “papà” sono diventati termini offensivi, La mania del linguaggio inclusivo, Giorgia Meloni e l’obbligo di definirsi “presidenta”.

“Feltri, elegante e esteta, nell’abbigliamento come nei libri”

Ma uno soprattutto mi ha colpito, Il linguaggio genderista. Vogliamo la lingua senza genere e poi incriminiamo il maschile, che è pure neutro. Al di là del ripassino da prima media (“si trascura di considerare che l’italiano ha già un genere neutro, che è quello maschile. Il maschile non esclude il femminile, bensì lo include e lo pone sullo stesso piano”) è il lato estetico che disturba. Scrive Feltri, elegante e esteta, nell’abbigliamento come nei libri: “L’esigenza di adoperare un linguaggio quanto più neutro, ad esempio, ha condotto a storpiature forzate della lingua italiana che personalmente trovo orribili e pure insultanti”. Non sei il solo, Vittorio. Che obbrobrio, che orrore questa schwa: un danno alla mia sensibilità di lettore, e al mio spirito godereccio.

Luciano Cardo

PER RACCONTARE UN MONDO BISOGNA STUPIRSI, ALTRIMENTI È CRONACA DIMENTICABILE. Appunti a caldo su “La nuova Russia” di I. J. Singer

“E così io parlo,
indicando tutte le cose buone e quelle cattive”

p. 119

Un bravo scrittore europeo di origine ebraica, mediamente conosciuto, viene assunto da un quotidiano americano come corrispondente per raccontare la vita di alcune colonie ebraiche della Russia sovietica, tra il 1926 e il 1927; questo scrittore-reporter informa quindi con toni asciutti e lineari della situazione politica, sociale e economica di quello che vede e intuisce del nuovo stato comunista: a una lettura veloce, superficiale, magari leggiucchiando qualche frase qua e là in una rumorosa libreria della stazione aspettando un treno in ritardo, queste poche righe sarebbero sufficienti a congedare – senza pietà – La nuova Russia, di I. J. Singer.

‘Magari’, ‘sarebbero’; condizionale, appunto. Perché il lettore, il lettore attento, o sapiente, o educato, o godereccio (insomma: il lettore vero), capisce se da quelle poche frasi ci si può spingere oltre nella lettura, perché sa, percepisce se c’è dell’altro. E il caso di questo libro appena pubblicato da Adelphi (con la traduzione di Marina Marpurgo e la cura di Elisabetta Zevi),  inedito anzi ineditissimo (prima traduzione), ne è un esempio affascinante: perché in poche parole sono racchiusi personalità e rapporti, situazioni e aspetti ben più profondi e ampi. Perché per Israel Joshua Singer nel particolare è l’universale. Ma vado con ordine.

Per prima cosa è fondamentale conoscere la biografia dell’autore, e per questo necessario è partire dalla postfazione di Francesco M. Cataluccio. Non si faccia confusione con i due Singer: I. J., il nostro Israel Joshua, è fratello maggiore di I. B., Isaac Bashevis, l’autore a esempio di Keyla la Rossa, o Max e Flora (editi sempre da Adelphi e curati da Elisabetta Zevi). Singer I.J. è il più irrequieto della famiglia, il minore ne parla come di uno scettico, dalla nota biografica se ne ricava un personaggio dal temperamento sanguigno, preso dalla politica e dalla politica attaccato da tutti i fronti. Letterariamente dotato sin da giovane è in contrasto con la fede dei genitori (“dubitava…”) e l’ambiente ebraico. Conosco così un uomo che non si trova bene da nessuna parte, e proprio per questo si trova a suo agio ovunque; un figura controcorrente, anticonformista, un eclettico incorreggibile (sentenziò Balzac in Illusioni perdute: “Se voi siete eclettico, non avrete nessuno dalla vostra parte. Con chi dunque vi schierate?”). Mi figuro Singer come un incompreso che non molla e che va per la sua strada fregandosi di tutti.

La seconda, essenziale, nozione per una lettura di questo libro è lo stile. Mi torna in mente l’incipit del Salon del 1859, quando Baudelaire cita la richiesta di tale direttore di scrivere una rassegna sull’esposizione corrente come se fosse un “rapido racconto di una passeggiata filosofica”. Rubo il termine a questo direttore (di cui per altro non ricorderò mai il nome, eh sì che l’ho appena letto) perché quello che Singer scrive come inviato del quotidiano yiddish di New York chiamato “Forverts” è a tutti gli effetti una passeggiata: passeggiata letteraria, sociale, politica, antropologica e perché no, pure filosofica, per un vasto vastissimo stato (tra Mosca, Minsk, Odessa, Crimea, Kiev) entro cui non sentiamo minimamento il peso della distanza o dei viaggi (treni a go-go, navi,…), o l’oppressione di lavorare in uno stato stracolmo di spie.

Questa leggerezza è dettata dalla prosa di Singer (con lode alla traduttrice, e anzi siccome non so il russo grazie soprattutto a lei). Il linguaggio è asciutto, sobrio, diretto, pacato; sono quasi assenti gli avverbi, pochi e misurati gli aggettivi (“secche pennellate”, scrive Cataluccio). Narra con una facilità disarmante (e talvolta irritante per gli invidiosi da prosa come il sottoscritto). Leggo il libro senza un ordine preciso: è una storia unica fatta di tante storielle indipendenti seppur legate dallo stesso filo conduttore, un polittico meticolosamente descritto in cui ogni dipinto è sé stante, ma trova il suo significato profondo solamente nell’insieme.

facebook.com/adelphiedizioni

Ma di cosa si tratta? La nuova Russia è classificabile con parole del tipo resoconto-racconto-reportage in cui i confini sono labili. L’esattezza del corrispondente non trascura la narrazione; viceversa la profondità poetica non lascia da parte il rigore dell’informazione. Singer, un po’ come fanno illustri colleghi (Joseph Roth, Walter Benjamin), si propone di dare un resoconto il più pulito, obiettivo e distaccato possibile (“non intendo dare un giudizio”) della condizione delle colonie ebraiche russe, appunto tra il 1926 e il 1927, sotto il comunismo.

Ciò che trovo più interessante nel modo di Singer è la capacità di trarre dal futile particolare un corollario lucido e tantissimi significati. Prendo la prima frase che ho sottolineato come esempio: “si sono presentati nella carrozza ristorante in maglione – si capisce al volo che non possono che essere americani. Sono chiaramente diretti in Russia per affari, alla ricerca di concessioni”. Ma così l’intero testo è pervaso, che si parli di artigiani, contadini (“i contadini sono duri come la terra, e assomigliano al suolo che lavorano”), attrici, colonie, paesi, città. Il ritratto che ne esce sta poi a voi scoprirlo.

“Un vecchietto bielorusso macilento, scalzo nonostante sia inverno, traffica lì attorno, occupandosi delle vacche” (p. 102)
(facebook.com/adelphiedizioni)

I. J. Singer è un maestro dell’ecfrasi delle scene di vita. Paul Valéry sosteneva che disegnare una cosa aiuta a vederla meglio, anzi a vederla per davvero, a conoscerla, comprenderla. Dicasi allora per il nostro letterato che scrivere lo aiuta a vedere e capire per davvero i sentimenti di quelle genti, e il sentire di un popolo intero. Mi piace che prenda poi le campane e il loro alto rintoccare vivo come contrappunto ai frenetici e bassi cori comunisti (con il suono delle campane si congederà da noi lettori).

Mi piace tantissimo anche che parli, anzi che canti di Mosca con forti contrasti, come Guccini canterà di Bologna: “Mosca la più amorevole madre del mondo per i suoi figli… E Mosca, la matrigna di migliaia e migliaia di bambini randagi… Mosca, la città della saggezza e della luce… E Mosca, la città che a tutt’oggi non ha ancora una legge che renda obbligatoria l’istruzione” (che ricorda un po’ “Bologna arrogante e papale/ Bologna la grassa e l’umana… Bologna capace d’amore, capace di morte…  Bologna volgare matrona/ Bologna bambina per bene”, ecc).

facebook.com/adelphiedizioni

Mi piace, non meno delle cose già menzionate, che Singer sia un acuto osservatore, il quale non tralascia il più rozzo, il più insignificante, il più dimenticabile dei dettagli; ma di più: per lui questi sono parte integrante del racconto, e per questo hanno lo stesso valore di azioni, dialoghi, pensieri. Penso in particolare alle “persone eleganti a metà” incontrate a Mosca, dai “colletti inamidati” abbinati come per scelta a “risvolti sdruciti” della giacchetta “consunta”.

Proprio qua sta la sua forza, il suo segreto: il quotidiano trascurabile viene voracemente adocchiato da Singer grazie a occhi stupefatti, meravigliati, e tramutato in bellezza. È lo stupore la chiave per comprendere il talento letterario di Singer in La nuova Russia. Mi ricorda Luigi Ghirri: dopo tutto la fotografia non è così lontano dalla letteratura. Scrive Daniele Benati in occasione della mostra per l’ottantesimo anniversario della nascita dell’artista (Guastalla, Reggio Emilia): “non c’è nulla al mondo che di per sé valga o non valga la pena di essere fotografato o dipinto o raccontato o descritto o messo in musica. Tutto dipende da te, da quello che sai vedere o ascoltare, e da come risponde il tuo cuore quando vedi o ascolti”.

Vedere lo straordinario nell’ordinario e riuscire a farlo scorgere anche al lettore. Solo grazie a questa facoltà Singer è stato in grado di raccontare un mondo e renderlo interessante a cento anni di distanza e farlo diventare letteratura; racconti un mondo piuttosto monotono che, senza lo stupore del narratore, sarebbero stati fredda e dimenticabile cronaca.

Damiano Perini

AL VITTORIALE DEGLI ITALIANI RIVIVONO LE AMANTI DI D’ANNUNZIO. “I Censurati”, la mostra di Camillo Langone. E un libro, che scotta ancora, di Giordano Bruno Guerri

Arrivo alle porte del Vittoriale degli Italiani, Villa Adriana dei tempi nostri, in quello splendido comune di quello splendidissimo luogo del Garda che è Gardone Riviera, e un pensiero mi torna alla mente, caldo e limpido come fosse lì lì reale e concreto. Lo rileggo: “a volte, l’offerta supera a tal punto la domanda che d’Annunzio preferisce negarsi. L’affollamento al cancello del Vittoriale lo spinge al sacrificio della cernita”. Sono le parole di Giordano Bruno Guerri prese da un libro, un classico ormai indispensabile, che a prenderlo in mano ancora pulsa, scotta, di vita e bellezza, manie e vizi, amori, passioni: mai nessuno, credo, è riuscito a penetrare la vita del Vate così profondamente nel suo intimo e a restituircela – coinvolgendoci come se fossimo partecipi collaboratori, comparse della stessa pièce – come ha fatto Guerri ne La mia vita carnale. Amori e passioni di Gabriele d’Annunzio (Mondadori,2013).

Ma “affollamento”, addirittura! Si sa che d’Annunzio era grande amatore, aveva avuto tantissime amanti; ma tanta richiesta, la fila fuori da casa! Ma quanti anni ha vissuto d’Annunzio? secoli!? E quante donne ha avuto!? Eppure a rileggere Guerri la cosa – per il Vate, è chiaro – è scontata. Generoso (ricopriva di regali, costosi e raffinati, ogni amante), esteta, formidabile a letto, uomo di fama e prodigi (in tutto l’Occidente se ne parlava come grande letterato e come eroe coraggioso, si veda l’impresa di Fiume)… quale donna avrebbe rinunciato a diventare sua “badessa” e chiudersi per un “capitolo notturno” nella sontuosa Stanza della Leda, il luogo sacro e profano in cui si consumavano gli incontri amorosi?

Quanta pazienza, quanto rigore nel libro di Guerri, in cui la sprezzatura dello storico riesce a nascondere il grande lavoro di ricerca e riordino delle fonti (diari e lettere per lo più) a favore di una narrazione romanzesca (che di romanzo non ha nulla) con una visione insieme distaccata e affettuosa. La base del libro sono le memorie di Aélis, ossia Amélie Mazoyer, la sua cameriera (e amante, è ovvio) di fiducia, “la donna che più di tutte e più a lungo assistette alle sue imprese erotiche”, per usare le parole dell’autore. Di qui un’avventura, o meglio, una storia di infinite avventure – squisitamente erotiche ma per nulla pornografiche – che si dipanano lungo tutta la permanenza del Vate nella sua dimora, dal 1921, a 58 anni, fino alla morte, avvenuta di colpo (“si era sempre augurato una morte folgorante e fuori dal letto, e ottenne anche quella”) l’1 marzo 1938.

Roberto Ferri, Le tentazioni di sant’Antonio, 2023

Avventure che rivivono ora grazie a una mostra curata da Camillo Langone, I Censurati. Nudo e censura nell’arte italiana d’oggi – il  motivo per cui mi trovo al Vittoriale –  in cui ogni opera è accostabile, almeno secondo la mia viziosa fantasia, a ognuna delle amanti possedute dal Vate e tanto bene descritte da Guerri. Un valido memento delle imprese amorose consumate in questi locali, insomma. Una mostra in cui a prevalere sono la figura e la pittura (del resto il curatore lo ha ribadito poco tempo fa: “la pittura è la sintesi delle arti, linguaggio immediato e universale capace di concentrare il mondo in un metro quadrato di tela”, scrive a proposito del Premio Eccellenti Pittori – Brazzale). E dove c’è tanta, tantissima carne, tantissime “artistiche tette”, un carnevale di capezzoli.

Immagino che anche Langone abbia dovuto effettuare una grande cernita di opere di nudo (“l’affollamento al cancello” dev’essere cospicuo). Titolo e sottotitolo sono esplicativi: la cornice tematica della mostra è in sintesi la censura da parte dei social di alcune opere di artisti viventi, il cui mezzo di comunicazione però è fondamentale per il proprio lavoro. “I pittori viventi nei musei non ci sono e per loro la vetrina di Instagram è vitale”, scrive Langone, “un  quadro  che  non  compare  su  internet praticamente non esiste… Bloccare il profilo di un pittore è molto vicino a impedirgli di dipingere”.

E aggiunge, sempre il curatore: “la censura è cronaca, un fenomeno che digitale e correttezza politica hanno rilanciato e oggi si rivela in espansione in ogni parte del mondo e in ogni ambito culturale. Pertanto I Censurati è mostra di urgente attualità: espone i nudi recenti, censurati o comunque censurabili, dei migliori artisti italiani viventi che si sono cimentati con tale classicissimo genere”.

Sulla rapporto tra censura e arte contemporanea, arte e politicamente corretto tanto ci sarebbe da pensare e da dire (così veloce mi vengono in mente due titoli, L’arte sotto controllo di Carole Talon-Hugon e La cultura del piagnisteo di Robert Hughes, editi qua in Italia rispettivamente da Johan&Levi e Adelphi. E qualche artista; per fare qualche nome: Woody Allen, Balthus, Schiele, Waterhouse). “Destituire il capezzolo sia destituire la donna, la maternità, la riproduzione sessuata?”, si chiede Langone. Insomma, attualità buia e distopica cronaca: questioni troppo stressanti. E poi ciò mi porterebbe a vedere la mostra con occhiali tristissimi , e io sono più avvezzo al bicchiere mezzo pieno (e sono di quelli che lo vorrebbe sempre pieno), e quindi nella mostra del Vittoriale ci vedo solo edonismo: sofisticato e dannunzianissimo edonismo.

***

I Censurati è un’esposizione chiara, pulita, essenziale – come il bianco della pareti dell’edificio, come il catalogo edito da Liberilibri, come la prosa del curatore – e il contrasto tra l’ambiente ascetico di questa con l’horror vacui della Prioria rende ancora più interessante l’impatto all’entrata di Villa Mirabella. La mostra si svolge idealmente tra due poli, tra due opere di due artisti tra i principali del panorama italiano contemporaneo, opposti tra loro, ma egualmente formidabili: Enrico Robusti – dal vorticoso e spaesante dinamismo, dalla spumeggiante e scoppiettante energia, tutto un turbinio di cose, quasi fosse un lambrusco rifermentato in bottiglia (infatti l’artista è emiliano) – e Giovanni Iudice – dall’atmosfera distesa e languida, morbida e calda, e setosa (un passito di Pantelleria?).

Proprio come il ritiro gardesano di d’Annunzio, dipanatosi tra le figure di due donne per temperamento, carattere e provenienza diametralmente opposte, ma unite dal comune affetto e dalla stessa passione per il Vate (entrambe lo accompagneranno, nonostante tutto, fino alla morte): Aélis e Luisa Baccara.

Di Aélis, l’autrice del diario sopramenzionato, la governante “amica-servitrice”, la confidente numero uno del ‘priore’, col tempo pure l’amante, la “complice, ruffiana e all’occorrenza terza di un triangolo”, si sappia che deve il suo nome a, per usare le parole di Guerri, “un’abilita non comune nella fellatio”. Il nome ‘aélis’, infatti, è un richiamo al francese hélice, elica. Tra tutte le donne del Vittoriale è l’unica che rimane sempre al centro della scena, e quella che viene trattata con un rispetto singolare, quasi di affettuosa amicizia. Una donna di origini umili, ma dal carattere autorevole, ricca di vitalità, mai ferma, briosa.

Di Luisa Baccara, detta Smikrà, la convivente veneziana, l’amante ‘ufficiale’ si potrebbe dire, pianista e di origini altolocate, l’immagine si fa più melanconica. Innamorata di un amore autodistruttivo e praticamente inutile, gelosa e rancorosa, Luisa non sarà mai capace di lasciare il Vittoriale, facendosi abbandonare a una dolce sofferenza, fatta di speranza e ricordi (d’Annunzio la paragonava nel corteggiamento alle figure di Giorgione).

Ecco perché mi compiaccio del mio personalissimo doppio accostamento: Aèlis-Robusti e Baccara-Iudice.

Daniele Galliano, Senza titolo. Collezione Adele Barbetta, Nardò, 2022

Esiste tra le amanti ‘quotidiane’, per così dire, la cameriera Emilia. L’immagine che se ne ricava non è delle più virtuose, anzi, è piuttosto viziosa la ragazza. È testarda e spesso mette il muso, di qui il nomignolo di ‘caporale’; fa uso di droga (colpa di d’Annunzio), è nostrana, gardonese “di piacevole aspetto, molto disponibile alle necessità sessuali del Comandante”. E ben si identifica con la ninfetta di Daniele Galliano, una giovanissima vicino a certi soggetti di Casorati, dallo sfogo eloquente di un amore sfrenato e passionale, il cui stile compendiario del pittore e lo sfumato dell’acquerello ne accentuano ancora più la voluttà. Morirà, poveretta, di tubercolosi.

Daniele Vezzani, Donna che scende le scale, 2020

È fatto minore che il Vate si sposò giovanissimo e ebbe figli nel fiore della gioventù e della carriera letteraria (sono gli anni de Il piacere), a Roma e di nascosto (scappando) con una ragazza di origini nobili, figlia di duca, ingenua e innamorata: Maria Hardouin, “bionda, delicata, esile, occhi celesti”. Non più ripagata dal marito e di conseguenza ai suoi comportamenti tentò il suicidio. Col tempo la prende con filosofia, capisce che avercela col marito sarebbe stato dannoso per lei e lo lascia alla sua vita. È soddisfatta comunque del successo del poeta, e non mancarono le visite al Vittoriale. Discreta e elegante abbandona la scena con leggerezza e disinvoltura, come la Donna che scende le scale di Daniele Vezzani.

Giuseppe Vassallo, Risacca , 2020

È risaputo, invece, che d’Annunzio era fissato col divismo. Il rapporto con Eleonora Duse, la “morta venerata”, è però un mistero; e tale resterà. Così come ignoto rimarrà il rapporto (rapporto?) tra la coppia di giovani di Giuseppe Vassallo.

***

Il Vittoriale ai tempi di d’Annunzio, a leggere il libro di Guerri pare un porto di mare: amanti che vanno e vengono, donne, ragazze di ogni età, nazionalità, estrazione sociale. Ci passa una Melitta, specie di Lolita popolana, una ninfa plebea di Rea ma gardonese. Già sposata varcò le soglie della Leda la prima volta a fine giornata lavorativa (in merceria a fianco del marito). Ragazza gracile e nominata ‘la piagnucolosa’, dopo un periodo focoso è presto relegata a subalterna, a soluzione di riserva. Ma non rinuncia Melitta, né ai ‘capitoli’ né ai generosi regali che ne scaturivano. E attende, come la donna distesa a terra, stralunata e impassibile del Self Portrait di Michele Moro.

Michele Moro, Self Portrait , 2019

Sempre di Michele Moro è il ritratto in poltrona di una donna matura, dal portamento distinto e dallo sguardo sicuro, penetrante. Segno di carattere forte, sicurezza di sé; lo sguardo e il portamento di una donna appagata che ancora sa cosa vuole, e sa come ottenerlo. Un po’ come Margherita Keller, sposa del conte Piero Besozzi di Castelbesozzo, amante del Vate a più riprese con il nome di Fiammadoro. “Per quanto lunga, la relazione fu saltuaria, benché la donna fosse avventurosa e nobile, bella e disinibita, come piaceva a lui”.

Michele Moro, Come spiegare la pittura ad un’anatra morta, 2018

Da grande esibizionista, a d’Annunzio piace chi sa esibirsi; fra le sue concupite spesso ci sono attrici. Maria Antonietta Bartoli Avveduti, “incarnazione della seduttrice”, è una di queste. Brava attrice, scaltra e esibizionista è capace di fingere, entrare nei ruoli via via ordinati dal Comandante. Elena Sangro – questo il nome da amante – “ha il fisico giusto per interpretare ruoli scabrosi”, annota Guerri, “donna fatale o ninfa dei boschi, fibra vegetale o bestia rapida”. Perfetta. O meglio, quasi perfetta: commette il grave errore di lucrare sui doni del Vate, e quindi oltraggiare la sua generosità. Finisce alla porta senza remore. E sì che recitava bene (appare in un film per l’ultima volta in 8 ½ di Fellini); come bene recita la nuova Ophelia “Post-Pre-Raffaellita” di Jara Marzulli.

Jara Marzulli, Poetica della liberazione, 2020

Nella Stanza della Leda si alternano nobildonne a prostitute miserande, senza distinzioni di sorta. Perciò non stupisce la presenza di Esther Pizzuti, ribattezzata Lazzarina, una prostituta di origini milanesi dotata di un’innata bellezza. Invano l’Esteta le rimprovera il cattivo gusto, l’ostinazione riottosa, la “vita volgare” passata tra “trattorie vinose”, e l’avidità. Si ammalò anche lei di tubercolosi, e il Vate si premurò di coprire tutte le spese per i due anni di sanatorio, dove soggiornò, fino alla morte.

Non mancano amanti bizzarre. Consuelo Gòmez Carillo detta la Spagnola non è bella, ma ha dalla sua un lato animalesco e perturbante. Viene appellata come “maschia”, definita come una “scimmietta con orecchie da asino”, “una giovane barbara, originaria d’una tra le più feroci tribù messicane”, si atteggia con “balzi di lupa cerviera”, beve champagne mescolato a profumo, “alterna atteggiamenti da svampita ninfomane a pentimenti pudibondi e tardivi”… insomma, un’invasata. Si sposò due anni dopo aver conosciuto d’Annunzio con l’autore del Piccolo principe, Antoine de Saint-Exupéry.

Ma le diavolette sbucano da ogni parte, e non mancano certo nella piccola Gardone. Qui infatti troviamo una giovane sartina, una ragazza di basso ceto “più voluttuosa e frenetica dell’Alba”. Si chiama Angela Panizza, ma a leggere il Vate “Angioletta è più diabolica… non ho mai visto una tale estasi e una tale adorazione languida e furiosa, di volta in volta, davanti al Principino”. Libidine.

Riccardo Mannelli, “l’artista più censurato d’Italia, il Maestro della Carne, il supremo di segnatore di nudi femminili, più anatomista perfino di Courbet” (Langone), coi sui ritratti evoca con eloquenza queste tre satanasse del sesso.

Tra le infinite relazioni di Gabriele d’Annunzio si segnalano anche alcuni  due di picche. Il più celebre è certamente il rapporto non-rapporto con Tamara de Lempicka. È già una pittrice famosa quando conosce il letterato, infatti si trova al Vittoriale “per sfruttare un mito, non per venerarlo”. È bella, giovane ma soprattutto ha un “fascino da capricciosa che conosce la malia della ritrosia”, una femme-fatale, benzina per il Vate. Tamara è ambigua, dice e non dice, “annunzia e poi ritratta, si propone e si ritira”, e Gabriele “finisce per cedere all’errore comune di ambire con ansia sempre maggiore a una preda che si nega, leziosa con le sue moine”. Un tira e molla per anni e anni, che lascerà a d’Annunzio l’amaro in bocca, la triste realtà di non avercela fatta a compiere l’impresa. Tamara si comporta un po’ come la protagonista di Black Box 3 di Tommaso Ottieri: lei la camicetta te l’ha aperta; ma siamo sicuri che poi te la dia?

Tommaso Ottieri, Black Box 3, 2023

Al Vittoriale tra il 1937-1938 si presenta un evento che come un uragano scuote e sovverte tutti gli ordini all’interno della “cittadella”: l’arrivo di Emy, la “tedesca”, una ragazza “bionda, evanescente come un fantasma”, una “enigmatica valchiria”, ignota e “glaciale”. Una spia? Si dice sia stata inviata al Vittoriale per uccidere a poco a poco d’Annunzio, somministrandogli a piccole dosi veleno e droga. Tale ipotesi non è mai stata confermata, e nemmeno smentita. Resta il mistero, come misteriosa è l’identità della donna a cui appartiene il latteo seno de L’isola, del gardesano Giuliano Guatta.

Giuliano Guatta, L’isola, 2023

E d’Annunzio? A giudicare con piglio da maliziosetti pare che più che il Vate il vero protagonista delle memorie gardonesi sia il suo organo sessuale. E infatti lui lo aveva ribattezzato, personificandolo, in vari modi: “Perno del mondo”, “Gonfalon selvaggio”, “Catapulta perpetua”, “Principino”, “Diavolo”, “Monachino di ferro”.

Omar Galliani, Iokanaan, 2003

E dunque eccolo rappresentato in forma monumentale dal maestro del disegno su tavola Omar Galliani in Iokanaan. Che ci sia pure una correlazione tra il  san Giovanni Battista della Salomè di Oscar Wilde e d’Annunzio? E quelle mani di chi sono? L’affollamento al cancello del Vittoriale era tale…

DP

SCUOLA E BELLEZZA SONO INDISSOLUBILMENTE LEGATE. Un libro di Enrica Buccarella per Topipittori ce lo ricorda

Ho letto, con imperdonabile ritardo, La scuola è un posto bellissimo di Enrica Buccarella. Il libro –  uscito qualche mese fa per Topipittori – è un delizioso cocktail di ingredienti fini e ricercati, sapientemente dosati e miscelati tra loro. Il pretesto dell’autrice è chiaro: riportare come in una sorta di diario la sua lunga esperienza di maestra, in cui far convogliare riflessioni, pareri, opinioni personali legati al mondo dell’insegnamento e della formazione dei più piccoli.

Ma grazie a un testo vivace e snello, scopro via via un supporto per laboratori artistici, uno strumento-guida da cui l’insegnante può attingere idee (e quante sono!) o comunque ispirarsi per attività e tecniche. Ma è anche un libro pregevolmente illustrato (e faccio notare che l’avverbio non è sempre, purtroppo, scontato) e per questo un libro per godere, uno stimolo alla fantasia. E poi sì, il libro della Buccarella è pure un manualetto teorico (competentemente sintetizzato) dalla ricca bibliografia, dove si approfondiscono, tra il resto, l’ arte infantile, la storia grafica degli alfabeti murari, gli illustratori e gli albi per l’infanzia (da cui l’autrice spesso parte per le sue attività, facendoli propri).

Si capisce, nei laboratori la maestra non tartassa i suoi studenti con nozioni; sulla scorta di Rothko (lezione 2: “attenzione a non reprimere la creatività di un bambino con una formazione accademica”; lezione 5: “pensa a coltivare pensatori creativi”), Buccarella si fa discreta aiutante e attenta osservatrice:  “Io mi sono limitata a fare domande”, scrive, “offrire materiali, invitare, incoraggiare e stimolare, e poi ho fatto da spettatrice”.

Non manca la verve polemica. Molto bene, e molto bella e molto accurata l’analisi dell’arte infantile analizzata a partire dal saggio dello storico dell’arte Corrado Ricci, L’arte dei bambini; e molto bene il monito della stessa autrice sul chiacchiericcio del bambino-artista-puro. A parte l’accusa – giusta e coraggiosa – su certa sciatteria, sulle fotocopie (!), e in generale al “modo in cui a scuola si offre ai bambini la possibilità di disegnare”, che “non aiuta il disegno espressivo”; all’uso della matita grigia piuttosto che direttamente dei colori, che nel disegno impedisce “l’espressività del segno, l’immediatezza e la freschezza dell’immagine e ne compromette gli aspetti dinamici”. Ma i bambini vanno guidati sempre, perché non dispongono di innate abilità artistiche come alcuni presumono. “Si tratta di un’idea che nasce da una visione idealizzata dell’infanzia”, spiega l’autrice, sostenendo che “tali idee siano ingombranti ingenuità adulte”.

In La scuola è un posto bellissimo, comunque, il filo conduttore lungo gli otto distinti capitoli è uno: trasformare il momento dell’imparare in meraviglia. I bambini vogliono sapere, ma non sempre vogliono imparare: ecco allora che diventa essenziale la figura del maestro. “Maestro è chi agisce per rivelare la meraviglia della scuola con tutte le opportunità che rappresenta”, scrive l’autrice con un tono profetico e iniziatico. Nel testo, a tratti molto (troppo) descrittivo e a tratti molto lirico (“…nascono virgole, semi che volano, fili d’erba, gocce di pioggia… le associazioni sono immediate”), tra citazioni importanti, riferimenti alti (Paul Valery, Chagall, Matisse, Klee…), e considerazioni illuminanti, scopro tante cose.

Nel primo capitolo, a esempio, dedicato al segno che “fa il disegno e anche la scrittura”, mi pascio dei molti “giochi” estetici dedicati allo scarabocchio, essendone un grande cultore (ottimo il riferimento a Munari, e al suo Prima del disegno), al punto e alla linea.

“Tracciare una linea è già raccontare. Una linea, come una storia, ha un punto d’origine, un inizio, e si svolge nello spazio come nel tempo. Attraversando il foglio, nel suo svolgersi continuo o interrotto, dritto o mosso, suggerisce a chi guarda vari accadimenti: avanzare, fermarsi, riprendere il cammino, cambiare direzione, salire, scendere, volteggiare, incontrare.”

Non sapevo nemmeno che Benjamin, il notissimo Walter Benjamin che conoscevo per la Scuola di Francoforte e altre cose noiose, avesse scritto un libro dedicato agli abbecedari (e che bello vederlo accostato a Gillo Dorfles e non a Adorno o alla “riproducibilità tecnica”, per una volta). Il capitolo in cui se ne parla, degli alfabetieri e abbecedari intendo, è il secondo (Maestra, cosa ho scritto?), e per me è il più bello e il più edonistico di tutti.

È un tripudio di grafica, di meraviglia, di bellezza. “Confesso di non riuscire a prescindere, nella didattica, dalla bellezza”, scrive Buccarella. “Sono convinta che dove vi sia bellezza ci siano anche, sempre, senso e logica. Per questo ritengo che l’aspetto didattico non debba essere disgiunto da quello estetico”.

Scuola e bellezza sono indissolubilmente legate; se quest’ultima manca, la scuola si riduce a freddo e sterile contenitore, in cui sciatte nozioni passano inerti da bocche piatte e rimproveranti a piccole orecchie curiose ma, inconsapevolmente, indisposte. Ben vengano i libri come questo che, ogni tanto, ce lo ricordano.

Damiano Perini