TRA PSICHEDELIA E SPIRITUALITÀ . L’installazione di Dan Flavin presso Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa, Abbiategrasso

Luogo strano, Abbiategrasso. Non so perché, ma l’immagine che ho di questo comune della periferia a sud di Milano, è di un paese grigio, plumbeo, smorto, triste (e questo a prescindere dalla stagione e dal meteo). Non me ne vogliano gli abitanti, ma Abbiategrasso è l’esempio di periferia da riqualificare, da far rivivere; è tutt’altro, per capirci, dai loci amoeni che sprizzano verde e sorgenti d’acqua pura.

La riqualifica però qua è partita da tempo, e proprio a partire dai colori. Nel 1996, grazie alla Fondazione Prada, viene installata nella basilica di Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa, a Abbiategrasso, un’opera (postuma) di Dan Flavin, il celebre artista di New York (tra i big del Minimalismo e dell’Espressione Astratto americano, morto proprio in quell’anno).

 

L’opera (permanente) site-specific prevede l’illuminazione dell’interno della chiesa con la luce fluorescente dei neon, elementi che caratterizzano l’arte e la poetica di Dan Flavin. I colori sono quelli primari. Esattamente: la navata è illuminata con il blu, il transetto con il rosso, e l’abside – culmine sacro –  con il giallo.

I colori primari tendono all’armonia, o vogliono comunque tendere a un’armonia alta e assoluta. Questo lo hanno detto i teorici dei colori e dell’arte (si veda Goethe su tutti), lo hanno cercato di rappresentare i più grandi pittori e coloristi della storia (si veda Mondrian su tutti).

E così sono pervaso di questa luce all’interno dell’edificio sacro a Abbiategrasso. E la domanda che sorge spontanea in questa immersione mistica e spaesante, comunque sicuramente toccante, è questa: è psichedelia o spiritualità?

La luce fluo non respinge ma accoglie, anche se certo è stravagante. La luce del neon, per sua stessa natura, è soffusa, leggera, non è diretta come quella delle lampade; quindi si ha come la sensazione di essere avvolti da questa luminosità granulosa, equamente distribuita. Nel basso e nelle pareti i riflessi si mischiano in un effetto di temporanea sospensione. Si avverte a un tempo il peso e la leggerezza di questa luce lisergica.

Epperò non è trash, non è pacchiano, un certo alone di spiritualità lo si avverte nell’ambiente. È l’abate Sugerio, il teorico della luce delle cattedrali gotiche, che ritorna; è Plotino, e la sua luce spirituale che ci riveste in altro modo.

Oppure mi sono fatto lasciare prendere troppo, e la trascendenza si è fatto vaneggio.

Luciano Cardo

ANDREOLETTI È LA MIA NUOVA PASTICCERIA BRESCIANA PREFERITA

Dopo Pasticceria Veneto, dopo San Carlo, ora la Pasticceria Andreoletti è ufficialmente la mia nuova pasticceria preferita; a Brescia, s’intende. La nuova sede – dico nuova perché pochi anni fa era da un’altra parte, ci andai a fare colazione e non mi entusiasmò – si trova in Corso Cavour, civico 32. Si trova proprio nella parrocchia di Sant’Alessandro a due passi dalla chiesa dedicata, dove si può osservare tra gli altri il capolavoro ricolmo d’oro di Jacopo Bellini, una delle più belle rappresentazioni dell’Annunciazione dell’arte moderna in Italia.

Jacopo Bellini, Annunciazione, 1425-1435, Sant'Alessandro, Brescia
Jacopo Bellini, Annunciazione, 1425-1435, Sant’Alessandro, Brescia (Wikipedia)

Così dopo aver fatto due passi, dopo essermi goduto la pregevole opera veneziana, e fattomi  venire un appetito dignitoso, mi intrufolo nella pasticceria dalla nuova veste.

Sarà l’accogliente color Tiffany delle pareti (a grosse righe che mi ricordano Buren) con cui sono avvolto; o per la divisa delle giovani ragazze, gentilissime, che mi servono, in camicetta bianca e fiocchetto nero al collo; o per la qualità dei pasticcini. Naturalmente per tutte queste cose.

La crema con cui sono farcite le veneziane è libidinosa e giustamente equilibrata, i macarons sottilmente e impercettibilmente croccanti all’esterno si sciolgono in bocca, la sfoglia delle sfogliatine croccantissima. Peccato per il cappuccino, troppo schiumoso, tessuto grande della montatura che sembra un compattato d’aria. E per le tazzine grosse e grossolane che mi danno una sgradevole sensazione sulle labbra.

Ma le qualità superano i difetti, e così pasciuto pago il conto, soddisfatto e un po’ più dolce.

DP

NELLO STUDIO DI ANGELO BORDIGA, PITTORE DI SOLITUDINI, DI SILENZI E DI DONNE

Arrivo da Angelo Bordiga in una bella mattina, e sopra Brescia splende un magnifico sole in mezzo a un cielo azzurrissimo. Il pittore mi attende, vestito direi da prete (giaccone nero, sciarpa di lana a penzoloni e coppola scura) appena fuori dal suo studio, che ha tutte le sembianze di essere un vecchio capannone, il cui interno è ricolmo di quadri. Quadri ovunque e di qualsiasi dimensione sono appoggiati a terra o al muro; di qua scorgo mucchi di disegni, di là abbozzi su carta e cartoncino. Eppoi tele, libri, secchielli di pittura, pennelli. Lo studio è pittoresco, simpatico, vissuto; e ammetto che ci si sta a proprio agio. Certo, se non fosse per un freddo tremendo che all’inizio non senti, ma poi ti trapassa le ossa; un freddo che non si sa di dove venga (ci saranno almeno 5 gradi sotto la temperatura esterna, che essendo dicembre non è delle più calde).

Ma i quadri, inizialmente mi catturano totalmente l’attenzione. E guardo quelle figure, quelle sagome solitarie che sono il suo soggetto  praticamente di tutta la sua produzione. Mi interrogo senza parlare, ma deve essersi accorto, perché mi sento rispondere da dietro le spalle: “sì, sto cercando di arrivare alla sintesi”.

Bordiga, di origini bagosse, ha dedicato tutta la vita alla pittura; una vita di rinuncia: ai figli, alla famiglia (anche se convive con una compagna), alla fama (l’arte di Bordiga, essendo pittura pura, è lontano dal mainstream artistico contemporaneo dei Jeff Koons, dei Cattelan, dei Damien Hirst), nell’unico obiettivo di seguire la sua strada, la sua passione, il suo amore. “Io mi sento ricco per quel che ho: seguire la mia passione, ossia la pittura è la mia ricchezza più grande”, confessa con tono mesta felicità. Angelo Bordiga ha studiato a Brera, e lo avevo intuito subito guardando certi ritratti su carta: in questi abbozzi (dice infatti che non sono finiti) c’è la storia dell’arte nelle pose, c’è l’abilità tecnica scaturita da anni e anni di esercitazione. Eppure, eppure ogni signola figura è chiaramente riconoscibile come linguaggio di Bordiga. Si può dire la storia dell’arte è assimilata e espressa secondo una particolare e elaborata interpretazione.

Dice di avere acceso la stufa, giustificando il clima glaciale. Ma Lo studio è circondato da finestre sottilissimi e opposte all’arco che percorre giornalmente il sole, e da dove entra ogni singolo rumore del quartiere, oltre che il freddo. Il tetto è a onduline. In poche parole l’edificio non è isolato: impossibile scaldarlo. Lo studio era un fienile, della cascina che è difronte. Devo stare attento a non inciamparmi. Tutto è in mezzo nello studio, ogni tanto trovo cavi che passano da una parte all’altra.

Il discorso sui suoi quadri è alternato da discorsi più generici sull’arte e sui pittori. Dice che ama Velázquez, il quale“ fondamentalmente era un ritrattista”. Il suo riferimento però è la pittura veneta e soprattutto Tiziano. Poi interessano molto Bacon e Giacometti; di questi due, ma soprattutto dell’artista irlandese molte caratteristiche sono sapientemente rielaborate da Bordiga nei sui dipinti. Di lui il pittore bresciano ammette con confidenza che “la tradizione veneta in lui è riproposta in chiave contemporanea”. E lo fa notare. Angelo Bordiga abita nei pressi della Collegiata dei Santi Nazaro e Celso, ossia vicino al polittico Averoldi di Tiziano.  Discutiamo allora lungamente di Tiziano di cui sembra proprio innamorato, lo adora come il più grande dei maestri, soprattutto il Tiziano dell’ultimo periodo (quello materico, compendiario, devastante).

Il discorso si trasferisce all’arte a noi più vicina. Lucien Freud? Gli iperrealisti? Vade retro! “Un pittore”, sostiene Bordiga accigliato, “non copia una realtà , ma crea una realtà” . Poi di Paolo Masi, artisti che recentemente sta ottenendo una grande fortuna sul mercato: “con tutte le possibilità di linguaggio pittorico mi sembra riduttivo utilizzare solamente due righine”.

Angelo Bordiga è un pittore puro. Al centro c’è sempre la figura: “sono un pittore figurativo. Da sempre ho una spiccata attrazione verso la figura, e cerco di farla coincidere con il racconto pittorico”. Che però non accademismo, tutt’altro.

Da alcuni quadri, sapidissimi e sensuali, emergono da uno sfondo monocromo e immobili, altrettanto immobili sagome femminili, da cui traspaiono movenze ma non trapela sentimento alcuno. Queste graziose signorine, o meglio, la loro ombra, la loro idea, il loro simulacro, il loro profilo (me questa è una grande capacità di Bordiga: evocare) sono per lo più mollemente adagiate e sdraiate, alcune in piedi; ma mai in moto. Esse sono silenti, levitano nel colore come sospese; ma ammiccano sempre e comunque.

Molti sono anche le opere su carta, e non per forza minori. Il supporto cartaceo a sua detta è meno vincolante, “sono meno condizionato, mi sento più libero e oso di più” perché, essenzialmente, la carta costa poco, occupa poco spazio, e dunque maggiori possibilità di prova.  “sotto certi aspetti la carta…”

Nello studio, relegato a un angolino, c’è un pianoforte. Angelo Bordiga studia anche musica e ogni tanto “strimpella” qualcosa perché, dice, le due realtà artistiche sono collegate tra loro. L’una da una mano all’altra. Soprattutto la musica jazz, dove la libertà dell’improvvisazione stimola l’espressività pittorica. Poi si accende una sigaretta, e prosegue a parlare. “I brani per pianoforte sono di una bellezza unica”.

Tra la sua innumerevole produzione scorgo molta ritrattistica, pose barocche rifatte alla sua maniera. Il procedimento di lavoro è particolare, frutta di una attenta e personalissima “ricetta pittorica”; questa è il frutto di anni di ricerca. La ricetta prevede 5 gradi di “materia”: a) liquida, come pittura molto diluita, b) materia coprente grassa spessa, come il colore puro, c) sgranata, d) piatta come la materia naturale del supporto (carta) o monocromo e coprente, e e) la colatura.

Nei suoi quadri è presente un continuo scambio di pieni e vuoti, lampanti. Cerca molto l’attrito, il contrasto tra colori, una disarmonia calcolata. Sia la morfologia dello studio, sia la ricerca per sintesi di Bordiga mi ricordano il Frenhofer di Balzac. In particolare l’erotismo unito all’evanescenza delle silhouettetes che si stagliano su quei quadri. Le sue figure femminile, anche nella loro algidità, esprimono sentimento, un sentimento ovattato ma percepibile. Fantasmi muliebri dalla linea sinuosa e dal tratto avvolgente, che dicono tutto. Angelo Bordiga, checché se ne dica, è un pittore di donne.

Damiano Perini

RINALDO NOVAGLIO È IL LEO CASTELLI BRESCIANO. Affinità tra l’“inventore dell’arte in America” e lo scopritore di Ugo Aldrighi

Un signore anziano di visibile gagliardia si avvicina, venendomi incontro dal suo cortiletto. È Rinaldo Novaglio, imbacuccato per la stagione fredda (è dicembre), da cui traspaiono al di sotto della berretta due occhi svegli e vispi. Persona senz’altro rubizza, dai modi semplici e soprattutto paesani, ma nonostante ciò cordiale, affabile e dignitoso.

Sono un appassionato dell’arte locale e provinciale, bresciana in particolare; e quindi per forza di cose si deve passare (anche solo per un saluto) dal gallerista bresciano per eccellenza, commerciante di arte del Ventesimo Secolo, ora in pensione ma comunque ancora facoltoso e lucido. Non ha perso un colpo; e lo capisco subito dall’accoglienza.

Una persona terra-terra, Novaglio, nonostante la cultura e l’esperienza, dotato di grande praticità e per nulla chiacchierone. La modestia, i modi spartani e l’abito da pensionato non ingannano: l’occhio è allenato e la memoria è di ferro (non c’è nome di artista che non si dimentica).

Così mi fa da Cicerone esibendo la sua collezione, le sue meraviglie. I commenti artistici di Novaglio non sono ampollosi o retorici, non sono supercazzole. Novaglio parla in dialetto bresciano, e pure stretto. A esempio: su un’opera dell’artista Valencia, amico di Botero, che mi presenta con la confidenza di un amico di paese, afferma secco “l’è en bèl quader col lé”. Oppure su un altro amico, Eugenio Levi: “l’era brao féss Levi, puarì, l’è mort sùen”. O ancora, infervorandosi su un disegno di Antonio Stagnoli: “varda chèl disègn lé”, facendo seguire una pausa in grado di esprimere una altissima qualità più di mille parole.

Altre chicche: “Stagnoli [che Novaglio conosceva benissimo] era sordo ma si faceva capire bene sui soldi”. Su Arnaldo Migotti: “putana l’era en bèl pitur chèl lé”. Su un minore, invece, sostiene deluso: “l’è mia en gran quader però chèl lé”.

Rinaldo Novaglio ha 85 anni, e nel corso della sua vita ha conosciuto personalità rilevanti e influenti, oltre a aver venduto davvero tanti quadri. Da Antonio Stagnoli a Valencia, da Eugenio Levi a Bergomi, passando per Federico Severino, Ottorino Garosio,  Martino Dolci, Ermete Lancini, Adolfo Mutti; dal professor Luciano Cottini a Giuseppe Bravi, senza tralasciare (come mi suggeriscono) i tre fratelli Ghelfi, toscani di nascita ma bresciani d’adozione: Augusto, Luigi e Gianni. E chissà quanti altri. Ma, soprattutto, Novaglio è stato lo scopritore e praticamente il solo gallerista di Ugo Aldrighi.

Ugo Aldrighi

Del pittore bresciano, autodidatta e istintivo (il pittore carnale e infuocato del Carmine e di San Gottardo) era anche molto amico. Mi racconta, non senza commuoversi, di quando andava a trovarlo e dei modi bonari con cui soleva rivolgersi agli ospiti. “Era buono come il pane” mi confida, “calmo, una persona squisita… era tutt’altro rispetto a quello che si possa pensare a giudicare dai suoi quadri, scarlatti e incandescenti”.

Era (e è) un grande gallerista Novaglio perché, oltre a avere un rapporto di grande umanità con i pittori, oltre al buon gusto e all’intuizione e alla grande sensibilità artistica, con il guizzo del gallerista d’antan comprava i quadri ancor prima che questi fossero completati. Ci confessa, per fare un esempio, che non appena Aldrighi metteva il quadro sul cavalletto, lo firmava sul telaio segnando inoltre la data di inizio (cosa che verifico).

Un rapporto a tu per tu con gli artisti del tutto simile, immagino, a quello che aveva Leo Castelli con i suoi.

Leo Castelli

Faccio riferimento a uno strepitoso libro dedicato al grande e visionario gallerista triestino, classe 1907, praticamente una biografia molto accurata di Leo Castelli. L’italiano che inventò l’arte in America, scritta da Alan Jones (Alberto Castelvecchi editore, 2007).

Castelli nasce nell’ambiente dell’alta società di Trieste, si laurea in giurisprudenza a Milano, e viaggia molto: nel 1937 è a Parigi, nel 1957, al culmine della sua vita è a New York, città che segnerà la svolta per lui, per alcuni artisti (oggi leggende, come Jasper Johns o Robert Rauschenberg) e per l’arte contemporanea in America (come il titolo sottolinea).

Copertina del libro di Alan Jones

Di lui Alan Jones osserva: “Leo era rimasto giovane grazie alla forza di volontà alla stato puro, alla forza della mente, ma anche grazie al fatto di essere rimasto a stretto contatto con il mondo della creatività”. E per confermare l’innata sensibilità artistica, sempre l’autore aggiunge: “quando si tratta di arte, il vero critico è il mercante. Investire soldi e tempo su un giovane sconosciuto è una critica molto positiva. Ogni singola scelta del mercante è un atto critico, e l’insieme degli effetti di queste selezioni determina il corso dell’arte”.

E di Castelli, l’amico Gillo Dorfles riassume nell’introduzione il suo talento in due parole: “intuizione e sensibilità”. Riguardo allora i quadri di Ugo Aldrighi, e penso che questa sintesi si addica benissimo anche al grande e visionario gallerista bresciano, Rinaldo Novaglio.

Rifletto quindi, mentre mi congedo, sulla coppia Novaglio-Aldrighi, sull’arte contemporanea bresciana, e sulla sua storia.

DP

L’ARTE DEL PARLAR DEL VINO. Nicola Bonera nel suo libro “Lockwine” compendia anni di lezioni all’AIS, proseguendo la tradizione dei Veronelli

Leggo il libro da poco uscito di Nicola Bonera, Lockdown. Vini, piatti e pensieri di un sommelier confinato in casa (edito dall’Associazione Italiana Sommelier Lombardia), e ho la sensazione di sentire la sua voce, nitida e tonante, chiara, netta e dal timbro marcato, che ben ricordo dalle sue lezioni all’AIS e dalle degustazioni da lui condotte.

Chi lo ha scritto è un sommelier di professione, e dunque non avevo dubbi; ma scopro anche che l’autore è un appassionato, anzi di più, un esperto appassionato di gastronomia, se non proprio un cuoco. I modi con cui si rivolge al lettore sono gli stessi, galanti e mai superbi, con cui si rivolge a noi che lo abbiamo ascoltato e ancora lo ascoltiamo alle sue lezioni e degustazioni. “Caro lettore”, scrive nell’introduzione, “grazie per aver scelto questo libro”. Le sole primissime battute mi confermano la professionalità che già conosco, i tanti anni passati a ‘servire’ i clienti, la formazione all’istituto alberghiero.  Insomma, in questo libro Bonera ci scrive nello stesso modo con cui si rivolgerebbe al commensale in sala di un qualsiasi ristorante di medio o alto livello.

Nicola Bonera è oggi una tra le più figure più importanti e influenti dell’AIS, è il relatore degli applausi scroscianti finali, miglior sommelier d’Italia nel 2010; si dice un “inquieto che non smette mai di studiare, un curioso, un tenace”. Chiaro: senza queste facoltà nel mondo del vino, in perenne cambiamento, non si va molto lontano. È una persona dai modi tutto sommato umili, ho detto, ma non un moscio: resta comunque, come si può immaginare, un agonista, una persona competitiva che pur coprendo diversi ruoli non vuole “abbandonare ‘il mio primo amore’ per i concorsi”. Una persona sicura di sé e delle sue capacità, che ha saputo sfruttare le sue doti costruendosi, sudando, una carriera. E che si rilassa in cucina: “cucinare mi rilassa e mi aiuta a stimolare la mente, migliorare la concentrazione e, certamente, a dimenticare i problemi del quotidiano”. Ma non è un ricettario, o meglio non solo.

Lockdown è, tra le tante cose, ma soprattutto, un libro edonistico; dire, più semplicemente, che  è un libro di ricette e di vini consigliati sarebbe ingiusto, e troppo riduttivo.

Il linguaggio del testo è fluido. L’autore, come nelle spiegazioni orali, dosa e manipola le locuzioni, trova l’aggettivo esatto, azzecca il modo di inserirlo. Il taglio delle volte è secco, altre è più poetico, talvolta rasenta il lirico (e forse un pizzico il melenso: “nella scelta dei vini ho usato il cuore, oltre che i sensi”). Così il vino, che di per sé già vita ne ha a sufficienza, viene accompagnato (e – diciamolo, siamo tra critici – accresciuto).

Forbito quel che basta, asciutto di norma e eloquente sempre, Bonera è un maestro di sprezzatura. Lo sapevo perché ho seguito le sue lezioni; lo so ora che ho letto il suo libro.

E leggendo questo fruibilissimo libro di Bonera  recupero inconsciamente alcune delle sue uscite, che nel frattempo nella mia mente si erano fatti apoftegmi. Come: “il müller thurgau è il caso in cui il riesling ha fatto l’amore controvoglia”. Geniale commento detto (scherzosamente, ovvio) durante la serata dedicata ai Piwi (17 giugno 2019); parlando del Krug Vintage 2004 (serata del 2 luglio 2021) chiede, domanda retorica, “qual è il problema della 2004?”, dopo una breve pausa fintamente dubbiosa: “che finisce subito!”. Quindi divertente, ma anche evocativo. Capita con Bonera che il vino si materializzi, diventando libro (“lo trovo più leggibile”, riferito a un rosso di grande struttura); e, abituati alla sua affabulazione, certi commenti possono emergere per contrasto. In una serata dedicata al riesling tedesco del Medio Reno (esclusa la Mosella quindi), dopo aver preparato la platea a chissà quale monologo sull’“amato” riesling di P.J. Kühn, il responso è stato un lapidario: “è buono”, accompagnato da una calcolata pausa.

In aula illustra i vini e il mondo che ci sta attorno, ma insieme si dichiara, si racconta nella sue esperienze enoiche, aneddoti leggeri eppure coinvolgenti di vita da degustatore. Talvolta è affabile quando accompagna la degustazione, a volte più tagliante, ma ugualmente efficace.

NIcola Bonera, dal profilo Twitter
NIcola Bonera, dal profilo Twitter

Bonera è impeccabile, e non parlo solo del nodo alla cravatta o dei capelli o dei pantaloni sempre attentamente fino in fondo (guai che scappi un’idea di risvoltino); è preciso e pedantemente dettagliato nello sferzare dati, numeri, statistiche, cru (anche se non so se tenga testa all’altro grande dell’AIS – Invernizzi – a sciorinare territori vitigni e nomi impossibili di luoghi enologicamente misconosciuti). Tante nozioni, che forse qualche volte mi è capitato pure di imparare (per sfinimento, certo), di ettari, rese, ceppi per ettaro… Alla fin fine però credo che Bonera piaccia a tutti anche perché parla dei vini come parlare di donne (e quale combinazione migliore di donne e vino). Chiacchierando di bottiglie bevute ne evoca i ricordi, le memorie lontane, che a volte possono essere divertenti o addirittura bislacche se non assurde.

Certo Bonera viene dai Pellegrino Artusi; ma, soprattutto, prosegue con dignità la tradizione dei Veronelli, innovando il linguaggio e applicandosi perfettamente al tempo in cui vive. Per questo il libro è un libro godibile e per goderecci. La grafica di impaginazione è quella del web, i testi sono sintetici ma esaustivi, ogni ricetta e ogni vino sono affiancati da immagini ‘instagrammabili’ (e mi scuso per il termine) dei piatti, di cui le pietanza sono leziosamente impiattate (Marchesi docet). Pur essendo molto tecniche le ricette le ho letto benissimo, quando solitamente è la prima cosa che snobbo (io mangio tanto e bene, ma a cucinare non mi applico per niente).  Ho letto e riletto invece la descrizione dei vini, sia quelli più rinomati sia quelli più elusivi: in quelle poche battute c’è dentro tutto.

In Lockwine di Bonera ritrovo la stessa formula utilizzata da Luigi Veronelli in un libricino delizioso e penso ormai raro, Bere giusto. Ognuno può diventare un perfetto sommelier (Rizzoli, 1971), che trovai qualche anno fa a Bologna, in uno di quei mercatini sfigati e pittoreschi (ma ricolmi di meraviglie nascoste). Dopo una lunga presentazione dalla prosa sapida e immediata – una chiacchierata sul mondo del vino in forma scritta praticamente – Veronelli si lancia in un elenco infinito di ricette, ognuna delle quali accompagnata da un vino consigliato per l’abbinamento. Dai più sofisticati: “Codone Brillat-Savarin . Vino consigliato: rosso, maturo, di pieno corpo, asciutto”, spiegando: “piatto ‘francese’ al mille […] ci vorrei un grosso vino di Borgogna, un Romanée-Conti tanto per dirne uno. Non ancora disposto a rovinarmi (del tutto) ripiegherei – ottima ritirata tuttavia – sul Granaccia di Vado, di 4-5 anni, servito a 20°C”. Ai piatti più umili: “Tonno con piselli. Vino consigliato: bianco, secco, giovane, di buon corpo. Preferire il Trebbiano di Montorio al Vomano, di 1 anno, servito a 10°C”.

E snob non lo è neppure Bonera nel suo libro. Prima descrive una “farinata di ceci con insalata di cavolo e cappuccio” (pp. 26-27), poi con la stessa appassionata enfasi illustra la preparazione dei “paccheri farciti con ragù di pesce” (pp. 66-67). È minuzioso e completo nel descrivere vini meno citati, come il riesling di Monte Cicogna (p. 49) o l’asprinio Santa Patena de I Borboni (p. 53), quanto i baluardi dell’enologia italiana, come il Ferrari Trento Doc (p. 41) o il Bukkuram di Marco De Bartoli (p. 113).

La suddivisione del volumetto e l’impaginazione sono abbastanza istintive; l’insieme mi piace, ma ancor più i dettagli. Mi spiego. Per i cibi, almeno, i titoli non sono mai solo titoli, perché questi indicano il piatto ma grazie al commento che subito segue si fanno poesia, evocando ricordi lontani, e seducendo non poco. Faccio subito un esempio: “Gnocchi alla romana. Dentro ognuno di noi si nasconde un bambino”; seguito dal pregevole commento: “un piatto a cui non so rinunciare, che ha accompagnato la mia infanzia e mi fa tornare il sorriso a prescindere dai problemi della giornata” (p.42).

O ancora, cito da qualche pagina indietro (a caso): “Torta salata al broccolo. Verso le notti più lunghe”; a cui segue: “una base di pasta che accoglie la farcitura al broccolo, un ortaggio che ci accompagna dal tardo autunno per tutto l’inverno, quando le giornate s’accorciano e il crepuscolo invita al raccoglimento” (p. 34).

Ecco, il broccolo come pretesto per un pensiero nostalgico e, se vogliamo, ‘crepuscolare’, mi mancava.

Ma dal libro ricavo anche curiosità pazzesche, come quella che vede il cartello pubblicitario della SVIC (Società Vinicola Italiana di Casteggio, paese oggi di nemmeno settemila anime in provincia di Pavia) collocato “in maniera ben visibile” nei pressi della Statua della Libertà di New York. Da non crederci, nonostante Ballabio sia una azienda che apprezzo e trovi i suoi Farfalla ottimi (p. 32).

Lockdown è un libro edonistico ma anche fortemente estetico. Il ricettario di Bonera è fatto di ingredienti e loro preparazione e, cosa non scontata, dalle indicazioni per la “finitura del piatto”. In questi paragrafi dà spazio alla sua natura di cuoco-artista, ma anche di preciso e raffinato buongustaio, con consigli direi proprio sensuosi.

Il Bonera sommelier però, e qui l’acme del libro, lo rilevo dai paragrafini titolati “Le pillole del sommelier”. Qui, come da nessun altra parte del testo, ritrovo il Nicola Bonera delle lezioni, il relatore, il degustatore, l’istruttore. Consigli professionali (e, nemmeno a dirlo, impeccabili) su: temperature di servizio (valutarle bene in relazione a ciò che si vuol far emergere dal vino!), conservazione delle bottiglie (esempio: mai tenerle troppo nel frigo!), sequenza dei vini da servire, sboccature diverse dei metodo classico, autoctoni vs internazionali (sfatandone, finalmente, il falso mito), il prezzo dei vini… e tantissime altre chicche, da leggere (e ovviamente imparare a memoria per chi fosse del mestiere come il sottoscritto).

Applausi (scroscianti).

Damiano Perini
AIS Brescia

VACANZE GIULIANE, PARTE PRIMA. IL COLLIO (Primosic, Fiegl, La Castellada, Radikon, Damijan Podversic)

Direzione Gorizia.

Partendo dal Lago di Garda, raggiungere Gorizia significa attraversare importanti città e quindi numerose attività storico culturali. Quante possibilità ho tra le province di Verona, Vicenza, Padova e infine Gorizia? Troppe, e quindi mi limito a una sola, comoda e imponente scelta: la Rotonda del Palladio. Viaggio di domenica e la condizione è delle migliori, nessun camion e poche altre macchine oltre alla mia. 

C’è piuttosto freddo e in macchina sull’autostrada me la sto godendo con riscaldamento acceso e Tutto il calcio minuto per minuto su Radio 1 (è domenica pomeriggio), però il clima soffuso e la giornata uggiosa mi mettono voglia di visitare altro. Meta quindi a Aquileia e, di rimbalzo, a Grado. La storia della prima è come se fosse convogliata nella potenza della basilica paleocristiana, imponente, austera, dai pilastri massicci e dal pavimento coperto interamente da mosaico; dalla cripta affrescata alle decorazioni rinascimentali. Accendo un cero, faccio riverenza e ritorno alla macchina. 

Ho voglia di un caffè ma voglio cambiare aria; mi rimetto alla guida e mi trovo in poco tempo d’innanzi alle mura di Palmanova, la citta fortezza. Ne bevo uno buono vicino alla piazza. Infine arrivo Gorizia e si è fatta sera, un giro in centro però è d’uopo, soprattutto se si è sotto clima natalizio. Fatta notte viene tardi, e gli impegni del giorno dopo mi richiamano all’ordine. 

 

Primosic.

Un giorno di pioggia si è trasformato non so come, in una sola notte, nella giornata più bella e limpida che più bel regalo non si poteva farmi. Il cielo è azzurro vivo; solo una leggera foschia percettibile a fondo valle sale piano piano dai colli. Ne approfitto per visitare il luogo, di prima mattina si ha la luce migliore per osservare.

Oslavia per me è zona completamente nuova, e come sempre mi emoziono di fronte a terre nuove e vigneti mai visti. Decido per approfondire di salire a San Floriano, il paese più alto del Collio, là sopra sta una piazzetta con tanto di monumento e chiesetta parrocchiale. E da questo magico punto si ha una veduta praticamente a 360 gradi sul territorio: a nord mi saluta  innevato l’arco alpino, magnifico, bellissimo e brillantissimo (giornata limpida, le Alpi Giulie sembrano a pochi chilometri) e poco sotto si intravede Udine, di là poi la Slovenia,  quindi Nova Gorica. E tutt’attorno a me vigneti dalla pendenza notevole alternati a boschi incolti, tantissimo bosco quasi a cadenza regolare che, essendo dicembre, si traduce in un ammasso disarticolato di tronchi spogli.

Devo separarmi da questo spettacolo perché ho il primo appuntamento della giornata. Arrivo da Primosic (nomen omen) giusto in tempo; sono accolto con un  buongiorno da Chiara, una signorina gentilissima e molto cordiale, con un sorriso vivace stampato in faccia (sarà perché sono le nove e venti del mattino?); un’accoglienza non calda ma comunque confortevole. Mi racconta dapprima la storia della cantina a grandi linee, qualche nozione base, non senza informazioni generiche sulla viticoltura locale.

Il Collio – una mezzaluna collinare di poco a nord di Gorizia, posta tra i Colli orientali del Friuli e il Carso, e che confina, accarezzandola, la Slovenia – conta circa 1500 ettari vitati. Un territorio martoriato in passato dalla Prima Guerra Mondiale, ma che, come già ha scritto Mario Soldati, “chi non sappia, crederà  di trovarsi nel più idillico, nel più soave, nel più pacifico angolo d’Europa…” Le parole di Soldati sono di circa cinquant’anni fa, ma valgono ancora.

Oslavia, comune piccolissimo di 650 abitanti approssimati per eccesso, che coincide in pratica con la via che da Lucinico porta a san Floriano, rappresenta il cuore del Collio. In questo paese, che di eccezionale ha poco o nulla se non il vino e i vigneti, ci sono ben sette produttori (più uno), di differente ma eguale qualità, caparbietà e, nonostante i piccoli numeri, forza.

I Davide che tengono alto il nome rispetto ai Golia (penso senza andare troppo lontano ai Livio Felluga, ai Schioppetto, ai Venica&Venica) corrispondono al nome di: La Castellada, Fiegl, Gravner, Primosic, Prinčič, Radikon e Il Carpino (che però sulla carta è sotto San Floriano). Questi (ai quali se ne aggiungerà un altro) negl’ultimi anni sono impegnati, insieme, in campagna volta a valorizzare e promuovere la Ribolla Gialla del territorio e i suoi metodi di vinificazione (ben lontani, a esempio, dalla ribolla gialla spumantizzata in Veneto, sulla quale differenza seppur ovvia, non è scontata). L’idea è quella di una nuova apposita DOCG, che identifichi la sottozona; ma questa è materia per burocrati.

Primosic, con i suoi 30 ettari di terreno vitato (tra proprietà e affitto), appezzamenti suddivisi a macchia di leopardo, è tra le più grandi aziende del Collio. I fratelli Marko e Boris Primosic fondano l’azienda attorno al 1956, ma solo nel 1964 escono le prime ufficiali bottiglie (alcune è possibile osservarle ancora integre in azienda).

È mattina presto ma non mi spavento più di tanto, anche Soldati cominciava a bere di prima mattina nei suoi viaggi. Così Chiara mi presenta una lunga successione di etichette: sono quindici, divisi in due linee, tra classici e macerati, e di cui solamente tre rossi (un merlot, un refosco e un assemblaggio dei due). La giornata è lunga e non posso bere tutto. Faccio un selezione cercando vini che coniughino curiosità e piacere. Attacco con la Ribolla gialla ‘base’: un giusto inizio, perché leggermente acidula, leggerina, gradevole. Chiara mi parla della Ribolla come un vitigno a due facce, un vino dei contadini da un lato fatto per essere bevuto a quantità sostanziose (e mi sembra questo il caso), e dall’altro un frutto dal grande potenziale, considerando l’acidità e, essendo varietà coriacea, lo spessore della buccia (è il caso dei macerati). “Oggi macerano di tutto e di più”, mi dice, “ma non tutte le varietà si prestano a macerazione”. Sacrosanto: dato che ho bevuto vini macerati dei più disparati e molte volte con esito sgradevole non posso che concordare.

Poi sale di grado e mi versa uno Chardonnay riserva, con alle spalle due anni in barrique, un 2017 appena uscito in commercio e quindi freschissimo. Un vino grasso e burroso, “in stile borgogna”, in cui avverto molta frutta secca come di arachidi. Mi pare ottimo per colazione, figuriamoci a pranzo; anche se con un periodo più o meno lungo in bottiglia me lo aspetto ancora meglio.

Prima di arrivare ai macerati bevo un bianco ‘selezione’ che è una vibrante e alternata armonia di tre timbri e sonorità diverse: sauvignon, friulano e chardonnay. Questo vino, che si chiama Klin dal nome del vigneto, è il risultato di un sapiente uvaggio (e non assemblaggio: la differenza è notevole, e Chiara me lo ribadisce): le uve delle tre varietà provengono da vigne piantate nello stesso appezzamento a forma di cuneo (di qui il nome di ‘klin’, dallo sloveno) che si inserisce con la punta al confine con la Slovenia; queste maturano insieme e insieme vengono vendemmiate e fatte fermentare, e successivamente fatte affinare in caratelli di legno. È un’orchestra (talvolta disordinata) di profumi e sapori che ho nel bicchiere, talvolta più erbacei oppure più fruttati, note che si scambiano e si incrociano continuamente. Purtroppo il tempo è poco e non ho la possibilità di verificarne l’evoluzione nel bicchiere in un tempo abbastanza prolungato. Vino di notevole complessità. E eleganza.

Se si bevono i vini del Collio non ci si deve stupire se i prezzi sono più alti della media: il lavoro in vigna, per via delle pendenze e della distanza tra i filari, è tutto a mano. Si aggiunga poi i lunghi affinamenti, solitamente in caratelli o botti o tini che questi vini fanno prima di essere messi in commercio. Ma questo chi beve bene lo sa; e il mio lettore beve bene, e comunque mi propongo di scrivere per un bevitore di senso oltre che godereccio. Non c’è bisogno che mi dilunghi oltre.

Finalmente Chiara mi versa i macerati. Tutti eccezionali per la struttura e al contempo la bevibilità, non mi risultano pesanti o graffianti, anzi la loro eleganza e piacevolezza unita alla succosità e acidità richiamano un bicchiere dietro l’altro.  Il friulano ‘Skin’ fa una macerazione di due settimane, un anno di botte e due in bottiglia; le note della sospensione sulle bucce si avvertono fievolmente, unite a note floreali e frutta secca. Nella Ribolla gialla invece sono quattro le settimane di macerazione, due anni in caratelli di legno da 17 ettolitri più anno in bottiglia. Il risultato è insieme esplosivo e suadente, all’albicocca disidrata si uniscono note più tostate e marcate. Il contatto con le bucce nel Pinot grigio è molto minore, una settimana, la tannicità è meno marcata, ma – in virtù certo della varietà – il vino che ho nel calice ospita innumerevoli note e svariate tra loro: dalla frutta matura al balsamico delle erbe officinali. Un vino a due facce, materico e lunghissimo.

La curiosità mi spinge a assaggiare anche il Refosco (li assaggerei tutti, ma come ho detto la giornata è ancora lunga), che al contrario di come pensavo lo trovo molto beverino, leggermente tannico, molto fresco (l’acidità è spiccata, non dirò aspro però). Il refosco, mi spiega Chiara, è un vino di difficile produzione per via dell’alta acidità e del tannino presenti, i quali senza giusta accortezza potrebbero fare diventare il vino eccessivamente duro. Questo di Primosic mi sembra però un Refosco equilibrato, seppur cupo e abbastanza selvatico, con note predominanti (ma chiuse) di mora matura.

È una bellissima giornata, fuori tira una leggera brezza ma il sole è avvolgente, e quindi Chiara si offre di accompagnarmi a visitare qualche vigneto nei paraggi. Ci incamminiamo in un sentiero che porta verso est, scendendo a fondovalle, ossia verso la Slovenia – che è lì vicinissima, proprio di fronte. Mi porta a visitare l’appezzamento che poco fa mi ha spiegato, il Klin. Resto stupito da tale pendenza. E dalla stravagante linea di confine, spezzettata e discontinua. Chiara è un’ottima interlocutrice e il discorso passa allora alla storia del confine, storia di guerra e di sofferenze. Una linea netta sul Monte Sabotino, il monte di confine, si distingue per la sua eccessiva regolarità: è la Strada di Osimo, mi spiega Chiara, una via di comunicazione costruita a seguito dei trattati del 1975, necessaria per collegare i due stati, e per rendere più agevole il percorso di chi doveva andare da una parte all’altra del confine.

 

Fiegl.

Le nostre strade si separano rientrando; a metà della stradina infatti un bivio ci impone un saluto. Ringrazio la solare Chiara, che con un sorriso mi indica di proseguire sulla destra per la mia meta successiva. Fiegl è poco lontana da Primosic, solo che la raggiungo dal retro e non dalla strada principale. Meglio così perché passo per delle botti e non per il cancello; senza accorgermene faccio un po’come se fossi nel giardino di casa mia, poi mi avvicino alla porta e vedendola socchiusa entro. In cantina un ragazzo mi saluta con un cenno secco di contrariata sorpresa, accompagnato da uno sguardo interrogativo; è Jacopo Fiegl che sta imballando cartoni di vino pronti per esser spediti. Mi presento e mi scuso per l’irruzione, e dopo una risata e una breve visita in cantina mi accompagna nella saletta degustazione, ben riscaldata, con albero di Natale appositamente decorato, e quindi più ospitale. Una vecchia credenza che conserva una batteria di bicchieri atti alla degustazioni è pretesto – come in tante cantine di produttori che ho visitato – per adagiare bottiglie di vino di altre aziende (bevute, ovvio) di eccezionale qualità.

Jacopo è giovane se non giovanissimo ma pare conosca molto del mondo dell’enologia, ma soprattutto del suo vino e della sua terra. I Fiegl, mi dice, sono una famiglia (di origine austriaca, come il guru della zona, Josko Gravner – che qua scopro pronunciarsi anche ‘Grauner’, secondo pronuncia slovena), di viticoltori da otto generazioni, seppur i primi imbottigliamenti avvengo attorno al 1992. Con 35 ettari sono di poco più grandi di Primosic; tra i più grandi del Collio e sicuramente di Oslavia. Vigneti sparsi, non solo nel Collio ma anche nella piana isontina (Doc Friuli Isonzo). Molte etichette anche qua e quindi decisione forzata. Tra le due linee più importanti, la ‘Fiegl’ per i vini classici, o ‘base’ che dir si voglia, e la ‘Leopold’ per i vini di più lungo affinamento, più importanti.

Decido naturalmente di cominciare con una Ribolla gialla di annata, molto varietale ancora, dal profilo leggero; poi un Friulano, molto beverino ma con una accentuata sapidità, caldo (non per la temperatura di servizio che è perfetta, bensì per quel tono avvolgente, effetto tattile dato dai polialcoli), e poco più articolato del primo. Bevo poi una piacevolissima Malvasia istriana, appartenente alla famiglie delle malvasia, ma molto meno stucchevole, meno aromatica, se vogliamo più secca, e sicuramente molto, molto minerale. Per effetto dell’aria che arriva dall’Adriatico e del particolare suolo, questa Malvasia, seppure presenta caratteristiche più morbide e meno spigolose rispetto agli altri bianchi risulta, non dico salina, ma sapida e molto lunga.

Jacopo ha una bella chiacchiera, e nel suo disquisire è pure coinvolgente; quindi lo ascolto volentieri mentre mi parla del Collio e delle aspirazioni future per la Ribolla gialla locale, e soprattutto della sua azienda e dei suoi vini. “Non vogliamo fare vini stucchevoli”, mi spiega confermandomi ciò che ho intuito dagli assaggi, “non vogliamo che i nostri vini stufino; l’acidità, la freschezza, la verticalità sono un marchio di fabbrica; vini troppo pieni, materici sono un difetto”. E leggiadro e snello trovo pure il Sauvignon: un vino che è per me la sorpresa della cantina. Non trovo in questo vini l’agrumato solito; sì, forse leggermente. Non percepisco note erbacee, scorbutiche e neppure l’opulenta e saziante nota di albicocca matura. Questo Sauvignon emana un finissimo e rinfrescante sentore balsamico, che va dalla mentuccia alla melissa, al dragoncello. “Questione di vinificazione”, mi dice, e poi si spinge nel dettaglio con paroloni chimici (dalle metossipirazine ai vari tipi di lieviti) che mi suonano come formule alchemiche, e che cerco di rimuovere il prima possibile.

Passa in rassegna poi la linea ‘Leopold’, il cui nome vuole essere un omaggio a Leopold Fiegl, omonimo politico austriaco che nel Dopoguerra ha contribuito alla costruzione dell’Austria, o almeno cos’ dice lui.  Il primo vino è un assemblaggio di Ribolla gialla, Friulano e Malvasia dal nome molto semplice, ‘Cuvée Blanc’, dove prevale il frutto giallo; un vino molto intenso, e degno di interesse.

Mantiene la filosofia dell’azienda il loro macerato (per ora l’unico in commercio). Questa Ribolla Gialla di Oslavia (questo il nome) infatti, con venti giorni di macerazione, è molto delicata, ‘pettinata’; è “un orange wine d’entrata”, mi avverte Jacopo, “insolito rispetto a quelli che fanno qui intorno; è un avvicinamento al mondo dei macerati”. L’estrazione c’è e si sente, o meglio, si avverte in modo delicato. Molta frutta, soprattutto albicocca disidratata e fievole sentore come di amaretto.

Già che siamo in tema (la discussione – ma farei meglio a dire il soliloquio di Jacopo – nel frattempo si è animata), e di macerazioni si parla, mi tira fuori da non so dove una chicca, ancora senza etichetta e senza nome: un vino con più lunga macerazione, più lungo affinamento, e lunga maturazione del frutto in pianta prima di esser vendemmiata. Un vino intensissimo, strutturato e carnale, meno ‘pettinato’ del precedente e più ruspante. Un cru, mi dice, a tiratura limitata, “dalla curva evolutiva ampia, perché si porta dentro tutti i componenti; tutto quello che l’uva di buono può dare è stato preso”. Un vino con un potenziale strepitoso, con l’unico difetto di essere stato ancora poco in bottiglia.

Chiudo la degustazione (o bevuta) da Fiegl con il loro vino di punta, il Merlot. Vino elegantissimo dalla lunga maturazione e evoluzione in legno (sei anni); succoso dai toni tostati quanto bastano. Un gran bel vino.

 

La Castellada.

Se ho parlato di soliloquio per Jacopo Fiegl, per Nicolò Bensa, fondatore dell’azienda La Castellada insieme al fratello Giorgio, utilizzo il termine vero e proprio di oratio, nella mera accezione antica. Per giungere a questa destinazione anche il navigatore è stato vano. Non un’insegna, non una indicazione minima; fortuna che a Oslavia le cantine sono tutte a fianco della strada e sul ciglio del colle (per usare un’espressione di Soldati). Dopo vari avanti e indietro con l’auto trovo una persona di passaggio (cosa rara) che mi indica la retta via. L’azienda è molto esigua, direi umile, assolutamente non vistosa, per nulla eclatante, spartana e direi nascosta. La struttura mi ha ricordato quella di Walter Massa a Monleale: casa contadina standard, dove al piano nobile abita la famiglia dei vignaioli, e sotto al piano terreno, o seminterrato c’è la cantina con tanto di vasche, botti, e macchine.

Mentre dal cortiletto sono perso alla vista dei continui sali e scendi collinari, una signora intenta a stendere, della cui presenza non mi ero accorto,  mi chiede bonariamente se sto aspettando qualcuno. Replico affermativamente, ho appuntamento con Nicolò Bensa, il fondatore dell’azienda e tra i primi ‘visionari’ che hanno reso il Collio quello che è oggi.

Questi esce con pacatezza dalla cantina (è evidente che è sceso da casa passando per qualche scala interna), e dal passo intuisco subito che è lui, seppur non lo abbia mai visto prima. Si avvicina calmo e allo stesso tempo fiero, con una felicità interiore di chi dalla vita è stato ricambiato come voleva, un uomo abbastanza anziano, soddisfatto del suo lavoro; questo mi pare ovvio. Mi saluta e si presenta, i modi sono affabilissimi, educati e solenni; il che fa un certo contrasto con la divisa che penso si immutata da anni, scarponcini, camicia a quadri, cappellino pesante. Rubizzo, stampo da agricoltore e energia da vendere. Le linee del volto, seppure quelle marcate delle vecchiaia, sono tutt’altro che dure e irrigidite; gli occhi azzurri e vispi emanano un moto vivo e sono sinonimo di lucidità, oltreché rivelare una grande passione radicata da chissà quanto tempo.

Un preambolo che suppongo necessario. Perché a seguito del breve saluto il signor Bensa si apre in una parabola senza ritorno in cui la storia dell’azienda si mescola a quella del Collio, alla viticoltura italiana, alla viticoltura biologica, all’economia, alla chimica… Un’orazione vera e propria che io, seppur stretto coi tempi, ascolto quasi magnetizzato. Nicolò è un vero retore, e mentre parla quasi mi compare sul suo viso l’ombra di Renato Barilli, che ci assomiglia per loquacità, per fisionomia e per modi di gesticolare; uguale il modo di parlare (linguaggio fluido e sciolto), e simile l’arte della divagazione (il professor Barilli lo chiamano il ‘Dottor Divago’ per la dote assai rara di passare con competenza di palo in frasca durante lezioni e conferenze).

Sulla semplicissima e malposta domanda: “i vigneti qua sotto sono vostri?” i temi toccati sono stati, non in ordine e in un arco di tempi indefinito: cenere come protezione della uva in pianta; viticoltura della Mancia e vini spagnoli di un suo conoscente; le famiglie di origine austriaca di Oslavia; la rapa acida; consiglio di ristoranti e piatti tipici; conservazione del grasso del maiale; wasabi; ossidazione buona e ossidazione cattiva nei vini; Walter Massa; il Giappone il gusto dei giapponesi; evoluzione in barriques dei vini. E poi qualche passaggio credo di essermelo perso sicuramente, e tutto non sono riuscito a annotare.

Tornando alla Castellada, gestita ora dai due nipoti di Nicolò, e figli di Giorgio, conta poco meno di dieci ettari, con una produzione di circa 20.000 bottiglie l’anno. Il nome della azienda è un toponimo e non c’entra nulla con ‘castello’: si tratta di una collina lì vicino dove tengono il maggior numero di vigneti. Ciò che mi risulta lampante è l’amore per la terra e per la natura di Nicolò. Ricordandomi un po’ Barbara Avellino di Rovescala, mi dice tonante (il “tonante” perché si stava parlando di produzione vinicola massificata): “non hai 10.000 piante per ettaro, ma hai 10.000 individui diversi tra loro… Il segreto per un buon vino è conoscere ogni singolo individuo”. Una filosofia da Buon-Pastore, applicata alla viticoltura.

I vini de La Castellada affinano tutti in legno, piccole o medie botti. Il perché me lo spiega (divagando, naturalmente). In poche parole, il legno “può preservare una flora batterica, cioè dei residui di materia viva, che interferiranno positivamente negli anni seguenti”.

Avrei voluto assaggiare un vino significativo tra le etichette offertemi. Poi però, trasportato dalle sue parole, li assaggio tutti. “Prediligiamo la consistenza”, mi confessa Nicolò Bensa, “la sapidità, la corposità, anche a discapito di fattori come acidità”. Vini profondi, meditativi, che hanno da dire addirittura più di chi li fa… e spero di aver reso almeno un po’ l’idea.

 

Radikon.

Uno strano ‘tepore’ comincia a pervadermi, ma considerato che è dicembre forse tepore non è. Comunque scalpito perché il prossimo appuntamento è in Località Tre Buchi, numero 4, e l’azienda è quella di Radikon. Radikon! Pazzesco. Da anni è per me un mitologico vino che ho bevuto in modo del tutto fortuito in occasioni ancora più disparate, in annate diverse, contesti diversi, predisposizione più o meno adatta. Mai una volta che uno di quei vini mi abbia evocato anche solo lontanamente il precedente medesimo, eppure, ogni volta, a ogni bevuta o meglio assaggio, la sensazione è stata quella di bere qualcosa di mistico, contemplativo.

Il parcheggio è ampio e anche questa azienda dà sulla strada da una parte, e sui vigneti declinanti (esposti a sud) dall’altra. Al mio arrivo il sole già accenna a tramontare, e la visione che mi si presenta d’innanzi è un affresco tardo-mediovale, in una rivisitazione che si addice pienamente ai nostri giorni. L’affresco a cui penso è il mese di settembre del celebre ciclo dei mesi della Torre dell’Aquila, castello del Buonconsiglio, Trento. Discendendo dal parcheggio arrivo in un cortiletto ben tenuto, dove ho una deliziosa visione. Due ragazze, forse due cariti  in forma agricola – o forse amazzoni in tempo di pace –, lavorano attorno a un tino pieno d’uva; una terza, idem come sopra, sta manovrando un trattore. È quest’ultima che si fa incontro, con lei ho appuntamento.

È Ivana Radikon, sorella di Saša e figlia di Stanko, il visionario produttore di vini a lunga macerazione (così il Gambero Rosso: “produttore controverso, estremo e geniale, tra i papà degli orange wines del Collio friulano insieme a Josko Gravner”) mancato nel 2016.

Dopo una breve saluto e un’ancor più breve presentazione mi invita a fare un giro tra le vigne. Realizzato che quella che ho di fronte non è Demetra, né sono in un harem felliniano versione vitivinicola, la seguo e comincio a ascoltare. È giovane, ma nonostante l’approccio recente al mondo del vino è molto preparata. Mi illustra le vigne, che hanno una pendenza sorprendente; mi fa notare il particolare sistema di coltivazione ‘a candelabro’; mi spiega il metodo di potatura che è quella della scuola di Marco Simonit e Pierpaolo Sirch (“Metodo Simonit&Sirch”, appunto), una particolare potature che allunga il ciclo vitale della vite rendendone più sana la pianta. Ivana è molto pratica, asciutta ma esaustiva; direi molto laconica, e dunque chiara. Mi parla con riguardo come nessuno prima del particolare suolo che in quelle zone si può riscontrare, ossia la Ponca, un terreno in cui si alternano marna e arenaria, e a cui il Collio deve la propria identità.

Le varietà coltivate nei 23 ettari complessivi, e talvolta nello stesso appezzamento, sono quelle già viste sul Collio: ribolla gialla, friulano (anzi, tocai: orgogliosamente qua la varietà tiene il nome originario, prima che l’imposizione normativa impedisse all’Italia tale nome per la somiglianza con Tokaj, in Ungheria, e il famoso vino dolce che qui si produce), chardonnay, pinot grigio, sauvignon, merlot e una sorpresa, il pignolo, una varietà rossa locale che dà vini molto concentrati e tannici.

Dopo aver visto anche la cantina con i tini in rovere di Slavonia dove i prodigiosi vini prendono piano piano vita, sono condotto in una sala degustazione dotata di una vista estatica sul territorio: filari che scendono e salgono, scaldati da una luce calda di un sole che ormai è stanco, e scende. Cominciamo a officiare (anche questo termine lo rubo a Soldati, ma mai è stato usato meglio, credo) e, nemmeno a dirlo, i vini offerti me li bevo tutti con calcolata avidità. Tre le linee di produzione in base ai tempi di macerazione: la Linea S con una macerazione più esigua, circa dieci giorni, la Linea Blu, che arriva anche a quattro mesi e le selezioni.

Le selezioni, ossia il Merlot e il Pignolo (chiamato “Pignoli”, con “i” finale per futili questioni burocratiche) sono vini dionisiaci. Ma è con i macerati bianchi che lo spirito è appagato e una nuova forma di serenità mi si forma tutta dentro. La Ribolla prima, poi Oslavje (ossia Oslavia, in ricordo dell’origine slovena della famiglia) e infine Jakot, dal nome provocatorio (semplicemente “Tokaj” letto al contrario). Vini inebrianti, dai milleeuno profumi e milleeuno sapori. Mi riappare Demetra, iniziano le visioni. Prima che scappi un ditirambo rivolgo i miei ossequi, e, facendo attenzione a non svegliare Sileno, torno all’auto.

Damijan Podversic.

Un’ultima, importante destinazione m’impone solerzia. Devo raggiungere la nuova cantina di Damijan Podversic che dista una ventina di minuti da dove sono, per stradine di campagna. È un’altra collina rispetto a Oslavia quella che devo raggiungere; quindi torno a Lucinico e mi inoltro, salendo, o meglio arrampicando, sul Monte Calvario. Nome prolettico, esemplificativo: una serpentina strada di curve, di buche, di terra che forse una volta era asfalto conduce in un lugubre bosco, ascendendo verso una fine che non si sa dov’è. Una strada iniziatica, che solo il puro discente del vino deve percorrere – faticando  –  se vuole abbeverarsi alla fonte: questo il messaggio, penso mentre mi avvicino. A un certo punto il bosco si infittisce, si fa buio, la strada si raddrizza facendosi pianeggiante. Un istante dopo ecco la meraviglia. Sul crinale di una collina perfettamente lavorata, in cui da una parte e dall’altra filari di vite disegnano regolari prospettive verso fondo valle, una struttura sinuosa e in conciliazione con l’ambiente circostante mi dice che sono giunto da Podversic.

Anche qui una ragazza (oggi sono fortunato) mi viene incontro con un passo placido e dei modi così distesi che appacificherebbero anche la persona più irrequita. È Tamara, figlia di Damijan, unica dei tre figli come mi dice che lavora in azienda. Capelli chiari e occhi chiarissimi, dalla parlata fluida e soave, mi accompagna nella parte alta dell’edificio, l’unica parte completamente fuori dal terreno. Qui mi spiega non senza pathos la storia travagliata di Damijan e sua moglie, delle fatiche patite nei primi anni quando la vinificazione avveniva in edifici scomodi e lontani dai vigneti; fino ai primi risultati, al riconoscimento internazionale dei vini e alla nascita, recente, della nuova cantina.

Questa è un piccolo capolavoro di architettura: l’autore è Ignazio Vok, come lo definisce lo stesso Damjan, un visionario, “architetto di professione e passione sempre alla ricerca del bello, anche nei minimi dettagli”. Si tratta di una struttura essenziale e minimalista a ellisse, che a sua volta all’interno è suddivisa in tre ellissi più piccole. E questa soluzione, oltre che a una funzione estetica, è proficua anche per questioni pratiche, come mi riferisce la mia ospite.

Tamara mentre passeggiamo e guardiamo giù verso i vigneti, attraversati da un leggero riflesso arrossato, donato da un sole ormai arreso che si divide all’orizzonte, torna a parlarmi del terreno, della Ponka, che è come un “cracker friabile” mi dice. Fattosi completamente notte mi conduce in cantina, dove una serie di tini dai 20 ai 48 ettolitri perimetrano l’area.

Tamara entra nel vivo cominciando a parlare dei vini prodotti a partire dai quasi 12 ettari di vigneto di proprietà, molti dei quali appena osservati lì attorno. La sua voce si fa ancora più suadente e lenta, dal timbro sempre più basso e monocorde; il tutto acuito dall’eco della sala. L’atmosfera soffusa poi rende il colloquio ancora più cerimonioso. E allora ascolto questa Vestale di Bacco in religioso silenzio, perché le cose che dice sono puntigliose.

I vini che assaggio sono prelevati tutti direttamente dalle botti; li assaggio cioè in versione più o meno fresca, senza affinamento. Inutile dire che già si riconosce il potenziale, e altrettanto sterile sarei se dicessi che tutti i vini che ho assaggiato hanno una qualità notevole. Bevo, in ordine: Kaplja (ossia ‘goccia’ in sloveno, omaggiando l’origine slovena della famiglia), un assemblaggio di chardonnay, friulano e malvasia, un vino che fermenta in presenza delle bucce dai sessanta fino ai novanta giorni. Evolve in botti da venti o trenta ettolitri per tre anni e affina almeno un anno in bottiglia. Grande raffinatezza, grande sostanza, grande eleganza. Lunghi affinamenti anche per il Nekaj (friulano) e per la Ribolla Gialla. Eguale il risultato.

Soggiogato dalle ultime parole di saluto di Tamara, pasciuto dalla giornata sul Collio, riprendo la via del ritorno: più leggero; e forse sì, anche leggermente alterato.

[continua]

Damiano Perini

 

 

*tutte le foto sono scattate dall’autore

LA MALIA INSPIEGABILE DELLA PITTURA DI GNOLI. La retrospettiva concepita da Germano Celant presso la Fondazione Prada

Respiro in modo lento e disteso, tranquillo, all’interno del Podium della Fondazione Prada, sede della recente, perfetta, esemplare retrospettiva dedicata a Domenico Gnoli. L’atmosfera è calma e pacata, vige una totale distensione, i miei sensi sono assuefatti da tanto relax; tutto è immobile, come sospeso in una realtà altra rispetto all’ambiente esterno di Milano. Persino gli altri visitatori mi sembrano immobili e sereni come bonzi in contemplazione.

È certo merito dell’allestimento della mostra, progettato dallo studio 2×4 di New York (mi sembra necessario segnalarlo), il quale basando su una rigida e ordinata serie di pareti, tracciano delle prospettive lineari. Risultato: 1) una sequenza regolare di opere suddivise per temi, il cui occhio vaga senza mai stancarsi, e 2) possibilità di osservare la mostra nell’insieme (la varie texture degli oggetti ingigantiti, dipinti da Gnoli, fanno particolare effetto se visti da lontano) e dettagliatamente uno per uno (idem, da vicino). Ma è merito, soprattutto, delle opere esposte, lavori di finissima e raffinata tecnica quanto di inventiva.

Figlio d’arte (“mio padre, critico d’arte, mi ha sempre presentato la pittura come l’unica cosa accettabile”, dichiara nel 1965), Domenico riceve una rigorosa quanto variegata formazione artistica, che lo porterà a diversi impieghi nel campo (disegnatore, illustratore, incisore, scenografo, pittore). Persona colta, dalla vita brillante e prodigiosa, purtroppo breve, bruciante (“una meteora” lo definì Sebastiano Grasso) a 18 anni già è artista comunemente riconosciuto, e poco più tardi consacrato – muore a 37 anni, come Raffaello, Parmigianino, Van Gogh.

Nel Podium della Fondazione è possibile osservare tutta la suo opera, o quasi: dai capolavori dell’ultimo periodo, cioè gli ingrandimenti di oggetti, dipinti a partire dagli anni ’60, al piano terra; al piano più sopra invece è possibile prendere in esame tutti i suoi lavori come disegnatore, sceneggiatore, illustratore e incisore, e così capacitarsi del suo amore per il teatro.

Chissà perché mi affascina tanto, Gnoli, nonostante tanta semplicità, essenzialità, purezza. È un passeggio estatico quello accanto a questi ormai celebri dipinti, in cui l’oggetto, o meglio una piccola parte di un oggetto diventa il soggetto; non posso non restare incantato mentre guardo questo micromondo ingrandito, monumentale. E che senso di quiete trasmettono queste opere!

L’autore mi sta simpatico, pure: per l’occasione leggo i suoi scritti, e oltre a trovarlo brillante e acculturato, lo scopro dotato di fine autoironia oltreché ricco di battute di spirito.

I temi di Gnoli sono presi dal quotidiano, sono oggetti di tutti i giorni, accessori secondari, quali orologi, scarpe, divani, tessuti, letti, sofà, muri; colletti di camicia, asole, bottoni, addirittura il telaio retrostante di un quadro, forse proprio di quello (bellissimo gioco in stile Magritte). E poi capelli: tanti, tantissimi, lucidissimi e bellissimi (scusate i superlativi, ma sono dovuti) capelli.

Domenico Gnoli è famoso per la sua tecnica particolare che sfrutta l’acrilico misto a sabbia. Ne conseguono due effetti al contempo, ottico e materico. È, quindi, da un lato un perdersi continuo nell’ipnotico saliscendi della texture del tessuto di questi oggetti inanimati; dall’altra, intuisco il dialogo tra pittura e scultura per le forme plastiche accentuate (mi riferisco in particolare alla serie dei Dormienti) – e materico in Gnoli significa antichizzante, affidando alla materia dipinta il ruolo di trompe-l’oeil, come lui stesso ammette.

Questo zoom e conseguente taglio di tutto ciò che concerne il sedicente contesto attorno, questo isolamento insomma, provoca spaesamento e senso di agio allo stesso tempo. Il suo modo di rappresentare asettico e clinico, non so come ma produce un senso di attesa e di sospensione. Di “silenzi” e “assenze” parla lo stesso Gnoli in qualche scritto, e non posso che quotarlo.

Quello di Gnoli è un “guardare, in un’accezione di estrema limpidezza, inusitato rigore e algido straniamento.” Il suo occhio non si limita solo a selezionare, ma “compie un incredibile blow up portando gli oggetti, o parti di essi, a un ingrandimento tale da renderci, di rimbalzo, dei veri e propri lillipuziani”, scrive Roberto Pasini.

Le opere per cui è noto sono ambivalenti, al limite – sottile – tra iperrealismo e astrazione (si guardino a esempio il tessuto di Bouton, 1967: è una rappresentazione esatta della trama, oppure un gioco di colori e luce in stile Vasarely, e quindi Op Art?). Sicuro non è mai appartenuto a quella “natura informale che allora dominata tirannicamente pittori e amatori” , per dirla con l’artista. “Io isolo e rappresento”, dice. Stop.

I primi piani sono dilatati ma non esaltati, manipolati, animati; ovunque impassibilità e ineloquenza, con uno spiccato gusto, però, evocativo: il dettaglio rivela quello che l’insieme cela, e i vuoti devono essere riempiti con l’immaginazione (Settis parla di un “teatro di assenze”, mentre Achille Bonito Oliva avverte un “distaccato erotismo”). Sono continue allusione, preparano il campo alla mente che, a suo piacere, è chiamata a ricostruire il circostante.

E non chiamatela nemmeno Pop Art. L’arte di Gnoli, in particolare quella a partire dal 1963, si differenzia nettamente dalla Pop per questioni di contenuto, tra cui il totale disinteresse al mondo merceologico. Seppur sia grazie a questa – come ammette anche lo stesso Gnoli – che la sua arte sarà rivalutata con altri occhi, e esaltata dalla critica (dapprima americana).

Domenico Gnoli origina dalla Metafisica; fa rinascere in altre forme la fissità e l’immobilità del Quattrocento italiano, in particolare di Piero della Francesca. Gnoli, con il silenzio e la sospensione di quelle realtà atemporali e  frammentate, prosegue imperterrito, e forse inconsapevole, la magia del Realismo Magico.

Scorro allora in rassegna le opere una a una di questa mostra, e, pervaso da una pace interiore che non mi aspettavo, mi lascio cullare col sorriso da questo incanto, da questa malìa inspiegabile, e troppo bella per farsi futili domande.

Damiano Perini

 

(La mostra riunisce più di 100 opere realizzate da Domenico Gnoli dal 1949 al 1969 e altrettanti disegni. Inaugurata il 28 ottobre 2021, sarà possibile visitarla fino al 27 febbraio 2022.)

 

Bibl.: W. Guadagnini (curatore), Domenico Gnoli, catalogo della mostra, Silvana editoriale, 2001 (con testi di W. Guadagnini e A. Bonito Oliva); D. Gnoli, Lettere e scritti, a cura di W. Guadagnini Abscondita, 2004; R. Pasini, Vedere e guardare, QuiEdit, 2015; G. Celant (curatore), Domenico Gnoli, Fondazione Prada, 2021.

IL MIO “MERCATO DEI VINI” FIVI 2021. Appunti di degustazione

Dal 27 al 29 novembre 2021 si è svolto il decimo Mercato dei Vignaioli Indipendenti (Fivi), presso l’Expo della città emiliana. È una fiera, questa, diversa dalle altre (come Vinitaly o Merano Winefestival). In primo luogo perché si può comodamente noleggiare un carrello e acquistare, dopo averlo assaggiato, il vino desiderato, direttamente dal produttore. Si parla con il vignaiolo (almeno, nella maggior parte dei casi: talvolta, con le aziende più grandi, si ha a che fare con i responsabili marketing, a esempio Gianfranco Fino); e i modi sono meno formali, “terra-terra”, per così dire.

Altra differenza sostanziale (non per noi  che beviamo, ma per loro che vendono) è quella di pagare lo spazio espositivo in relazione agli ettari vitati (cosa che come capisco piace molto a tutti). Questo spazio poi è uguale per ogni azienda: 1 vale 1, e quindi ogni produttore ha a disposizione uno spazio che equivale a quello di un tavolo (circa 170×50 cm), disposti consecutivamente su più file, in un unico, enorme padiglione – diversamente dal Vinitaly quindi, dove più paghi e più lo stand è grande.

È una fiera poco “didattica” in cui però ci si diverte; non ci sono regole di disposizione (come la classica divisione per regioni), dove si può trovare uno dietro l’altro: Sagrantino umbro, incrocio manzoni trentino e gaglioppo calabro. Un esercizio per le papille gustative, diciamo così.

È un mercato dedicato al pubblico privato, per persone non del settore (ristoratori, stampa, sommelier) e lo capisco dall’attenzione che questi vignaioli dedicano ai molti, famiglie comprese, con il carrello. È, soprattutto, un evento di vignaioli per vignaioli: c’è scambio, confronto tra loro, un modo di ritrovarsi e aggiornarsi sul’annata; un reciproco rapporto di fratellanza che si ripete e si rinnova.

Nel complesso ho degustato qualcosa, appreso novità e bevuto molto, e talvolta molto bene. Di seguito qualche appunto di degustazione dei migliori vini assaggiati e dei vignaioli conosciuti (non esaustiva, chiaro).

 

Piacenza. , 27-29 novembre 2021.

Voglio iniziare andando sul sicuro, e quindi bevo il Mat della Cantina Concarena, un riesling camuno di espressività notevole e carattere (è un riesling parzialmente botritizzato); vino di punta del giovane vignaiolo Enrico Angeli. Lì vicino c’è Paolo Pasini dell’azienda omonima, direttamente dal cuore della Valtenesi; i vini già li conosco quindi bevo il suo straordinario metodo classico rosè Ceppo 326, un dosaggio zero che mi stimola l’appetito (e la sete).

Klinger, trentino. Azienda abbastanza recente, nata solo dal 2018; Lorena Pilati (è un’azienda di famiglia, di cognome fanno tutti Pilati) mi fa assaggiare le 3 etichette al momento disponibili (uscirà un Trento Doc). Tra tutte annoto un gewürztraminer interessante, molto minerale e fresco.

A seguire, lì a fianco (!) vengo a tu per tu con l’azienda agricola Il Ghizzo (Piacenza, Val Nure) e in particolare coi sui 3 tipi gutturnio: vivace, e superiore, e riserva. Molto interessante la riserva, tosta ma comunque piena e fresca.

Thomas Niedermayr. Una simpatica realtà di San Michele Appiano (vicino a Bolzano), che produce quasi tutti vini da Piwi, ossia da varietà resistenti. Mi piace subito il sauvignern gries molto rotondo e profumato eppure delicato. Tutti i vini sono sui 13-14 gradi. Non mi dice niente il solaris, che fa parziale fermentazione sulle bucce. Nel complesso sono bei bianchi, molto intensi e caldi, molto alcolici e strutturati.  Il sonnrain, parente del gewürztraminer, è molto, troppo aromatico. Notevole, invece, il pinot bianco 2017 con alle spalle un prolungato affinamento (acciaio e bottiglia). Un commento meritano pure le etichette, una grafica molto raffinata e essenziale basata su texture decorative.

Incontro poi Vosca, un’azienda relativamente piccola, al confine con la Slovenia. Bevo una ribolla gialla molto leggerina, un friulano di carattere, una malvasia delicata e lunga, e per chiudere (in bellezza) un riesling rotondo, minerale (e fresco).

Se trovo bonarda frizzante mi fermo sempre, quindi mi trattengo dall’azienda Il Molino, produttori di Rovescala (Oltrepò) e bevo una Bonarda frizzante molto vivace e una bonarda ferma, nella loro linea classica. Poi della linea più alta, i cru, bevo Olive di Levante, rosso frizzante base croatina e 8 mesi di rifermentazione; un corpo pazzesco e una bolla piacevolissima. Altro grande vino dell’azienda, che è un altro cru è Povromme, ossia “povero uomo”, riferito al contadino che lavora quel campo (i vigneti nell’Oltrepò hanno una pendenza elevata): una croatina ferma intensa ma non scorbutica,  rotonda (il tannino è levigato, pare setoso). Annoto subito con un *.

Non ho un ordine logico, se non scorrere di tavolo in tavolo. Così ritrovo Rado Kocjančič  (San Dorligo della Valle, Trieste) e mi fermo. Vitovska fresca e mineralissima. Malvasia istriana 4 giorni di macerazione e 1 anno di legno  grande, delicatamente aromatica, è idem molto mineralite. Poi Brezanka, un blend di 15 varietà e 1 anno di botte, vigne storiche: un bianco intenso, rotondo e caldo, grasso e largo che sicuramente devo mangiarci qualcosa. Ma rimando, perché mi offre Pasik, che è un suo particolarissimo passito da moscato giallo.

Lupinc (Prepotto, Trieste). Qua bevo sicuramente uno dei due rossi che più mi hanno impressionato in questi giorni (l’altro è un cru di Maccario, un rossese di Dolceacqua). Si tratta di un terrano, 2018, leggero frutto appena accennato, profondo, lunghissimo, carsico (a pensarlo lo sento ancora in fondo alla gola). Lo bevo dopo una vitovska, 14 giorni di macerazione, epperò molto delicata e per niente invasiva.

Ritorno al Gutturnio, con Barattieri (Val di nure, Albarola, Piacenza), classico taglio 60% barbera e 40% croatina (bonarda, come la chiamano loro), gustoso con acidità elevata. Bevo poi un incantevole Vin Santo, appassito da malvasia aromatica di candia: un nettare succoso e profondo, dai profumi evocativi e esotici di datteri e frutta candita. Appassimento su dei graticci per 4 mesi circa, 8 anni in caratelli 2 in bottiglia. Eccezionale.

Ci passo davanti e non posso snobbarlo, Graziano Prà. A servire c’è il figlio; mi limito a bere il Soave d’annata e il Soave 2016, cru del Colle Sant’Antonio, il quale raccolto passa 2 anni in botte grande, più affinamento in bottiglia, prima di entrare in commercio.

Zohlhof, Valle Isarco (Chiusa), Alto Adige. Piccolissima realtà di circa 3 ettari o poco meno, 10.000 bottiglie di produzione,  praticaemnte quanto bastano per il Mercato Fivi penso. Bianchi della zona (come Sylvaner), molto minerali e freschi.

Faedo (Trentino) è un paese piccolissimo poco sopra San Michele all’Adige eppure sono presenti quasi 5 aziende atte alla produzione del vino. Pojer e Sandri è quella più rinomato; oggi però scopro Graziano Fontana, una azienda familiare da circa 20.000 bottiglie l’anno. Bevo vini d’annata e diffusi nella zona, muller thurgau, sauvignon, chardonnay, pinot nero e lagrein.

È grande gioia quando vedo aziende friulane (e goriziane), soprattutto se non le conosco. La bella sorpresa è Ferlat (Cormons, provincia di Gorizia). LA sorpresa della sopresa sono i suoi due pinot grigi macerati (che non sono ramati, ma proprio arrossati). Fruttatissimi di lampone, avvolgenti, vini eleganti oltre che divertenti. Il prima, la “base” fa solo 7 giorni di macerazione, il secondo è una riserva dedicata alla figlia, il nome è infatti Rosa Carlotta, caratterizzata da un’etichetta molto bella che colpisce l’occhio immediatamente. Della stessa azienda trovo notevole il verduzzo, in versione secca (comunemente è utilizzato per vini dolci),il quale fa 7 giorni di macerazione e 1 anno di botte: molto erbaceo e grattante, ma il cui abbinamento al cibo potrebbe essere molto curioso. Anche il moscato fa 7 giorni di macerazione e, inoltre, cosa ghiotta, passa un anno in botti scolme. Una bella chicca.

Di palo in frasca come mai; dopo il Collio passo al Cilento. Luigi Maffini, Giungano, Salerno; vicino a Paestum. E infatti i nomi si richiamano tutti alla tradizione dell’antica Grecia. Kratos è un fiano molto elegante; Pietraincatenata, è sempre fiano ma che passa in barriques, il nome deriva da una leggenda di un paese vicino, Trentinara, e è interessante quanto il vino stesso. Poi bevo l’aglianico nelle 3 versioni che producono3 etichette. Kleos la “base”, Cenito, dal nome della località, che matura 10 mesi in barriques di primo passaggio, il cui risultato è un tannino sì molto marcato ma anche smussato, con una confettura di frutta rossa notevole. Per ultimo il Siopé, ossia “silenzio”, e si riferisce al silenzio presente in vigna dove nasce questo cru, località Giuliano.

Vedo Marco Comai dell’azienda agricola Comai di Riva del Garda, conosco già i prodotti e provo a resistere e so che si va sul sicuro (per altro ho assaggiato di recente le nuove annate); tuttavia, come sempre succede sono debole e ci casco, e inoltre, come si dice, repetita juvant. Bevo il suo prodotto più recente, un rosso da taglio bordolese classico, che non credo sia nemmeno in commercio, sicuramente non ha ancora nome e nemmeno etichetta: solo l’essenza: grande carattere, un imponente contenuto, un grande potenziale; il resto è ausiliario.

La psicoanalisi mi sta sulle balle, Freud non lo sopporto, ma da Gianfranco Fino mi fermo a bere lo stesso. Assaggio il Se, primitivo vigna giovane, e già mi soddisfa; Es, primitivo per gaudenti è vino per gaudenti, mi rasserena. Io è un negroamaro dalla nota fortemente balsamica. Infine, assaggio il suo Primitivo dolce naturale, dolce e tannico allo stesso tempo; molto interessante e non credo ci sia questo bisogno di abbinarlo per forza a qualcosa.

Lì di fianco sta Gabriele Furletti della Cantina Furletti, Riva del Garda. Conosco e bevo già i suoi ma non ho assaggiato le nuove annate quindi ne approfitto. Beve due strepitosi bianchi, due riserve, pinot grigio e incrocio manzoni. Bevo infine il pinot nero e lo rivaluto, avendo il ricordo di pinot nero dell’anno prima più scorbutico.

Grosjean, Val d’Aosta. Notevoli rossi tipici della zona alpina. Ma sono incazzato perché non mi hanno fatto assaggiare il pinot nero (sostenendo di averlo finito).

I fabbri, zona del Chianti Classico. Li chiamano i “montanari” perché la zona di Lamole si trova a un’altitudine di 450-680 m slm, praticamente la zona più alta dedicata alla coltivazione del sangiovese. Qua assaggio Chianti gustosi e molto fini.

A un certo punto vedo due angeli che servono vino e affabilmente lo spiegano; pensavo di avere una visione invece scopro che sono le due ragazze della cantina Mustilli, le figlie dei proprietari, preparate quanto aggraziate (una delle due sembra uscita da un quadro di Raffaello). La cantina si trova in provincia di Benevento e produce dei strepitosi vini sanniti, dai propri 15 ettari. Bevo falanghina, versione bianco fermo e poi metodo ancestrale; un greco, molto tondo. Degno di nota è il piedirosso, sia nella versione classica che in quella riserva.

Messnerhof (Bolzano), che già conosco e so che è una cantina piccolissima (2,5 ettari). Poche bottiglie ma tutte di media qualità. Il sauvignon è fragrante e succoso.

Passeggiando scorgo Cristina Inganni e dunque non posso non fermarmi a salutarla, anche i vini di Cantrina li bevo spesso; con il fascino che la contraddistingue mi serve il rosso di struttura Nepomuceno, nell’annata appena uscita in commercio (2017), che mantiene la balsamicità che già conosco e il pinot nero, polposo e intenso, che ancora non sa se far uscire (nel frattempo mi tengo pronto).

Con Pojer e Sandri sarò veloce perché non c’è dire poi chissà che; già si sa. Bevo muller 2020, Faye bianco, Faye rosso, e Essenzia (che non ricordavo, e che quindi mi ha colpito in modo estremamente positivo come la prima volta che l’ho bevuto).

Castel Juval (Naturno Val Venosta, Alto Adige), idem come sopra. Riesling forse tra i più equilibrati in Italia.

Nello spazio che ospita la Cantina del Vesuvio una ragazza incantevole mi serve Lacryma Christi in versione bianco (100% caprettone) e rosso (100% piedirosso). Vini ottimi sia nella linea classica che in quella riserva (che matura in botti di legno).

Di sfuggita passo da Picchioni (Canneto Pavese, Oltrepò), perché tutti i suoi prodotti sono di notevole qualità e quindi non si può non approfittarne. Però sono bravo e (ri)assaggio la sua selezione di Buttafuoco, Bricco Riva Bianca.

A circa 100 m di distanza riconosco un sorriso singolare che ben conosco, stampato su una faccia che non si dimentica; è sicuramente Davide Lazzari della cantina omonima di Capriano del Colle (Brescia). Sono patriottico e allora con vado a salutarlo approfittandone per bere il suo Bastian Contrario (trebbiano botritizzato) a cui segue un Fausto vendemmia 2016.

Piero Pan è tappa obbligatoria, per la freschezza e la mineralità dei suoi vini. Soave classico 2020, 85 garganega e 15 trebbiano. Calvarino cru, 70 garganega 15 mesi in cemento. Piro Pan è un’azienda piuttosto grande, 70 ettari e 650.000 bottiglie prodotte l’anno. La signora Pan è molto affascinante, elegante e distinta. Assaggio anche Valpolicella e Amarone (della cosiddetta Valpolicella “allargata”) ma non mi entusiasmano.

Torno nel bresciano e assaggio i riesling dell’Agricola Valcamonica in una mini ma preziosa verticale 2018, 2017, 2015 e infine, a sorpresa, un 2013. Bevo inoltre della stessa azienda l’incrocio manzoni, il Piwi sauvigner gries, e un opulento marzemino, che però non mi emozionano come i riesling.

Torno nella Piacenza collinare, in Val Nure, perché scorco in tralice la celebre azienda La tosa. Lo stesso Stefano Pizzamiglio, proprietario tanto modesto dai modi semplici mi fa una rassegna dei suoi prodotti. Tutti dimostrano qualità notevole; segnalo per mio gusto personale il Gutturnio frizzante Terrafiaba.

La sardegna del vino è molto varia e tutta allo stesso modo meritevole di assaggio. A Nuoro c’è una bella concentrazione di vini eccelsi. Qui al mercato vedo Berritta Dorgali e quindi faccio tappa. Bevo il panzale, un bianco autoctono dalle notevoli potenzialità di invecchiamento; senza tralasciare le loro varie interpretazioni di cannonau.

Valla Viticoltori (Piacenza, Val tidone, confinante con l’Oltrepò). Bevo un ottimo Ortrugo (“Dieci Lune”) rifermentato in bottiglia, un giorno di macerazione, da cui ne deriva una bella matericità un carattere personalissimo.  Interessante anche il Gutturnio (“Come una volta”) rifermentato, 15 giorni macerazione.

Da Cesconi sorvolo, avendo in programma una visita direttamente in cantina; però non sono un allocco e mi permetto l’assaggio del loro vermuth Lynx. Un vino (il vermuth è vino, seppur aromatizzato) da uve lagrein ecaratterizzato da infuso di artemisia. Delicato e strutturato insieme; note officinali e invitanti. Perfetto credo per qualsiasi occasione e qualsiasi momento del giorno.

Ancarani. Qui scopro una bella azienda, sita tra Faenza e Forlì. Assaggio un trebbiano rifermentato Indigeno. Bel rifermentato, con sentori di lieviti e non riduzione (zolfo). Famoso Le signore,  aromatico, molto fruttato come di albicocca, (il vitigno famoso è della famiglia delle malvasia). Poi Albana Perlagioia molto più grasso e caldo. Santa Lusa, albana che cresce sulla sabbia, con un po’ di macerazione sulle bucce che conferisce una tannicità leggera. Andataeritorno macerato, stile ossidativo, albana e famoso con piccola percentuale di trebbiano. Infine il centesimino (stessa famiglia del cannonau e della grenache in genere), un rosso appena speziato, dal tannino morbido; caldo, floreale, dotato di un leggero accenno di frutta rossa.

Da Maccario Dringenberg (San Biagio della Cima, Imperia) bevo il rosso più sorprendete della giornata (non perché sia il più buono, ma perché le aspettative della zona e del vitigno erano bassissime). Una bella signora mi serve di seguito 6 vini da sei bottiglie diverse con etichette nobilitanti, facilmente riconoscibili. Sono tutti vini rossi da uva rossese, varietà a bacca rossa tipica della Liguria. La differenza sta nei terreni. Infatti le 5 etichette (la sesta è un assemblaggio) rappresentano 5 diversi cru (il rossese è marcatore di territorio, mi spiega la signora, come può essere il nebbiolo). Bevo allora Settecammini, Posaù, Namenlos da terreni calcarei; Luvaria da un terreno argilloso (e questo è il mio preferito) e Curli da zona più minerale e ferrosa.

Della cantina Mos (Valle di Cembra,Trentino), bevo un riesling e uno chardonnay; ma segnalo le importanti e ben fatte etichette in onore di Fortunato Depero.

D.P.

I PAESAGGI AL CONTEMPO REALI E IMMAGINIFICI DI TULLIO PERICOLI. Sulla mostra monografica a Palazzo Reale di Milano

Ci  sono mostre in cui l’ambiente circostante, all’interno delle sale espositive dedicate, è già preludio alla mostra stessa. Così è per Frammenti, la retrospettiva dedicata a Tullio Pericoli, curata da Michele Bonuomo in collaborazione con l’artista medesimo, presso Palazzo Reale di Milano (dal 13 ottobre 2021 al 9 gennaio 2022).

C’è molta confusione nelle sale attigue – strabordanti di figure molteplici e bizzarre in estasi per la solita, dozzinale mostra di Monet. La personale di Tullio Pericoli invece, che ha sede in raffinate e deliziose stanze tappezzate di colori suggestivi, ospita visitatori rarefatti, e quei pochi che incontro sono persone distinte e a giudicare così a occhio sono tutti competenti, o comunque lodevolmente appassionati.

Tullio Pericoli, “Frammenti”, Palazzo Reale Milano

Del resto, un abile quanto criptico artista quale Pericoli – illustratore, ritrattista, paesaggista, informale, scrittore, e non so quale altra etichetta potergli riconoscere – non credo attragga la qualunque, anche se è apprezzatissimo dalla critica, e bene conosciuto tra quelli che la cultura un po’ la masticano.

È marchigiano di nascita, e dagli anni Sessanta vive e lavora a Milano. L’origine però della sua terra non l’ha mai dimenticata, e questo è lampante dalle opere esposte in mostra. Infatti, dichiara Tullio Pericoli: “li dipingo [i paesaggi] anche per ricordare che non ci si può e non ci si deve liberare della memoria, per seguire una storia che strato sotto strato si snoda per tempi infiniti.”

Tullio Pericoli, “Frammenti”, Palazzo Reale Milano

Pur non riducendosi a mero paesaggista, tuttavia, ha saputo affrontare i lati della natura umana attraverso figure di spicco della cultura italiana e internazionale. “Nella sua lunga pratica di pittura”, scrive il curatore Bonuomo, “si è immedesimato nel paesaggio naturale o in quello di un volto umano, suoi alter ego, muovendosi con disinvolta sprezzatura tra minuscolo e immenso nel tracciare e annotare ‘vedute’ autobiografiche.”

La mostra.

Mi immergo passeggiando per le vie di campagna e i tratturi perfettamente riconoscibili di queste opere evocative, tutte dal fondo bianco eppure straordinariamente variopinte. Luoghi ancestrali e sempiterni, appartenenti alla mente oltre che alla storia, questi paesaggi sembrano dipinti con una particolarissima tecnica mnemonica.

Faccio fatica a contestualizzare Tullio Pericoli: qua un’eco di grafismo,  là reminiscenze dell’astrattismo kandinskjano; ma la sua opera è percettibilmente figurativa, il paesaggio raffigurato pare sì che evapori da un momento all’altro, eppure è nitidissimo. Prevale il nero, stentano i colori; ma questi, quei pochi tratti utilizzati, sono vivi, accecanti.

Paesaggi sospesi nel tempo, immobili, dove nulla accade ma tutto succede. La prospettiva è tutta di Tullio Pericoli, e non credo abbia precedenti nella storia dell’arte: ci vedo un misto di Jacopo de’ Barbari (e quindi un’origine matematica), di Pieter Bruegel (e dunque un’origine mistica), di Giulio D’Anna, di “aeropittura” futurista (e quindi fantasiosa). Le diverse prospettive, ossia le vedute da più punti, si incrociano, delirano.  Il panorama è lucidamente distorto: vedo l’orizzonte, e allo stesso tempo le coltivazioni in tralice.

Pericoli, almeno per come lo vedo, unisce il linguaggio infantile (che so, Paul Klee, Cy Twombly) a quello articolato e matematico dei progettisti e cartografi; fonde la fantasia alla geografia, il mondo onirico con quello reale. I luoghi tangibili diventano immaginifici (o viceversa?).

Tullio Pericoli, “Frammenti”, Palazzo Reale Milano

Guardo i paesaggi di Pericoli e respiro la nebbia diffusa su quei campi,  percepisco di rado il vento che soffia, il contadino che, chissà quando, ora o forse mai, sta per sbucare dall’orizzonte. Il soggetto è il medesimo, ma il modo per arrivare a esso è diversissimo. Incredibile la differenza tra opera e opera, dai dettagli alla tecnica: una infinita variazione sul tema.

Faccio caso all’allestimento, meticoloso anche se semplicissimo. In qualche sala sono disposte delle seggiole, che per una volta sono pure comode, molto comode. Scorgo una chicca: i quadri con tinte rossastre sono nella sala tappezzata di rosso, quelli con tinte blu nella sala tappezzata in blu. Dettagli, ma non trascurabili.

Tullio Pericoli, “Frammenti”, Palazzo Reale Milano – Ritratto di Roberto Calasso

In mostra prevalgono i paesaggi, o vedute; ma sono presenti anche dilettevoli e gustosi acquerelli. Datati anni Ottanta, sono sogni ambientati in luoghi incantati e rarefatti, tenui e pulviscolari. Dimostrando l’uso magistrale della tecnica, Pericoli rappresenta invenzioni giocose, meccanismi impossibili in atmosfere suffuse e oniriche. Chiude la mostra la sala dei ritratti, dove non posso non citare – salutando con ossequio – Roberto Calasso.

D.P.

IL “DOLCE FAR NIENTE” IMMORTALATO DA KURT AMMANN. Brevi considerazioni a proposito della personale fotografica “Youth” al Pirellone

La mostra fotografica  Youth – L’età dell’innocenza ospitata nello Spazio Eventi di Palazzo Pirelli, a cura di Biba Giacchetti e promossa dal Consolato generale di Svizzera a Milano, è tutto il contrario di ciò che dichiara voler essere. Ma non è un male, anzi.

Youth è un omaggio all’adolescenza, alle sue virtù e alla sua innocenza; alla intrinseca sua capacità di non porre limiti o chiusure, confini (geografici o politici) o muri. Nei 50 e poco più scatti che conto, sono infatti messi a dialogare tra loro bambini e adolescenti, dai più svariati Paesi del mondo, ma che parlano la medesima lingua, quella “dei sentimenti universali”. Scorgo nomi quali Ghana, Brasile, Turchia, Messico, Corea del Sud, Spagna, Germania, Francia e, soprattutto, Svizzera, il Paese natio dell’artista.

Kurt Ammann nasce a Berna nel 1925 e la sua produzione non può che essere associata alla Straight Photography di Stieglitziana memoria. Immagini nette e essenziali, eleganza formale, composizioni metodiche; il tutto esaltato da una luce soffusa e da un rarefatto quanto nitido effetto bianco e nero.

Più osservo queste fotografie, e più mi convinco che non è “il vento gentile, talvolta impetuoso, sempre innocente della giovinezza”(Giacchetti) che riscontro, ma tutt’altro. Vero: vedo giovani in montagna oppure su stradine di paese; c’è chi cammina e chi si fa la barba; c’è chi gioca con l’acqua e chi scherza col compagno, c’è chi legge, chi ride o chi col muso lungo piagnucola sconsolato seduto sul marciapiedi. Qualcuno saluta guardando l’obiettivo, altri invece se ne fregano, c’è chi è felice e chi contrariato… insomma, un panorama adolescenziale abbastanza completo. Ogni bambino o adolescente vagheggia un mondo che è tutto suo.

Visito la mostra e talvolta scorgo qua affinità con Lewis Carroll, se non proprio Balthus; e là mi ritrovo il Pasolini dell’Accattone; ma non sono ancora persuaso.

Riguardo dunque gli scatti ancora e ancora, e alla fine mi convinco. Molti dei giovani sono ritratti in pose stanche e spossate, adagiati nel primo posto che capita, anche a terra: soggetti che riposano con gli occhi socchiusi, dormono beatamente, o guardano trasognati chissà dove. Chi dorme, e soprattutto chi sogna meglio dei fanciulli? Ecco la chiave di lettura che cercavo. Altro che vitalità e divertimento: la mostra Youth – L’età dell’innocenza è un elogio al dolce far niente. Quello sincero, puro della gioventù.

Mi tornano in mente così certe osservazioni elogiative di Dany Laferrière al sonnellino pomeridiano. In un ottimo libro che rileggo ora a distanza di 5 anni, L’arte ormai perduta del dolce far niente (66thand2nd, 2016), Laferrière scrive che “il sonno è una macchina meravigliosa che ti permette di risalire il corso del tempo”, con una piccola e brillante glossa: “i sogni che facevo di giorno sembravano più gioiosi e vividi di quelli notturni.”

Avrei da ridire sulla sede che ospita tale mostra, in particolare sulle modalità di ammissione (andavo a visitare una mostra o un quartiere militare?) e sul pavimento in stile Paura e delirio a Las Vegas, vedasi entrata della coppia Duke-Gonzo all’hotel (tappezzare con della moquette quei pochi metri quadrati dedicati all’esposizione?).

Ma gli scatti di Ammann mi hanno contagiato e penso andrò a sonnecchiare, per una volta cercando di dimenticare le ore che scorrono inesorabili. “La realtà – chiosa Laferreière – ha in sé un veleno mortale/ che si chiama tempo”: “praesens tempus brevissimum est” (Seneca): meglio approfittarne.

D.P.