È da poco terminato, con tutti i successi non sorprendenti del caso, il celebre carnevale di Viareggio. Conosciuto ormai si può dire in quasi tutto il mondo, e forse davvero tra i più belli e spettacolari in virtù dei suoi carri titanici (alti dai 20 ai 30 metri e lunghi anche 12-15), questo carnevale ha reso famosa Viareggio, emblematica città carnascialesca insieme a Venezia.
Meno conosciuta è invece la Viareggio dell’arte pittorica, la Viareggio che ha battezzato con il nome di “Metacosa” la poetica di un gruppo di artisti, con una mostra a Palazzo Paolina, nel 1983. Per ricordare i cinquantanni dall’esordio di questo gruppo, una “confraternita”, per dirla con Giovanni Testori, di “rigorosi e intransigenti filosofi che hanno scelto il linguaggio della pittura per dire il loro pensiero”, citando Vittorio Sgarbi, la GAMS di Viareggio ha dedicato una mostra (dal 1 giugno al 30 settembre 2024) curata da Adriano Primo Baldi.

La riguardo con piacere, questa mostra, e anzi forse me la godo ancora di più grazie al catalogo ben curato e molto ben fatto edito da Pendragon. Stanno diventando sempre più rari i cataloghi: la spesa aumenta e i lettori diminuiscono, la stampa di tali volumi richiede coraggio e finanza, e mica vale sempre la pena; esiste ancora per fortuna chi li fa stampare e chi nell’intimità della propria casa, piuttosto che nella quiete di una biblioteca d’affezione, se lo sfoglia coccolandolo e facendosi coccolare.
Il catalogo in questione, può starne certo l’amico lettore, è perfetto per l’occasione. Molto documentato, sia per gli scritti sia per le immagini, per la bibliografia e per cronologie. Ci si possono trovare testi storici del movimento, tra cui alcune prefazioni di Philippe Daverio, testi di Vittorio Sgarbi, la telegrafica presentazione della primissima mostra a Brescia, il fondamentale scritto del critico Roberto Tassi per la mostra di Viareggio del 1983, e quello di Marco Rosci per la mostra di Bergamo dell’anno successivo – che ne cambia di poco punto di vista.

E i più recenti testi, scritti per l’occasione. Come quello di Roberto Barbolini che indaga sul nome stesso di ‘metacosa’: “Qual è… il senso di questo prefisso metaforico, che può esprimere mutamento ma anche oltrepassamento?”, si chiede andando poi a creare una netta distinzione tra ‘trans’ (“prefisso più che mai in voga”) della Transavanguardia (dissolta in “quell’idra dalle molte teste che è il Postmoderno”) al più profondo ‘meta’, che “non significa attraversare per giungere al di là, ma uno stare a lato della ‘cosa’ come un suo doppio… di cui questi artisti vanno a caccia nelle loro opere”. Roberto Luciani, in un testo conciso e sintetico analizza alcune caratteristiche col metro della Pittura Colta, mentre invece Silvia Tomasi elegge il letto a emblema e metafora dei valori della Metacosa.
Interessanti anche le considerazioni di Giuseppe Cordoni, il quale insiste sui concetti di evocazione e visione, senza tralasciare il dato più tangibile, quello di “toscanità” degli autori: cinque pittori su sette, seppure emigrati in altre città d’Italia o del mondo sono toscani (dato già notato da Daverio, a cui affiancava nientemeno che Giovanni Fattori e i Macchiaioli, anticipatori straordinari dell’Impressionismo). Giuseppe Fusari, da parte su, mette in luce il lato ironico – celato – del gruppo che definisce “post-surrealista e pre-iperrealista”; merito, soprattuto a suo dire di Luporini (del resto, paroliere di Giorgio Gaber, è poeta anche e soprattutto a parole, oltre che con la pittura). Scrive Fusari: “Ironia e nera comprensione della mancanza di possibili, serie definizioni di un qualcosa ‘per verificare la possibilità di una ricerca comune’. Lo scrivevano loro nelle righe di presentazione del catalogo: una reductio ad infinitum che poi, vedendo il fatto (cioè la cosa) di quello che dipingevano, davvero aveva a che fare con la paura di non sapere cosa”. Insomma, in altre parole con ‘meta’ sarebbe una “non definizione”.


Tutto il catalogo comunque ruota attorno al ricco e documentatissimo saggio critico di Luca Pietro Nicoletti che, con un metodo scientifico che non trascura la narrazione, coinvolge e illumina il lettore sulla Metacosa e i suoi pittori, gli aneddoti, gli stili con un riguardo particolare verso il contesto storico e artistico. Che cos’è, quindi la Metacosa? O sarebbe meglio parlare di “pittura della Metacosa”, parafrasando il titolo del catalogo?
Tutto ha origine a Brescia quando, nel 1979, un gruppo di artisti lontani per età anagrafica e residenza si riunisce nella galleria di Chiara Fasser. Solo opere, un catalogo spoglio e privo di testi esemplificativi o contributi di critici. Una poetica da subito così priva di retorica – osserva Philippe Daverio – che il testo servito da presentazione pareva un telegramma. La presentazione è riportata in catalogo, e così è composta:
“Anche se non si può parlare proprio di un gruppo la mostra che presentiamo vuole essere qualcosa di diverso da una collettiva. Ci siamo uniti non solo per stima reciproca ma soprattutto per verificare la possibilità di una ricerca in comune.”
Ne facevano parte Giuseppe Bartolini, Lino Mannocci, Bernardino Luino, Sandro Luporini, Giorgio Tonelli, e il fulcro principale di tale poetica, Gianfranco Ferroni. Solo successivamente si aggiunse Giuseppe Biagi. La mostra non aveva nemmeno il titolo, e questo, per l’appunto verrà dato a Viareggio nella mostra del 1983 sopracitata. Il contesto era quello del Post-moderno, sul finire degli anni Settanta, con il lento declino delle sperimentazione e dell’arte concettuale in favore di un lento ma sostenuto ritorno al figurativo e alla pittura.


Seppur erano note già esperienza figurative (penso a Gnoli, Antonio Lopez Garcia, Morandi), il clima era propizio, scrive Sgarbi, in quel 1979: “al culmine del delirio di appartenenza” Alberto Sordi dirige Le vacanze intelligenti, “il contributo critico più puntuale sull’equivoco delle avanguardie”. Sempre in quell’anno Achille Bonito Oliva inaugurava, tramite le pagine di Flash Art, il movimento della Transavanguardia. E non ultimo, Jean Clair curava la mostra Les realismes 1919-1939 al Centre Pompidou nel 1980. I semi erano stati buttati, e i suoi frutti li si ebbe nel giro di poco; per citarne alcuni, solo in Italia: gli Anacronisti (retti da Calvesi), i citazionisti, i Nuovi-nuovi (seguiti da Barilli, artisti tra cui Salvo e Ontani), la Pittura Colta (tra cui Omar Galliani e Carlo Maria Mariani) e, per l’appunto, la Metacosa.

Una comitiva di amici dalla stima reciproca, riuniti con un nome ambiguo, o meglio un non-nome, anzi addirittura senza un nome; ma lo stile, però, quello sì che fu chiaro fin da subito. Di quella “confraternita” (Testori) Ferroni rappresentava “un priore assoluto e assolutizzante”, ossia secondo il grande scrittore e critico dapprima il modus della squadra ruota attorno a lui. Lui che, si legge nel catalogo, “è un caso assoluto di qualità visiva e tecnica, affinata quest’ultima come strumento necessario per trovare il vuoto”. La pittura della Metacosa infatti si basa su una pulizia, una esattezza e una nitidezza della rappresentazione, che non è né accademia né post-modernità (Tomasi), non c’è sfoggio della tecnica, ma – trovando “rifugio nel virtuosismo” (Sgarbi) – crea una realtà sopra la realtà, che è una realtà-altra, appunto “meta”, e per questo onirica.
“Metacosa diceva tutto”, scrive Sgarbi, “desiderio di rappresentare il reale e, nel contempo distanziarlo in un pensiero essenziale, anzi in una pura essenza”. Lirici, sentimentali, crepuscolari, velati di meraviglia sono i mondi di Mannocci e Biagi; gli interni di Ferroni “sono sacri, imbevuti di luce ultraterrena” (Sgarbi); quelle di Tonelli sono strutture solide e massicce; Luporini trasfigura con una sorta di ironia malinconica (o malinconia ironica) le spiagge di Viareggio caricandole di presagi, e in sostanza trasportandole in un luogo lontano e parallelo dal nostro mondo; Bartolini è il virtuosista più maniacale; mentre Luino, dal nome che non passa inosservato, si chiude nel calore e nell’intimità delle abitazioni.


Tante, in apparenza, le differenze. Poche, ma definite e nette, le affinità, le caratteristiche che accumunano la pittura di tutti e sette gli artisti. In primo luogo il senso di solitudine e di immobilità dell’atmosfera rarefatta. Secondo, quell’assordante, per così dire, silenzio che riempie gli ambienti, siano interni di camera o scorci di città o primi piani di oggetti/soggetti. Terzo, e soprattutto, la luce: quella luce, per dirla con Nicoletti, “fredda e impietosa, che si posa sulle cose creando ombre solidi e imperturbabili”. Una luce, sì mentale, filtrata da Piero della Francesca e Giorgio Morandi (Roberto Tassi), ma anche esatta e, per ciò stesso, disorientante. Scrive Fusari che Ferroni anche a Milano dipinge portandosi dietro quella “luce lunare di Viareggio d’inverno”. È inevitabile. Quella luce, quei silenzi, una volta creati nessuno può cancellarli. Nemmeno il carnevale.
Damiano Perini
PS. Esiste a mio avviso un erede della Metacosa, che opera tutt’oggi e ha gran voce e personalità artistica: si chiama Paolo Domeniconi, è un illustratore, o meglio è soprattutto un illustratore per l’infanzia (e ciò lo nobilita ancora di più). Il perché lo lascio scoprire al lettore.



































































