Tanto ha dato in arte la provincia bresciana in tempi ormai remoti, se è vero che al solo nominare Foppa, Moretto, Savoldo, Romanino, Gambara, Bocchi viene la pelle d’oca. E tanto ha dato in tempi a noi più prossimi, perché sebbene, per capirsi al volo, Luciano Cottini, Stagnoli, Attilio Forgioli, Ugo Aldrighi, Garosio, Di Prata siano dimenticati, svalutati, sviliti, la loro qualità è indubbia, unica e universale. Ma non si può tuttavia vivere di soli ricordi; se pur belli, questi certo vanno riconosciuti e sbandierati, ma un occhio di riguardo si ha il diritto e il dovere di averlo pure per i giovani emergenti, che ci sono, non mancano eh no, ognuno col proprio linguaggio e metodo, artistico e comunicativo. Lontano da mode omologanti, epperò nel pieno del tempo presente, a tutti gli effetti, in una parola, contemporanei.
Arriviamo nello studio di Federica Frati in pieno pomeriggio, e nonostante sia un giorno plumbeo dal cielo basso, il suo studio è illuminato come emanasse luce viva. Frati ha poche mostre alle spalle, poco di lei si sa, materiale e cataloghi non sono molti e difficilmente consultabili, pagine social approssimative: ecco perché scorgere le sue opere ha avuto lo stesso effetto illuminante, di felice sorpresa, che si ha avuto entrando nello studio. L’artista non ha alle spalle una formazione accademica e né di altro tipo artistico qualificante, e questo non è un problema, l’importante è averlo dentro, saperlo e coltivarlo (altrimenti non avremmo Martino Dolci, Antonio Ligabue, Giancarlo Galliani detto Il Praso e Franco Chiarani). E però conosce bene la storia dell’arte, sa guardare bene, e scegliere giusto. Federica Prati discende da un filone espressionista che ha però due nomi di riferimento, Antonio Stagnoli e Luciano Cottini, ne fonde l’indole pur tuttavia distaccandosene chiaramente, e palesando un linguaggio tutto suo. Fortissima nel tratto, spicca nelle tecniche come il monotipo, nel disegno su carta (meglio se di grandi dimensioni), ma si destreggia anche sulla tela, dove sono esaltati i toni realistici, duri e crudi.
Opposta a Frati ma di egual forza scopro Sara Rendina, classe ’87, originaria di Napoli ma legata a Brescia per lavoro e esperienze espositive. Rendina nasce grafica, come grafica lavora, e la grafica è l’origine meccanica dei suoi lavori. Epperò il genio artistico che le appartiene non si limita al mero fare, ma vola alto, là dove l’idea incontra la fantasia, la visione l’utopia, e pare non esista limite. Come Frati trova la sua forma espressiva più incisiva nella tecnica del monotipo, che svolge con grande entusiasmo e passione nel mitologico Museo della Stampa di Artogne, in Val Camonica. L’artista ha sposato la carta come supporto e l’inchiostro come veicolo, due compagni fedeli ma che Rendina riesce a sfruttare al meglio, generand risultati tra l’informale e il figurativo senza farci capire se appartengono all’uno o all’altro. Mondi evocativi, che esistono e non esisto al contempo, velati di mistero e dolci ricordi e malinconia. Immagini che si adatterebbero bene a un libro di un Baricco, di un Garcia Marquez, di un Murakami, o a correlare le avventure di Robinson Crusoe.
Di poco più giovane è Francesco Visentini. Insegnante, membro del direttivo UCAI Brescia e socio tra i più attivi, alle spalle parecchie mostre e commissioni, lui la scuola l’ha fatta, prendendo però il necessario e dimenticando l’inopportuno. Gli ultimi lavori sono a stampa, realizzati – come Rendina – in collaborazione con il Museo della Stampa di Artogne. Da una parte un ciclo di stampe che illustrano la Divina Commedia per l’edizione di Sardini; dall’altra un libro d’artista forgiato con tecniche antiche (e perciò immortali), omaggio a Arturo Martini. Contemplazioni – questo il titolo – è una raccolta di stampe in cui l’artista guarda dentro sé stesso: sono immagini intime, liriche, venate di riflessioni e poesia, meditazione e preghiera. Di tutt’altra fattura è il Visentini scultore, il vero – forse, e ripeto forse – Francesco Visentini sta nella scultura, dove il cotto è il suo amore, croce e delizia. Che siano sculture a tutto tondo, tableaux vivants (come il Compianto dell’eremo di Bienno, abbraccio al Nicolò dell’Arca bolognese), o formelle a rilievo (la Via Crucis, oppure Il Seminatore della santella dedicata alla Madonna del Roseto di Tremosine sul Garda), la mano lesta e tesa di Visentini si nota, forte e espressiva soprattutto nell’arte sacra. Mano che racchiude tanti illustri precedenti, ma uno in particolare: Federico Severino.
Chi non ha invece maestri di riferimento, se non l’arte anonima di strada è Alessandro Fusari, in arte Alfi. Se per i tre artisti precedenti Brescia artistica è un punto di riferimento, per Alfi pare si debba parlare di pluricentrismo, dove l’influsso e le relazioni non hanno un riferimento geografico preciso, e in questo è molto più vicino alla logica di Internet. Posto per altro dove si trova molto bene, il web, o i social, come del resto la strada e le città sono una naturale prolungamento del proprio lavoro. Piace molto Alfi, ai bresciani e ai non Bresciani, con lui la regola del nemo propheta in patria non esiste. Sarà per la sua pittura così vivida e colorita, apparentemente buffa e comica. Apparentemente, ho detto: in realtà dietro ai suoi mostriciattoli, tutti suoi, tutti di sua fantasia (lo avevo definito, e ne sono ancora convinto, un boschiano: in Bosch e dal bresciano Faustino Bocchi sta, se la si vuole trovare, la sua origine) si cela un’intensa introspezione. La sua vita è un viaggio che ricorda la Nona di Beethoven, e infatti ogni opera è un’intensa raccolta di ricordi e memorie autobiografiche, che senza la spiegazione dell’artista sarebbe impossibile capire. Il tutto entro una sintesi prodigiosa. Alfi ha preso dalla street art, dai graffiti il suo stile che, grazie alla sua sensibilità e formazione da grafico pubblicitario, viene rielaborata in una chiave personale. Alfi anni fa si dichiarava del tutto ateo; oggi, ammette, in qualcosa crede. Chissà, un domani. Chi vivrà vedrà.
Damiano Perini































