BREVE RICOGNIZIONE DEGLI ARTISTI BRESCIANI EMERGENTI – PARTE 1. Qualche appunto su Federica Frati, Sara Rendina, Francesco Visentini, Alessandro Fusari in arte Alfi

Tanto ha dato in arte la provincia bresciana in tempi ormai remoti, se è vero che al solo nominare Foppa, Moretto, Savoldo, Romanino, Gambara, Bocchi viene la pelle d’oca. E tanto ha dato in tempi a noi più prossimi, perché sebbene, per capirsi al volo, Luciano Cottini, Stagnoli, Attilio Forgioli, Ugo Aldrighi, Garosio, Di Prata siano dimenticati, svalutati, sviliti, la loro qualità è indubbia, unica e universale. Ma non si può tuttavia vivere di soli ricordi; se pur belli, questi certo vanno riconosciuti e sbandierati, ma un occhio di riguardo si ha il diritto e il dovere di averlo pure per i giovani emergenti, che ci sono, non mancano eh no, ognuno col proprio linguaggio e metodo, artistico e comunicativo. Lontano da mode omologanti, epperò nel pieno del tempo presente, a tutti gli effetti, in una parola, contemporanei.

Arriviamo nello studio di Federica Frati in pieno pomeriggio, e nonostante sia un giorno plumbeo dal cielo basso, il suo studio è illuminato come emanasse luce viva. Frati ha poche mostre alle spalle, poco di lei si sa, materiale e cataloghi non sono molti e difficilmente consultabili, pagine social approssimative: ecco perché scorgere le sue opere ha avuto lo stesso effetto illuminante, di felice sorpresa, che si ha avuto entrando nello studio. L’artista non ha alle spalle una formazione accademica e né di altro tipo artistico qualificante, e questo non è un problema, l’importante è averlo dentro, saperlo e coltivarlo (altrimenti non avremmo Martino Dolci, Antonio Ligabue, Giancarlo Galliani detto Il Praso e Franco Chiarani). E però conosce bene la storia dell’arte, sa guardare bene, e scegliere giusto. Federica Prati discende da un filone espressionista che ha però due nomi di riferimento, Antonio Stagnoli e Luciano Cottini, ne fonde l’indole pur tuttavia distaccandosene chiaramente, e palesando un linguaggio tutto suo. Fortissima nel tratto, spicca nelle tecniche come il monotipo, nel disegno su carta (meglio se di grandi dimensioni), ma si destreggia anche sulla tela, dove sono esaltati i toni realistici, duri e crudi.

Opposta a Frati ma di egual forza scopro Sara Rendina, classe ’87, originaria di Napoli ma legata a Brescia per lavoro e esperienze espositive. Rendina nasce grafica, come grafica lavora, e la grafica è l’origine meccanica dei suoi lavori. Epperò il genio artistico che le appartiene non si limita al mero fare, ma vola alto, là dove l’idea incontra la fantasia, la visione l’utopia, e pare non esista limite. Come Frati trova la sua forma espressiva più incisiva nella tecnica del monotipo, che svolge con grande entusiasmo e passione nel mitologico Museo della Stampa di Artogne, in Val Camonica. L’artista ha sposato la carta come supporto e l’inchiostro come veicolo, due compagni fedeli ma che Rendina riesce a sfruttare al meglio, generand risultati tra l’informale e il figurativo senza farci capire se appartengono all’uno o all’altro. Mondi evocativi, che esistono e non esisto al contempo, velati di mistero e dolci ricordi e malinconia. Immagini che si adatterebbero bene a un libro di un Baricco, di un Garcia Marquez, di un Murakami, o a correlare le avventure di Robinson Crusoe.

Di poco più giovane è Francesco Visentini. Insegnante, membro del direttivo UCAI Brescia e socio tra i più attivi, alle spalle parecchie mostre e commissioni, lui la scuola l’ha fatta, prendendo però il necessario e dimenticando l’inopportuno. Gli ultimi lavori sono a stampa, realizzati – come Rendina – in collaborazione con il Museo della Stampa di Artogne. Da una parte un ciclo di stampe che illustrano la Divina Commedia per l’edizione di Sardini; dall’altra un libro d’artista forgiato con tecniche antiche (e perciò immortali), omaggio a Arturo Martini. Contemplazioni – questo il titolo – è una raccolta di stampe in cui l’artista guarda dentro sé stesso: sono immagini intime, liriche, venate di riflessioni e poesia, meditazione e preghiera. Di tutt’altra fattura è il Visentini scultore, il vero – forse, e ripeto forse – Francesco Visentini sta nella scultura, dove il cotto è il suo amore, croce e delizia. Che siano sculture a tutto tondo, tableaux vivants (come il Compianto dell’eremo di Bienno, abbraccio al Nicolò dell’Arca bolognese), o formelle a rilievo (la Via Crucis, oppure Il Seminatore della santella dedicata alla Madonna del Roseto di Tremosine sul Garda), la mano lesta e tesa di Visentini si nota, forte e espressiva soprattutto nell’arte sacra. Mano che racchiude tanti illustri precedenti, ma uno in particolare: Federico Severino.

Chi non ha invece maestri di riferimento, se non l’arte anonima di strada è Alessandro Fusari, in arte Alfi. Se per i tre artisti precedenti Brescia artistica è un punto di riferimento, per Alfi pare si debba parlare di pluricentrismo, dove l’influsso e le relazioni non hanno un riferimento geografico preciso, e in questo è molto più vicino alla logica di Internet. Posto per altro dove si trova molto bene, il web, o i social, come del resto la strada e le città sono una naturale prolungamento del proprio lavoro. Piace molto Alfi, ai bresciani e ai non Bresciani, con lui la regola del nemo propheta in patria non esiste. Sarà per la sua pittura così vivida e colorita, apparentemente buffa e comica. Apparentemente, ho detto: in realtà dietro ai suoi mostriciattoli, tutti suoi, tutti di sua fantasia (lo avevo definito, e ne sono ancora convinto, un boschiano: in Bosch e dal bresciano Faustino Bocchi sta, se la si vuole trovare, la sua origine) si cela un’intensa introspezione. La sua vita è un viaggio che ricorda la Nona di Beethoven, e infatti ogni opera è un’intensa raccolta di ricordi e memorie autobiografiche, che senza la spiegazione dell’artista sarebbe impossibile capire. Il tutto entro una sintesi prodigiosa. Alfi ha preso dalla street art, dai graffiti il suo stile che, grazie alla sua sensibilità e formazione da grafico pubblicitario, viene rielaborata in una chiave personale. Alfi anni fa si dichiarava del tutto ateo; oggi, ammette, in qualcosa crede. Chissà, un domani. Chi vivrà vedrà.

Damiano Perini

ANCORA DUE COSE SU FRANCO CHIARANI. Un’altra visita allo studio del maestro trentino

Potrei tornarci ancora per dieci, cento, mille volte in quello studio – laboratorio – cantina dove Franco Chiarani crea le sue opere, che lo stupore non verrà mai meno. Ogni sua opera è come vivesse, e lo capisci solo guardandola. Pulsa di vita propria: è l’anima dell’artista. E non è una magia: è il duro e certosino lavoro di un uomo, unito al talento innato e alla inesausta volontà di ricerca. In fondo è proprio questo l’artista.

Non voglio dilungarmi troppo, alcune cose le ho già dette, e questo è (o comunque vorrebbe esserlo) un blog edonistico, non un bugiardino o un libretto per le istruzioni, e meglio evitare le ripetizioni. Però giusto due cose da aggiungere mi sento in dovere di scriverle.

Chiarani è un autodidatta, e nel corso della sua lunga vita di artista non ha mai smesso di sperimentare, arrivando piano piano a rasentare il limite della perfezione. Se si guardano i quadri degli inizi di carriera e gli ultimi ancora in corso di lavorazione (io ho avuto la fortuna di vederli uno accanto all’altro, e credo pochi anzi pochissimi altri – e è per questo che sto scrivendo questo pezzo) il confronto è come una botta secca alla testa. Non tanto perché c’è una differenza di qualità o stili o ecc. (quella la giudicheranno i critici severi); ma piuttosto nel constatare il paziente e faticoso lavoro per arrivare a una cifra stilistica che faccia dire: cazzo, questo è Chiarani! con quel “cazzo” che sta per “wow che qualità straordinaria!”.

L’intera opera di Chiarani, ma in particolare gli ultimi vent’anni, pone grandi interrogativi sul tema sempiterno del finito-non finito. Il non finito di Chiarani è magistrale, ma anche ricercatissimo; pochi come lui, credo, hanno un’attenzione così maniacale: intendiamoci, un’opera che non è finita non è un’opera che utilizza il non finito come mezzo e tecnica.

Le opere di Chiarani non sono infatti per tutti. Non è snobismo; ma per giudicarle o per lo meno comprenderle bisogna avere una minima educazione all’arte e all’immagine (lo sguardo insomma deve essere minimamente allenato). Certo, poi possono piacere o meno, ma quello è un altro discorso.

Le opere di Chiarani sono frutto di un lavoro minuzioso, lento, riflessivo. E chi potrebbe dirlo dandoci un semplice sguardo, passandoci davanti magari  frettolosamente in una mostra?!. Sono opere che richiedono una spiegazione (a questo servono i critici, del resto), due parole con l’artista, la conoscenza della tecnica.

Soprattutto di quest’ultima, perché le figure evanescenti eppure concretissime del Chiarani compaiono (o scompaiono, è lo stesso) da campiture vibranti, così concrete che è come fossero veri luoghi (si guardino i “paesaggi”: dov’è la mimesi tanto cara ai romantici? Qui o negli iperrealisti?). E questi sfondi sono anche sentimenti materializzati sotto forma di terre saggiamente fuse con il supporto della carta, sentimenti che aleggiano su figure assolute.

Proprio questo è il segreto di Chiarani, la parsimonia e la capacità di fondere il supporto alla materia, da cui nascono e insieme muoiono i suoi personaggi. Questi sono figure enigmatiche e straordinariamente duplici. Allo stesso tempo compaiono e scompaiono, sono vive eppure morte; sono i fantasmi di esseri umani che potremmo conoscere tranquillamente, anzi che incontriamo ogni giorno per strada, al lavoro, al ristorante. Sono esseri umani spogliati della loro corazza, della loro maschera quotidiana. E sono anche la concreta astrazione di anime, vagabonde e instabili, irrequiete e angosciate. Magari proprio le vostre.

DP

ALCHIMISTA DELLA CARTA, MAESTRO DEL NON-FINITO, CAMPIONE DEL TRATTO RAPIDO. Visita all’artista trentino Franco Chiarani

Si può dire che Franco Chiarani è il massimo artista trentino vivente?, chiedo io in un misto di domanda e affermazione.  Sono a casa del maestro, a Arco di Trento, nel paese dove è nato, dove abita e lavora. La conversazione, come tutte le migliori e più fertili conversazioni, prende avvio attorno al tavolo, una bottiglia di vino rosso aperta (di qualità, ovvio), e calici pieni appoggiati su un elegante sottobicchiere. La casa è calda, anche troppo, e tutto intorno alle parteti ci sono sue opere. Non manca nulla.

Chiarani, preso in contropiede, scansa la domanda tra l’imbarazzato e lo scocciato; è persona di poche ma calibrate parole, e soprattutto modestissima. Me ne avevano parlato come di persona schiva, ma a me sembra solo riservata, pronta a aprirsi a chi dimostra di avere un minimo di occhio e di sensibilità artistica; è trentino, anzi trentinissimo, e come tale si scorge la cadenza della pronuncia, le saltuarie affermazioni enfatiche in dialetto, e la felpa tecnica di buona marca da montagna. Indossa un copricapo che arriva appena sopra le orecchie, un paio di occhialini sollevati sopra di esso, e i capelli lunghi e bianchi escono da dietro, in una maniera che mi ricorda molto Mauro Corona.

La moglie è lì accanto, assisa ieraticamente in poltrona come una matrona bizantina, annuisce qualche volta col capo al racconto del marito, e parla pochissimo; è lei, come capisco via via, la grande archivista dell’artista, colei che cataloga, documenta e conserva meticolosamente tutte le opere.

Dopo uno scambio di battute per conoscerci e entrare in confidenza, Chiarani inizia a raccontare le origini della sua carriera artistica. Lo dico subito: seppur le sue opere dimostrino un’alta qualità, Chiarani non viene da nessuna scuola, se non quella personalissima del guardare-imparare-provare-sbagliare. “Ho imparato a forza di sbagliare”, mi dice. È un autodidatta, che ha saputo concretizzare e ottimizzare al meglio la sua vocazione artistica e il suo lavoro, facendoli confluire.

Franco Chiarani infatti comincia a lavorare giovanissimo, a 16 anni, in cartiera. Non però, almeno inizialmente, nei reparti in cui si tasta con mano la materia-carta, bensì nelle sale attigue dedicate ai colori. Qui un giorno viene sorpreso dal direttore mentre faceva quello che soleva fare, e lo faceva spesso perché lo sentiva come una forza congenita interiore: disegnare. E questa improvvisa visita del superiore è stata fondamentale per la sua carriera.

“Il direttore mi dette un’occhiataccia, guardò a lungo i miei disegni, ma non disse niente e andò via abbastanza serio”, ricorda con una certa ilarità Chiarani, “poi scoprii che era un grande appassionato di pittura, e anche un grande collezionista di arte veneziana”.  Il direttore, dopo aver confessato a Franco Chiarani l’apprezzamento verso quelle sue prime opere, si dimostrò apprensivo, e anzi incoraggiò l’artista a continuare. Fu il primo, insomma, a intuirne le potenzialità.

Dopo una rapido racconto della sua carriera, fatta di moltissime esposizioni, soddisfazioni e premi vinti, ci spostiamo nel suo studio. Una cantinetta piccola eppure comoda e funzionale; quadri ordinatamente riposti, pareti inondate di schizzi di colore (nubi corpuscolari quasi). Tra pennelli e terre e leganti scorgo anche utensili molto più rozzi, che servono, come mi spiega, per le cornici; cornici che crea ad hoc lui per ogni singola opera. Infine, una lavatrice su cui ci saranno appoggiati una ventina tra detersivi e ammorbidenti, mi fa capire quanto in quella casa la vita sia intrecciata all’arte.

Nello studio noto però una cosa eclatante: quasi tutte le opere sono su carta, e guardandole da vicino si nota pure una varietà impressionante di tipi di carta. Lo potevo immaginare: dopo tantissimi anni in cartiera non poteva che essere naturale. Ma non è l’unico motivo, perché “su carta mi sento più libero, e la tela mi condiziona”, mi dice da dietro, come se avesse intuito il mio pensiero. La parte mentale quindi si unisce perfettamente a quella tecnica. Franco Chiarani è un alchimista della carta, un grandissimo conoscitore di questa materia come supporto. Con la carta ha un rapporto tale che gli permette un’abile e consapevole lavorazione. Una di queste, a esempio, consiste nell’immergere un determinato tipo di carta nella vasca da bagno, facendola bagnare completamente; poi bisogna aspettare che diventi “cellulosa, materia, pasta”, mi spiega con soddisfazione.

A quel punto si può iniziare a animarla, ossia a cospargerla di terre. Queste penetrano nella carta e diventano corpo unico. Il colore diviene materia e non si stacca più. Lavora soprattutto con ossidi e terre e bianco di zinco, Franco Chiarani; e questa peculiarità riesce a donare alle sue opere un effetto quasi di monocromia. Le opere sono pervase da un alone seppiato, con toni che vanno dall’ocra, al marrone, al grigio: ma inconfondibili, e difficilmente descrivibili, perché questi sono asciutti, opachi e smorzati, in un effetto crepuscolare tra il ricordo e il sogno.

Chiarani come noto, e come tiene a dire, è un pittore di figura. Innamorato della pittura nordica da sempre perché attirato dai vari Dürer, o Cranach, i quali a lungo hanno ricercato attorno ai sentimenti della figura umana. Non mancano poi i punti di riferimento più contemporanei, come Kokoschka, Munch, Klimt. E soprattutto guarda al bolognese Bertacchini (che ha conosciuto direttamente) e Saetti, allievi di Giorgio Morandi. “Ma i riferimenti sono tanti, l’importante è farli propri, saper assimilare il fare degli altri e riproporlo con una interpretazione rielaborata e personale”, e certamente integrata. Integrata grazie “al dialogo e al confronto con altri artisti, maestri più bravi di me”, da cui c’è sempre da imparare.

I suoi dipinti sono apparentemente confusi, ma basta sostare un attimo di fronte a loro per capire quanta vita sia infissa in essi. Come nasce un’opera di Chiarani? Innanzitutto dalla “macchia”, fondamentale per l’artista arcense. “A volte è più importante stare tutta la giornata a guardare le macchie che dipingere. Perché dalle macchie – se si è in grado, chiaramente –  si legge un mondo, nascono cose bellissime. Ma bisogna essere in grado di leggerle”, confessa.

Dalla macchia Chiarani intuisce l’embrione, e gli dà vita. Con una tecnica dalla sprezzatura disarmante, che mi ricorda il Tiepolo descritto da Roberto Calasso e allo stesso tempo il Costantin Guys elogiato da Baudelaire, fatta di pochi, nervosi e tesi, rapidissimi e sottilissimi tratti, Franco Chiarani restituisce figure che dal nulla si animano. Quello che compie l’artista è del tutto simile a un miracolo. Chiarani è tutt’altro che un artista impetuoso, virulento, anzi è molto riflessivo; materico e gestuale, sì, ma in modo equilibrato. Figure che nascono dalla sua memoria con una tecnica mnemonica del tutto simile, ancora una volta, a Guys.

C’è aria di libertà in questi quadri. Figure spesso in primissimo piano, indefinite eppure significativamente caratterizzate. Spesso scorgo una coppia, una di fronte all’altra o addirittura di spalle, in cui l’una è piena (di colore, materia), mentre la seconda è fievolmente delineata, trasparente, quasi fosse una comparsa, o meglio un’apparizione. “Sono figure a modo mio; ossia, deve essere una figura e allo stesso tempo non lo deve essere”, dichiara solenne.

Abbozza da qualche parte prima di riportare sul quadro definitivo?, chiedo superficialmente tra il serio e il faceto. Non abbozza, ovvio, il gesto deve essere spontaneo, “sennò si spegne”.  La macchia e l’idea, poi la memoria e il tratto rapidissimo che delinea, e crea. Questo è l’iter, dalla disarmante semplicità spiazzante, quanto dalla profondità immane. E quando può dirsi “finita” l’opera? Domando, andandoci pesante.

Osservo che in tutti quadri che passo in rassegna, sempre la superficie nuda e cruda della carta è parte integrata al disegno, alle terre, a tutto il resto insomma. “Nella mia pittura è più importante il non-finito del lavorato”, dice Chiarani. “Io so quando il mio quadro è finito”, ossia quando è completo. I quadri di Chiarani non sono frutto di impulsività, non sono fatti in serie e buttati sul mercato immediatamente (per questo l’artista ha sempre glissato le gallerie, per evitare le scadenze e lo stress che ne consegue). “È il tempo che ti dice se e come andare avanti, oppure fermarsi. Il non-finito ha importanza pari alla pittura finita”. Certo, bisogna saperlo leggere.

Damiano Perini