AL VITTORIALE DEGLI ITALIANI RIVIVONO LE AMANTI DI D’ANNUNZIO. “I Censurati”, la mostra di Camillo Langone. E un libro, che scotta ancora, di Giordano Bruno Guerri

Arrivo alle porte del Vittoriale degli Italiani, Villa Adriana dei tempi nostri, in quello splendido comune di quello splendidissimo luogo del Garda che è Gardone Riviera, e un pensiero mi torna alla mente, caldo e limpido come fosse lì lì reale e concreto. Lo rileggo: “a volte, l’offerta supera a tal punto la domanda che d’Annunzio preferisce negarsi. L’affollamento al cancello del Vittoriale lo spinge al sacrificio della cernita”. Sono le parole di Giordano Bruno Guerri prese da un libro, un classico ormai indispensabile, che a prenderlo in mano ancora pulsa, scotta, di vita e bellezza, manie e vizi, amori, passioni: mai nessuno, credo, è riuscito a penetrare la vita del Vate così profondamente nel suo intimo e a restituircela – coinvolgendoci come se fossimo partecipi collaboratori, comparse della stessa pièce – come ha fatto Guerri ne La mia vita carnale. Amori e passioni di Gabriele d’Annunzio (Mondadori,2013).

Ma “affollamento”, addirittura! Si sa che d’Annunzio era grande amatore, aveva avuto tantissime amanti; ma tanta richiesta, la fila fuori da casa! Ma quanti anni ha vissuto d’Annunzio? secoli!? E quante donne ha avuto!? Eppure a rileggere Guerri la cosa – per il Vate, è chiaro – è scontata. Generoso (ricopriva di regali, costosi e raffinati, ogni amante), esteta, formidabile a letto, uomo di fama e prodigi (in tutto l’Occidente se ne parlava come grande letterato e come eroe coraggioso, si veda l’impresa di Fiume)… quale donna avrebbe rinunciato a diventare sua “badessa” e chiudersi per un “capitolo notturno” nella sontuosa Stanza della Leda, il luogo sacro e profano in cui si consumavano gli incontri amorosi?

Quanta pazienza, quanto rigore nel libro di Guerri, in cui la sprezzatura dello storico riesce a nascondere il grande lavoro di ricerca e riordino delle fonti (diari e lettere per lo più) a favore di una narrazione romanzesca (che di romanzo non ha nulla) con una visione insieme distaccata e affettuosa. La base del libro sono le memorie di Aélis, ossia Amélie Mazoyer, la sua cameriera (e amante, è ovvio) di fiducia, “la donna che più di tutte e più a lungo assistette alle sue imprese erotiche”, per usare le parole dell’autore. Di qui un’avventura, o meglio, una storia di infinite avventure – squisitamente erotiche ma per nulla pornografiche – che si dipanano lungo tutta la permanenza del Vate nella sua dimora, dal 1921, a 58 anni, fino alla morte, avvenuta di colpo (“si era sempre augurato una morte folgorante e fuori dal letto, e ottenne anche quella”) l’1 marzo 1938.

Roberto Ferri, Le tentazioni di sant’Antonio, 2023

Avventure che rivivono ora grazie a una mostra curata da Camillo Langone, I Censurati. Nudo e censura nell’arte italiana d’oggi – il  motivo per cui mi trovo al Vittoriale –  in cui ogni opera è accostabile, almeno secondo la mia viziosa fantasia, a ognuna delle amanti possedute dal Vate e tanto bene descritte da Guerri. Un valido memento delle imprese amorose consumate in questi locali, insomma. Una mostra in cui a prevalere sono la figura e la pittura (del resto il curatore lo ha ribadito poco tempo fa: “la pittura è la sintesi delle arti, linguaggio immediato e universale capace di concentrare il mondo in un metro quadrato di tela”, scrive a proposito del Premio Eccellenti Pittori – Brazzale). E dove c’è tanta, tantissima carne, tantissime “artistiche tette”, un carnevale di capezzoli.

Immagino che anche Langone abbia dovuto effettuare una grande cernita di opere di nudo (“l’affollamento al cancello” dev’essere cospicuo). Titolo e sottotitolo sono esplicativi: la cornice tematica della mostra è in sintesi la censura da parte dei social di alcune opere di artisti viventi, il cui mezzo di comunicazione però è fondamentale per il proprio lavoro. “I pittori viventi nei musei non ci sono e per loro la vetrina di Instagram è vitale”, scrive Langone, “un  quadro  che  non  compare  su  internet praticamente non esiste… Bloccare il profilo di un pittore è molto vicino a impedirgli di dipingere”.

E aggiunge, sempre il curatore: “la censura è cronaca, un fenomeno che digitale e correttezza politica hanno rilanciato e oggi si rivela in espansione in ogni parte del mondo e in ogni ambito culturale. Pertanto I Censurati è mostra di urgente attualità: espone i nudi recenti, censurati o comunque censurabili, dei migliori artisti italiani viventi che si sono cimentati con tale classicissimo genere”.

Sulla rapporto tra censura e arte contemporanea, arte e politicamente corretto tanto ci sarebbe da pensare e da dire (così veloce mi vengono in mente due titoli, L’arte sotto controllo di Carole Talon-Hugon e La cultura del piagnisteo di Robert Hughes, editi qua in Italia rispettivamente da Johan&Levi e Adelphi. E qualche artista; per fare qualche nome: Woody Allen, Balthus, Schiele, Waterhouse). “Destituire il capezzolo sia destituire la donna, la maternità, la riproduzione sessuata?”, si chiede Langone. Insomma, attualità buia e distopica cronaca: questioni troppo stressanti. E poi ciò mi porterebbe a vedere la mostra con occhiali tristissimi , e io sono più avvezzo al bicchiere mezzo pieno (e sono di quelli che lo vorrebbe sempre pieno), e quindi nella mostra del Vittoriale ci vedo solo edonismo: sofisticato e dannunzianissimo edonismo.

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I Censurati è un’esposizione chiara, pulita, essenziale – come il bianco della pareti dell’edificio, come il catalogo edito da Liberilibri, come la prosa del curatore – e il contrasto tra l’ambiente ascetico di questa con l’horror vacui della Prioria rende ancora più interessante l’impatto all’entrata di Villa Mirabella. La mostra si svolge idealmente tra due poli, tra due opere di due artisti tra i principali del panorama italiano contemporaneo, opposti tra loro, ma egualmente formidabili: Enrico Robusti – dal vorticoso e spaesante dinamismo, dalla spumeggiante e scoppiettante energia, tutto un turbinio di cose, quasi fosse un lambrusco rifermentato in bottiglia (infatti l’artista è emiliano) – e Giovanni Iudice – dall’atmosfera distesa e languida, morbida e calda, e setosa (un passito di Pantelleria?).

Proprio come il ritiro gardesano di d’Annunzio, dipanatosi tra le figure di due donne per temperamento, carattere e provenienza diametralmente opposte, ma unite dal comune affetto e dalla stessa passione per il Vate (entrambe lo accompagneranno, nonostante tutto, fino alla morte): Aélis e Luisa Baccara.

Di Aélis, l’autrice del diario sopramenzionato, la governante “amica-servitrice”, la confidente numero uno del ‘priore’, col tempo pure l’amante, la “complice, ruffiana e all’occorrenza terza di un triangolo”, si sappia che deve il suo nome a, per usare le parole di Guerri, “un’abilita non comune nella fellatio”. Il nome ‘aélis’, infatti, è un richiamo al francese hélice, elica. Tra tutte le donne del Vittoriale è l’unica che rimane sempre al centro della scena, e quella che viene trattata con un rispetto singolare, quasi di affettuosa amicizia. Una donna di origini umili, ma dal carattere autorevole, ricca di vitalità, mai ferma, briosa.

Di Luisa Baccara, detta Smikrà, la convivente veneziana, l’amante ‘ufficiale’ si potrebbe dire, pianista e di origini altolocate, l’immagine si fa più melanconica. Innamorata di un amore autodistruttivo e praticamente inutile, gelosa e rancorosa, Luisa non sarà mai capace di lasciare il Vittoriale, facendosi abbandonare a una dolce sofferenza, fatta di speranza e ricordi (d’Annunzio la paragonava nel corteggiamento alle figure di Giorgione).

Ecco perché mi compiaccio del mio personalissimo doppio accostamento: Aèlis-Robusti e Baccara-Iudice.

Daniele Galliano, Senza titolo. Collezione Adele Barbetta, Nardò, 2022

Esiste tra le amanti ‘quotidiane’, per così dire, la cameriera Emilia. L’immagine che se ne ricava non è delle più virtuose, anzi, è piuttosto viziosa la ragazza. È testarda e spesso mette il muso, di qui il nomignolo di ‘caporale’; fa uso di droga (colpa di d’Annunzio), è nostrana, gardonese “di piacevole aspetto, molto disponibile alle necessità sessuali del Comandante”. E ben si identifica con la ninfetta di Daniele Galliano, una giovanissima vicino a certi soggetti di Casorati, dallo sfogo eloquente di un amore sfrenato e passionale, il cui stile compendiario del pittore e lo sfumato dell’acquerello ne accentuano ancora più la voluttà. Morirà, poveretta, di tubercolosi.

Daniele Vezzani, Donna che scende le scale, 2020

È fatto minore che il Vate si sposò giovanissimo e ebbe figli nel fiore della gioventù e della carriera letteraria (sono gli anni de Il piacere), a Roma e di nascosto (scappando) con una ragazza di origini nobili, figlia di duca, ingenua e innamorata: Maria Hardouin, “bionda, delicata, esile, occhi celesti”. Non più ripagata dal marito e di conseguenza ai suoi comportamenti tentò il suicidio. Col tempo la prende con filosofia, capisce che avercela col marito sarebbe stato dannoso per lei e lo lascia alla sua vita. È soddisfatta comunque del successo del poeta, e non mancarono le visite al Vittoriale. Discreta e elegante abbandona la scena con leggerezza e disinvoltura, come la Donna che scende le scale di Daniele Vezzani.

Giuseppe Vassallo, Risacca , 2020

È risaputo, invece, che d’Annunzio era fissato col divismo. Il rapporto con Eleonora Duse, la “morta venerata”, è però un mistero; e tale resterà. Così come ignoto rimarrà il rapporto (rapporto?) tra la coppia di giovani di Giuseppe Vassallo.

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Il Vittoriale ai tempi di d’Annunzio, a leggere il libro di Guerri pare un porto di mare: amanti che vanno e vengono, donne, ragazze di ogni età, nazionalità, estrazione sociale. Ci passa una Melitta, specie di Lolita popolana, una ninfa plebea di Rea ma gardonese. Già sposata varcò le soglie della Leda la prima volta a fine giornata lavorativa (in merceria a fianco del marito). Ragazza gracile e nominata ‘la piagnucolosa’, dopo un periodo focoso è presto relegata a subalterna, a soluzione di riserva. Ma non rinuncia Melitta, né ai ‘capitoli’ né ai generosi regali che ne scaturivano. E attende, come la donna distesa a terra, stralunata e impassibile del Self Portrait di Michele Moro.

Michele Moro, Self Portrait , 2019

Sempre di Michele Moro è il ritratto in poltrona di una donna matura, dal portamento distinto e dallo sguardo sicuro, penetrante. Segno di carattere forte, sicurezza di sé; lo sguardo e il portamento di una donna appagata che ancora sa cosa vuole, e sa come ottenerlo. Un po’ come Margherita Keller, sposa del conte Piero Besozzi di Castelbesozzo, amante del Vate a più riprese con il nome di Fiammadoro. “Per quanto lunga, la relazione fu saltuaria, benché la donna fosse avventurosa e nobile, bella e disinibita, come piaceva a lui”.

Michele Moro, Come spiegare la pittura ad un’anatra morta, 2018

Da grande esibizionista, a d’Annunzio piace chi sa esibirsi; fra le sue concupite spesso ci sono attrici. Maria Antonietta Bartoli Avveduti, “incarnazione della seduttrice”, è una di queste. Brava attrice, scaltra e esibizionista è capace di fingere, entrare nei ruoli via via ordinati dal Comandante. Elena Sangro – questo il nome da amante – “ha il fisico giusto per interpretare ruoli scabrosi”, annota Guerri, “donna fatale o ninfa dei boschi, fibra vegetale o bestia rapida”. Perfetta. O meglio, quasi perfetta: commette il grave errore di lucrare sui doni del Vate, e quindi oltraggiare la sua generosità. Finisce alla porta senza remore. E sì che recitava bene (appare in un film per l’ultima volta in 8 ½ di Fellini); come bene recita la nuova Ophelia “Post-Pre-Raffaellita” di Jara Marzulli.

Jara Marzulli, Poetica della liberazione, 2020

Nella Stanza della Leda si alternano nobildonne a prostitute miserande, senza distinzioni di sorta. Perciò non stupisce la presenza di Esther Pizzuti, ribattezzata Lazzarina, una prostituta di origini milanesi dotata di un’innata bellezza. Invano l’Esteta le rimprovera il cattivo gusto, l’ostinazione riottosa, la “vita volgare” passata tra “trattorie vinose”, e l’avidità. Si ammalò anche lei di tubercolosi, e il Vate si premurò di coprire tutte le spese per i due anni di sanatorio, dove soggiornò, fino alla morte.

Non mancano amanti bizzarre. Consuelo Gòmez Carillo detta la Spagnola non è bella, ma ha dalla sua un lato animalesco e perturbante. Viene appellata come “maschia”, definita come una “scimmietta con orecchie da asino”, “una giovane barbara, originaria d’una tra le più feroci tribù messicane”, si atteggia con “balzi di lupa cerviera”, beve champagne mescolato a profumo, “alterna atteggiamenti da svampita ninfomane a pentimenti pudibondi e tardivi”… insomma, un’invasata. Si sposò due anni dopo aver conosciuto d’Annunzio con l’autore del Piccolo principe, Antoine de Saint-Exupéry.

Ma le diavolette sbucano da ogni parte, e non mancano certo nella piccola Gardone. Qui infatti troviamo una giovane sartina, una ragazza di basso ceto “più voluttuosa e frenetica dell’Alba”. Si chiama Angela Panizza, ma a leggere il Vate “Angioletta è più diabolica… non ho mai visto una tale estasi e una tale adorazione languida e furiosa, di volta in volta, davanti al Principino”. Libidine.

Riccardo Mannelli, “l’artista più censurato d’Italia, il Maestro della Carne, il supremo di segnatore di nudi femminili, più anatomista perfino di Courbet” (Langone), coi sui ritratti evoca con eloquenza queste tre satanasse del sesso.

Tra le infinite relazioni di Gabriele d’Annunzio si segnalano anche alcuni  due di picche. Il più celebre è certamente il rapporto non-rapporto con Tamara de Lempicka. È già una pittrice famosa quando conosce il letterato, infatti si trova al Vittoriale “per sfruttare un mito, non per venerarlo”. È bella, giovane ma soprattutto ha un “fascino da capricciosa che conosce la malia della ritrosia”, una femme-fatale, benzina per il Vate. Tamara è ambigua, dice e non dice, “annunzia e poi ritratta, si propone e si ritira”, e Gabriele “finisce per cedere all’errore comune di ambire con ansia sempre maggiore a una preda che si nega, leziosa con le sue moine”. Un tira e molla per anni e anni, che lascerà a d’Annunzio l’amaro in bocca, la triste realtà di non avercela fatta a compiere l’impresa. Tamara si comporta un po’ come la protagonista di Black Box 3 di Tommaso Ottieri: lei la camicetta te l’ha aperta; ma siamo sicuri che poi te la dia?

Tommaso Ottieri, Black Box 3, 2023

Al Vittoriale tra il 1937-1938 si presenta un evento che come un uragano scuote e sovverte tutti gli ordini all’interno della “cittadella”: l’arrivo di Emy, la “tedesca”, una ragazza “bionda, evanescente come un fantasma”, una “enigmatica valchiria”, ignota e “glaciale”. Una spia? Si dice sia stata inviata al Vittoriale per uccidere a poco a poco d’Annunzio, somministrandogli a piccole dosi veleno e droga. Tale ipotesi non è mai stata confermata, e nemmeno smentita. Resta il mistero, come misteriosa è l’identità della donna a cui appartiene il latteo seno de L’isola, del gardesano Giuliano Guatta.

Giuliano Guatta, L’isola, 2023

E d’Annunzio? A giudicare con piglio da maliziosetti pare che più che il Vate il vero protagonista delle memorie gardonesi sia il suo organo sessuale. E infatti lui lo aveva ribattezzato, personificandolo, in vari modi: “Perno del mondo”, “Gonfalon selvaggio”, “Catapulta perpetua”, “Principino”, “Diavolo”, “Monachino di ferro”.

Omar Galliani, Iokanaan, 2003

E dunque eccolo rappresentato in forma monumentale dal maestro del disegno su tavola Omar Galliani in Iokanaan. Che ci sia pure una correlazione tra il  san Giovanni Battista della Salomè di Oscar Wilde e d’Annunzio? E quelle mani di chi sono? L’affollamento al cancello del Vittoriale era tale…

DP

CI RINCUORI L’ANGELO DI LANDI DEL CIMITERO DI PIEVE: MONUMENTO AL DANNUNZIANESIMO CHE IL BORGO CONOBBE, MA CHE NON ESISTE PIÙ

Mi rincuora ogni volta la visita a un cimitero, e mi rasserena il conforto dei defunti, soprattutto dei miei cari. La visita al cimitero di Pieve però mi rincuora di più, in virtù della lunetta dipinta da Angelo Landi, perché è solo e grazie a essa che si respira, seppur fievolmente, quell’atmosfera di dannunzianesimo che toccò Tremosine agli inizi del Novecento, e che non tornerà più.

L’opera rappresenta un angelo (una firma iconografica si può dire), ideato con una composizione semplicissima: una figura che occupa l’intero spazio, vestita con una veste lunghissima e bianca, in una posa molle e adagiata in senso diagonale. I capelli sono – o così appaiono – folti, lunghi e arricciati, il viso poco caratterizzato; spunta l’ala sinistra mentre l’altra si può solo intuirla perdersi in uno sfondo indefinito di un giallo inquietante. La figura è perfettamente inserita nei canoni artistici del tempo, ossia gli anni Dieci del XX secolo, con la sua torsione elegante del busto, con quel fluire di linee sinuose, “fitomorfe” come si dice in gergo, vulgo floreali (lo stile Liberty è infatti anche detto “stile floreale”, e corrisponde in Italia a quello che è stato in Francia l’Art Nouveau).

Va detto, a onor del vero, che l’opera è in uno stato di degrado avanzato e ingiustificato, eguale e forse peggio di quanto già denunziava Daniele Andreis parecchi anni fa (D. Andreis, Tremosine nella storia. Voci, personaggi, vicende, 2007, pp.168-176), e visibile tutt’oggi se non in modo vago e rarefatto. Non si capisce a questo punto perché non ci si interessi per una urgente operazione di restauro e riqualifica: si ignora forse la fama dell’artista?

Angelo Ignazio Giuseppe Landi (1879-1944), prolificissimo pittore, nasce e muore sulla sponda bresciana del Garda, precisamente a Salò, da una famiglia nobile. Studia all’Accademia delle Belle Arti di Brera a Milano, diventandone poi accademico. Fu un ottimo ritrattista, dipinse documentandole le atrocità della Prima Guerra Mondiale, e numerosi  e suggestivi sono i suoi paesaggi. Sacro o profano non importava, Landi affrontò qualsiasi tema con la stessa abilità a seconda del mezzo, sia esso olio su tela o affresco. Le sue opere sono note da Salò a Napoli, ma anche in città fuori l’Italia, come Parigi o il Cairo. Fu un insaziabile viaggiatore: passò anni a Buenos Aires (dove si sposò), poi in Africa, prima di andare a vivere a Roma. Ma nonostante la sua voracità di conoscenza fu sempre legato al territorio di nascita. Dipinse per Padenghe, moltissimo per Salò e, soprattutto, per il Vate e per il suo Vittoriale, dove dipinse, attorno al 1924, le lunette di San Francesco e di Santa Chiara.

Ci si stupisca allora che un artista di tale rilevanza abbia lasciato una testimonianza anche a Tremosine sul Garda, all’interno del cimitero di Pieve. Landi ci ha lasciato un angelo, oggi un po’ svanito, indebolito dal tempo, ma una volta indubbiamente acceso e luminoso, che ci accoglie al cimitero dando le spalle, disinvolto, al Monte Baldo. Un angelo altresì nobile e grazioso, che spicca in mezzo alla cappella, struttura severa e ieratica ispirata al romanico, interamente in tufo e quindi consunta. Ci confortino i defunti del cimitero di Pieve, e ci rincuorino sempre. Ci rincuori anche e per molto tempo ancora la lunetta del grande artista, monumento a quel clima portato da D’Annunzio che, seppur con pallidi riflessi, toccò anche Tremosine a inizio Novecento, e di cui non si avverte più il dolce tepore.

Luciano Cardo