I CREPUSCOLI E LE NEBBIE DI ANDREA GIOVANNINI. Qualche appunto

Mi capita di trovarmi a una mostra di Andrea Giovannini, pittore padano, emiliano anzi reggiano per l’esattezza (infatti cambia molto essere da una parte o dall’altra della Pianura) e non possono non tornarmi alla mente due preziosi libri di un preziosissimo studioso, Victor Stoichita: Il sistema del velo. Trasparenze e opacità nell’arte moderna e contemporanea e Breve storia dell’ombra. Perché?

In poche parole, il velo (o la velatura) per Stoichita è una sorta di litote, ostenta occultando, è un detto non detto, una “dinamica paradossale secondo la quale necessariamente si produce un’insistenza dell’attenzione visiva proprio su ciò che si vorrebbe coprire”, un meccanismo insomma di velamento/svelamento che nel corso della storia dell’arte si è proposto in svariati modi. E poi l’ombra, anzi l’Ombra con la O maiuscola in quanto per Stoichita protagonista assoluta, lei, madre della pittura (si dice che il primo ritratto sia nato dal calco di un’ombra di una fanciulla), lei presenza silente da cui sorge la luce e si fa allegoria.

Ombra e velo appunto sono i due cardini della poetica di Giovannini. O almeno di un filone della sua arte, quella che preferisco, quella dove meglio riesce a dare vita, dare anima a case paesi e paesaggi silenti, vuoti, inesistenti, sognati: sto parlando delle sue nebbie e dei suoi crepuscoli. Che poi sono interessanti anche gli altri lavori, i suoi mari, le sue isole, dove tutto si mischia, acqua e terra, la prospettiva, il figurativo che si unisce all’informe e si scambiano, anzi sono tutti e due allo stesso tempo.

È un grande quadro astratto quello, ricco di materia cromatica; ma basta un attimo, l’attimo in cui l’occhio capta quella piccola macchiolina bianca e il cervello capisce che quella macchiolina è in realtà un aereo e allora sì che piano piano tutto prende forma, tutto diventa qualcosa, si crea un mondo oggettivo, reale, e ora sì che ci capiamo bene. Ma poi basta ancora il solito attimo, l’attimo in cui lo perdiamo di vista quel piccolo aereo, e allora ecco che tutto si ri-trasforma in concetto, in pensieri, suggestioni. Tutto è relativo, dipende dal punto di vista (opere che andrebbero bene ai manichei del o questo o quello, agli esaltati per fazioni).

Ma torniamo alle nebbie, e ai crepuscoli. L’artista è padano e padana è la sua pittura, è ovvio. Nella sua arte, nelle opere a cui faccio riferimento (e qui il riferimento a Gianni Celati è d’obbligo) la Pianura che nell’immagine comune è una brutta landa umida qua diventa luogo quasi magico, evocativo; case, strade, lampioni, orizzonti infiniti, su tutto aleggia una aura di mistero. Il velo, certamente. Qua e là chiarori fosforici, resi lattiginosi e corpuscolari e impossibili dalla foschia, e che capisce solo chi ci vive in pianura, o chi come il sottoscritto ci passava all’alba col treno. E poi quella illuminazione che nasce dall’ombra. Quei crepuscoli e quei lampioni, lucine artificiali smorzate e al contempo esaltate (il velo, ancora) dalla nebbia, i colori melanconici: insomma si intravede, si intuisce, si dice e non si dice. Quiete, pace… tutto è sospeso e immobile, quasi si respira quell’aria pesante a bene vedere.

Si potrebbe fare una lezione sui volumi delle case protagoniste assolute, vuote (o piene) e leggere. Mi ricordano Amina Pedrinolla, quindi Salvo, quidi Paul Klee, e si potrebbe andare avanti. Il formato è spesso orizzontale, piattissimo, come la pianura dove l’artista vive, e dove si scorgono campanili allungati confusi nella nebbia, pioppi altissimi (ancora una volta, la pianura chi la conosce capisce).

Leggo su degli opuscoli di altre mostre di Giovannini parole come “sospensioni”, “rarefatte atmosfere”, e in effetti è evidente artista di atmosfera, di intimità e meditazione. Su un catalogo lì esposto in mostra leggo però anche di una pittura fondata sulla trasparenza e sulla luce, ma non credo, non me ne voglia il critico, ma anzi penso sia proprio il contrario, e valga e si ricordi quanto ho già scritto: Andrea Giovannini, pittore di nebbie e crepuscoli. Velo. E ombra.

DP

FREDDO, NEBBIA E COTECHINO

Se c’è una cosa che veramente non riesco a capire, nonostante i ripetuti e incessanti sforzi, sono i motivi che spingono le persone a odiare i rigidi climi invernali settentrionali, specialmente padani e prealpini. “Rigidi” poi, coi tempi che corrono, è addirittura parola esagerata; se qualche volta si va sotto 0° C è caso eccezionale. Con la nebbia forse si respira peggio, l’umidità causa qualche dolorino in più. Ma la nebbia è anche avvolgente, intima, quasi una carezza; crea intorno a sé paesaggi suggestivi, altera la percezione ottica della cose, che al tempo stesso si vedono e non si vedono, diventando enigmatiche e intriganti, misteriose. Il freddo poi invoglia l’intimità, il calore del focolaio, della compagna e, naturalmente, della tavola: bisogna essere sinceri, col freddo si mangia molto di più e molto più grasso, molto più calorico, proteico e sostanzioso. Non che disdegni il caldo, il mare e il sole (non sono mica matto, se posso ci vado eccome) o la leggera cucina estiva (idem), ma i ricchi piatti invernali sono molto più attraenti. Tra questi, quello che preferisco – non per sapori ma per il contenuto di colesterolo – è il cotechino.

Interno del cotechino: il grasso è ben amalgamato

Si tratta di un insieme di carni magre e grasse di maiale, derivate dai tagli meno pregiati (non però di scarto, anzi!, il grasso soprattutto deve essere selezionato) macinate grossolanamente, e di cotenna tritata in modo molto attento. Il tutto è drogato (vulgo: speziato) secondo ricetta del norcino, poi insaccato in un budello sempre di maiale, e cotto per qualche ora prima di essere servito. Si può accostare a polenta o lenticchie, ma per quanto mi riguarda l’abbinamento migliore è con l’empeveràa, ossia una salsa (se così mi è concesso chiamarla) fatta di pane raffermo grattugiato, formaggio stagionato, brodo di carne e pepe, tantissimo pepe.
Il cotechino dopo la giusta cottura, solitamente di due ore, è di una morbidezza sublime; il grasso accarezza la lingua e inebria il palato, i tagli del maiale meno nobili, amalgamati alla cotenna, è come se acquisissero una qualità altra esplodendo in bocca con tutti i suoi sapori.
Oggi, che è domenica e quindi la santifico, me lo mangio, il mio cotechino. Cotechino nostrano (chiaro), azienda agricola e norcino del posto, e io partecipe attivo di questo smantellare (taglio) e creare di nuovo (insaccato), che è poi l’arte della norcineria.

Nemmeno a dirlo: ingollato con quantitativi enormi di vino frizzante rosso, un lambrusco grandemente corposo mantovano (ancellotta, salamino, viadanese), selvaggio e brioso e profondo e… che mangiata!

DP