CHE BELLA E SUADENTE LA BONARDA “POVRÖMME” DI IL MOLINO DI ROVESCALA

Avevo conosciuto l’azienda Il Molino di Rovescala qualche anno fa, in uno dei miei pellegrinaggi al Mercato FIVI, che ai tempi era organizzato ancora alla fiera di Piacenza. Conoscevo abbastanza bene Rovescala, meta di uno dei miei viaggetti filo-enoici (ma anche gastronomici e geografici, insomma edonistici), un paese caratterizzato da un’affascinante fatiscenza, come sospeso in una eterna decadenza, e immerso tra la campagna collinare degli Appennini pavesi. Siamo nell’Oltrepò dunque, io sono grande fan del luogo (contraddittorio e attraente, terra vocatissima per la vite, terra di grandi vini – e purtroppo di grande fuffa), ma non conosco l’azienda. Così l’approccio, così l’istantanea passione.

Il Molino di Rovescala è un’azienda che lavora nel rispetto della sostenibilità ambientale, parolona ormai sfoggiata con foga altezzosa, ma che qui pare consuetudine (non se la tirano troppo insomma). Non chiedo se siano biologici, o magari me lo hanno detto e mi sono dimenticato, ma poco importa: nell’Oltrepò i grandi vignaioli sono tutti un po’ autarchici, e conta il risultato non le etichette (me lo ha insegnato Lino Maga). Si predilige come immaginavo l’uso del cemento, e soprattutto, fonte per me di immensa gioia, la coltivazione della croatina, vitigno rosso a me caro, singolarissimo, originale, dal forte carattere. E dove qua esprime il meglio di sé, che sia fermo o mosso.

Uno scorcio dei vigneti dell’Oltrepò pavese

Decido così al Fivi di quest’anno, ora a Bologna, di comprarmi qualche bottiglia. E solo di recente mi apro uno dei loro vini più significativi, di cui nutro alte aspettativa. Povrömme è la loro selezione di Bonarda proveniente dalla vigna omonima, proveniente da una collina chiamata Degli Ulivi posta a circa 240 m slm, esposta a nord. È così chiamata, ossia in dialetto “poveri uomini” – e lo si capisce se si è stati almeno uno volta nell’Oltrepò – per le pendenze assurde di questa collina, che rendevano il lavoro in vigna faticoso. Che bella e suadente questa Bonarda!

Da subito avverto un profumo di frutta calda e matura che mi colma il naso. Lo annuso e riannuso, e a poco a poco lo avvicino alla bocca; quelle che in principio erano piccoli si sorsi si trasformano con facilità in bevute vere e proprie. Che goduria! Il gusto è pieno, setoso, avvolge il palato accarezzandolo; la sapidità – che si cela furbescamente, ma è presente in modo importante – insieme a una acidità molto buona rende il tutto più scorrevole, e bilanciato. Caldo e morbido questo vino certo a una notevole matericità (mi scuso per il brutto termine), un vino polifenolico, ricco ma non opulente. E il titolo alcolometrico di quasi 16% in vol. non si avverte nemmeno. No, così. Lo dico perché una bottiglia non è bastata. E le aspettative non sono state tradite.

dp

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