IL “DOLCE FAR NIENTE” IMMORTALATO DA KURT AMMANN. Brevi considerazioni a proposito della personale fotografica “Youth” al Pirellone

La mostra fotografica  Youth – L’età dell’innocenza ospitata nello Spazio Eventi di Palazzo Pirelli, a cura di Biba Giacchetti e promossa dal Consolato generale di Svizzera a Milano, è tutto il contrario di ciò che dichiara voler essere. Ma non è un male, anzi.

Youth è un omaggio all’adolescenza, alle sue virtù e alla sua innocenza; alla intrinseca sua capacità di non porre limiti o chiusure, confini (geografici o politici) o muri. Nei 50 e poco più scatti che conto, sono infatti messi a dialogare tra loro bambini e adolescenti, dai più svariati Paesi del mondo, ma che parlano la medesima lingua, quella “dei sentimenti universali”. Scorgo nomi quali Ghana, Brasile, Turchia, Messico, Corea del Sud, Spagna, Germania, Francia e, soprattutto, Svizzera, il Paese natio dell’artista.

Kurt Ammann nasce a Berna nel 1925 e la sua produzione non può che essere associata alla Straight Photography di Stieglitziana memoria. Immagini nette e essenziali, eleganza formale, composizioni metodiche; il tutto esaltato da una luce soffusa e da un rarefatto quanto nitido effetto bianco e nero.

Più osservo queste fotografie, e più mi convinco che non è “il vento gentile, talvolta impetuoso, sempre innocente della giovinezza”(Giacchetti) che riscontro, ma tutt’altro. Vero: vedo giovani in montagna oppure su stradine di paese; c’è chi cammina e chi si fa la barba; c’è chi gioca con l’acqua e chi scherza col compagno, c’è chi legge, chi ride o chi col muso lungo piagnucola sconsolato seduto sul marciapiedi. Qualcuno saluta guardando l’obiettivo, altri invece se ne fregano, c’è chi è felice e chi contrariato… insomma, un panorama adolescenziale abbastanza completo. Ogni bambino o adolescente vagheggia un mondo che è tutto suo.

Visito la mostra e talvolta scorgo qua affinità con Lewis Carroll, se non proprio Balthus; e là mi ritrovo il Pasolini dell’Accattone; ma non sono ancora persuaso.

Riguardo dunque gli scatti ancora e ancora, e alla fine mi convinco. Molti dei giovani sono ritratti in pose stanche e spossate, adagiati nel primo posto che capita, anche a terra: soggetti che riposano con gli occhi socchiusi, dormono beatamente, o guardano trasognati chissà dove. Chi dorme, e soprattutto chi sogna meglio dei fanciulli? Ecco la chiave di lettura che cercavo. Altro che vitalità e divertimento: la mostra Youth – L’età dell’innocenza è un elogio al dolce far niente. Quello sincero, puro della gioventù.

Mi tornano in mente così certe osservazioni elogiative di Dany Laferrière al sonnellino pomeridiano. In un ottimo libro che rileggo ora a distanza di 5 anni, L’arte ormai perduta del dolce far niente (66thand2nd, 2016), Laferrière scrive che “il sonno è una macchina meravigliosa che ti permette di risalire il corso del tempo”, con una piccola e brillante glossa: “i sogni che facevo di giorno sembravano più gioiosi e vividi di quelli notturni.”

Avrei da ridire sulla sede che ospita tale mostra, in particolare sulle modalità di ammissione (andavo a visitare una mostra o un quartiere militare?) e sul pavimento in stile Paura e delirio a Las Vegas, vedasi entrata della coppia Duke-Gonzo all’hotel (tappezzare con della moquette quei pochi metri quadrati dedicati all’esposizione?).

Ma gli scatti di Ammann mi hanno contagiato e penso andrò a sonnecchiare, per una volta cercando di dimenticare le ore che scorrono inesorabili. “La realtà – chiosa Laferreière – ha in sé un veleno mortale/ che si chiama tempo”: “praesens tempus brevissimum est” (Seneca): meglio approfittarne.

D.P.

2 Commenti

  1. Concordo sulle modalità di accesso in stile Fort Knox. Quanto al pavimento però…. suvvia, può anche non piacere (forse), ma è di Giò Ponti, mica “pizzi e fichi”

    1. Caro Claudio,
      lungi da tutti noi criticare il maestro. L’osservazione è riferita all’allestimento: la sobrietà delle foto va pari passo a quella delle pareti, ma cozza col pavimento che – a nostro parere – sarebbe stato meglio ricoprire con qualche cosa che andasse pari passo al contesto. Resta comunque una mostra godibilissima.
      Un cordiale saluto

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