I paesaggi di Salvo sono luoghi incantevoli, sospesi e atemporali; vedute – siano esse di nature esotiche o di piccoli paesi – tanto lucide quanto velate, tanto immaginifiche quanto reali. I suoi paesaggi non sono semplicemente una trascrizione del mondo dell’artista, rappresentano metafore di stati d’animo, di emozioni. Paesaggi interiori, onirici. Dalla brescianissima Martini Studio d’Arte sono passati nelle ultime due aste (quella del 12 e 13 dicembre 2023 e quella dello scorso 12 e 13 giugno) alcuni dei capolavori di Salvo (nome d’arte di Salvatore Mangione, 1947-2015), in cui è possibile immergersi nel lato più lirico dell’artista.

Scorrendo di quadro in quadro – che rivivo volentieri attraverso i bellissimi cataloghi della casa d’aste (scelta coraggiosa e apprezzabile, non scontata in questi tempi dove il cartaceo sta scomparendo) balza agli occhi dapprima la semplicità della figurazione: scorci di campagne soleggiate o innevate, dossetti sordi e gibbosi, viali sempre vuoti dove si innalzano alberi maestosi e arcaizzanti; aperture su grandiose vallate, non contaminate da presenze umane; caseggiati anonimi, essenziali.

Paesi frutto di un assembramento di volumi vuoti e rigorosamente geometrici, affiancati l’uno accanto l’altro, in cui si può distinguere qua e là un campanile. Che bello, quanti campanili ha dipinto Salvo! Immagine decadente di una società, una cultura, un popolo che fu, e chissà… Soggetti semplici, appunto, ma profondi, idillici, evocativi. Presenze confortanti.

Si ha la sensazione, in ogni dipinto di Salvo, che qualsiasi dato reale sia caricato di note emotive. Le atmosfere che avvolgono i soggetti sono soffuse, leggere; e ogni elemento – il tetto di una casa piuttosto che il tronco di un albero – riflette con tinte cromatiche decise, in una simbiosi perfetta, la luce endogena del dipinto, che pare di origine assoluta, archetipica.

E, approfondendo Salvo, che gamma straordinaria di atmosfere, che si trova in questi paesaggi. Coprono in sequenza tutte le fasi della giornata: albe incantate, dove sembra che il sole stia per sorgere da un momento all’altro; tramonti, carichi o malinconici; crepuscoli; notturni tra i vicoli del paese dal marcato contrasto luce e ombra, originato da una luna piena o da lampioni. In alcuni dipinti, addirittura, sia la cromia che la luce ricordano il Paul Cézanne delle vedute di Sainte-Victoire. E non manca nemmeno quell’aura di giocosità infantile.

Da tutti i dipinti inoltre si evince quanto l’artista considerava superiore la pittura rispetto alle altre forme d’arte. Lo spiegava già con decisione in un’intervista concessa nel 1973, in occasione della sua prima personale a Milano: con tutte le più svariate forme d’arte collocate nei musei di quadri, dice l’artista, «perché non accettare la sfida della pittura? Perché negarsi il piacere del colore?». E prosegue più avanti: «io sono stato letteralmente conquistato dalla pittura: è qualcosa che mi dà spazio, che mi apre conoscenze, idee».
E la pittura che lo ha «conquistato» non è solo quella quattrocentesca, che per sua stessa ammissione si rifà – per citarne alcuni – a Paolo Uccello o al Carpaccio; è più che evidente una riproposizione di un linguaggio assimilato guardando ai primitivismi, in particolar modo a quello di Carlo Carrà, che ha portato Renato Barilli, uno tra i critici e promotori a lui più vicino, a definire il passaggio al figurativo di Salvo come un «ulteriore passo indietro rispetto alla metafisica dechirichiana». E per questo considerato l’antesignano del postmodernismo in arte.
I paesaggi di Salvo saranno sì una continua e innocente attesa di qualcosa, ma concedono al contempo una breve, felice, e distesa evasione dalla realtà: che belli i paesaggi di Salvo, un balsamo per l’anima.
Luciano Cardo

