Ci voleva un altro titolo, ci voleva un’altra opera come immagine per il manifesto della mostra personale di Gustavo Florioli, ora al Museo della Carta di Toscolano Maderno (fino al 7 luglio). Altro che Attimi come fogli al vento (questo il titolo)! Al di là che sia bello o brutto (ne discuteranno i fighetti al bar dopo-mostra) il titolo è fuorviante e sterile, dice poco, indice di una frettolosa scelta sulla base dell’opera pensata come principale: bella, per carità, ma tra tante la più noiosa, la meno ispirata, la più retorica. O mi sono perso qualcosa?
Altro che fogli al vento, comunque: la mostra – questa sì proprio bella – è un tripudio di carni e atteggiamenti femminili, un elogio della donna, a tutte le età, etnia, carattere. Tutto un mondo ammiccante, lezioso e carnale, talvolta giocoso oppure malinconico.
La mostra, interamente dedicata all’artista nato e tuttora residente a Gargnano, è idealmente (e fisicamente) suddivisa in tre parti. Nel lato destro del corridoio d’entrata sfilano, in una rapsodia ben cadenzata una serie di ritratti, per lo più a mezzo busto, descritti nella loro vitalità e espressività. La psicologia la fa da padrone. Fotogrammi, istantanee di sentore iperrealista in cui la figura è frontale, ti guarda negli occhi sfrontatamente. Un incontro, insomma.
Se in questi dipinti siamo faccia a faccia col soggetto, nei disegni (posti nella parte sinistra dello stesso corridoio) ci trasformiamo in voyeur. Lezione degasiana. Signore e signorine di schiena, nel letto, addormentate, quasi sempre nude. Un florilegio di pose, attitudini. Carni voraci illuminate da una luce abbagliante. Ma anche ritratti, alcuni di questi bellissimi, di bellissime donne. Se prima appariva lampante tutto un universo psicologico, qui è la sensualità a dominare.
Sensualità pronta a trasformarsi in erotismo nella saletta adiacente (quella interna e rialzata dell’ala museale, dedicata alle mostre), dove risiedono le opere forse di maggior interesse di Gustavo Florioli: estasi mistiche, in un incrocio ideale tra il luminismo di Edwar Hopper, la voluttà di Balthus e il realismo magico di Antonio Donghi. C’è pure qualcosa di malinconico e romantico (come i rimandi a Friedrich), rievocazioni dell’infanzia, una personale riflessione sul divenire del tempo (la bambina che diventa adolescente, e l’adolescente poi donna). E sono interessanti pure le nature morte fatte di frutta, verdura e camicie, poste un po’ così a centro sala, in cui l’artista si mette alla prova con le sue abilità tecniche, senza tralasciare una certa libertà fantasiosa (non mi vengono in mente pittori che si siano soffermati così attentamente sulle grucce).
Altro che fogli al vento! E altro che fogli, mi viene da dire: un pannello che introduca la mostra? non ne ho visti; didascalie? nemmeno l’ombra. I cataloghi sono ormai miraggi, ma un pieghevole? Questo l’ho trovato: qualche immagine sparpagliata e una sommessa e limitatissima biografia. Eppure io che so di non sapere avrei bisogno di saperne qualcosa in più. Bello vedere giusto per il piacere, ma più si conosce e più si gusta, e più si gode – specie se ci si trova tra tante beltà.
Luciano Cardo















