LA VIGNE – VIN DE GARAGE, VINI ECCELSI DI UN VIGNAIOLO ANARCA E CORAGGIOSO

“Difatto la musica” – ci racconta Serenus Zeitblum, l’umanista e razionale narratore dell’opera più matura di Thomas Mann (Doctor Faustus, traduzione per Mondadori di Ervino Pocar) – “è la più spirituale di tutte le arti, come già dimostra la circostanza che forma e contenuto vi si confondono come in nessun’altra e sono anzi la medesima cosa”. E che la musica sia la più spirituale e mistica tra le arti ne è convinto Marco Spagnolli, insieme enologo e proprietario della cantina La Vigne – Vin de Garage, sulla sponda destra del fiume Adige, circa metà Vallagarina. Spagnolli infatti, come ho modo di notare durante la piacevole conversazione, avvenuta nella sala di degustazione nel piano soprastante la barricaia, insiste su metafore musicali: vino è armonia, spiritualità, concentrazione e ascolto; “il risultato di questa passione è una musica particolare”, confessa, “pezzi unici, anno per anno”. Ma per fare musica ci vuole capacità, precisione, metodo. È infatti un tecnico preciso e competente quanto un appassionato innamorato dell’enologia; mi descrive con sincera emozione il suo lavoro assieme al pensiero con cui lo mette in atto, e questo – va detto – senza retorica (finalmente parlo di vino senza retorica, tortura che assilla ormai il nostro tempo, e non ha lasciato scampo nemmeno al mondo enologico). Il tutto con una lucidità e un senso critico raramente obiettivo.

Mentre attendo di fronte al cancello della cantina, una villetta letteralmente in mezzo alla campagna, viti ovunque nemmeno a dirlo, mi accoglie un cane da pastore tedesco, grande quanto buono; al suo seguito uscendo dai filari mi viene incontro Marco Spagnolli con indosso una divisa da lavoro, evidentemente indaffarato a potare. Mi fa entrare nella saletta dedicata alle degustazioni, praticamente un salotto di casa, accogliente e intimo, con tanto di caminetto acceso; piccolo ma ben arredato, con cucina e libreria (noto dei libri tra cui alcuni dell’Adelphi, buon segno). Mi prepara le bottiglie da bere (ovvero degustare, per gli amici del politicamente corretto), e la conversazione si avvia.

L’azienda si trova vicino a Isera, in Trentino, esattamente di fronte a Rovereto. Ettari vitati circa 3,5 posti a 200-250 m s.l.m., da cui si ricavano più o meno dalle 15.000 alle 18.000 bottiglie all’anno. La Vigne – Vin de Garage è il nome francesizzante (non nasconde il suo amore per Bordeaux e Borgogna e la mentalità enologica francese in genere) e la sua nascita è relativamente giovane, intorno al 1990. Spagnolli studia enologia a San Michele all’Adige, ma per sua stessa ammissione è a Montalcino, presso Banfi, dove avviene la vera formazione. “Al Brunello ho rubato la mentalità”, sostiene. Caratterizzante dei suoi prodotti – due etichette ufficiali, più una fuori produzione e una quarta in arrivo – è l’appassimento delle uve che avviene in casse, circa 5000, in un luogo adiacente alla cantina, e successiva rifermentazione. Questo appassimento è decisamente importante se si pensa che il vino prodotto da esse rappresenta la metà dell’assemblaggio (il restante 50% proviene da uve fresche).

Il primo vino che assaggio è La Vigne, più comunemente conosciuto come Ciliegino (mi spiega che si tratta di un “soprannome”, derivato da un errore di un distributore). In base agli anni varia la composizione, ma pressappoco è frutto di un 70% di Cabernet Sauvignon e 30% di Merlot. Un vino dal colore rubino intenso e brillante. Profumatissimo: mi pare una delicata e, al tempo stesso, intensa carezza di un bouquet di fiori (altro che “sapori erbacei” così detti del cabernet sauvignon come da manuale). Lo si beve bene e tanto (fresco, l’acidità mi pare spiccante) nonostante i 14%.

Il vino successivo, il Fior di Ciliegio, molto più impegnativo, è l’alter ego di Marco Spagnolli. L’enologo me ne parla ma indirettamente mi parla di sé, delle sue idee, della propria “filosofia” se si vuole, che ai tempi che corrono sono veri e propri gesti da vignaiolo anticonformista, produttore anarca e coraggioso (ho in mente Ernst Jünger), imprenditore libero da qualsiasi convenzione e retorica; non si barcamena con hashtag popolari (vulgo: mainstrem). Innanzitutto la sua visione del vino è complessivamente cosmopolita: crede profondamente nel territorio trentino, special modo nella terra della Vallagarina, ma ammette – in netta controtendenza alla comunicazione dei nostri giorni, in cui la parola “autoctono” sembra essere il nuovo credo – che con il marzemino non si può fare qualità; si possono fare bei vini certo, ma non si potrà mai raggiungere l’eccellenza. “Il marzemino è come musica di montagna” mi dice, “gradevole, e anche bella se vogliamo, ma gli altri paesi fuori dal Trentino non la comprendono: c’è bisogno invece di farsi capire in tutto il mondo, abbiamo le possibilità per farlo”. Il vitigno prediletto da Spagnolli è infatti una varietà internazionale, il cabernet, come visto usato in parte nel Ciliegino, e al 100% nel Fior di Ciliegio.

Non produce bollicine e non ha intenzione di farlo (quanti ce ne sono in Italia che non hanno ancora provato a spumantizzare?); non fa macerati (ma la moda sta passando) e non credo gli interessi in alcuno modo rientrare in qualsivoglia denominazione (leggo sull’etichetta una generica IGT, ma non mi fido a chiedere un parere, mi basta la conversazione per capire che è meglio sorvolare). Ma, soprattutto, è la schiettezza con cui mi parla della agricoltura convenzionale a dispetto di quella biologica che mi convince a stimare la persona che ho di fronte – d’impatto abbastanza schivo, ma poi un fiume di parole, dosate e intelligenti, chiaro. Non sono un enologo ma molto ho letto e molti vignaioli ho conosciuto, e oltretutto non ci vuole un genio a capire che una viticoltura “biologica” potrebbe andare bene a clima siciliani ma certamente non ai piovosi e molte volte ostili climi trentini.

La stessa sincerità, dicevo, la ritrovo nel Fior di Ciliegio. Un vino mistico, dal corpo intenso, profondo, quasi succoso, in cui, come nella musica secondo le parole di Mann, forma e contenuto vi si confondono “e sono anzi la medesima cosa”. Me lo giro piano nel bicchiere, e con voracità, a impazienti intervalli ne esalo il profumo, anzi i profumi, tanto diversi e in continua evoluzione. Avvolgente, caldo e setoso, il palato è assuefatto. Il parziale appassimento qua è più evidente, insieme alla maturazione in botti medie per 36 mesi. Chiedo, curioso, il perché del nome e rimango sorpreso; infatti, dopo una visione tanto pratica e schietta della viticoltura, non mi aspettavo tanta spiritualità: Spagnolli si è consacrato per un periodo alla cultura zen giapponese (chi fa vini del genere può permettersi anche simili peccati) e il ciliegio in questo ambito ha dei significati particolari, come la caducità, significati che per ragioni personali lo hanno colpito.

Infine, mi sembra giusto segnalarlo – verba volant, scripta manent – perché il vino che ho citato fuori produzione, ovvero The Spirit, è un prodotto coraggioso, non convenzionale, estremamente particolare e eccentrico, desueto al mercato vitivinicolo e insolito al gusto dei più (e quindi degno di questa mia pagina); una eccezione alla regola alla già eccezione alla regola che rappresenta l’azienda nel panorama enologico trentino. Sono tra i pochi fortunati a averlo bevuto, e tra i pochissimi fortunati a possederne ancora una bottiglia: il vino è uscito solo nel 2019 le bottiglie prodotti qualcosina come 1200. Di cosa si tratta? In poche parole The Spirit è un Fior di Ciliegio vinificato in bianco. Un vino che seppure non sia minimamente corpulento è penetrante; come fosse materiale igneo ti sfiora il palato, segnandotelo però per un tempo lunghissimo. E non ci si faccia ingannare dal colore estremamente tenue, un rosso scolorito e esangue che pare un carminio di cocciniglia, tanto caro ai miniatori medievali.

“L’eco”, ci scrive lo stesso Zeitblum raccontandoci la musica di Adrian Leverkühn, “l’eco, la ripercussione del suono umano come suono naturale e la sua rivelazione in note sonore naturali è essenzialmente lamento, è il malinconico ahimé della natura a proposito dell’uomo e la tentata manifestazione della sua solitudine”. E lamento è pure il mio grande, grandissimo e doloroso disappunto, mentre scopro di aver finito la suddetta bottiglia scrivendo queste righe.

DP

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