LA SCHWA È ANTI-EDONISTICA: IMBRUTTISCE L’ITALIANO E LO SPIRITO DI CHI LEGGE. Leggere “Fascisti della parola” di Vittorio Feltri

Partecipo alla conferenza di un’artista, una illustratrice. Curioso per tanta grazia e delicatezza di eloquio cerco il suo lavoro, mi piace molto, approfondisco. MI leggo la biografia: e qui casca l’asino (per non dire altro). Tutta una chiassosa e delirante rapsodia di schwa (Ə), simbolo ora in voga tra i genderisti, un po’ per ostentare la cosiddetta inclusività (se così ho capito bene), o (sempre se ho capito bene, e sarebbe ancora peggio) per non offendere quelle persone che non “si riconoscono in una identità”.

Al di là delle valutazioni socio-politiche che non fregano a me né a questo blog, ma l’offeso in questo caso sono io: che schifezza sarebbe l’italiano con questo volgare simbolo (noto che la schwa è sostituita da qualche altro intelligentone con l’asterisco)? Pensavo fosse cosa per femminucce col broncio o per maschietti in crisi di identità; e invece mi trovo un’artista che parla bene e scrive male, anzi malissimo e in modo oltraggioso: oltraggioso e offensivo per noi che per imparare a scrivere ci siamo messi d’impegno.

Copertina del libro. Rizzoli, 2023

Fortuna che dall’alto sono sorretto da autorità. “Va escluso tassativamente l’asterisco al posto delle desinenze dotate di valore morfologico (‘Car* amic*, tutt* quell* che riceveranno questo messaggio…’). Lo stesso vale per lo scevà o schwa”; così la Crusca. “Secondo il nuovo Canone Demenziale si devono desessualizzare le parole, liberarle cioè dalla loro desinenza finale, renderle finalmente indeterminate, libere da ogni predominio sessista; nuove forme di castrazione o cintura di castità applicate al lessico e al mondo che descrivono, per estirparne i genitali e la “naturale” diversità”; così Marcello Veneziani.

E non potrebbe mancare sostegno dal più grande giornalista vivente, Vittorio Feltri. Lo trovo in un libretto libero e anticonformista, quella libertà e quell’anticonformismo che solo i veri abili e coraggiosi pensatori posseggono, Fascisti della parola. Tutte le parole che il politically correct ci ha tolto di bocca, Rizzoli, 2023. Il secondo Vittorione nazionale (il primo è ovviamente Sgarbi) con la sua nota penna schietta e chiara mi informa: a) di quanto la crisi sia vasta e b) di come questo fenomeno sia conseguenza di povertà di cultura, valori e bellezza. Fondamentali, per quanto riguarda il linguaggio, sono i capitoli “Mamma” e “papà” sono diventati termini offensivi, La mania del linguaggio inclusivo, Giorgia Meloni e l’obbligo di definirsi “presidenta”.

“Feltri, elegante e esteta, nell’abbigliamento come nei libri”

Ma uno soprattutto mi ha colpito, Il linguaggio genderista. Vogliamo la lingua senza genere e poi incriminiamo il maschile, che è pure neutro. Al di là del ripassino da prima media (“si trascura di considerare che l’italiano ha già un genere neutro, che è quello maschile. Il maschile non esclude il femminile, bensì lo include e lo pone sullo stesso piano”) è il lato estetico che disturba. Scrive Feltri, elegante e esteta, nell’abbigliamento come nei libri: “L’esigenza di adoperare un linguaggio quanto più neutro, ad esempio, ha condotto a storpiature forzate della lingua italiana che personalmente trovo orribili e pure insultanti”. Non sei il solo, Vittorio. Che obbrobrio, che orrore questa schwa: un danno alla mia sensibilità di lettore, e al mio spirito godereccio.

Luciano Cardo