Finché si è ragazzini va bene anche lasciarsi affascinare da “Carpe diem”, il famoso motto del Cogli l’attimo. Motto però che risulta mano a mano che si cresce volgare e stucchevole. Usato per lo più in modo inopportuno e per giustificare azioni insignificanti, turpi o stupidine, o per espediente, o per decidersi a fare qualcosa di incerto senza pensarci su più di tanto (costando fatica il pensare troppo).

Mi spiace che la celebre citazioni sia derivata dall’amico Orazio, con cui mi sento spesso molto vicino: “Dum loquimur fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero”, vale a dire che Mentre si parla il tempo scappa provando invidia, e allora si colga l’attimo, senza sperare nel domani. A rendere ancora il motto più retorico ci ha pensato il film L’attimo fuggente (gran film tra l’altro) di Peter Weir, un regista che stimo molto – profondo, sensibile e originale – mediante il professore controcorrente interpretato da Robin Williams.

Copia della tela eseguita nel 1541 da Girolamo da Carpi per Ercole II d’Este, il dipinto raffigura Kairos, il genio greco dell’Occasione propizia, in equilibrio su una sfera come la Fortuna. Tiene nella mano destra la lama con si è rasato la nuca mentre il vento che lo sospinge gli agita i lunghi capelli sulla fronte, così che è possibile acciuffarlo solo al suo passaggio. La figura femminile a lato è Metanoia, il Pentimento, mortificata per non aver colto l’attimo propizio.
Carpe diem lo trovo superficiale, nevrotico e nichilista, un monito fastidioso. Come non si fa a pensare al domani? Valori e piaceri come la crescita, l’esperienza dell’attesa? Si badi poi bene che il “Carpe diem” non è in alcun modo sovrapponibile al concetto di Kairos greco, il tempo opportuno, il momento giusto, propizio. Tutt’altro discorso, altro livello, altra importanza. E altro discorso sarebbe il suo opposto, le occasioni perdute. “È una delle cose più tristi della vita un’occasione perduta”, ci insegna Woody Allen (Una commedia sexy in una notte di mezza estate); e dice il saggio popolare che “è meglio pentirsi di una cosa fatta che di una cosa non fatta”. Altro paio di maniche.

Il tempo passa veloce e va sfruttato, certo che sono d’accordo. E allora qual è il giusto approccio? Lo trovo per puro caso, nascosto in una delle meraviglie di Parma, in occasione della mostra Correggio 500, evento nato per celebrare i cinquecento anni dell’affresco – capolavoro che apre il Barocco artistico – realizzato da Antonio Allegri, il Correggio appunto, per la cupola della chiesa di San Giovanni Evangelista. Proprio per questa occasione viene aperto al pubblico il monastero benedettino di cui la chiesa appartiene; e all’interno del primo chiostro, di fianco all’entrata della biblioteca (scrigno prezioso e erudito di iconografia e iconologia), ecco che trovo il gioioso, pacato motto benedettino. “Ruit Hora”, il tempo precipita, “Ecce nunc/ Tempus acceptabile”, ma è tutto tempo a noi favorevole.

La scritta è accompagnata da un orologio, che insieme alle lettere forma un’opera vera e propria: prima dell’arte concettuale, prima di Joseph Kosuth. Mi ricorda un po’ il Seneca del “Longa vita si plena est”, un po’ il Leonardo da Vinci de “La vita bene spesa lunga è”. E mi ricorda inoltre che i Beatles cantavano “Life is very short, and there’s no time” (We can work ity out, 1965).

Bene. Quello benedettino mi sembra un motto più felice, ragionevole. Non c’è nessun ansia, nessuna fretta, nessun ultimatum isterico che induce il Carpe diem (“se non lo fai ciao ciao”). No, il gustoso aforisma, irenico come il chiostro in cui è compreso, ammette la fugacità del tempo e della nostra vita, ma questo tempo, tutto il tempo della nostra vita è buono, pensaci prima o poi a usarlo (e non abusarlo) nel migliore dei modi. Riempirlo: di piaceri, conoscenza, e – cristianamente, perché no – di gratitudine. Ecco, il vero Ora et Labora.
DP
